Al tempo nel quale avvennero questi fatti, Firenze era sede del governo
e del parlamento; vi calavano da ogni provincia d’Italia cittadini di
ogni ceto; artisti e banchieri, scienziati e marchesi, giornalisti e
magistrati, uomini gravi e donne leggere. In qualche ora della sera i
vecchi fiorentini avvezzi alla quiete della loro città, nel vedere quel
movimento, quel viavai di gente diversa sognavano di essere trasportati
per non so quale incantesimo a Londra o a Vienna. Via de’ Tornabuoni,
nel suo piccolo, ricordava lo _Strand_ o il corso di Porta Carintia.
Gente alle Cascine, al Viale dei Colli, al Tivoli, dappertutto. Non si
entrava nel Caffè di Parigi senza intoppare una ventina di ministri
tra passati e presenti; di ministri futuri poi, uno per cantonata.
La sera alla Pergola, come sempre, mostra di donne belle, di donne
che passavano per belle e di donne belle che passavano; convegni
di diplomatici, e ritrovi di amanti; pettegolezzi sul vestito della
signora Tale e dispute sull’ordine del giorno del deputato Talaltro.
V’era come un’imagine della Firenze di tutte l’età. Il popolino,
Firenze de’ Ciompi, bestemmiava alla porta; la signoria, Firenze
de’ Medici, si pavoneggiava ne’ palchi; i vecchi borghesi, Firenze
lorenese, sonnecchiavano ne’ posti distinti.
Ma in un dato momento, quasi tutti li spettatori, per diversi che
fossero d’indole, d’età, di consuetudini, discorrevano della medesima
persona, della marchesa Clara di Villareale.
Quando la Marchesa si mostrava dal suo palco di seconda fila, tutti gli
occhi si volgevano verso di lei; perchè non soltanto era stupendamente
bella nel volto e nella persona, squisitamente elegante nelle vesti e
negli atti, ma sapeva anche il segreto di mostrarsi ogni sera bella ed
elegante in aspetto diverso. La si poteva guardare ogni sera, sicuri
di trovare in lei qualcosa di nuovo; come si possono leggere i versi di
un grande poeta cento e cento volte, sicuri di scoprirvi sempre qualche
bellezza riposta, dapprima non scorta o non pregiata abbastanza.
Il bisbiglio ond’era salutato l’arrivo di lei fu, in una sera del
novembre 186.., più lungo del solito; perchè la Marchesa era stata otto
mesi lontana da Firenze, e la gente si rallegrò nel rivederla anche più
bella di quando era partita.
Claudio Piccardi stava in un palco dirimpetto col Conte Olivares. Il
ballo era incominciato; il Conte coi cannocchiali fissi verso la scena
guardava le forme rachitiche e la pelle variopinta delle alunne di
Tersicore, quando Claudio gli dette nel braccio, e:
— Avete visto chi c’è? La Marchesa.
— La Marchesa! — esclamò il Conte; e si volse verso il palco
Villareale; poi, dopo una breve pausa, continuò:
— Ah! come rimpiango i tempi del feudalismo!
— Che vorreste fare?
— Obbligarla a star chiusa in casa, o confinarla in un castello
solitario in mezzo alla campagna, che non potesse più vederla nessuno.
Dicono che bisogna pensare alla salute dell’anima: sta bene, ma
bisognerebbe anche che Satana fosse un po’ più discreto e certe
tentazioni supreme ce le risparmiasse!
— A proposito.... e gli amori di Alberto? — domandò sorridendo il
Piccardi.
— Voi siete padrone di ridere quanto volete; ma fino a prova in
contrario, io credo che qualche cosa tra la Marchesa e il Valmarana ci
sia; a che punto abbiano condotto il romanzo non so; ma questo è certo:
ch’io l’ho visto a Livorno il signor Alberto, e prima e dopo l’arrivo
della Marchesa. L’ho visto, l’ho osservato....
— E avete conchiuso...?
— E ho conchiuso che il Valmarana è innamorato della Marchesa, come io
ebbi l’onore di dirvi otto o nove mesi fa. Aggiungo che secondo me non
è innamorato solo. Ridete, quanto vi piace; è innamorato della Marchesa
di Villareale....
— E non della contessa Alberici? — domandò Claudio sorridendo.
— Di questo non mi faccio garante. Una cosa non guasta l’altra. Io sono
di manica larga e credo che si possa essere innamorati di due donne nel
medesimo tempo.
. . . . . . .
Mentre tutti guardavano Clara, Clara, pareva attentissima a quanto si
faceva sul palco scenico. “Pareva„ perchè in realtà se i cannocchiali
erano vôlti verso la scena, gli occhi guardavano furtivamente altrove.
Entrata nel palco, aveva scorto in platea appoggiato alla soglia della
porta Alberto; e non le era parso l’Alberto di altri tempi che soleva
salutarla ogni volta che la vedeva d’un guardo lungo e passionato.
Quella sera aveva gli occhi infossati; e nel viso, ove per solito
sorrideva malinconicamente l’affetto, la Marchesa lesse lo sprezzo, il
sarcasmo, lo sdegno.
Lo vide uscire dalla platea e sperò per un momento che se ne andasse
dal teatro; poi ripensando che ella non lo aveva mai veduto con
quell’aspetto, conchiuse esserci qualche cosa di nuovo per l’aria, o
bisognare armarsi di tutto punto; se Alberto si fosse chiarito nemico,
sgomentarlo con l’audacia sin dalle prime avvisaglie.
Di lì a poco infatti Alberto entrò nel palco Villareale; v’erano il
Piccardi, il Ferreri e Guglielmo rincantucciato in un angolo.