A. 1684 ([SC[TAV]SC]. III).

Mancato di vita il Doge Luigi Contarini, erano per la maggior parte i

quarantuno elettori a favore di Francesco Morosini inclinati e

disposti, ma, sorpassando i privati riguardi ai pubblici vantaggi, che

poteano promuoversi da cittadino così chiaro nella militare

professione, fu la dignità conferita a Marco Antonio Giustiniano

Cavaliere, altrettanto meritevole di possederla, quanto moderato nel

ricusarla. Egli però non pensolla come il suo antecessore, e nel

diritto delle Oselle fatte a' nobili distribuire la solita impronta

conservando col santo Evangelista che al Doge in ginocchio lo

stendardo della Repubblica affida ed il consueto motto [SC[S. M. V. M.

ANT. IVSTINIANVS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC], ordinò che in tutti i

quattro anni del suo principato si variassero le impronte dei rovesci.

Nell'anno primo quindi coniar fece un Angelo che a volo dal pubblico

palagio vêr le case Giustiniane il berretto ducale trasferisce, e al

di sotto la piazzetta con buon numero di navi e di galee poste al molo

pronte alla vela, con le parole [SC[DEO. DVCTA. DVCE.]SC] ([I[lin]I]. 3,

[I[lett]I]. a), alla inattesa sua elezione alludendo, mentre più

concorrenti nobilissimi la suprema dignità ambivano e disputavansi. Le

galere e le navi in sul molo disposte la incominciata guerra col Turco

accennano, per cui fu Francesco Morosini a generalissimo destinato. La

occupazione di Corone nella Morea nell'anno 1685 succeduta sotto la

condotta di quel generale diede motivo al rovescio della Osella nel

secondo anno. In essa infatti, messa in fuga la cavalleria ottomana,

si vede il Leone rampante, il quale con la spada vibrata minaccia la

città ed il castello di Corone, ed ha la epigrafe intorno:

[SC[FORTITVDO. MEA. ET. LAVS. MEA. DNS.]SC], e nell'esergo

[SC[[Gr[KORONE]GR]]SC]. ([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. b). Tre sanguinose

battaglie date nell'anno 1686 dai Veneziani ai Turchi con la totale

perdita di questi, e l'acquisto delle principali città della Morea, e

particolarmente di Navarino, Modone, Argo e Napoli di Romania,

ponevano i Veneziani in istato di riconoscersi padroni di tutta

quell'isola. Ciò diede argomento al conio del rovescio nella terza

Osella, nella quale si vede dall'alto fra le nuvole il Dio degli

eserciti apparire, che scaglia tre fulmini contro l'odrisia Luna, ed

al disotto l'isola della Morea topograficamente delineata, ed intorno

le parole: [SC[DONEC. ORBATA. ORBE.]SC], e nell'esergo [SC[VICIT. LEO.]SC]

([I[lett]I]. c). Dopo l'occupazione di Napoli di Romania, e del forte

di Chielefà nel Cantone di Maina, i due fratelli comandanti di questi

due luoghi richiesero al generalissimo Morosini di potersi portare a

Venezia, il che fu loro conceduto, ed ebbero assegnata per abitazione

la isola della Giudecca. Al loro arrivo si presentarono al Doge per

baciargli il manto, e furono ricevuti in camera d'udienza. Dopo alcuni

mesi furono lasciati partire, e ritornare alle loro case. Molti del

loro seguito vennero alla fede, e si trattennero in Venezia. Evvi un

medaglione di bronzo che rappresenta questo fatto, che mi fu regalato

dal sig. ingegnere Casoni membro effettivo dell'i. R. Istituto delle

Scienze, Lettere ed Arti. Nel quarto anno continuando le vittorie de'

Veneziani contro la Porta, essendo state occupate le piazze di

Patrasso e di Castel Nuovo, senza che essi fossero dalle armi de'

collegati assistiti, alludendo nel rovescio di questa Osella alla

prospera fortuna delle armi venete tanto insieme con quelli, che

disgiunte, si rappresentò su di essa un Leone rampante, che con la

zampa diritta un fascio di palme ghermisce, nella sinistra una sola ne

afferra con la inscrizione [SC[ET. SOLVS. ET. SIMVL.]SC], allusivo appunto

alla circostanza delle armi vittoriose e sole e con quelle degli

alleati, e nell'esergo [SC[L. P.]SC], cioè Leonardo Pisani massaro

([I[lett]I]. d).

