O vecchio mondo, tu ripigli ogni anno il tuo sorriso di gioventù ed
esci dall’inverno come se tu non ci fossi entrato mai!
La primavera tornò; le rondini rifecero il nido sotto il tetto della
villa, gli usignoli cantarono su’ castagni, le api succhiarono il
miele nel calice de’ mughetti, le margherite stellarono i prati, le
lucciole scintillarono per le siepi, i grilli ruppero col loro sibilo
il silenzio della sera, la luna risalì al cielo circondata dalla calda
nebbia; ma la bellezza e la salute di Rina non rifiorirono.
E intanto che s’avvicinava il momento solenne, ella provava un senso
nuovo: aveva paura a restar sola. Scrisse una lettera a Paolo Carpi che
sapeva tornato allora dall’Oriente; questi accettò con gioia l’invito
della solitaria, e non lasciò passare giorno senza andarla a trovare in
quella Tebaide.
Un giorno all’approssimarsi di quello che doveva essere, secondo
i presentimenti, l’ultimo della sua vita, Rina si sentì stanca; il
medico, che, per compiacere a Paolo, ella consentì a vedere la prima
volta, le ordinò il riposo; le ingiunse di non alzarsi più (per dire
come diceva) che a _cose fatte_. E Rina obbedì; ma prima di coricarsi
volle ancora scendere in giardino; e come se non dovesse vederlo
più mai, volle contemplare il sole, il cielo turchino, le catene
azzurrognole dei monti lontani; studiare ogni colore, ogni forma nel
grande quadro della natura. Paolo Carpi, che la guardava da lontano e
che è spiritualista, dice, ricordandosi di quel momento: “pareva che
l’anima sua inebriata dalle brezze odorose di primavera, tentasse di
spiegare le ali per volarsene al cielo!„
Rina pensava alla fanciullezza, all’educazione che le era stata
data; e i ricordi del passato la conducevano a interrogare i misteri
dell’avvenire. Dirimpetto a quello spettacolo, rammaricava di non avere
una fede. Poco importa che si creda ai misteri o ai fenomeni, alla
rivelazione o alla scienza; questo è bensì certo: che l’anima umana
per acquetarsi ha bisogno di essere persuasa di una verità qualsiasi.
Rina, mirando le erbe, i fiori, gli alberi, si rammentava delle lezioni
ricevute in convento; del Dio che le avevano insegnato ad adorare colà,
un vecchio barbuto e severo, seduto sopra un trono di nuvole e coperto
da una tunica rossa stretta ai fianchi da un mantello turchino; e
sentiva che se c’è qualche cosa di divino, il raffigurarlo in quella
guisa è un oltraggio alla divinità; e dal feticismo delle suore,
passava col pensiero alle dottrine del suo secondo padre, il duca
Esmeraldi. Ma, ahimè! il volterianismo del Duca non era fatto per lei;
quella sardonica incredulità aveva avuto una lama per aprire una ferita
nell’anima di lei, non il balsamo per sanarla.
Così pensando, era arrivata presso una vasca piena d’acqua stagnante
che non aveva mai osservata da vicino. Si fermò e mirò la opulenta
vegetazione di un verde smeraldo che la copriva, e i milioni d’insetti
che si movevano su quelle alghe natanti.
— Ma chi è, chi è — domandava a sè stessa angosciosamente — quegli
che fa ogni cosa? Chi ha fatto queste alghe, questi insetti e quella
nuvola grigia che corre innanzi al sole, e il vento che la spinge, e
questa pietra su cui siedo? Chi ha fatto quel giglio di cui respiro
il profumo, e il sole che lo riscalda e l’ape che ne succhia gli
umori? Come si chiama? Dio, caso, natura? Morrò dunque senza saperlo?
Morire! e perchè si muore? Perchè tutte queste belle cose hanno da
distruggersi? E se la morte non fosse che una trasformazione, un
transito breve? Se, quando non sarò più donna, divenissi albero, nuvola
o fiore? — E seguitando di questo passo, scavava intorno a sè gli
abissi pericolosi della filosofia. Paolo la chiamò. Ella tornò in casa
e per tutto il giorno rimase assorta in una dolorosa meditazione.
. . . . . . .
Un delirio violento precedè il parto e non lasciò più benavere quella
povera madre. Il presentimento s’avverava; Rina non potè vedere il suo
bambino, un amore di bimbo vegeto, che nacque quasi senza piangere,
come se desiderasse la vita. Ogni parte del corpo di lei si enfiò; il
respiro le si fece affannoso. Il medico, interrogato da Paolo, tacque
la prima volta, poi ordinò i vescicanti. Quando n’ebbe osservato
l’effetto, disse riciso: — Secondo me, non c’è rimedio; può bensì
vivere ancora due o tre giorni; intanto se vogliono chiamare qualcuno
di loro fiducia, padroni, io non saprei che farci — ed uscì.
Ma, ahimè! il caso era uno di quei pochissimi nei quali tutti i medici
si trovano d’accordo.
Durante quei giorni, le donne del vicinato osservarono un uomo, che
di giorno e di notte girava intorno alla villa; se visto scansava, se
avvicinato fuggiva. Le donne ne traevano, per la salute dell’ammalata,
tristissimi auspici.
Giunse l’alba del terzo giorno. Per le finestre aperte entravano nella
camera le luci scialbe e le brezze roride del mattino. Paolo e la
cameriera stavano intorno al letto di Rina. Il bambino adagiato in una
culla, si destò ed uscì in que’ lamenti fiochi e interrotti che sono
de’ fanciulli appena nati. Rina, come se la voce del suo povero piccino
l’avesse ad un tratto fatta tornare in sè, girò intorno gli occhi già
vitrei, stese le braccia, fece uno sforzo per alzarsi e ricadde.
Era morta.
Il bambino pianse più forte.
Un doppio grido risonò nella camera, e gli echi del giardino, percossi,
lo ripeterono.
La porta s’aprì ed un uomo si fermò sulla soglia. La cameriera cacciò
un altro grido dallo spavento; le parve vedere colui che da tre giorni
s’aggirava solitario intorno alla villa.
Paolo riconobbe il Conte di San Vittore.
Il Conte fece alcuni passi, poi si fermò; sentiva il cuore
spezzarglisi, gli occhi coprirsi di un velo, le ginocchia piegarsi.
Tentò parlare e non potè; si mosse in silenzio e si gettò ai piedi del
letto.
Paolo e la donna uscirono.
Il Conte rimase tre lunghe ore, che gli parvero un minuto,
inginocchiato presso il cadavere di Rina. Poi si alzò, la guardò.
Era così pallida negli ultimi tempi della sua vita, che la morte non
l’aveva cambiata di molto. Ma per lui che non l’aveva veduta da tanto
tempo! Le prese la mano, e al contatto di quelle membra gelide, tremò,
sentì stringersi il cuore più forte, e si gettò, quasi fuori di sè,
traverso al letto.
E fu quello il primo amplesso veramente affettuoso che Rina avesse da
lui.
Riavutosi, il Conte contemplò con dolore ineffabile quel corpo
abbandonato, lo alzò e depose un bacio sulla fronte della sua povera
moglie. Lo adagiò di nuovo sul letto ed uscì.
Quando Paolo rientrò nella stanza, il bambino non c’era più. Il Conte
l’aveva portato seco.