La mattina dipoi il dottore avvertì che la congestione cerebrale cedeva
alla pronta efficacia della cura e lo stato del petto si era fatto
migliore. Quell’annunzio doveva essere e fu una consolazione per Laura,
ma succedè presto un nuovo rammarico. Fino allora infatti Mario e Laura
tutti intenti a scrutare la fisonomia d’Alberto, a osservarne ogni
mutamento più lieve, non avevano parlato tra loro che per certificare
i fenomeni della malattia di lui, o per commentare coi criteri del
cuore le parole del medico. Quel giorno, fatti più fiduciosi intorno
al futuro, si volsero volentieri al passato; e Mario, ricordandosi
del racconto fattogli dall’amico e dei sospetti che aveva accolto
nell’animo rispetto a Laura, le disse ogni cosa. Le parole del Loveni
furono per lei, secondo la frase solita, un fulmine a ciel sereno; e le
dolse più di essere stata spiata da Alberto, che creduta colpevole; per
un momento piegò la fronte; ma rialzatala subito con fierezza rispose
a Mario che l’accusa lanciata contro di lei era la più codarda delle
calunnie; il bambino mandato a balia fuori della porta San Nicolò, e da
lei visitato ogni tanto, non era figlio suo; di chi fosse non voleva
nè poteva dire; non poteva perchè era suo stretto debito tacere, non
voleva perchè aveva diritto di esser creduta, anche senza fornire le
prove della propria affermazione, ella che non mentiva mai.
Mario le credè; ma per Laura il colpo era così forte che sentì il
bisogno di divagarsi e di uscire. Uscì difatti lasciando il Loveni a
custodia di Alberto, presso il cui letto ella si propose di tornare la
sera.
E giunta sulla porta della casa vide in carrozza la Marchesa di
Villareale. La Marchesa, fatto fermare il legno, accennò a Laura di
accostarsele; e quando fu allo sportello,
— Come sta il Valmarana? — domandò simulando con artifizio squisito
un’inquieta premura.
— Un po’ meglio.
— E chi lo cura?
— Il dottore Ramelli.
— E c’è chi lo assista?
— Mario Loveni ed io.
— Ah! tu?... — rispose Clara dando col sorriso e con la voce un
significato alquanto maligno a quelle parole.
— Io — rispose grave Laura; poi con fare disinvolto: — a proposito, mi
pare che tu avessi giurato, giurato, bada bene, di serbare un segreto
che non era nè mio nè tuo e che io feci male a confidarti. Ma! t’ho
conosciuta tardi.
— Laura, ricominciamo?
— Dunque, poichè avevi giurato, mi sapresti dire con che cuore hai
potuto violare il giuramento?
— Io?
— Tu.... Il Valmarana non ha potuto saperlo che da te.... Credo anzi
che sebbene sapessi che quel bambino è di mia sorella nato nell’assenza
del marito, tu gli abbia fatto credere che è figliolo mio.
— Io mi meraviglio.
— Tu ti meravigli, s’intende; non mi puoi rispondere altrimenti. Addio,
demonio.
E s’allontanò. La Marchesa proseguì per la sua strada, pensierosa più
dell’usato. Oramai Laura, se anche non possedeva, credeva di possedere
ella pure un segreto. E poi chi guarentiva che Alberto, inasprito
com’era, non avesse parlato? O che nel delirio non gli fosse sfuggita
qualche frase, un nome?
Scese in via Tornabuoni alla farmacia inglese e vi trovò il Marchesino
Lunati.
— Come mai, Marchesa, così mattiniera?
— Sono stata a prendere le nuove del Valmarana.
— Ah! già. Ci volevo andare anch’io e me ne sono sempre scordato. Come
sta?
— Meglio.
— Meno male; l’avevano dato per morto.
— Oh! no pare anzi che ci sia molta speranza.... Lo cura il dottor
Ramelli che è bravissimo, dicono. È ben custodito.... si figuri: ci
stanno giorno e notte Mario Loveni e Laura Alberici.
— La Contessa? Ma allora è vero quel che si diceva a Livorno!
— Perchè? È necessario forse che un’infermiera sia una fidanzata?
— Scusi, Marchesa, ma...
— Può darsi anche che sieno fidanzati, non dico di no, ma questa prova
non basta; tanto più che lei lo sa com’è Laura.... senza rispetti
umani; quando le piace di fare una cosa la fa senza curarsi di quel che
dirà la gente....
— Senta, Marchesa, scommetto che se m’ammalo io la Contessa a farmi da
infermiera non viene....
— Oh! no....
— E dunque?
— Lei è padrone di pensare come vuole; solamente mi faccia il piacere
di non raccontare a nessuno questo che le ho detto. Non voglio essere
io cagione di chiacchiericci.... Me lo promette?
— S’imagini!
Successe quel che la Marchesa s’era proposta. Il Lunati raccontò
tutto senza dire bensì d’averlo saputo da lei; e il giorno stesso sul
piazzone delle Cascine non si parlava che dell’assistenza dell’Alberici
al Valmarana.
— Congestione cerebrale — diceva il Ferreri — seguita da matrimonio.
Esito funesto.
E il Piccardi, sempre per far l’erudito, citava i versi dell’_Otello_
di Shakespeare:
Ella m’amò per le sventure mie
Ed io l’amai per la pietà che n’ebbe.