[T1] FRANCESCO MOROSINI.

A. 1688 ([SC[TAV]SC]. III e IV).

Defunto il Doge Giustiniano nell'anno 1688 in mezzo alle glorie delle

armi, la elezione del successore cadde sul generalissimo Francesco

Morosini, amando la patria di coronare i meriti di lui alla più

eccelsa dignità innalzandolo, non essendovi tra molti cittadini ornati

di virtù chi tentasse di contendergli l'onore della palma. Continuò

però egli nelle incominciate guerresche imprese avendo l'assedio posto

a Negroponte; ma non riuscendogli favorevole, e sopraggiunta

all'armata una contagiosa malattia da cui egli stesso fu attaccato,

desiderò e richiese di ritornare alla patria. Quivi fu accolto con

l'applauso che accompagna sempre il valore, ed in suo luogo il Senato

decretò, che fosse a supremo comandante spedito Girolamo Cornaro, il

quale proseguì a condurre le armi veneziane alla vittoria. Il nuovo

Doge ritenne sempre nel diritto di tutte le sue Oselle la impronta di

S. Marco, che al Doge in ginocchio il pubblico stendardo consegna, col

motto intorno [SC[S. M. V. FRAN. MAVROC. DVX.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC],

e successivi. Variano però i rovesci di esse. In quello dell'anno

primo evvi una Donna genuflessa, a cui sono i lacci spezzati, e dietro

ad essa una palma s'innalza con la inscrizione intorno: [SC[PELOPONNESVS.

RESTITVTA.]SC], e nell'esergo il nome del massaro Alvise Gritti [SC[A.

G.]SC] ([I[linea]I] 4, [I[lett]I]. a). In questo si allude alla

liberazione della Morea ottenuta dalle armi veneziane sotto la

condotta del Morosini, alla quale la stessa greca popolazione in gran

parte contribuì. Nell'anno secondo in cui il Doge tuttavia l'armata

comandava, fece nel rovescio di quella Osella una spada sguainata

coniare con la epigrafe [SC[ICTV. NON. ABSTINET.]SC] ([I[lett]I]. b), a

dinotare, che egli non lasciava ogni mezzo intentato per colpire la

forza nemica, battendone le flotte, ed espugnando le piazze di Atene e

di Malvasia. Il sommo pontefice Alessandro Ottavo dimostrare volendo

al Doge Morosini quanto per le militari sue geste benemerito della

santa Sede lo riconoscesse, le armi a favore della Cristianità

impugnando contro agl'infedeli, nel mese di maggio del 1690 un nunzio

apostolico straordinario nella persona di monsignor Archinto

Arcivescovo di Tessalonica gl'inviò col dono di una spada e d'una

berretta da lui benedette, dono, che i pontefici far solevano a que'

principi che le armi per la fede trattavano. Che ne sia avvenuto del

berretto, non saprei dire: egli è certo che tuttora nel tesoro di san

Marco la spada col suo centurone conservasi, e fra gli ornati di

quella è ripetuto lo stemma gentilizio del principe, e nella lama sta

inciso e dorato da una parte il nome del papa [I[Alexander VIII

Pontifex Maximus]I], e dall'altra parte [I[Pontificatus sui anno I]I].

