Alberto tornato a Firenze seguitò a vivere da solitario; di Laura non
cercò e non ne seppe più nulla. A Mario scrisse molte volte e ognuna di
quelle lettere lo dimostrava più che mai innamorato di Clara, più che
mai cullato nei soliti inganni.
Sul finire dell’ottobre Mario capitò inaspettato a Firenze una mattina
di bonissima ora; con studiata noncuranza, chiese ad Alberto come mai
piuttosto che scrivergli così spesso non andasse da lui a Campomoro;
che ci faceva Firenze? D’ottobre non c’è nessuno.
— Vieni stamani con me; passeremo una bella giornata in collina; se ti
piace di restare resterai, se no, domattina potrai tornare a Firenze.
Alberto non se lo fece dire due volte; subito partì in carrozza con
Mario, il quale lo ringraziò ripetutamente, fingendo di credere che
l’amico si movesse pel solo desiderio di far cosa grata a lui.
Per un certo tempo chiacchierarono, ma quando dall’ampia vallata si
scorsero le colline che sovrastano a Campomoro e tra le vigne e gli
oliveti si disegnò allo sguardo di Alberto la villa di Clara, tacque;
chinò la testa sul petto come se la curvasse sotto il peso delle
memorie.
Quante cose erano mutate dalla sera beata e funesta in cui là, tra
quelle mura, egli reclinava la fronte sulla spalla di Clara! La villa
stessa aveva mutato d’aspetto; v’erano stati fatti molti restauri,
altri se ne compievano e se ne preparavano tuttavia.
La villa era esposta a mezzogiorno, e dava in un ampio prato; di
là dal prato il giardino all’uso inglese; traversava il giardino
lo stradone tortuoso, cui fiancheggiavano da cima a fondo antichi
cipressi, cioè dal prato di prospetto alla villa sino al cancello che
metteva nella via provinciale. Dietro alla villa selve d’olivi. Ai
lati estremi della casa le camere dei coniugi Villareale; quella della
Marchesa nell’angolo tra mezzogiorno e levante. Da codesta camera per
una scaletta segreta si scendeva a terreno nell’archivio; accanto
all’archivio la cappella colla facciata a levante; e presso alla
cappella lo stanzone dogli agrumi che aveva l’uscita sull’oliveto. Il
signor Bruni dalla metà di luglio a’ primi di settembre aveva lavorato
quanto più poteva e condotto a termine alcuni dei restauri desiderati
dalla Marchesa; ma l’archivio e lo stanzone degli agrumi erano
sossopra; così la cappella intorno alla quale i muratori lavoravano
ancora; di fatti era spoglia di ogni arredo sacro, le avevano tolto
uscio ed imposte; e un assito tenuto ritto da due stanghe orizzontali,
le cui estremità erano ficcate nel muro, chiudeva il vano della porta,
la quale dalla cappella metteva nelle stanze dell’archivio.
I due amici saliti fino sull’estrema vetta del colle passarono lassù
nella silenziosa ombrìa di una gran selva di pini quella breve giornata
d’autunno.
La sera dopo il pranzo Mario propose d’uscire; e poichè Alberto gli
domandò dove volesse andare a quell’ora:
— In casa Villareale — rispose. — Mi pare che essendo qui, tu abbia il
dovere di far una visita a Guglielmo... e... agli altri.
Alberto sorrise e presa la mano all’amico gliela strinse come per
ringraziarlo.
