XV.

Federigo, finchè Rina rimase con lui, ebbe per incomportabile quel

vincolo, e perchè non era più innamorato lui s’adirava che l’altra si

ostinasse a volergli bene. “Che diavolo! Se avesse voluto legarsi per

sempre, meglio pigliar moglie e farla finita; poi, si sa, tutto passa

a questo mondo; se non lasciava sarebbe lasciato. Ora c’era di mezzo

l’amor proprio, ma fra qualche mese anche Rina si sarebbe consolata,

come tutti si consolano di un affetto perduto o d’un’illusione

dileguata.„

Eppure quando fu solo, solo in quella villa deserta, quando rivide

il letto di Rina, la sedia rustica su cui ella soleva riposarsi in

giardino, il pianoforte tuttavia aperto si sentì come un gruppo alla

gola e pianse. Di che? O non aveva fatto di tutto per rimaner solo? Si

provò a dormire e si svegliò più volte in sussulto. Il giorno dopo si

propose di andare a Pistoia per distrarsi ma non ne fece nulla. Gli

pareva tutti dovessero domandargli di Rina, tutti rimproverarlo del

suo contegno verso di lei; e andò invece a Firenze con l’intenzione

di cercare un amico con cui sfogarsi, o una stanza che non chiudesse,

come la villetta della Val di Nievole, tanta malinconia di memorie;

una stanza ove stare solo a pensare, e.... a cercare modo di richiamare

Rina? No; questo pensiero non gli venne neppure.

Andò per pochi giorni, vi si trattenne un mese; nel frattempo gli amici

suoi gli proposero una gita a Milano. Accettò; e si ricordò allora,

dopo molti giorni di oblìo, che prima di partire bisognava tornarsene

alla villa. Vi tornò infatti tranquillo, molto diverso da quello che

era partito.

Nel fare i bauli gli occorse aprire uno dei cassetti della scrivania.

V’era dentro tutto il museo archeologico dell’amore; ciocche di

capelli, fiori, guanti, chiusi in tante buste, sopra ognuna delle

quali era diligentemente scritta una data. I fiori avevano perduto il

profumo e il colore, le date il significato. Federigo ne lesse due o

tre sbadatamente, frugò invano nei ripostigli della memoria, poi gettò

tutti quei poveri monumenti del proprio e dell’altrui affetto, sul

fuoco.

Da ultimo, gli capitò un fazzoletto che aveva preso a Rina il giorno

nel quale s’erano parlati al Camposanto degl’Inglesi. Lo avvolse

e lo pose nella valigia. Non come il superstite che custodisce

religiosamente il ricordo del morto, ma come il soldato che appende

alle pareti della sua sala un brano della bandiera strappata al nemico.

Rina soffriva intanto crudelissime pene; soffriva come chi, guardando

al passato, dice: — Ahimè fosti pur breve! — e all’avvenire: — quanto

sei lungo!

Ella se ne stava chiusa in una locanda a Firenze, ov’era giunta di

sera, aspettando che il cuore o la mente le suggerissero il da farsi.

L’inverno s’approssimava, ed ella passava le intiere giornate accanto

al fuoco, attizzandolo senza tregua. Nonostante le fiamme che uscivano

dal camino, e il calore tropicale della stanza, sentiva freddo; si

ricordava quel giorno d’autunno quando sulla collina solitaria, presso

alla villetta di Val di Nievole, la brezza ghiacciata dopo il tramonto

del sole aveva soffiato sopra di lei. — Ah! pur troppo il sole è

tramontato! — diceva tra sè.

Una sera volle scrivere a Federigo, e scrisse, infatti, una lettera da

far piangere i sassi. Voi lo sapete come scrivono queste povere donne

abbandonate, quando intingono la penna nelle loro lacrime! Fu lì lì per

mandare la lettera; poi impose silenzio al cuore e la stracciò.

