FEDERIGO.

Rina lesse con un’occhiata tutta la lettera e sentì come una mano

gelata posarlesi grave sul cuore. Era la prima volta che Federigo

passava la sera fuori di casa, era la prima volta che mancava ad una

promessa.

Si provò a scusarlo; e sebbene ferma nel credere che le dicesse il

vero, la conchiusione delle sue meditazioni su quel fatto così semplice

ma così solenne per lei fu che egli doveva tornare, magari anche a

mezzanotte, ma tornare. Questo lo dicevano la ragione ed il cuore; per

uno sforzo di volontà poi, col quale si studiava di trovare in fallo

piuttosto sè che Federigo, arrivò a persuadersi che ella era troppo

esigente e che non si poteva pretendere un uomo facesse a mezzanotte

tre miglia di strada, mentre pioveva a dirotto. E si acquetò in

quest’idea per un momento; poi riflettendo disse fra sè:

— Eppure un mese fa sarebbe tornato!

Da quella sera angosciosa, da quella notte insonne, Rina non fece che

studiare ogni moto, ogni parola di Federigo.

Quando le parlava la sua parola era più calda, meno affettuosa; tutti

gli atti di lui più riguardosi forse, meno spontanei. E Rina piangeva,

ma in segreto perchè sperava ancora; assisteva all’agonia della sua

felicità e pur si sforzava di non credere alla morte.

Le donne, non mi ricordo più chi l’abbia dotto ma ha detto bene, specie

le donne di una certa età, sono deboli e credule come i popoli; per

condurseli dietro e questi e quelle basta un sofisma messo innanzi

con garbo. Vi fu un momento in cui Rina si lasciò vincere dai sofismi

di Federigo; ed egli che la vedeva tanto soffrire ebbe per lei la

postuma compassione dell’amante; rialzò con mano amica quella povera

donna curvata sotto il peso di un grande dolore, le nascose la noia

sotto un sorriso, e nei simulati ardori di un baciò dimoiò il ghiaccio

dell’anima sua.

Una volta, per tutta una giornata Federigo non si mosse di casa, passò

la sera accanto a Rina, con la testa reclinata sulla spalla di lei;

ella lo accarezzava, Federigo piangeva. — Sinceramente? — Sì. Di che?

Non lo so. Forse ella gli destava un vago senso di pietà e lo movevano

a piangere un po’ lo stato di lei, un po’ la immatura morte di un amore

che lo avea fatto contento.

E Rina, non peranche ammaestrata intorno al casi della vita, si

ostinava nel proseguire i sogni, che oramai volavano per un cielo

diverso; diceva a sè stessa che ove Federigo potesse serbare per lei

la tenerezza di un fratello, ella avrebbe trovato in sè tanta forza

da obliare la felicità perduta. Così i pallidi raggi della speranza

illuminavano ancora il suo cuore; poi venne il crepuscolo del dubbio,

poi le tenebre della certezza. Bisognava rassegnarsi, ma Rina ebbe un

bel tentare, l’affetto vinse la ragione e il dolore la volontà. Un

giorno ella si lagnò apertamente come chi di lagnarsi ha diritto; e

Federigo straziò quel cuore già tanto piagato con queste parole:

— Rina, mi hai seccato!

Rina aspettò che Federigo fosse uscito ed uscì anche lei, per non

tornare più.

Perchè l’amore vive di tutto e muore di nulla. Le donne sono, checchè

se ne pensi, più costanti degli uomini. L’uomo è fatto così: vorrebbe

vedere la donna nelle sfere degli angeli e pone ogni studio per trarla

con sè nei gorghi umani del senso; poi se ne duole e si rammarica

che l’angelo non ha più le ali che egli stesso ha recise. L’angelo

è caduto; va bene che è caduto nelle nostre braccia, ma intanto

cammina sulla terra accanto a noi; e viene il giorno in cui ogni lieve

imperfezione dà noia. Un amico mio, che aveva amato molto una ragazza,

l’abbandonò poi perchè la vide un giorno con gli stivalini spaccati.

L’amore dura meno in coloro che lo sentono più ardente e profondo;

tutti gli entusiasti sono incostanti; consumano, per così dire, in un

giorno le commozioni di un anno, suggono la vita come il ferro rovente

la gocciola d’acqua; e ciò spiega il continuo mutare d’affetti che si

rimprovera ad alcuni fra gli artisti più grandi.

Federigo non era davvero un grande artista; ma poichè non poteva

animare come Pigmalione la statua, oggetto dei suoi sogni e dell’amor

suo, spezzava quelle che non raggiungevano la purezza e la perfezione

dell’ideale vagheggiato.

Per questo, a coloro i quali sanno adattarsi alla realtà della vita,

l’amore è riposo, sventura agli altri che sognano una vita e un mondo

diversi. I sogni non si verificano mai; quando uno ha ottenuto l’amore

agognato come il colmo della felicità, è contento, ma non come aveva

sperato.

L’amore è un desiderio; appagato si estingue.

E si muta, dicono, in amicizia. Non è vero. Io non so in che modo

il Rivarol, che pure leggeva nel cuore umano come in un libro,

abbia potuto scrivere all’amante: “È tempo di edificare il tempio

dell’amicizia.„ La risposta della sua bella gli provò che le donne

intorno a certi argomenti ne sanno più di qualunque filosofo. Ella gli

rispose difatti: “non si edifica sulle ceneri.„

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