XX.

La mattina dipoi il dottore avvertì che la congestione cerebrale cedeva

alla pronta efficacia della cura e lo stato del petto si era fatto

migliore. Quell’annunzio doveva essere e fu una consolazione per Laura,

ma succedè presto un nuovo rammarico. Fino allora infatti Mario e Laura

tutti intenti a scrutare la fisonomia d’Alberto, a osservarne ogni

mutamento più lieve, non avevano parlato tra loro che per certificare

i fenomeni della malattia di lui, o per commentare coi criteri del

cuore le parole del medico. Quel giorno, fatti più fiduciosi intorno

al futuro, si volsero volentieri al passato; e Mario, ricordandosi

del racconto fattogli dall’amico e dei sospetti che aveva accolto

nell’animo rispetto a Laura, le disse ogni cosa. Le parole del Loveni

furono per lei, secondo la frase solita, un fulmine a ciel sereno; e le

dolse più di essere stata spiata da Alberto, che creduta colpevole; per

un momento piegò la fronte; ma rialzatala subito con fierezza rispose

a Mario che l’accusa lanciata contro di lei era la più codarda delle

calunnie; il bambino mandato a balia fuori della porta San Nicolò, e da

lei visitato ogni tanto, non era figlio suo; di chi fosse non voleva

nè poteva dire; non poteva perchè era suo stretto debito tacere, non

voleva perchè aveva diritto di esser creduta, anche senza fornire le

prove della propria affermazione, ella che non mentiva mai.

Mario le credè; ma per Laura il colpo era così forte che sentì il

bisogno di divagarsi e di uscire. Uscì difatti lasciando il Loveni a

custodia di Alberto, presso il cui letto ella si propose di tornare la

sera.

E giunta sulla porta della casa vide in carrozza la Marchesa di

Villareale. La Marchesa, fatto fermare il legno, accennò a Laura di

accostarsele; e quando fu allo sportello,

— Come sta il Valmarana? — domandò simulando con artifizio squisito

un’inquieta premura.

— Un po’ meglio.

— E chi lo cura?

— Il dottore Ramelli.

— E c’è chi lo assista?

— Mario Loveni ed io.

— Ah! tu?... — rispose Clara dando col sorriso e con la voce un

significato alquanto maligno a quelle parole.

— Io — rispose grave Laura; poi con fare disinvolto: — a proposito, mi

pare che tu avessi giurato, giurato, bada bene, di serbare un segreto

che non era nè mio nè tuo e che io feci male a confidarti. Ma! t’ho

conosciuta tardi.

— Laura, ricominciamo?

— Dunque, poichè avevi giurato, mi sapresti dire con che cuore hai

potuto violare il giuramento?

— Io?

— Tu.... Il Valmarana non ha potuto saperlo che da te.... Credo anzi

che sebbene sapessi che quel bambino è di mia sorella nato nell’assenza

del marito, tu gli abbia fatto credere che è figliolo mio.

— Io mi meraviglio.

— Tu ti meravigli, s’intende; non mi puoi rispondere altrimenti. Addio,

demonio.

E s’allontanò. La Marchesa proseguì per la sua strada, pensierosa più

dell’usato. Oramai Laura, se anche non possedeva, credeva di possedere

ella pure un segreto. E poi chi guarentiva che Alberto, inasprito

com’era, non avesse parlato? O che nel delirio non gli fosse sfuggita

qualche frase, un nome?

Scese in via Tornabuoni alla farmacia inglese e vi trovò il Marchesino

Lunati.

— Come mai, Marchesa, così mattiniera?

— Sono stata a prendere le nuove del Valmarana.

— Ah! già. Ci volevo andare anch’io e me ne sono sempre scordato. Come

sta?

— Meglio.

— Meno male; l’avevano dato per morto.

— Oh! no pare anzi che ci sia molta speranza.... Lo cura il dottor

Ramelli che è bravissimo, dicono. È ben custodito.... si figuri: ci

stanno giorno e notte Mario Loveni e Laura Alberici.

— La Contessa? Ma allora è vero quel che si diceva a Livorno!

— Perchè? È necessario forse che un’infermiera sia una fidanzata?

— Scusi, Marchesa, ma...

— Può darsi anche che sieno fidanzati, non dico di no, ma questa prova

non basta; tanto più che lei lo sa com’è Laura.... senza rispetti

umani; quando le piace di fare una cosa la fa senza curarsi di quel che

dirà la gente....

— Senta, Marchesa, scommetto che se m’ammalo io la Contessa a farmi da

infermiera non viene....

— Oh! no....

— E dunque?

— Lei è padrone di pensare come vuole; solamente mi faccia il piacere

di non raccontare a nessuno questo che le ho detto. Non voglio essere

io cagione di chiacchiericci.... Me lo promette?

— S’imagini!

Successe quel che la Marchesa s’era proposta. Il Lunati raccontò

tutto senza dire bensì d’averlo saputo da lei; e il giorno stesso sul

piazzone delle Cascine non si parlava che dell’assistenza dell’Alberici

al Valmarana.

— Congestione cerebrale — diceva il Ferreri — seguita da matrimonio.

Esito funesto.

E il Piccardi, sempre per far l’erudito, citava i versi dell’_Otello_

di Shakespeare:

Ella m’amò per le sventure mie

Ed io l’amai per la pietà che n’ebbe.

Racconti(#75764) · 第 61 / 69 题