Rina, cresciuta tra il volterianismo del duca Esmeraldi, il puritanismo

anglicano della sua governante e le puerili superstizioni del convento,

non aveva per sè i conforti della fede cristiana; sebbene ella non

sapesse ancora che cosa credere, sentiva che lo zio, la governante e le

monache avevano tutti torto. Ma negare non consola; credere sì, perchè

equivale a sperare. La più bella e più durevole delle mitologie ha un

farmaco per ogni dolore, un balsamo per ogni ferita, perchè facendo

cominciare la vita vera dell’uomo, non alla nascita ma alla morte, lo

sovviene in ogni tempo di conforti ineffabili e di speranze immortali.

Alla povera abbandonata era dunque amara quella solitudine che si era

imposta; e cercava la via di uscire quando seppe che ad una compagna

di collegio, allora dimorante a Bologna, era morto in que’ giorni

il marito, maggiore di cavalleria. Pensò andare da lei e le scrisse.

N’ebbe la risposta che si può imaginare; la vedova era in uno stato da

far pietà, l’aspettava a braccia aperte.

E Rina andò a Bologna.

Quei giorni di confidenze aperte, di mutui conforti, di memorie

evocate insieme, furono dei meno tristi fra quanti ne passò Rina

dopo l’abbandono di Federigo. Le era lecito piangere e non sola;

narrare tutto era uno sfogo, udire il racconto delle pene dell’amica,

confortarla era una buona azione.

Ma quel tempo passò presto. In capo a qualche mese gli ufficiali del

reggimento si presentarono alla vedova del loro commilitone, cercando

con tutti i mezzi di distrarla. Il comandante, forse per dare il buon

esempio, fu più sollecito e più assiduo di ogni altro nel compiere

quest’opera di misericordia. Così, a poco a poco, di quelle due

donne infelici, ambedue apparentemente inconsolabili, una si consolò.

Frequentando gli ufficiali, la vedova del Maggiore si fece naturalmente

desiderosa di promozioni e sposò il Colonnello. E Rina imparò che era

meno doloroso piangere un morto, che portare il bruno d’un vivo!

Povera rondine, che il gelo cacciava da ogni dove, ella lasciò l’amica

sua alle pallide commozioni delle seconde nozze e partì per Milano.

Aveva saputo che Federigo era là e le pareva che il solo balsamo alla

propria ferita fosse la possibilità di vederlo ogni tanto, e il sapere

che vivevano insieme tra la stessa cinta di mura, sotto un medesimo

cielo!

Rina aveva giurato a sè medesima di non cercare Federigo; vederlo

qualche volta a caso e senza che egli se ne accorgesse, perchè non

gli venisse voglia di fuggire, era il solo suo desiderio e le pareva

potesse facilmente appagarsi. Dapprima il giuramento fu scrupolosamente

osservato, ma poi....

Da quindici giorni ella era arrivata a Milano e Federigo non l’aveva

veduto ancora. Un lunedì, verso le tre, all’ora della passeggiata, si

vestì con la solita semplicità elegante, calò un velo sugli occhi e

s’avviò verso il Corso Vittorio.

E quel giorno e molti altri successivi, il giudizio e la passione

disputarono così nella mente di Rina:

— Usciamo? — diceva il giudizio. — Che andiamo a fare con questo

freddo? È egli tempo questo da andare a zonzo per la città?

— Pare che sia freddo, ma è forse più in casa che fuori — soggiungeva

la passione. — E poi il moto riscalda. Io non ho freddo, io.

— E dove andiamo?

— Ma... per il Corso....

— Andiamo piuttosto sui bastioni, se proprio usoiamo per far del moto.

— Tu le consigli d’uscire, o mia perpetua nemica, — conchiudeva il

giudizio — per il gusto di farle violare una promessa fatta a me; noi

usciamo col solo fine di cercare Federigo....

