XIV.

Uno de’ primi giorni di ottobre, sul tramonto, Rina e Federigo

giravano al solito per la collina; si destò un venticello freddo, poi

cominciò a venir giù un’acquerugiola fina e ghiacciata. Per quanto

cercassero di far presto, quando tornarono a casa, erano fradici

mézzi. Rina ammalò, e dovè stare a letto per otto giorni; la colse

una febbre così violenta, che ne uscì estenuata come da una malattia

gravissima. Federigo passò tutta la settimana al letto dell’ammalata;

non chiuse occhio per sei lunghe notti; qualche volta si sentiva venir

la cascaggine e sul fare del giorno un freddo pungente gli entrava

nell’ossa. Gli veniva voglia di moversi, ma, per non svegliare Rina,

rimaneva inchiodato sulla poltrona combattendo freddo e cascaggine con

l’unica forza che avesse: la volontà. La gioventù gli era a carico;

all’età di Federigo il sonno è, secondo i casi, un amico fedele, o un

poderoso nemico.

Rina, uscita di febbre, volle che Federigo se ne andasse a respirare

le aure fresche di un bel giorno di ottobre, sui poggi dove erano

stati tante volte insieme. Federigo obbedì. Nel lasciare la sua

bella convalescente, le si accostò per darle un bacio; appena ebbe

posate le labbra su quelle di lei, si ritrasse; aveva sentito l’alito

dell’inferma.

Uscito, Federigo si trattenne lungamente a passeggiare su pei colli

che sorgevano a ponente della villetta; Rina, con l’acume della donna

innamorata, notò due cose: la prolungata assenza di Federigo, la sua

negligenza.

Egli infatti dimenticò, tornando, di darle la buona sera, secondo era

solito, con un altro bacio.

I giorni seguenti uscì daccapo e non ritornò dai campi più sollecito

o più affettuoso. Nell’animo di Federigo il bisogno di star sempre

presso Rina andava estinguendosi; egli stesso se ne meravigliava, ma

pur meravigliandone, non provava, per quel fatto psicologico, rammarico

veruno.

La sera aspettava con ansietà la posta, leggeva con diligenza i

giornali, con diletto le lettere degli amici e rispondeva subito.

— Federigo, sei stato fuori tutto il giorno, hai letto i giornali, sta’

un po’ con me; risponderai domani.

— Rina mia, è impossibile. Come si fa? Devo scrivere per un affare

importante e se tardassi nascerebbero guai.

Un’altra volta, Federigo levandosi di buon mattino disse a Rina che

andava a Pistoia.

— A che fare?

— Ho bisogno di veder uno, ma mi trattengo poco. A mezzo giorno sono a

casa.

— Perchè non condurci anche me?

— Che vuoi venire a fare? Con questo fango... e poi, Dio mio! è una

città così noiosa....

— E allora.... allora va’ solo, ma torna presto.

— A mezzogiorno.

Mezzogiorno passò, venne la sera e Federigo non ritornò. Alle otto,

quando già da un pezzo Rina si torturava con timori crudeli, il postino

le portò una lettera; era questa:

Rina mia, non posso tornare; ho da fare in serata. Che noia! Scrivo in

fretta da un caffè. Ti mando un bacio; sii buona.

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