Federigo, finchè Rina rimase con lui, ebbe per incomportabile quel
vincolo, e perchè non era più innamorato lui s’adirava che l’altra si
ostinasse a volergli bene. “Che diavolo! Se avesse voluto legarsi per
sempre, meglio pigliar moglie e farla finita; poi, si sa, tutto passa
a questo mondo; se non lasciava sarebbe lasciato. Ora c’era di mezzo
l’amor proprio, ma fra qualche mese anche Rina si sarebbe consolata,
come tutti si consolano di un affetto perduto o d’un’illusione
dileguata.„
Eppure quando fu solo, solo in quella villa deserta, quando rivide
il letto di Rina, la sedia rustica su cui ella soleva riposarsi in
giardino, il pianoforte tuttavia aperto si sentì come un gruppo alla
gola e pianse. Di che? O non aveva fatto di tutto per rimaner solo? Si
provò a dormire e si svegliò più volte in sussulto. Il giorno dopo si
propose di andare a Pistoia per distrarsi ma non ne fece nulla. Gli
pareva tutti dovessero domandargli di Rina, tutti rimproverarlo del
suo contegno verso di lei; e andò invece a Firenze con l’intenzione
di cercare un amico con cui sfogarsi, o una stanza che non chiudesse,
come la villetta della Val di Nievole, tanta malinconia di memorie;
una stanza ove stare solo a pensare, e.... a cercare modo di richiamare
Rina? No; questo pensiero non gli venne neppure.
Andò per pochi giorni, vi si trattenne un mese; nel frattempo gli amici
suoi gli proposero una gita a Milano. Accettò; e si ricordò allora,
dopo molti giorni di oblìo, che prima di partire bisognava tornarsene
alla villa. Vi tornò infatti tranquillo, molto diverso da quello che
era partito.
Nel fare i bauli gli occorse aprire uno dei cassetti della scrivania.
V’era dentro tutto il museo archeologico dell’amore; ciocche di
capelli, fiori, guanti, chiusi in tante buste, sopra ognuna delle
quali era diligentemente scritta una data. I fiori avevano perduto il
profumo e il colore, le date il significato. Federigo ne lesse due o
tre sbadatamente, frugò invano nei ripostigli della memoria, poi gettò
tutti quei poveri monumenti del proprio e dell’altrui affetto, sul
fuoco.
Da ultimo, gli capitò un fazzoletto che aveva preso a Rina il giorno
nel quale s’erano parlati al Camposanto degl’Inglesi. Lo avvolse
e lo pose nella valigia. Non come il superstite che custodisce
religiosamente il ricordo del morto, ma come il soldato che appende
alle pareti della sua sala un brano della bandiera strappata al nemico.
Rina soffriva intanto crudelissime pene; soffriva come chi, guardando
al passato, dice: — Ahimè fosti pur breve! — e all’avvenire: — quanto
sei lungo!
Ella se ne stava chiusa in una locanda a Firenze, ov’era giunta di
sera, aspettando che il cuore o la mente le suggerissero il da farsi.
L’inverno s’approssimava, ed ella passava le intiere giornate accanto
al fuoco, attizzandolo senza tregua. Nonostante le fiamme che uscivano
dal camino, e il calore tropicale della stanza, sentiva freddo; si
ricordava quel giorno d’autunno quando sulla collina solitaria, presso
alla villetta di Val di Nievole, la brezza ghiacciata dopo il tramonto
del sole aveva soffiato sopra di lei. — Ah! pur troppo il sole è
tramontato! — diceva tra sè.
Una sera volle scrivere a Federigo, e scrisse, infatti, una lettera da
far piangere i sassi. Voi lo sapete come scrivono queste povere donne
abbandonate, quando intingono la penna nelle loro lacrime! Fu lì lì per
mandare la lettera; poi impose silenzio al cuore e la stracciò.
Rina, cresciuta tra il volterianismo del duca Esmeraldi, il puritanismo
anglicano della sua governante e le puerili superstizioni del convento,
non aveva per sè i conforti della fede cristiana; sebbene ella non
sapesse ancora che cosa credere, sentiva che lo zio, la governante e le
monache avevano tutti torto. Ma negare non consola; credere sì, perchè
equivale a sperare. La più bella e più durevole delle mitologie ha un
farmaco per ogni dolore, un balsamo per ogni ferita, perchè facendo
cominciare la vita vera dell’uomo, non alla nascita ma alla morte, lo
sovviene in ogni tempo di conforti ineffabili e di speranze immortali.