— E sia; ma in fondo, poi, qual è il tenore della promessa? Staremo a

Milano senza cercarlo, paghi di vederlo qualche volta alla sfuggita

e di vivere nella stessa città. Se non usciamo e se non andiamo nei

luoghi più popolosi, rischiamo di non vederlo mai; e importa vederlo,

non foss’altro per accertarsi che egli è ancora qui....

— Rina, Rina, non dar retta ai sofismi di costei; se tu mi avessi

sempre ascoltato, quanti dolori ti saresti risparmiati!

— Rina, Rina non badare a quel pedante; senza di me, avresti tu provato

tante gioie? E i tuoi giorni beati li devi tu forse a costui?

— Torna a casa, Rina....

— Va’, cercalo... che male c’è? Sarai in tempo a fuggirlo.

— No; vistolo, lo seguirai.... Pensaci, Rina... io ti preparo molti

anni di quiete....

— E io ti preparo chi sa? forse un altro giorno d’amore!....

Un altro giorno d’amore! Il giudizio, da quella persona assennata che

era, dopo questa vaga promessa giudicò inutile ogni altra parola e,

sentendosi vinto, lasciò a sè medesima Rina, la quale senza più alcun

ritegno si mise a girare per Milano con la ferma intenzione di cercare

e trovare. Quando la passione ha debellato il giudizio, non solamente

compie i suoi propositi, ma ha anche l’audacia di confessarli.

Quel giorno non lo trovò. Passeggiando per il Corso le parve invece di

vedere una sua antica conoscenza, il signor Luigi; o almeno qualcheduno

che gli somigliava, come si somigliano tra loro due gocciole d’acqua.

Rina ne fu meravigliata; e si fermò presso la vetrina di una bottega,

per aver modo di osservare quell’uomo e sincerarsi. A un tratto

l’altro, volgendosi, vide Rina. Si guardarono. L’una si mosse e

proseguì il suo cammino. L’altro rimase immobile nel mezzo della

strada; sordo alla voce del conduttore, poco mancò non rimanesse sotto

ad un _omnibus_ che passava in quel punto.

— Non mi saluta, non è lui, — disse Rina. — Che singolare

rassomiglianza!

E non ci pensò più.

Ma nè quel giorno, nè i seguenti, fu così fortunata da rinvenire colui

del quale andava in traccia. E così ciò che il giudizio non aveva

potuto ottenere, ottennero il dispetto e lo sconforto. Rina per un

pezzo non uscì più di casa.

Una sera, verso la fine del carnevale, se ne stava sola presso il

caminetto, seguendo col pensiero cento imagini dolorose; per la strada

era un viavai di carrozze, di maschere, un frastono da non si ridire.

Non c’è per la gente che soffre cosa più spiacente della allegria

clamorosa degli altri. E Rina disturbata in quel suo sconsolato e pur

dolce abbandono, s’alzò per uscire. Le pareva che in mezzo alla folla,

al chiasso si sarebbe divagata; ed uscì difatti, nonostante la sua

cameriera le facesse presente che l’ora era tarda e non le conveniva

andar sola per le vie della città, così popolate in quella sera.

_A chi consiglia non gli duole il capo_, insegna il proverbio. Così

anche le cameriere, se hanno la testa a segno e il cuore libero, danno

lezioni di convenienza; ma anche le signore se ne dimenticano, quando

il cuore batte più forte e la testa ragiona più debole.

La serata era scura e freddissima; ma la gente pareva non si

sgomentasse nè del bujo, nè del gelo. I perpetui convalescenti, che

ai primi freddi dell’autunno s’erano chiusi in casa paurosi delle

polmoniti, quella sera, nel cuor dell’inverno, giravano per Milano

sfidando i rigori della stagione; i cittadini precisi che hanno la

consuetudine di spazzolare diligentemente i vestiti e lisciare e

lustrare il cappello ogni volta che ritornano a casa, permettevano

quella sera che gente ignota, nascosto il viso sotto una maschera di

carta pesta, sporcasse loro il pastrano e ammaccasse il cilindro. E la

cosa si spiega. Dio buono!... era di carnevale e bisognava divertirsi;

se l’uomo non si diverte dalla Epifania alle Ceneri, quando mai si

divertirà?

