Uno de’ primi giorni di ottobre, sul tramonto, Rina e Federigo
giravano al solito per la collina; si destò un venticello freddo, poi
cominciò a venir giù un’acquerugiola fina e ghiacciata. Per quanto
cercassero di far presto, quando tornarono a casa, erano fradici
mézzi. Rina ammalò, e dovè stare a letto per otto giorni; la colse
una febbre così violenta, che ne uscì estenuata come da una malattia
gravissima. Federigo passò tutta la settimana al letto dell’ammalata;
non chiuse occhio per sei lunghe notti; qualche volta si sentiva venir
la cascaggine e sul fare del giorno un freddo pungente gli entrava
nell’ossa. Gli veniva voglia di moversi, ma, per non svegliare Rina,
rimaneva inchiodato sulla poltrona combattendo freddo e cascaggine con
l’unica forza che avesse: la volontà. La gioventù gli era a carico;
all’età di Federigo il sonno è, secondo i casi, un amico fedele, o un
poderoso nemico.
Rina, uscita di febbre, volle che Federigo se ne andasse a respirare
le aure fresche di un bel giorno di ottobre, sui poggi dove erano
stati tante volte insieme. Federigo obbedì. Nel lasciare la sua
bella convalescente, le si accostò per darle un bacio; appena ebbe
posate le labbra su quelle di lei, si ritrasse; aveva sentito l’alito
dell’inferma.
Uscito, Federigo si trattenne lungamente a passeggiare su pei colli
che sorgevano a ponente della villetta; Rina, con l’acume della donna
innamorata, notò due cose: la prolungata assenza di Federigo, la sua
negligenza.
Egli infatti dimenticò, tornando, di darle la buona sera, secondo era
solito, con un altro bacio.
I giorni seguenti uscì daccapo e non ritornò dai campi più sollecito
o più affettuoso. Nell’animo di Federigo il bisogno di star sempre
presso Rina andava estinguendosi; egli stesso se ne meravigliava, ma
pur meravigliandone, non provava, per quel fatto psicologico, rammarico
veruno.
La sera aspettava con ansietà la posta, leggeva con diligenza i
giornali, con diletto le lettere degli amici e rispondeva subito.
— Federigo, sei stato fuori tutto il giorno, hai letto i giornali, sta’
un po’ con me; risponderai domani.
— Rina mia, è impossibile. Come si fa? Devo scrivere per un affare
importante e se tardassi nascerebbero guai.
Un’altra volta, Federigo levandosi di buon mattino disse a Rina che
andava a Pistoia.
— A che fare?
— Ho bisogno di veder uno, ma mi trattengo poco. A mezzo giorno sono a
casa.
— Perchè non condurci anche me?
— Che vuoi venire a fare? Con questo fango... e poi, Dio mio! è una
città così noiosa....
— E allora.... allora va’ solo, ma torna presto.
— A mezzogiorno.
Mezzogiorno passò, venne la sera e Federigo non ritornò. Alle otto,
quando già da un pezzo Rina si torturava con timori crudeli, il postino
le portò una lettera; era questa:
Rina mia, non posso tornare; ho da fare in serata. Che noia! Scrivo in
fretta da un caffè. Ti mando un bacio; sii buona.