XVII.

Quando Alberto entrò nel palco Villareale, Claudio Piccardi dichiarava

al solito una delle sue tante teorie. Faceva la storia del ballo

discorrendo della Cerrito, dell’Essler che gli erano note soltanto per

i discorsi de’ più vecchi di lui; dipingeva la danza delle Almèe come

se avesse visto l’Egitto, quella degli Assiaoua quasi fosse stato ad

Algeri.

— A sentirti, — esclamò Alfredo Ferreri quando Claudio ebbe finito,

— e’ parrebbe che tu fossi un Vestris o un Saint-Léon; e dire che,

nonostante tutta la tua erudizione, balli tanto male!

— Difatti non mi occupo che della teoria; in pratica detesto il ballo e

più anche le ballerine.

— Non ne dica male via, Piccardi — soggiunse la Marchesa, la quale

aveva una gran smania di dir qualcosa per togliersi allo sguardo fisso,

penetrante di Alberto, che s’era seduto di rimpetto a lei. — Povere

donne! che brutto mestiere il loro! Che si fa celia? Tutte le sere il

solito sorrisetto, le solite moine anche quando non ne hanno voglia.

Deve essere una vita d’inferno!

— E poi quella benedetta nomèa, — aggiunse il Ferreri. — Perchè insomma

una ballerina potrebbe essere una santa, per il mondo è sempre una

ballerina.

— Una delle solite ingiustizie — mormorò Alberto.

— Sarà un’ingiustizia — replicò il Piccardi — felicissimo di poter

far mostra un’altra volta della sua facile erudizione. Fatto sta che

in Francia, fino al 1681, le dame di corte salivano sulla scena e

ballavano, perchè era proibito alle donne di prender parte ai balli ne’

teatri pubblici; da quando furono inventate le ballerine, le signore

non vollero ballare più neanche sul teatro di Corte.

— Bravo — riprese Alberto — per spiegare una ingiustizia tu mi citi

un’ipocrisia — Vorrei un po’ che tu mi dicessi perchè una ballerina

che si mostra a duemila persone dal palco scenico debba essere più

svergognata di una duchessa che si mostra a tre o quattro uomini

successivamente nello stesso giorno nella camera propria fra i ritratti

degli antenati e magari nell’archivio di famiglia. Qualche volta le

ballerine salgono e le duchesse scendono.

— Lasciamo andare, — interruppe il Piccardi desideroso di troncare

quel discorso che gli pareva Alberto spingesse innanzi un po’ troppo. —

Lasciamo andare; ti dimostrerò più tardi che c’è una bella differenza.

Ma l’altro insistè:

— Sì, differenza di amanti giovani o vecchi, ricchi o poveri, biondi...

o bruni; poi signore e ballerine valgono tutte lo stesso.

La ostinazione d’Alberto, il discorso suo parvero insensati a tutti

tranne a Clara che dalle allusioni e dai doppi sensi intese il movente

di quel contegno. Non si sgomentò; e fredda, altera, fissando gli

occhi, quasi minacciosi, in quelli del Valmarana.

— La prego di credere, — disse, — che vi sono delle eccezioni.

— Alle signore non si contradice, — replicò secco Alberto.

La Marchesa lo squadrò e tacque; parve lo volesse fulminare col

disprezzo. Guglielmo intanto s’era alzato dal suo cantuccio ed era

venuto sul davanti del palco.

Succedè una pausa breve che parve lunghissima, perchè tutti cercavano

un argomento per ripigliare la conversazione.

Alla fine il Piccardi:

— Mi pare che quest’anno il corpo di ballo non si distingua per la

venustà delle forme.

— C’è la Molucchi che è una bella ragazza, — disse il Ferreri.

— Qual’è? — domandò Guglielmo.

— Quella bionda nel secondo grappo.... Aspetta.... Ecco... guarda la

seconda a sinistra.

— Eh! sì, è molto bellina.

— Un mostro! — esclamò Alberto.

E Guglielmo:

— Valmarana, tu sei di cattivo umore da un pezzo in qua e stasera

anche più del solito: quando si hanno i nervi non si va per il mondo a

seccare la gente coi paradossi e con lo spirito di contradizione.

— C’è della gente che non tollera i paradossi,-rispose Alberto — ce n’è

di quella che non tollera le lezioni.

E, salutata a mala pena la Marchesa, uscì.

Sul tardi, all’uscire dal teatro, la gente parlava di un alterco nato

fra il Valmarana e il Villareale, di una sfida corsa e di una ballerina

che era la cagione di sì brutta contesa.

Inutile dire che in tutti que’ discorsi non c’era l’ombra della verità;

ma quella sera tutto le mamme fecero presso a poco alle figliole questo

discorso:

— Figliole mie, pensateci bene prima di pigliare marito. Lo vedete! non

basta esser buone, pazienti, virtuose come la povera Clara: quando ci

s’imbatte in uno di questi uominacci perfidi come il Marchese, che ci

pospongono alle ballerine, non si hanno altro che dispiaceri.

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