Alla povera abbandonata era dunque amara quella solitudine che si era
imposta; e cercava la via di uscire quando seppe che ad una compagna
di collegio, allora dimorante a Bologna, era morto in que’ giorni
il marito, maggiore di cavalleria. Pensò andare da lei e le scrisse.
N’ebbe la risposta che si può imaginare; la vedova era in uno stato da
far pietà, l’aspettava a braccia aperte.
E Rina andò a Bologna.
Quei giorni di confidenze aperte, di mutui conforti, di memorie
evocate insieme, furono dei meno tristi fra quanti ne passò Rina
dopo l’abbandono di Federigo. Le era lecito piangere e non sola;
narrare tutto era uno sfogo, udire il racconto delle pene dell’amica,
confortarla era una buona azione.
Ma quel tempo passò presto. In capo a qualche mese gli ufficiali del
reggimento si presentarono alla vedova del loro commilitone, cercando
con tutti i mezzi di distrarla. Il comandante, forse per dare il buon
esempio, fu più sollecito e più assiduo di ogni altro nel compiere
quest’opera di misericordia. Così, a poco a poco, di quelle due
donne infelici, ambedue apparentemente inconsolabili, una si consolò.
Frequentando gli ufficiali, la vedova del Maggiore si fece naturalmente
desiderosa di promozioni e sposò il Colonnello. E Rina imparò che era
meno doloroso piangere un morto, che portare il bruno d’un vivo!
Povera rondine, che il gelo cacciava da ogni dove, ella lasciò l’amica
sua alle pallide commozioni delle seconde nozze e partì per Milano.
Aveva saputo che Federigo era là e le pareva che il solo balsamo alla
propria ferita fosse la possibilità di vederlo ogni tanto, e il sapere
che vivevano insieme tra la stessa cinta di mura, sotto un medesimo
cielo!
Rina aveva giurato a sè medesima di non cercare Federigo; vederlo
qualche volta a caso e senza che egli se ne accorgesse, perchè non
gli venisse voglia di fuggire, era il solo suo desiderio e le pareva
potesse facilmente appagarsi. Dapprima il giuramento fu scrupolosamente
osservato, ma poi....
Da quindici giorni ella era arrivata a Milano e Federigo non l’aveva
veduto ancora. Un lunedì, verso le tre, all’ora della passeggiata, si
vestì con la solita semplicità elegante, calò un velo sugli occhi e
s’avviò verso il Corso Vittorio.
E quel giorno e molti altri successivi, il giudizio e la passione
disputarono così nella mente di Rina:
— Usciamo? — diceva il giudizio. — Che andiamo a fare con questo
freddo? È egli tempo questo da andare a zonzo per la città?
— Pare che sia freddo, ma è forse più in casa che fuori — soggiungeva
la passione. — E poi il moto riscalda. Io non ho freddo, io.
— E dove andiamo?
— Ma... per il Corso....
— Andiamo piuttosto sui bastioni, se proprio usoiamo per far del moto.
— Tu le consigli d’uscire, o mia perpetua nemica, — conchiudeva il
giudizio — per il gusto di farle violare una promessa fatta a me; noi
usciamo col solo fine di cercare Federigo....
— E sia; ma in fondo, poi, qual è il tenore della promessa? Staremo a
Milano senza cercarlo, paghi di vederlo qualche volta alla sfuggita
e di vivere nella stessa città. Se non usciamo e se non andiamo nei
luoghi più popolosi, rischiamo di non vederlo mai; e importa vederlo,
non foss’altro per accertarsi che egli è ancora qui....
— Rina, Rina, non dar retta ai sofismi di costei; se tu mi avessi
sempre ascoltato, quanti dolori ti saresti risparmiati!
— Rina, Rina non badare a quel pedante; senza di me, avresti tu provato
tante gioie? E i tuoi giorni beati li devi tu forse a costui?
— Torna a casa, Rina....
— Va’, cercalo... che male c’è? Sarai in tempo a fuggirlo.
— No; vistolo, lo seguirai.... Pensaci, Rina... io ti preparo molti
anni di quiete....
— E io ti preparo chi sa? forse un altro giorno d’amore!....
Un altro giorno d’amore! Il giudizio, da quella persona assennata che
era, dopo questa vaga promessa giudicò inutile ogni altra parola e,
sentendosi vinto, lasciò a sè medesima Rina, la quale senza più alcun
ritegno si mise a girare per Milano con la ferma intenzione di cercare
e trovare. Quando la passione ha debellato il giudizio, non solamente
compie i suoi propositi, ma ha anche l’audacia di confessarli.
