Mancato di vita il Doge Luigi Contarini, erano per la maggior parte i
quarantuno elettori a favore di Francesco Morosini inclinati e
disposti, ma, sorpassando i privati riguardi ai pubblici vantaggi, che
poteano promuoversi da cittadino così chiaro nella militare
professione, fu la dignità conferita a Marco Antonio Giustiniano
Cavaliere, altrettanto meritevole di possederla, quanto moderato nel
ricusarla. Egli però non pensolla come il suo antecessore, e nel
diritto delle Oselle fatte a' nobili distribuire la solita impronta
conservando col santo Evangelista che al Doge in ginocchio lo
stendardo della Repubblica affida ed il consueto motto [SC[S. M. V. M.
ANT. IVSTINIANVS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC], ordinò che in tutti i
quattro anni del suo principato si variassero le impronte dei rovesci.
Nell'anno primo quindi coniar fece un Angelo che a volo dal pubblico
palagio vêr le case Giustiniane il berretto ducale trasferisce, e al
di sotto la piazzetta con buon numero di navi e di galee poste al molo
pronte alla vela, con le parole [SC[DEO. DVCTA. DVCE.]SC] ([I[lin]I]. 3,
[I[lett]I]. a), alla inattesa sua elezione alludendo, mentre più
concorrenti nobilissimi la suprema dignità ambivano e disputavansi. Le
galere e le navi in sul molo disposte la incominciata guerra col Turco
accennano, per cui fu Francesco Morosini a generalissimo destinato. La
occupazione di Corone nella Morea nell'anno 1685 succeduta sotto la
condotta di quel generale diede motivo al rovescio della Osella nel
secondo anno. In essa infatti, messa in fuga la cavalleria ottomana,
si vede il Leone rampante, il quale con la spada vibrata minaccia la
città ed il castello di Corone, ed ha la epigrafe intorno:
[SC[FORTITVDO. MEA. ET. LAVS. MEA. DNS.]SC], e nell'esergo
[SC[[Gr[KORONE]GR]]SC]. ([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. b). Tre sanguinose
battaglie date nell'anno 1686 dai Veneziani ai Turchi con la totale
perdita di questi, e l'acquisto delle principali città della Morea, e
particolarmente di Navarino, Modone, Argo e Napoli di Romania,
ponevano i Veneziani in istato di riconoscersi padroni di tutta
quell'isola. Ciò diede argomento al conio del rovescio nella terza
Osella, nella quale si vede dall'alto fra le nuvole il Dio degli
eserciti apparire, che scaglia tre fulmini contro l'odrisia Luna, ed
al disotto l'isola della Morea topograficamente delineata, ed intorno
le parole: [SC[DONEC. ORBATA. ORBE.]SC], e nell'esergo [SC[VICIT. LEO.]SC]
([I[lett]I]. c). Dopo l'occupazione di Napoli di Romania, e del forte
di Chielefà nel Cantone di Maina, i due fratelli comandanti di questi
due luoghi richiesero al generalissimo Morosini di potersi portare a
Venezia, il che fu loro conceduto, ed ebbero assegnata per abitazione
la isola della Giudecca. Al loro arrivo si presentarono al Doge per
baciargli il manto, e furono ricevuti in camera d'udienza. Dopo alcuni
mesi furono lasciati partire, e ritornare alle loro case. Molti del
loro seguito vennero alla fede, e si trattennero in Venezia. Evvi un
medaglione di bronzo che rappresenta questo fatto, che mi fu regalato
dal sig. ingegnere Casoni membro effettivo dell'i. R. Istituto delle
Scienze, Lettere ed Arti. Nel quarto anno continuando le vittorie de'
Veneziani contro la Porta, essendo state occupate le piazze di
Patrasso e di Castel Nuovo, senza che essi fossero dalle armi de'
collegati assistiti, alludendo nel rovescio di questa Osella alla
prospera fortuna delle armi venete tanto insieme con quelli, che
disgiunte, si rappresentò su di essa un Leone rampante, che con la
zampa diritta un fascio di palme ghermisce, nella sinistra una sola ne
afferra con la inscrizione [SC[ET. SOLVS. ET. SIMVL.]SC], allusivo appunto
alla circostanza delle armi vittoriose e sole e con quelle degli
alleati, e nell'esergo [SC[L. P.]SC], cioè Leonardo Pisani massaro
([I[lett]I]. d).
