XV.

Alberto tornato a Firenze seguitò a vivere da solitario; di Laura non

cercò e non ne seppe più nulla. A Mario scrisse molte volte e ognuna di

quelle lettere lo dimostrava più che mai innamorato di Clara, più che

mai cullato nei soliti inganni.

Sul finire dell’ottobre Mario capitò inaspettato a Firenze una mattina

di bonissima ora; con studiata noncuranza, chiese ad Alberto come mai

piuttosto che scrivergli così spesso non andasse da lui a Campomoro;

che ci faceva Firenze? D’ottobre non c’è nessuno.

— Vieni stamani con me; passeremo una bella giornata in collina; se ti

piace di restare resterai, se no, domattina potrai tornare a Firenze.

Alberto non se lo fece dire due volte; subito partì in carrozza con

Mario, il quale lo ringraziò ripetutamente, fingendo di credere che

l’amico si movesse pel solo desiderio di far cosa grata a lui.

Per un certo tempo chiacchierarono, ma quando dall’ampia vallata si

scorsero le colline che sovrastano a Campomoro e tra le vigne e gli

oliveti si disegnò allo sguardo di Alberto la villa di Clara, tacque;

chinò la testa sul petto come se la curvasse sotto il peso delle

memorie.

Quante cose erano mutate dalla sera beata e funesta in cui là, tra

quelle mura, egli reclinava la fronte sulla spalla di Clara! La villa

stessa aveva mutato d’aspetto; v’erano stati fatti molti restauri,

altri se ne compievano e se ne preparavano tuttavia.

La villa era esposta a mezzogiorno, e dava in un ampio prato; di

là dal prato il giardino all’uso inglese; traversava il giardino

lo stradone tortuoso, cui fiancheggiavano da cima a fondo antichi

cipressi, cioè dal prato di prospetto alla villa sino al cancello che

metteva nella via provinciale. Dietro alla villa selve d’olivi. Ai

lati estremi della casa le camere dei coniugi Villareale; quella della

Marchesa nell’angolo tra mezzogiorno e levante. Da codesta camera per

una scaletta segreta si scendeva a terreno nell’archivio; accanto

all’archivio la cappella colla facciata a levante; e presso alla

cappella lo stanzone dogli agrumi che aveva l’uscita sull’oliveto. Il

signor Bruni dalla metà di luglio a’ primi di settembre aveva lavorato

quanto più poteva e condotto a termine alcuni dei restauri desiderati

dalla Marchesa; ma l’archivio e lo stanzone degli agrumi erano

sossopra; così la cappella intorno alla quale i muratori lavoravano

ancora; di fatti era spoglia di ogni arredo sacro, le avevano tolto

uscio ed imposte; e un assito tenuto ritto da due stanghe orizzontali,

le cui estremità erano ficcate nel muro, chiudeva il vano della porta,

la quale dalla cappella metteva nelle stanze dell’archivio.

I due amici saliti fino sull’estrema vetta del colle passarono lassù

nella silenziosa ombrìa di una gran selva di pini quella breve giornata

d’autunno.

La sera dopo il pranzo Mario propose d’uscire; e poichè Alberto gli

domandò dove volesse andare a quell’ora:

— In casa Villareale — rispose. — Mi pare che essendo qui, tu abbia il

dovere di far una visita a Guglielmo... e... agli altri.

Alberto sorrise e presa la mano all’amico gliela strinse come per

ringraziarlo.

Mario aveva ragione; difatti andando verso la villa s’imbatterono nel

Marchese, il quale istrutto della presenza di Alberto girava in traccia

di lui. Si lagnò Guglielmo; e più la Marchesa, e più apertamente

perchè non erano andati a pranzo da lei; disse che la colpa era

grave e che una visitina fatta così a sera inoltrata non le pareva

pena sufficiente. Per gastigarli dunque voleva che Mario ed Alberto

pranzassero in casa sua il giorno dopo. Mario addusse non so quale

scusa per rifiutarsi all’invito, e anche Alberto, così per non parere,

si preparava a fare altrettanto; ma Guglielmo:

— Oh! per te poi — disse — non ci sono scuse. Mario sta qui e verrà da

noi invece di domani un altro giorno. In questa settimana veh! perchè

dopo torniamo a Firenze; ma tu te ne vai, ti vogliamo dunque con noi

domani. Che diavolo! non ti si vede da un secolo! che cos’è successo?

