Passato qualche giorno, sebbene Mario e Laura si spaventassero del
sonno quasi letargico dell’ammalato, il dottore annunziò che la
congestione cerebrale doveva tenersi vinta e predisse che, svegliandosi
dopo quel sonno morboso, Alberto avrebbe certamente riconosciuto chi
gli stava d’attorno e pronunziato a fatica qualche parola.
Partito il medico, anche Laura volle andarsene. Le molte preghiere di
Mario, i molti argomenti adoperati da lui per indurla a restare non
giovarono a nulla; Laura sapeva di non essere più nelle buone grazie
di Alberto, non voleva che vedendosela accanto si sdegnasse; ogni più
lieve commozione gli era dannosa: dunque partiva, pregando Mario di non
dire mai una parola all’amico intorno a ciò che era avvenuto, quando
egli giaceva inconsapevole in presentissimo pericolo di vita.
Mario, rimasto solo al capezzale del malato, vide avverarsi tutte le
previsioni del medico. Alberto sulla sera si destò; scôrto l’amico
fissò a lungo gli occhi su di lui, come per raccapezzare chi fosse;
riconosciutolo finalmente, sia che avesse dimenticato come e quando
s’erano lasciati, sia che gli piacesse farlo dimenticare, gli prese
la mano e gliela strinse. Volle parlare e non potè, ma mostrò con gli
atti e col guardo di intendere tutte le parole che l’altro gli disse, e
con gli atti e col guardo si studiò di rispondere alle domande che gli
furono rivolte.
Alla fine di quella settimana Alberto entrò nella convalescenza lunga e
penosa; superata la congestione polmonare e la cerebrale, rimaneva pur
sempre quel disturbo di circolazione che, al dire del dottor Ramelli,
era stato causa prima al precipitoso svolgimento e alla singolare
violenza della malattia. Era preso così spesso dall’affanno, che lo
stare giacente gli si faceva di giorno in giorno più intollerabile. Fu
dunque giocoforza adagiarlo sopra una poltrona.
E Mario stava seduto accanto a lui e si sforzava, per fargli meno
tristi le lunghe sere dell’inverno, di indurlo a parlare, a distrarsi.
Inutilmente: Alberto ascoltava, non rispondeva o rispondeva soltanto
con un sorriso pieno di malinconia. E la conversazione languiva perchè
di Clara, argomento favorito a’ discorsi di Alberto, Mario non voleva
parlare; nè Alberto avrebbe tollerato che gli si ragionasse di Laura,
argomento inesauribile alla eloquenza di Mario.
Alberto aveva bensì notato che ogni giorno, verso le due, Stefano
entrava in camera con un pretesto qualsiasi e subito Mario si alzava
ed usciva, nè tornava che dopo mezz’ora a ripigliare il suo posto.
Questo fatto semplicissimo, ripetendosi tutti i giorni e sempre all’ora
medesima, aveva destato nell’animo d’Alberto una sospettosa curiosità.
Gli pareva che la cosa non fosse liscia, che gli si nascondesse qualche
segreto e aveva fatto proposito di indagare che segreto fosse.
Una volta che s’era appisolato sopra la poltrona, svegliandosi non
trovò Mario presso di sè; guardò l’oriolo, era l’ora solita; tese
l’orecchio verso la porta che dava nel salotto e udì Mario che parlava;
con chi? Gli parve parlasse con una donna. S’alzò e a passi lenti,
appoggiandosi al bastone s’avviò piano piano verso la porta. Giuntovi,
si fermò per un momento, poi aprì l’uscio ad un tratto.
Seduti innanzi al camino stavano Mario e la Contessa Alberici.
Laura s’alzò, pallidissima, Mario rimase seduto senza neanche voltarsi.
Alberto, fermo sulla porta, volgeva intanto ora sulla Contessa ora sul
Loveni gli occhi attoniti, severi.
Fu l’affare d’un minuto; poi Mario, alzandosi, vôlto ad Alberto:
— Andiamo per le spiccie — disse. — La Contessa è venuta a chiedere
notizie della tua salute; ne aveva diritto perchè quando tu eri in
pericolo....
— Mario! — esclamò Laura.
— Mi lasci dire.... quando tu eri in pericolo di vita ha vegliato
giorno e notte insieme con me al tuo capezzale. Cogli dunque
l’occasione per ringraziarla e, giacchè ci sei, scusati di aver
prestato fede alle calunnie che ti dissero sul conto suo.
Ed uscì.
Gli altri due rimasti soli stettero un momento fermi, silenziosi. Poi
Laura si mosse verso Alberto e stesagli la mano:
— Addio — disse.
— A rivederci — replicò Alberto.
— No, addio.
— Come? Vuole che non ci vediamo più?
— No.
— Perchè?
— Importa dirlo il perchè? Non lo sa lei come lo so io? Oramai non
abbiamo più nulla da dirci. Possiamo restare amici a patto di vivere
lontani l’uno dall’altra. E resteremo, spero.
E gli stese la mano; Alberto la prese fra le sue.
— No, Contessa, non parta. Mi fa male pensare che io le costo anche
questo sacrifizio. Io debbo ringraziarla, debbo scusarmi con lei
che è la più nobile creatura ch’io abbia trovato nel mondo. Sono un
disgraziato, non merito forse l’affetto di nessuno, merito di certo la
pietà di tutti. Non mi dimentichi e mi compianga.
Laura fece per rispondere e non potè; si sentì serrata la gola;
raccolse le proprie forze e svincolandosi:
— Non la dimenticherò.... Addio. — E fuggì.
Quando Mario tornò, Alberto era stato ripreso dall’affanno più
frequente e più grave.