Quel giorno non lo trovò. Passeggiando per il Corso le parve invece di
vedere una sua antica conoscenza, il signor Luigi; o almeno qualcheduno
che gli somigliava, come si somigliano tra loro due gocciole d’acqua.
Rina ne fu meravigliata; e si fermò presso la vetrina di una bottega,
per aver modo di osservare quell’uomo e sincerarsi. A un tratto
l’altro, volgendosi, vide Rina. Si guardarono. L’una si mosse e
proseguì il suo cammino. L’altro rimase immobile nel mezzo della
strada; sordo alla voce del conduttore, poco mancò non rimanesse sotto
ad un _omnibus_ che passava in quel punto.
— Non mi saluta, non è lui, — disse Rina. — Che singolare
rassomiglianza!
E non ci pensò più.
Ma nè quel giorno, nè i seguenti, fu così fortunata da rinvenire colui
del quale andava in traccia. E così ciò che il giudizio non aveva
potuto ottenere, ottennero il dispetto e lo sconforto. Rina per un
pezzo non uscì più di casa.
Una sera, verso la fine del carnevale, se ne stava sola presso il
caminetto, seguendo col pensiero cento imagini dolorose; per la strada
era un viavai di carrozze, di maschere, un frastono da non si ridire.
Non c’è per la gente che soffre cosa più spiacente della allegria
clamorosa degli altri. E Rina disturbata in quel suo sconsolato e pur
dolce abbandono, s’alzò per uscire. Le pareva che in mezzo alla folla,
al chiasso si sarebbe divagata; ed uscì difatti, nonostante la sua
cameriera le facesse presente che l’ora era tarda e non le conveniva
andar sola per le vie della città, così popolate in quella sera.
_A chi consiglia non gli duole il capo_, insegna il proverbio. Così
anche le cameriere, se hanno la testa a segno e il cuore libero, danno
lezioni di convenienza; ma anche le signore se ne dimenticano, quando
il cuore batte più forte e la testa ragiona più debole.
La serata era scura e freddissima; ma la gente pareva non si
sgomentasse nè del bujo, nè del gelo. I perpetui convalescenti, che
ai primi freddi dell’autunno s’erano chiusi in casa paurosi delle
polmoniti, quella sera, nel cuor dell’inverno, giravano per Milano
sfidando i rigori della stagione; i cittadini precisi che hanno la
consuetudine di spazzolare diligentemente i vestiti e lisciare e
lustrare il cappello ogni volta che ritornano a casa, permettevano
quella sera che gente ignota, nascosto il viso sotto una maschera di
carta pesta, sporcasse loro il pastrano e ammaccasse il cilindro. E la
cosa si spiega. Dio buono!... era di carnevale e bisognava divertirsi;
se l’uomo non si diverte dalla Epifania alle Ceneri, quando mai si
divertirà?
Queste considerazioni Rina non le faceva; poichè era stata costretta a
togliersi alla quiete del suo salottino, si svagava tra quel frastono;
un tale svago forzato era anch’esso, forse, un tormento; ma così
nell’ordine fisico, come nel morale qualche volta l’accrescimento del
dolore dà refrigeri momentanei. Rina dunque andava di qua e di là, per
questa o per quella via; camminava con passo rapidissimo, dirigendosi
non sapeva neppur lei dove, e non avendo che un solo fine: sbalordirsi.
Finalmente seguendo sempre, senza avvedersene, i passi altrui, e
andando dove la maggior parte della gente andava, si trovò in una
piazzetta. A un lato della medesima si alzava uno di quei vecchi e cupi
palazzi che nelle città medievali stanno fra le casupole moderne come
Sansone in uno spedale di tisici; le finestre inferiori del palazzo,
che corrispondevano al piano terreno, erano illuminate di fuori;
innanzi alla porta ampia, avevano costrutto un padiglione posticcio,
con antenne e tele di vario colore. Una lunga fila di carrozze
ingombrava la piazza; ad una ad una infilavano sotto il padiglione e
vi si fermavano; la gente che v’era dentro scendeva, e la carrozza,
proseguendo verso un cortile interno, andava a riuscire per un altro
portone, nella strada parallelamente opposta. Dentro l’atrio un nuvolo
di servitori, di lacchè, di guardaportoni, dalle livree ricchissime. Ai
fianchi del padiglione gran numero di popolani che sfidavano il freddo
di una notte di febbraio, per levarsi il gusto di vedere i _signori_
che andavano a divertirsi.