Mario aveva ragione; difatti andando verso la villa s’imbatterono nel
Marchese, il quale istrutto della presenza di Alberto girava in traccia
di lui. Si lagnò Guglielmo; e più la Marchesa, e più apertamente
perchè non erano andati a pranzo da lei; disse che la colpa era
grave e che una visitina fatta così a sera inoltrata non le pareva
pena sufficiente. Per gastigarli dunque voleva che Mario ed Alberto
pranzassero in casa sua il giorno dopo. Mario addusse non so quale
scusa per rifiutarsi all’invito, e anche Alberto, così per non parere,
si preparava a fare altrettanto; ma Guglielmo:
— Oh! per te poi — disse — non ci sono scuse. Mario sta qui e verrà da
noi invece di domani un altro giorno. In questa settimana veh! perchè
dopo torniamo a Firenze; ma tu te ne vai, ti vogliamo dunque con noi
domani. Che diavolo! non ti si vede da un secolo! che cos’è successo?
Una delle due: o per imitare Mario ti sei buttato a fare l’anacoreta
anche tu, o è vera la notizia che correva a Livorno e tu prendi moglie.
Alberto fece una spallata, la Marchesa sorrise, gli occhi di Mario
fiammeggiarono di sdegno.
D’uno in un altro argomento vennero a parlare della caccia; e Mario fu
pregato dal Marchese a passare nel gabinetto ove quegli teneva le armi
e a dire la sua intorno ad un fucile arrivato allora da Londra. Appena
Mario e Guglielmo furono usciti dalla stanza, Alberto corse verso
Clara, e sedendosi sul sofà accanto a lei:
— Oh! Clara, Clara, dimmi, per carità, che mi vuoi bene ancora.
— Alberto mio — rispose Clara passando la sua mano bianca e affilata
nei capelli di lui — c’è proprio bisogno che te lo dica? Ho sperato
dimenticarti, non ho potuto. Che importa? rispettiamo la nostra
promessa; viviamo l’uno lontano dall’altra; non ti basta di sapere che
ti voglio bene? A fingere, a simulare non ci son buona e alle paure,
ai rimorsi d’una volta non voglio tornarci più. Ti-vo-glio-be-ne. Sei
contento? Lo spero; e spero anche che sia l’ultima volta che mi fai
cotesta domanda; d’ora in poi non ti risponderò più.
Quando il Marchese rientrò nella stanza con Mario, Alberto si licenziò.
Voleva conservare immacolata la impressione dolcissima avuta per le
parole di Clara; non aveva nè forza di parlare, nè voglia di ascoltare.
Prima che partisse, il Marchese gli fece promettere di andare a pranzo
da lui il giorno dopo. E Alberto accettò.
Mario e Alberto uscirono insieme e s’avviarono per lo stradone
preceduti da un servitore, che aprì loro il cancello. Il cielo era
minaccioso; la luna splendeva nel cielo, ma neri nuvoloni rincorrendosi
la coprivano di tratto in tratto; lo scirocco sbatacchiava i lauri e
piegava le vette ai cipressi del giardino. Quando il servitore si fu
allontanato, Mario si volse ad Alberto e gli domandò:
— Dunque?
— Non s’è mai scordata di me; ma è la moglie d’un altro. Le paure, i
rimorsi....
Alberto non potè vedere la fisonomia di Mario; udì uno scroscio di risa
e rabbrividì.
— Perchè ridi a cotesto modo?...
Mario non rispose; e invece di prendere la strada che menava a casa sua
girò lungo il muro della villa dirigendosi verso l’oliveto col quale
essa confinava dal lato di settentrione.
— Dove andiamo? — domandò Alberto.
Mario continuò silenzioso a camminare; e Alberto, fatto oramai
silenzioso del pari, lo seguì. Quando furono giunti presso al cancello
che metteva nello stanzone degli agrumi, Mario vi s’accostò; il
cancello era socchiuso. Mario si volse all’amico, e:
— Hai coraggio?
— Perchè...?
— Rispondimi.
— Sicuro.
— E prudenza?
— Oh! insomma spiegati....
— Promettimi che avrai prudenza, che qualunque cosa tu vegga, qualunque
parola tu ascolti, saprai contenerti. Promettimelo, perchè un atto,
un sospiro potrebbero avere molto tristi conseguenze per te; me lo
prometti?
— Te lo prometto.