[T1] FRANCESCO MOROSINI.
A. 1688 ([SC[TAV]SC]. III e IV).
Defunto il Doge Giustiniano nell'anno 1688 in mezzo alle glorie delle
armi, la elezione del successore cadde sul generalissimo Francesco
Morosini, amando la patria di coronare i meriti di lui alla più
eccelsa dignità innalzandolo, non essendovi tra molti cittadini ornati
di virtù chi tentasse di contendergli l'onore della palma. Continuò
però egli nelle incominciate guerresche imprese avendo l'assedio posto
a Negroponte; ma non riuscendogli favorevole, e sopraggiunta
all'armata una contagiosa malattia da cui egli stesso fu attaccato,
desiderò e richiese di ritornare alla patria. Quivi fu accolto con
l'applauso che accompagna sempre il valore, ed in suo luogo il Senato
decretò, che fosse a supremo comandante spedito Girolamo Cornaro, il
quale proseguì a condurre le armi veneziane alla vittoria. Il nuovo
Doge ritenne sempre nel diritto di tutte le sue Oselle la impronta di
S. Marco, che al Doge in ginocchio il pubblico stendardo consegna, col
motto intorno [SC[S. M. V. FRAN. MAVROC. DVX.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC],
e successivi. Variano però i rovesci di esse. In quello dell'anno
primo evvi una Donna genuflessa, a cui sono i lacci spezzati, e dietro
ad essa una palma s'innalza con la inscrizione intorno: [SC[PELOPONNESVS.
RESTITVTA.]SC], e nell'esergo il nome del massaro Alvise Gritti [SC[A.
G.]SC] ([I[linea]I] 4, [I[lett]I]. a). In questo si allude alla
liberazione della Morea ottenuta dalle armi veneziane sotto la
condotta del Morosini, alla quale la stessa greca popolazione in gran
parte contribuì. Nell'anno secondo in cui il Doge tuttavia l'armata
comandava, fece nel rovescio di quella Osella una spada sguainata
coniare con la epigrafe [SC[ICTV. NON. ABSTINET.]SC] ([I[lett]I]. b), a
dinotare, che egli non lasciava ogni mezzo intentato per colpire la
forza nemica, battendone le flotte, ed espugnando le piazze di Atene e
di Malvasia. Il sommo pontefice Alessandro Ottavo dimostrare volendo
al Doge Morosini quanto per le militari sue geste benemerito della
santa Sede lo riconoscesse, le armi a favore della Cristianità
impugnando contro agl'infedeli, nel mese di maggio del 1690 un nunzio
apostolico straordinario nella persona di monsignor Archinto
Arcivescovo di Tessalonica gl'inviò col dono di una spada e d'una
berretta da lui benedette, dono, che i pontefici far solevano a que'
principi che le armi per la fede trattavano. Che ne sia avvenuto del
berretto, non saprei dire: egli è certo che tuttora nel tesoro di san
Marco la spada col suo centurone conservasi, e fra gli ornati di
quella è ripetuto lo stemma gentilizio del principe, e nella lama sta
inciso e dorato da una parte il nome del papa [I[Alexander VIII
Pontifex Maximus]I], e dall'altra parte [I[Pontificatus sui anno I]I].