Spesso, quando fermata la carrozza ne discendevano una o più persone,
si udiva un mormorìo confuso; era una specie di plebiscito col quale
il popolo salutava la sterminata ricchezza di un uomo, o la singolare
beltà di una donna; era un grido di ammirazione per le collane, per le
trine, per gli smanigli, per le croci. Salutava il popolino, ammirava
e invidiava; sentiva un tal quale desiderio di comunismo, che si
manifestava spesso, secondo i casi e gl’individui, in un’occhiata, in
un sospiro, in una bestemmia; ognuno di quelli spettatori desiderava
di essere il duca tale, o il marchese tal altro, o almeno uno di quei
fortunati lacchè tutti vestiti di verde e coperti d’oro da capo a
piedi.
Rina, entrando nella piazzetta, dovè fermarsi ad una cantonata; andare
innanzi non poteva per via delle carrozze, tornare indietro nemmeno,
per via della calca che ingombrava la strada. Rimase lì senza badare
a ciò che avveniva intorno a lei; pallida, con gli occhi stralunati,
immobile; pareva una sonnambula. E le carrozze passavano. A un tratto
l’abbassarsi di uno dei cristalli laterali di un _fiacre_ fece un po’
di fracasso. Rina si scosse e guardò; dallo sportello si affacciò
la testa di un uomo che, toltasi di bocca una sigaretta, la buttò
sul lastrico. Lo sportello si richiuse; la carrozza entrò sotto il
padiglione.
Rina si mosse con passo rapido e procedendo con molto vigore, si cacciò
tra la folla accalcata presso la porta.
In quel punto la carrozza si fermò, e l’individuo che v’era dentro
discese.
Rina aveva riconosciuto Federigo.
Accade qualche volta di formare un disegno dal quale speriamo trarre
molto utile e lo vagheggiamo con la fantasia nelle ore più tranquille
del giorno, lo carezziamo nelle notti piacevolmente insonni; poi
per un caso o per un altro ci conviene abbandonarlo e separarci da
quei lusinghieri fantasmi. Qualche tempo dopo, mutate le circostanze
succede altresì che ci appare tutto ad un tratto, e quando meno ce lo
aspettiamo, la possibilità di condurlo ad effetto. Allora l’animo sulle
prime è invaso da molti sentimenti diversi; la speranza che risorge più
calda, la dubitazione di non aver fatto dapprima tutto ciò che potevamo
e il dispetto di trovarci in colpa di negligenza; il timore di lasciar
fuggire anche questa volta l’occasione propizia, lo stupore finalmente
che la fortuna, cui siamo corsi dietro per molti mesi, ci venga ora
innanzi da sè.
Questi sentimenti irruppero tutti insieme nell’animo di Rina, subito
che le apparve Federigo; e con tale subitanea violenza, che Rina non
si accorse neppure del sogghignare della gente, meravigliata di vedere
una donna di condizione civile, sola, a quell’ora, in quel luogo, con
quell’aspetto; e non udì le crudeli ironie e le parole invereconde,
con le quali quella stessa gente spiegava sicura un fatto che non
intendeva.
Rina uscì di mezzo alla calca e si diresse a passo lento verso una
cantonata dove stava ferma una vettura di piazza. Vedutala vuota vi
entrò. Il cocchiere sceso da cassetta per richiudere lo sportello, e le
domandò:
— Dove comanda?
— Qui.
Il cocchiere non avendo inteso bene, ripetè l’interrogazione.
— Voglio restar qui per ora; vi dirò poi....
Il cocchiere tacque; sebbene un po’ meravigliato, rimontò a cassetta e
ripigliò, involto nell’ampio pastrano, il sonno interrotto.
Dalla carrozza Rina vedeva la facciata del palazzo ov’era entrato
Federigo. Si era propriamente nascosta in quella carrozza col
proponimento di aspettare che egli uscisse? No. Federico poteva
trattenersi a lungo, uscire accompagnato dagli amici; Rina tutte
queste cose le aveva pensate, e montando nella carrozza cedè a uno di
quei moti naturali che ci sospingono senza che noi ci diamo la briga
di spiegarli neppure. Tutti noi abbiamo passeggiato di notte sotto le
persiane chiuse della nostra bella; abbiamo cantato lontani da lei la
canzone che prediligeva, trovando così compagnia nella solitudine, pace
nella lontananza, e qualche volta conforto nell’abbandono. Perchè?
La gente andava intanto via via diradandosi; quando suonarono le
due all’oriolo di una chiesa vicina non era più innanzi alla porta
del palazzo anima viva. Il cocchiere dormiva sempre; Rina vegliava
aspettando.
