Mario, quando gli portarono il telegramma di Stefano, passeggiava
innanzi alla villetta cogitabondo; Reno lo segniva lento colla testa
dimessa. L’animale era attristato della mestizia dell’uomo.
Leggere il dispaccio e montare in carrozza fu per Mario l’affare di
dieci minuti. Reno voleva montare anch’esso, ma il padrone lo respinse
bruscamente e partì. Partì subito pensando che la malattia di Alberto
doveva essere molto grave, se Stefano lo chiamava con quella fretta,
adoperando quelle parole; e in tale pensiero si confermò quando
giunto alla casa del Valmarana vide Stefano medesimo venirgli incontro
addoloratissimo e lo udì esclamare:
— Ah! signor Mario, signor Mario! che disgrazia! che disgrazia!
Ma per quanto supponesse grave lo stato di Alberto, provò, entrato che
fu nella camera di lui, uno sgomento da non ridirsi. Alberto giaceva
supino sul letto con la testa sollevata da tre guanciali sovrapposti
l’uno all’altro; livido, aveva gli occhi semichiusi, immobili, come di
vetro. Il respiro affannoso e il continuo moversi delle mani che pareva
cercassero qualche oggetto erano soli segni che la vita non aveva
ancora abbandonato quel corpo.
Mario gli si accostò, lo chiamò più volte per nome; ma Alberto non si
mosse, nè rispose. E allora voltosi a Stefano:
— Quando l’ha visto il medico? — domandò Mario.
— Ieri sera a mezzanotte.
— E tornerà?
— A star di molto, fra mezz’ora sarà qui.
— E quant’è?...
— Due giorni.
E Stefano raccontò per filo e per segno a Mario come Alberto tornato
dal teatro si fosse gettato vestito sul letto; e alzatosi di buonissima
ora la mattina e acceso un gran fuoco, fosse rimasto presso al camino
finchè non giunse il Marchese di Villareale; che partito il Marchese,
Alberto aveva aperto la finestra e v’era stato affacciato col capo
scoperto più di due ore.
— Ah! il Marchese Villareale è venuto qui? — domandò Mario.
— Sì signore.
— Dio santo! quanto sta questo medico?... E si trattenne il Marchese?
— Pochi minuti.
— A che ora suol venire?
— Il medico? Alle nove; sono le otto e tre quarti...
— Di’.... e quando uscì dalla finestra?...
— Si buttò daccapo sul letto; mi chiamò, disse che si sentiva molto
male, ma non volle che chiamassi il dottore. Poi nella notte peggiorò
tanto e.... Creda, signor Mario, creda che peggiora di minuto in
minuto. Ieri sera qualche parola la diceva, e ora....
— Zitto! è sonato....
— No signore; oh! sto attento, non dubiti, e poi c’è Francesco di là in
sala....
— Sai per che motivo venisse il Marchese?
— No signore.
— Chi è il dottore?
— Una brava persona, un po’ rotto.... il dottor Ramelli.
— Ah!
— Lo conosce?
— Sì.... questa volta è sonato di certo.
— Sì signore.... questo è lui....
Stefano non s’ingannava; difatti di lì a poco il medico entrò nella
stanza.
Mario, che lo conosceva avendolo trovato qualche volta in casa della
contessa Alberici, gli si fece incontro come per interrogarlo; il
dottore non gli badò e senza pronunziare parola s’accostò al letto del
malato.
Dopo un po’ di tempo:
— Dunque? — domandò Mario con ansietà.
Il dottore gli fece cenno di seguirlo nella stanza contigua e:
— Caro signore, — disse, — che vuol che le dica? lo vede da sè: il
malato è gravissimo.
— Una polmonite?...
— Eh! magari fosse una polmonite soltanto; ma c’è congestione polmonare
e congestione cerebrale.
— Ma c’è speranza?...
— E congestione cerebrale — ripetè il dottore.
— Ha sentito da Stefano?....