A perpetuare la memoria di questo dono, nell'anno terzo del suo
Principato fece nel rovescio della Osella incidere la spada ed il
pileo con le parole: [SC[NON. ALIA. FRVITVR. VICTORIA. LAVDE.]SC], e sotto
[SC[ANNO. III.]SC] ([I[lett]I]. c). Non è però questa la sola spada che
dai sommi pontefici ai Veneziani Dogi regalossi. Le cronache nostre
fanno parola di quella che da Alessandro III fu al Doge Sebastiano
Ziani consegnata prima di partire per l'istria ad incontrare l'armata
imperiale, e d'una spedita alla Repubblica nell'anno 1450 essendo Doge
Francesco Foscari dal pontefice Nicolò Quinto con l'elsa di cristallo
intarsiato d'oro e d'argento e nella lama scrittevi alcune lettere
dorate, che nella sala delle armi dell'eccelso Consiglio dei Dieci
fino alla caduta dell'aristocratico governo conservavasi, e che andò
in appresso smarrita. Altra pure avvene dal pontefice Sisto IV donata
nell'anno 1473 al Doge Nicolò Marcello, e qui recata dall'ambasciatore
Federico Corner reduce da Roma. Questa ordinariamente portavasi nelle
pubbliche solenni funzioni del Doge a mano di un nobile che era ad un
pubblico reggimento destinato. Da uno dei lati della lama evvi in
caratteri dorati scritto [I[Sixtus IIII. Pont. Maximus]I], 1473, e
dall'altro [I[Accinge gladio tuo super femur tuum potentiss]I]., e si
conserva in una privata famiglia. Al Doge Morosini, conquistata la
Morea, l'anno innanzi che alla suprema dignità giungesse, il Senato
Veneziano decretato aveva, che sopra un'ara di bronzo, di trofei
militari fornita, il busto di lui pure in bronzo innalzato fosse nella
sala dell'armi del Consiglio dei Dieci con la epigrafe in caratteri di
bronzo dorati: [I[Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi
Senatus posuit, anno]I] 1687. Onore sommo, che Roma antica nel fiorire
degli anni agli Scipioni ed ai Marii accordava, e che nella nostra
città non ebbe altro esempio. Questo monumento della patria verso sì
benemerito cittadino dal malaugurato genio di un secolo illuminato fu
gettato a terra e disperso, e senza la pietà di una illustre pronipote
di lui, la quale con somma cura nel proprio palagio fra l'armeria la
erma ne raccolse, se ne sarebbe ogni traccia smarrita. Il Doge quindi
ritornato in patria prese a soggetto del rovescio nella quarta Osella
il solenne inauguramento di questo insigne monumento, e coniare lo
fece col proprio busto in paludamento da generale con le parole:
[SC[MAVROC. PELOPONESIACO. VIVENTI. S. C.]SC] ([I[lett]I]. d). Sempre in
mezzo ai pensieri di guerra, benché niun avvenimento particolare
materia somministrasse al rovescio della quinta Osella, vi fece porre
un braccio alla guerresca, coperto di ferro, col quale impugna un
fascio d'armi col motto intorno: [SC[QVEM. NON. EXERCVIT. ARCVM.]SC], e
sotto [SC[ANNO. V.]SC] (Tav. IV, [I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. e),
ripetendo, benché sotto altro emblema, la imagine espressa nell'anno
secondo. Richiamato dalle voci unanimi e concordi del Senato nel 1693
il Doge al comando delle armate, benché carico d'anni e di forze
infievolito, non resistette, e nuovamente ai disagi del mare ed ai
pericoli della guerra si espose. Perciò volle nel rovescio della
Osella di questo sesto anno i quattro comandi sostenuti rammemorare,
facendovi porre quattro berretti generalizii, e quattro bastoni da
comando, e sopra ponendovi il corno ducale con la inscrizione intorno:
[SC[VIRTVTEM. VESTIGAT. ET. VLTRO. AMBIT. HONOS.]SC], e sotto [SC[Z. R.]SC] il
massaro Zuanne Riva ([I[lett]I]. f). Ma non ebbe occasione alcuna
propizia a segnalare il suo valore, perciocché l'oste dallo scontro di
lui sempre partivasi, ed egli da grave infermità aggravato, su la
propria nave morì in Napoli di Romania nel gennaro del 1694. Giunto
l'avviso al Senato della morte del Doge, gli furono solennemente gli
onori funebri decretati; ed a perpetuare la memoria di lui, nella sala
dello Scrutinio, nella quale raccoglievasi il Senato per proporre le
nomine al Consiglio Maggiore, sotto il ritratto di lui, che nelle
serie dei Dogi in sul fregio di quella alla porta d'ingresso
corrisponde, un arco trionfale eretto gli venne, da quattro marmoree
colonne sostenuto, nel frontone del quale la inscrizione fu posta:
[SC[FRANCISCO. MAVROCENO. PELOPONNESIACO. ANNO. 1695.]SC], e negli
intercolunnii da sei quadri allegorici del rinomato pittore e poeta
Gregorio Lazzarini lo fece intramezzare, che le principali geste del
Doge rammentano.
[T1] SILVESTRO VALIERO.