— Dunque va’; traversa lo stanzone, entra nella cappella. Guarda e
giudica. T’ingannano.
— Mario!
— T’ingannano. Non stiamo a discutere. Va’ e vedi.
E partì.
Alberto, rimasto solo, si guardò intorno, come per accertarsi che non
usciva da un bruttissimo sogno. Le parole di Clara un quarto d’ora
innanzi gli avevano empiuta l’anima di queta dolcezza; quelle di Mario
vi gettavano invece una paurosa curiosità, un vago sgomento. Stette
per tornare sui propri passi, poi fece cuore, e dopo aver traversato lo
stanzone entrò nella cappella.
Era deserta; Alberto dette un gran respiro; sperò di cogliere in fallo
l’amico; meglio negar fede a lui che a Clara. A un tratto, orecchiando,
gli parve udire un bisbiglio nelle stanze dell’archivio, separate dalla
cappella per un intavolato posticcio. S’accostò; a poco a poco in quel
sussurrare diverso riconobbe lo voci di Clara e del Bruni.
Sebbene non gli fosse dato intendere le parole loro, desiderò che
tacessero; e quando tacquero per un minuto, spasimò di quel silenzio
che a lui parve d’un secolo. Rifiutò anche una volta l’occhio alla
verità; gli piacque di abbandonarsi ad un ultimo inganno e suppose che
nonostante l’ora ed il luogo non fosse in quel convegno colpa veruna.
Appoggiando la mano all’impalancato si trovò sotto le dita una fessura
e vi posò risolutamente gli occhi; ma in quel punto la luna era coperta
dai nuvoli e la stanza involta nella più cupa oscurità. I rumori
uditi dapprima giungevano bensì a lui più distinti; col suono fioco
di un respiro affannoso si univa quello di uno scricchiolìo monotono e
sottile. Fece per moversi e non potè.... a poco a poco il raggio della
luna piovendo dall’alta finestra rischiarò il pavimento e Alberto vide
il piede breve, elegante di una donna sovrapposto ad un altro piede
più largo: il piede d’un uomo.... A un po’ per volta la luce salì e si
diffuse. Alberto scôrse sul canapè dell’archivio una massa della quale
non potò determinare i contorni; ma dalla spalliera pendeva riversa,
inanimata, quasi cadaverica la bella testa di Clara.
Sentì una corrente calda salirgli dai piedi alla testa; gli occhi gli
si velarono, non udì, non vide più nulla; uscì sorreggendosi a mala
pena dalla cappella e arrivato verso la metà dello stanzone alle cui
pareti s’appoggiava con la mano, gli vennero meno le forze e cadde
tramortito per terra.
Si riebbe un po’ prima dell’alba; al rumore di passi frettolosi aprì
gli occhi e riconobbe il Bruni che si allontanava.
Fece per uscire; Michele, partendo, aveva chiuso il cancello dietro
a sè; Alberto dovè, stremo di forze com’era, scavalcarlo; si ferì in
quell’ascensione una mano, ma non sentì il dolore della ferita; troppo
più dolorosa era quella che gli s’era aperta nel cuore.
Trovò Mario che passeggiava innanzi alla casa. Questi gli si fece
incontro e stava per parlare, quando Alberto:
— Hai detto il vero — esclamò. — Ma io non te lo aveva chiesto: dicendo
il falso avresti meritato d’essere ucciso; dicendo il vero uccidi me.
Addio.
E si avviò verso la strada.
Mario rimase come intontito e non ebbe forza di dire in quel subito una
parola; soltanto quando vide l’amico allontanarsi,
— Alberto! — gridò.
L’altro non si voltò neppure.
Mentre Alberto partiva cupo e silenzioso senza sapere nè dove andasse,
nè che facesse, una contadina dall’alto di un olmo cantava:
Fiorin d’argento,
E per amarvi voi ho pianto tanto,
Povero pianto mio gettato al vento!