XXI.

Passato qualche giorno, sebbene Mario e Laura si spaventassero del

sonno quasi letargico dell’ammalato, il dottore annunziò che la

congestione cerebrale doveva tenersi vinta e predisse che, svegliandosi

dopo quel sonno morboso, Alberto avrebbe certamente riconosciuto chi

gli stava d’attorno e pronunziato a fatica qualche parola.

Partito il medico, anche Laura volle andarsene. Le molte preghiere di

Mario, i molti argomenti adoperati da lui per indurla a restare non

giovarono a nulla; Laura sapeva di non essere più nelle buone grazie

di Alberto, non voleva che vedendosela accanto si sdegnasse; ogni più

lieve commozione gli era dannosa: dunque partiva, pregando Mario di non

dire mai una parola all’amico intorno a ciò che era avvenuto, quando

egli giaceva inconsapevole in presentissimo pericolo di vita.

Mario, rimasto solo al capezzale del malato, vide avverarsi tutte le

previsioni del medico. Alberto sulla sera si destò; scôrto l’amico

fissò a lungo gli occhi su di lui, come per raccapezzare chi fosse;

riconosciutolo finalmente, sia che avesse dimenticato come e quando

s’erano lasciati, sia che gli piacesse farlo dimenticare, gli prese

la mano e gliela strinse. Volle parlare e non potè, ma mostrò con gli

atti e col guardo di intendere tutte le parole che l’altro gli disse, e

con gli atti e col guardo si studiò di rispondere alle domande che gli

furono rivolte.

Alla fine di quella settimana Alberto entrò nella convalescenza lunga e

penosa; superata la congestione polmonare e la cerebrale, rimaneva pur

sempre quel disturbo di circolazione che, al dire del dottor Ramelli,

era stato causa prima al precipitoso svolgimento e alla singolare

violenza della malattia. Era preso così spesso dall’affanno, che lo

stare giacente gli si faceva di giorno in giorno più intollerabile. Fu

dunque giocoforza adagiarlo sopra una poltrona.

E Mario stava seduto accanto a lui e si sforzava, per fargli meno

tristi le lunghe sere dell’inverno, di indurlo a parlare, a distrarsi.

Inutilmente: Alberto ascoltava, non rispondeva o rispondeva soltanto

con un sorriso pieno di malinconia. E la conversazione languiva perchè

di Clara, argomento favorito a’ discorsi di Alberto, Mario non voleva

parlare; nè Alberto avrebbe tollerato che gli si ragionasse di Laura,

argomento inesauribile alla eloquenza di Mario.

Alberto aveva bensì notato che ogni giorno, verso le due, Stefano

entrava in camera con un pretesto qualsiasi e subito Mario si alzava

ed usciva, nè tornava che dopo mezz’ora a ripigliare il suo posto.

Questo fatto semplicissimo, ripetendosi tutti i giorni e sempre all’ora

medesima, aveva destato nell’animo d’Alberto una sospettosa curiosità.

Gli pareva che la cosa non fosse liscia, che gli si nascondesse qualche

segreto e aveva fatto proposito di indagare che segreto fosse.

Una volta che s’era appisolato sopra la poltrona, svegliandosi non

trovò Mario presso di sè; guardò l’oriolo, era l’ora solita; tese

l’orecchio verso la porta che dava nel salotto e udì Mario che parlava;

con chi? Gli parve parlasse con una donna. S’alzò e a passi lenti,

appoggiandosi al bastone s’avviò piano piano verso la porta. Giuntovi,

si fermò per un momento, poi aprì l’uscio ad un tratto.

Seduti innanzi al camino stavano Mario e la Contessa Alberici.

Laura s’alzò, pallidissima, Mario rimase seduto senza neanche voltarsi.

Alberto, fermo sulla porta, volgeva intanto ora sulla Contessa ora sul

Loveni gli occhi attoniti, severi.

Fu l’affare d’un minuto; poi Mario, alzandosi, vôlto ad Alberto:

— Andiamo per le spiccie — disse. — La Contessa è venuta a chiedere

notizie della tua salute; ne aveva diritto perchè quando tu eri in

pericolo....

— Mario! — esclamò Laura.

— Mi lasci dire.... quando tu eri in pericolo di vita ha vegliato

giorno e notte insieme con me al tuo capezzale. Cogli dunque

l’occasione per ringraziarla e, giacchè ci sei, scusati di aver

prestato fede alle calunnie che ti dissero sul conto suo.

Ed uscì.

Gli altri due rimasti soli stettero un momento fermi, silenziosi. Poi

Laura si mosse verso Alberto e stesagli la mano:

— Addio — disse.

— A rivederci — replicò Alberto.

— No, addio.

— Come? Vuole che non ci vediamo più?

— No.

— Perchè?

— Importa dirlo il perchè? Non lo sa lei come lo so io? Oramai non

abbiamo più nulla da dirci. Possiamo restare amici a patto di vivere

lontani l’uno dall’altra. E resteremo, spero.

E gli stese la mano; Alberto la prese fra le sue.

— No, Contessa, non parta. Mi fa male pensare che io le costo anche

questo sacrifizio. Io debbo ringraziarla, debbo scusarmi con lei

che è la più nobile creatura ch’io abbia trovato nel mondo. Sono un

disgraziato, non merito forse l’affetto di nessuno, merito di certo la

pietà di tutti. Non mi dimentichi e mi compianga.

Laura fece per rispondere e non potè; si sentì serrata la gola;

raccolse le proprie forze e svincolandosi:

— Non la dimenticherò.... Addio. — E fuggì.

Quando Mario tornò, Alberto era stato ripreso dall’affanno più

frequente e più grave.

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