E per fortuna sua non aspettò lungamente. Fissa sempre con lo sguardo
verso la porta, vide aprirsi una grande invetriata che metteva alle
scale ed uscirne Federigo. Egli si fermò un po’ sotto l’androne per
accendere un sigaro; poi camminando dinoccolato, lento come chi è
preso dalla stanchezza o dalla noia, traversò la piazzetta; passò senza
voltarsi neppure presso la carrozza e scantonò.
Rina era rimasta là col solo desiderio di vedere Federigo ancora una
volta e per un momento; ma quando lo perdè di vista non ebbe più che un
pensiero: seguirlo.
Uscì in fretta dalla carrozza e si diresse verso la strada nella quale
egli era infilato; il cocchiere che s’era svegliato al rumore, la
trattenne gridando:
— Ohè!... e io?...
Rina si fermò, trasse di tasca un biglietto e senza guardare se fosse
da cinque o da cento lire lo porse al cocchiere e fuggì. Il cocchiere
sbirciò alla luce del lampione il biglietto, e visto di essere pagato
lautamente, tanto per rimeritare come poteva la sua benefattrice,
compose le labbra a un sorriso maligno che significava:
— Ho avuto a fare con una matta o....
Povera Rina! non mi basta l’animo di scrivere tutto intero il dilemma.
Quel che le passava nell’animo mentr’ella teneva dietro a Federigo può
essere indovinato, descritto no. A un tratto Federigo intonò a mezza
voce la _mazurka_ di Chopin, che ella aveva tante volte sonata nella
villetta della Val di Nievole.
— Chi sa, — pensò Rina tra sè, — che egli non si ricordi dei nostri
amori.
Non era molto lontana dal vero. Federigo aveva passato il carnevale
in mezzo al chiasso, al rumore, agli amori facili, brevi, frequenti;
si sentiva stanco di corpo e di spirito. Per questo, era uscito così
per tempo dal ballo; per questo, tornando a casa, cantarellava quel
delicato motivo; per questo andava pensando tra sè:
— Oh! così non si vive; bisogna o voler bene davvero o non legarsi
neppure per un giorno. Oh! se Clotilde ne trovasse un altro!
Giova dire due cose: che Clotilde era una ballerina della Scala e che
il voto di Federigo era già esaudito da una settimana.
Rina, la quale camminava più presto, si trovò a poco a poco presso di
lui; lo raggiunse; e senza sapere nè a quale legge fatale obbedisse,
nè che cosa si facesse, passò il suo braccio magro e tremante sotto
il braccio del fuggiasco. Federigo si fermò e gli balenò in mente che
Clotilde lo perseguitasse anche a quell’ora. Sì volse e nonostante il
velo che la copriva, riconobbe subito la sua bella abbandonata.
— Tu! tu, Rina mia? tu qui.... — e le strinse forte il braccio contro
il proprio petto. Rina cercò di svincolarsi.
— Tu tremi, Rina; sei tornata dunque? Oh! povera piccina mia! — e le
baciò, traverso il velo la fronte.
Rina si ritrasse.
— Oh! hai ragione, non son mica degno di baciarti io! Oh! sono stato
cattivo, lo so.... povera bella, come sei pallida! Perchè non parli?
C’è rimedio a tutto, non è vero? Vieni, vieni con me, e non ti lascierò
più, più mai. Oh! Rina, perdonami. Come sei buona! Come t’ho fatto
soffrire! Ma non t’ho scordata, sai?... Oh! ma vieni.... Si gela qui.
Rina non sapeva più dire una parola; l’ultima battaglia tra la ragione
e la passione si combatteva forse per lei in quel momento; ma ella
non ascoltava se non la voce del proprio amore, fatto più ardente, più
imperioso che mai.
Quando volle rispondere a Federigo, non pronunziò che monosillabi;
quando opporsi al suo desiderio di condurla seco, non trovò forza per
resistergli. Un quarto d’ora dopo, ella entrava nel quartierino che
Federigo abitava in prossimità dei giardini pubblici.
Sulla _toilette_ di Federigo ov’ella posò il suo velo, stava una larga
coppa di vetro di Murano; in quella coppa era il fazzoletto che egli le
aveva preso quel tal giorno ed aveva conservato per caso.
— Non mi ha dimenticata, — disse Rina imprimendo su quella povera
reliquia un bacio caldissimo. Guardava ancora il fazzoletto come
assorta in una dolce estasi, quando fu scossa da uno schiamazzo che
veniva dalla strada. Strinse con moto convulso il fazzoletto, guardò
intorno a sè e fece per uscire. Federigo che era dietro l’accolse nelle
sue braccia.