Erano corsi quaranta giorni dacchè Rina era partita da Milano, e le
parevano quattro anni. E doveva parerle così, perchè tutto era cangiato
in lei e intorno a lei; e tra i giorni che aveva vissuti accanto a
Federigo e questi che ella trascorreva sola alla _Vergognosa_, passava
tanta distanza, quanta ve n’è tra la luce e le tenebre, le fantasie
lusinghiere e le tristi realtà.
E intanto ogni ora che fuggiva, spengeva un raggio nelle pupille di
Rina, faceva più mesto uno dei suoi sorrisi. A po’ per volta le dita
le divennero lunghe, affilate, le unghie trasparenti come l’agata;
la testa s’alzò snella sul debole sostegno di un collo che mostrava
i muscoli sotto la pelle e questa parve penetrarsi di raggi come una
lampada d’alabastro per entro a cui splenda un lume fioco. Due sole
e piccole macchie si staccavano sul pallore cereo di quel viso e ne
coloravano gli zigomi, quasi due foglie di rosa cadute in una tazza di
latte.
E piangeva; e le lacrime cadendo, a quella guisa istessa che la
gocciola d’acqua fora il granito, le passavano il cuore da parte a
parte. Perchè non v’è nulla al mondo di più semplice e di più antico
di un amore tradito, di un giuramento violato; è una vecchia storia,
ma, come dice la canzone dell’Heine, par sempre nuova a chi soffre per
essa.
. . . . . . .
Un giorno Rina s’accorse che stava per divenir madre.
Oh! che giorno fu quello per lei! Per la prima volta ella chiese a sè
stessa se non le serbasse ancora la vita qualche conforto, e se avesse
vuotato fino all’ultima stilla il calice del dolore. Per la prima volta
andò fino al cancello, cercando cogli occhi dello spirito il mondo
che ella aveva abbandonato così risolutamente, che così presto si era
dimenticato di lei! Accarezzò con la mano livida un bel bambino biondo
che passò di là a caso e pensò: — Oh! l’avrò anch’io dunque un bambino!
Risalì in casa e dando un’occhiata al quartiere modesto, desiderò
ancora le stoffe, i fiori, i libri, la musica; tutto ciò che potesse
ricordarle la sua felicità fuggita. Per la prima volta, finalmente,
Rina sentì il bisogno d’aria e di luce; e si preparò ad andare verso la
collina.
Si guardò allo specchio per accomodare intorno al volto il più
leggiadro de’ suoi cappellini. Ahimè! si vide.... vide le traccie che
il dolore aveva lasciate sulla sua pelle; le parve che si riflettesse
nello specchio l’imagine di una moribonda. Chiuse dapprima gli occhi,
poi raccogliendo tutta la forza, li riaprì e contemplò con orgoglio
freddo i resti della sua bellezza intristita.
— Oh! — pensò — vorrei che fosse qui e vedesse da sè a che mi ha
ridotta; son brutta e malata, e per opera sua.
Fu il suo primo moto di sdegno e fu breve. Lasciò cadere le braccia,
reclinò la testa, sentì piegare i ginocchi e cadde mezza tramortita
sopra una sedia.
La natura parve impietosire di tanta angoscia. Rina fu richiamata
a’ sensi da un temporale di estate che scoppiò ad un tratto. Si
avvicinò alla finestra, e appoggiando la fronte madida per la febbre
ai cristalli, guardò le viole reclinare le loro fresche corolle sotto
l’urto dell’acqua che cadeva a rovesci, e desiderò che la tempesta
passasse anche sopra di lei e reclinasse per sempre quel suo povero
capo. Ma si pentì quasi subito di quel desiderio, riflettendo che la
sua vita apparteneva oramai alla creatura che portava nel seno.
E da quel giorno un triste presentimento la funestò: il presentimento
che ella sarebbe morta nel dare alla luce il suo bambino!