Alla impensata morte del Doge Donato fra molti concorrenti, tutti
ricolmi delle principali onorificenze della Repubblica, fu proclamato
Doge Marc'Antonio Memmo, cittadino di assai avanzata età, ma di tale
sublime e maestosa forma, che sopravanzando gli altri, attirava sopra
di sé gli sguardi tutti, di tale soavità e facilità di costumi, che
ogni animo si cattivava, e che avea la vita sua logorata nei pubblici
uffizii, specialmente in qualità di rettore delle città dello Stato.
Dai ventuno di luglio dell'anno 1612 fino a' trentuno di gennaio del
1615 scorsero due anni e sei mesi nei quali il Doge Marc'Antonio Memmo
sul trono sedette, e perciò il donativo delle sue Oselle a' patrizii a
tre solamente limitossi. Tutte tre le dette medaglie lo stesso tipo
conservano con la sola variazione degli anni e de' nomi de' massari.
Portano esse nel diritto il santo Evangelista che, benedicendo con la
destra il doge ginocchioni, lo stendardo della Repubblica gli consegna
con la inscrizione: [SC[S. M. VENET. M. ANT. MEMO. DVX.]SC], e nell'esergo
1612. [SC[A. C.]SC], cioè Antonio Contarini massaro, in alcune altre
variando. Nel rovescio il Salvatore in piedi, che invita, quasi in
atto di predicare, con le parole intorno [SC[DOCE. ME. FACERE. VOLUNTATEM.
TVAM. ANNO. I]SC]. Nulla nelle pubbliche storie essendo a cui in qualche
forma abbiasi a credere allusivo il motto medesimo, che rinchiude la
idea di una rassegnazione ai divini voleri, non sarei lontano
dall'opinare, che esso si riferisca alla vocazione dell'unico di lui
figliuolo chiamato alla ecclesiastica carriera col mezzo del santo
cardinale Carlo Borromeo, per la quale rinunciando egli ai comodi
privati ed ai pubblici onori, vestite le insegne della chiesa, fu
eletto canonico della cattedrale di Padova, ove, in segno di
venerazione ed ossequio pel santo suo maestro, un ricco altare eresse
tuttora esistente.
[T1] GIOVANNI BEMBO.