A perpetuare la memoria di questo dono, nell'anno terzo del suo

Principato fece nel rovescio della Osella incidere la spada ed il

pileo con le parole: [SC[NON. ALIA. FRVITVR. VICTORIA. LAVDE.]SC], e sotto

[SC[ANNO. III.]SC] ([I[lett]I]. c). Non è però questa la sola spada che

dai sommi pontefici ai Veneziani Dogi regalossi. Le cronache nostre

fanno parola di quella che da Alessandro III fu al Doge Sebastiano

Ziani consegnata prima di partire per l'istria ad incontrare l'armata

imperiale, e d'una spedita alla Repubblica nell'anno 1450 essendo Doge

Francesco Foscari dal pontefice Nicolò Quinto con l'elsa di cristallo

intarsiato d'oro e d'argento e nella lama scrittevi alcune lettere

dorate, che nella sala delle armi dell'eccelso Consiglio dei Dieci

fino alla caduta dell'aristocratico governo conservavasi, e che andò

in appresso smarrita. Altra pure avvene dal pontefice Sisto IV donata

nell'anno 1473 al Doge Nicolò Marcello, e qui recata dall'ambasciatore

Federico Corner reduce da Roma. Questa ordinariamente portavasi nelle

pubbliche solenni funzioni del Doge a mano di un nobile che era ad un

pubblico reggimento destinato. Da uno dei lati della lama evvi in

caratteri dorati scritto [I[Sixtus IIII. Pont. Maximus]I], 1473, e

dall'altro [I[Accinge gladio tuo super femur tuum potentiss]I]., e si

conserva in una privata famiglia. Al Doge Morosini, conquistata la

Morea, l'anno innanzi che alla suprema dignità giungesse, il Senato

Veneziano decretato aveva, che sopra un'ara di bronzo, di trofei

militari fornita, il busto di lui pure in bronzo innalzato fosse nella

sala dell'armi del Consiglio dei Dieci con la epigrafe in caratteri di

bronzo dorati: [I[Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi

Senatus posuit, anno]I] 1687. Onore sommo, che Roma antica nel fiorire

degli anni agli Scipioni ed ai Marii accordava, e che nella nostra

città non ebbe altro esempio. Questo monumento della patria verso sì

benemerito cittadino dal malaugurato genio di un secolo illuminato fu

gettato a terra e disperso, e senza la pietà di una illustre pronipote

di lui, la quale con somma cura nel proprio palagio fra l'armeria la

erma ne raccolse, se ne sarebbe ogni traccia smarrita. Il Doge quindi

ritornato in patria prese a soggetto del rovescio nella quarta Osella

il solenne inauguramento di questo insigne monumento, e coniare lo

fece col proprio busto in paludamento da generale con le parole:

[SC[MAVROC. PELOPONESIACO. VIVENTI. S. C.]SC] ([I[lett]I]. d). Sempre in

mezzo ai pensieri di guerra, benché niun avvenimento particolare

materia somministrasse al rovescio della quinta Osella, vi fece porre

un braccio alla guerresca, coperto di ferro, col quale impugna un

fascio d'armi col motto intorno: [SC[QVEM. NON. EXERCVIT. ARCVM.]SC], e

sotto [SC[ANNO. V.]SC] (Tav. IV, [I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. e),

ripetendo, benché sotto altro emblema, la imagine espressa nell'anno

secondo. Richiamato dalle voci unanimi e concordi del Senato nel 1693

il Doge al comando delle armate, benché carico d'anni e di forze

infievolito, non resistette, e nuovamente ai disagi del mare ed ai

pericoli della guerra si espose. Perciò volle nel rovescio della

Osella di questo sesto anno i quattro comandi sostenuti rammemorare,

facendovi porre quattro berretti generalizii, e quattro bastoni da

comando, e sopra ponendovi il corno ducale con la inscrizione intorno:

[SC[VIRTVTEM. VESTIGAT. ET. VLTRO. AMBIT. HONOS.]SC], e sotto [SC[Z. R.]SC] il

massaro Zuanne Riva ([I[lett]I]. f). Ma non ebbe occasione alcuna

propizia a segnalare il suo valore, perciocché l'oste dallo scontro di

lui sempre partivasi, ed egli da grave infermità aggravato, su la

propria nave morì in Napoli di Romania nel gennaro del 1694. Giunto

l'avviso al Senato della morte del Doge, gli furono solennemente gli

onori funebri decretati; ed a perpetuare la memoria di lui, nella sala

dello Scrutinio, nella quale raccoglievasi il Senato per proporre le

nomine al Consiglio Maggiore, sotto il ritratto di lui, che nelle

serie dei Dogi in sul fregio di quella alla porta d'ingresso

corrisponde, un arco trionfale eretto gli venne, da quattro marmoree

colonne sostenuto, nel frontone del quale la inscrizione fu posta:

[SC[FRANCISCO. MAVROCENO. PELOPONNESIACO. ANNO. 1695.]SC], e negli

intercolunnii da sei quadri allegorici del rinomato pittore e poeta

Gregorio Lazzarini lo fece intramezzare, che le principali geste del

Doge rammentano.

[T1] SILVESTRO VALIERO.

Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle Edizione seconda con correzioni ed aggiunte · 第 33 / 43 题