Una delle due: o per imitare Mario ti sei buttato a fare l’anacoreta

anche tu, o è vera la notizia che correva a Livorno e tu prendi moglie.

Alberto fece una spallata, la Marchesa sorrise, gli occhi di Mario

fiammeggiarono di sdegno.

D’uno in un altro argomento vennero a parlare della caccia; e Mario fu

pregato dal Marchese a passare nel gabinetto ove quegli teneva le armi

e a dire la sua intorno ad un fucile arrivato allora da Londra. Appena

Mario e Guglielmo furono usciti dalla stanza, Alberto corse verso

Clara, e sedendosi sul sofà accanto a lei:

— Oh! Clara, Clara, dimmi, per carità, che mi vuoi bene ancora.

— Alberto mio — rispose Clara passando la sua mano bianca e affilata

nei capelli di lui — c’è proprio bisogno che te lo dica? Ho sperato

dimenticarti, non ho potuto. Che importa? rispettiamo la nostra

promessa; viviamo l’uno lontano dall’altra; non ti basta di sapere che

ti voglio bene? A fingere, a simulare non ci son buona e alle paure,

ai rimorsi d’una volta non voglio tornarci più. Ti-vo-glio-be-ne. Sei

contento? Lo spero; e spero anche che sia l’ultima volta che mi fai

cotesta domanda; d’ora in poi non ti risponderò più.

Quando il Marchese rientrò nella stanza con Mario, Alberto si licenziò.

Voleva conservare immacolata la impressione dolcissima avuta per le

parole di Clara; non aveva nè forza di parlare, nè voglia di ascoltare.

Prima che partisse, il Marchese gli fece promettere di andare a pranzo

da lui il giorno dopo. E Alberto accettò.

Mario e Alberto uscirono insieme e s’avviarono per lo stradone

preceduti da un servitore, che aprì loro il cancello. Il cielo era

minaccioso; la luna splendeva nel cielo, ma neri nuvoloni rincorrendosi

la coprivano di tratto in tratto; lo scirocco sbatacchiava i lauri e

piegava le vette ai cipressi del giardino. Quando il servitore si fu

allontanato, Mario si volse ad Alberto e gli domandò:

— Dunque?

— Non s’è mai scordata di me; ma è la moglie d’un altro. Le paure, i

rimorsi....

Alberto non potè vedere la fisonomia di Mario; udì uno scroscio di risa

e rabbrividì.

— Perchè ridi a cotesto modo?...

Mario non rispose; e invece di prendere la strada che menava a casa sua

girò lungo il muro della villa dirigendosi verso l’oliveto col quale

essa confinava dal lato di settentrione.

— Dove andiamo? — domandò Alberto.

Mario continuò silenzioso a camminare; e Alberto, fatto oramai

silenzioso del pari, lo seguì. Quando furono giunti presso al cancello

che metteva nello stanzone degli agrumi, Mario vi s’accostò; il

cancello era socchiuso. Mario si volse all’amico, e:

— Hai coraggio?

— Perchè...?

— Rispondimi.

— Sicuro.

— E prudenza?

— Oh! insomma spiegati....

— Promettimi che avrai prudenza, che qualunque cosa tu vegga, qualunque

parola tu ascolti, saprai contenerti. Promettimelo, perchè un atto,

un sospiro potrebbero avere molto tristi conseguenze per te; me lo

prometti?

— Te lo prometto.