— Sì, sì, cause occasionali e non bene accertate; la causa prima è
un disturbo di circolazione; la flussione del petto è avvenuta così
sollecitamente a cagione di una precedente alterazione del cuore. E
questo è confermato dalla complicanza della congestione cerebrale.
— Ma come? Alberto?....
— Ha un vizio cardiaco.
— Un vizio cardiaco?
— Eh! la diagnosi è facile; non c’è neanche da dire posso ingannarmi.
— Ma se non s’è mai lagnato di soffrire di cuore!
— Caro signore, non si sarà lagnato, ma il vizio c’è.
— Può darsi che qualche grave dolore.... qualche commozione violenta?...
— Tutto può darsi.
— Ma si può sperare?
— Io non posso dirle nè di sperare nè di disperare. Io ho fatto tutto
quello che sapevo e potevo. A ogni modo nel vedere quel disgraziato
uomo spossato, denutrito con un’alterazione al cuore grave, molto,
molto grave non mi sgomento dell’ora mi sgomento del poi. Più della
malattia temo le conseguenze.... A rivederla, tornerò a mezzogiorno. Se
mai ci fosse un peggioramento il cameriere sa dove trovarmi.
Partito il medico, Mario si sedè accanto al capezzale d’Alberto e
ripensò i fatti narratigli da Stefano; la visita di Guglielmo, che
era pur cosa da non meravigliare, lo aveva posto nel timore che
qualche cosa di serio fosse avvenuto tra lui ed Alberto; e soffriva,
riflettendo che forse egli, Mario, era causa involontaria di tanto
guaio. Per buona sorte il Marchese di Villareale venne a toglierlo da
quell’angustia, chiedendo con affettuosa premura notizie del Valmarana.
Mario stava dunque presso al letto, assorto in tali pensieri, quando
udì un rumore alla bussola. Stette un momento in orecchio e poichè il
rumore durava ed egli non sapeva raccapezzare da che fosse cagionato,
si alzò; in punta di piedi andò fino all’uscio e l’aprì.
E Reno entrò dando un lungo sguardo al padrone, come se volesse chieder
perdono di aver trasgredito gli ordini seguendolo a Firenze. Ma il
padrone non gli badò; gli era parso di udir de’ passi nel salotto e
aveva veduto mentre apriva la porta un’ombra dileguarsi; traversò il
salotto, entrò in un gabinetto e si trovò a faccia a faccia con la
contessa Alberici.
— Lei? — esclamò Mario.
— Io. Di che si meraviglia? Di trovarmi qui? Dovrebbe meravigliarsi
se non ci fossi. Da che ho saputo dal dottore lo stato del povero
Alberto, sono venuta e non mi sono più mossa. Egli non era in grado
di riconoscermi e potevo assisterlo senza che si adirasse della mia
presenza. Che le ha detto il medico?
— Nulla di buono.
— Oh! si salverà, Loveni, si salverà. Io lo sento; il cuore mi dice
di sperare. Non è vero che stia peggio di ieri sera. Stefano non lo
ha visto bene.... Non lo rimproveri Stefano; glielo ho inibito io di
dirle che ero qui.... perchè nonostante che le avessi fatto spedire
quel telegramma ieri sera, stamani m’è mancata la forza per venirle
incontro. Ho temuto di farle paura.
Udendo quelle parole Mario fissò gli occhi nel volto di Laura: faceva
paura difatti, tanto la sua fisonomia era sconvolta, tanto profonde
v’erano impresse le tracce della veglia, dell’angoscia, del pianto.
— Santa creatura! — disse Mario. — Presala per mano la condusse nella
camera di Alberto e ambedue si sederono silenziosi, l’uno ai piedi del
letto, l’altra presso al capezzale.
Reno andò ad accoccolarsi in un canto.
Per le imposte socchiuse penetrava un sottile raggio di luce e
il silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso e frequente
dell’ammalato.