— Dunque va’; traversa lo stanzone, entra nella cappella. Guarda e

giudica. T’ingannano.

— Mario!

— T’ingannano. Non stiamo a discutere. Va’ e vedi.

E partì.

Alberto, rimasto solo, si guardò intorno, come per accertarsi che non

usciva da un bruttissimo sogno. Le parole di Clara un quarto d’ora

innanzi gli avevano empiuta l’anima di queta dolcezza; quelle di Mario

vi gettavano invece una paurosa curiosità, un vago sgomento. Stette

per tornare sui propri passi, poi fece cuore, e dopo aver traversato lo

stanzone entrò nella cappella.

Era deserta; Alberto dette un gran respiro; sperò di cogliere in fallo

l’amico; meglio negar fede a lui che a Clara. A un tratto, orecchiando,

gli parve udire un bisbiglio nelle stanze dell’archivio, separate dalla

cappella per un intavolato posticcio. S’accostò; a poco a poco in quel

sussurrare diverso riconobbe lo voci di Clara e del Bruni.

Sebbene non gli fosse dato intendere le parole loro, desiderò che

tacessero; e quando tacquero per un minuto, spasimò di quel silenzio

che a lui parve d’un secolo. Rifiutò anche una volta l’occhio alla

verità; gli piacque di abbandonarsi ad un ultimo inganno e suppose che

nonostante l’ora ed il luogo non fosse in quel convegno colpa veruna.

Appoggiando la mano all’impalancato si trovò sotto le dita una fessura

e vi posò risolutamente gli occhi; ma in quel punto la luna era coperta

dai nuvoli e la stanza involta nella più cupa oscurità. I rumori

uditi dapprima giungevano bensì a lui più distinti; col suono fioco

di un respiro affannoso si univa quello di uno scricchiolìo monotono e

sottile. Fece per moversi e non potè.... a poco a poco il raggio della

luna piovendo dall’alta finestra rischiarò il pavimento e Alberto vide

il piede breve, elegante di una donna sovrapposto ad un altro piede

più largo: il piede d’un uomo.... A un po’ per volta la luce salì e si

diffuse. Alberto scôrse sul canapè dell’archivio una massa della quale

non potò determinare i contorni; ma dalla spalliera pendeva riversa,

inanimata, quasi cadaverica la bella testa di Clara.

Sentì una corrente calda salirgli dai piedi alla testa; gli occhi gli

si velarono, non udì, non vide più nulla; uscì sorreggendosi a mala

pena dalla cappella e arrivato verso la metà dello stanzone alle cui

pareti s’appoggiava con la mano, gli vennero meno le forze e cadde

tramortito per terra.

Si riebbe un po’ prima dell’alba; al rumore di passi frettolosi aprì

gli occhi e riconobbe il Bruni che si allontanava.

Fece per uscire; Michele, partendo, aveva chiuso il cancello dietro

a sè; Alberto dovè, stremo di forze com’era, scavalcarlo; si ferì in

quell’ascensione una mano, ma non sentì il dolore della ferita; troppo

più dolorosa era quella che gli s’era aperta nel cuore.

Trovò Mario che passeggiava innanzi alla casa. Questi gli si fece

incontro e stava per parlare, quando Alberto:

— Hai detto il vero — esclamò. — Ma io non te lo aveva chiesto: dicendo

il falso avresti meritato d’essere ucciso; dicendo il vero uccidi me.

Addio.

E si avviò verso la strada.

Mario rimase come intontito e non ebbe forza di dire in quel subito una

parola; soltanto quando vide l’amico allontanarsi,

— Alberto! — gridò.

L’altro non si voltò neppure.

Mentre Alberto partiva cupo e silenzioso senza sapere nè dove andasse,

nè che facesse, una contadina dall’alto di un olmo cantava:

Fiorin d’argento,

E per amarvi voi ho pianto tanto,

Povero pianto mio gettato al vento!

Racconti(#75764) · 第 56 / 69 题