Queste considerazioni Rina non le faceva; poichè era stata costretta a

togliersi alla quiete del suo salottino, si svagava tra quel frastono;

un tale svago forzato era anch’esso, forse, un tormento; ma così

nell’ordine fisico, come nel morale qualche volta l’accrescimento del

dolore dà refrigeri momentanei. Rina dunque andava di qua e di là, per

questa o per quella via; camminava con passo rapidissimo, dirigendosi

non sapeva neppur lei dove, e non avendo che un solo fine: sbalordirsi.

Finalmente seguendo sempre, senza avvedersene, i passi altrui, e

andando dove la maggior parte della gente andava, si trovò in una

piazzetta. A un lato della medesima si alzava uno di quei vecchi e cupi

palazzi che nelle città medievali stanno fra le casupole moderne come

Sansone in uno spedale di tisici; le finestre inferiori del palazzo,

che corrispondevano al piano terreno, erano illuminate di fuori;

innanzi alla porta ampia, avevano costrutto un padiglione posticcio,

con antenne e tele di vario colore. Una lunga fila di carrozze

ingombrava la piazza; ad una ad una infilavano sotto il padiglione e

vi si fermavano; la gente che v’era dentro scendeva, e la carrozza,

proseguendo verso un cortile interno, andava a riuscire per un altro

portone, nella strada parallelamente opposta. Dentro l’atrio un nuvolo

di servitori, di lacchè, di guardaportoni, dalle livree ricchissime. Ai

fianchi del padiglione gran numero di popolani che sfidavano il freddo

di una notte di febbraio, per levarsi il gusto di vedere i _signori_

che andavano a divertirsi.

Spesso, quando fermata la carrozza ne discendevano una o più persone,

si udiva un mormorìo confuso; era una specie di plebiscito col quale

il popolo salutava la sterminata ricchezza di un uomo, o la singolare

beltà di una donna; era un grido di ammirazione per le collane, per le

trine, per gli smanigli, per le croci. Salutava il popolino, ammirava

e invidiava; sentiva un tal quale desiderio di comunismo, che si

manifestava spesso, secondo i casi e gl’individui, in un’occhiata, in

un sospiro, in una bestemmia; ognuno di quelli spettatori desiderava

di essere il duca tale, o il marchese tal altro, o almeno uno di quei

fortunati lacchè tutti vestiti di verde e coperti d’oro da capo a

piedi.

Rina, entrando nella piazzetta, dovè fermarsi ad una cantonata; andare

innanzi non poteva per via delle carrozze, tornare indietro nemmeno,

per via della calca che ingombrava la strada. Rimase lì senza badare

a ciò che avveniva intorno a lei; pallida, con gli occhi stralunati,

immobile; pareva una sonnambula. E le carrozze passavano. A un tratto

l’abbassarsi di uno dei cristalli laterali di un _fiacre_ fece un po’

di fracasso. Rina si scosse e guardò; dallo sportello si affacciò

la testa di un uomo che, toltasi di bocca una sigaretta, la buttò

sul lastrico. Lo sportello si richiuse; la carrozza entrò sotto il

padiglione.

Rina si mosse con passo rapido e procedendo con molto vigore, si cacciò

tra la folla accalcata presso la porta.

In quel punto la carrozza si fermò, e l’individuo che v’era dentro

discese.

Rina aveva riconosciuto Federigo.

Accade qualche volta di formare un disegno dal quale speriamo trarre

molto utile e lo vagheggiamo con la fantasia nelle ore più tranquille

del giorno, lo carezziamo nelle notti piacevolmente insonni; poi

per un caso o per un altro ci conviene abbandonarlo e separarci da

quei lusinghieri fantasmi. Qualche tempo dopo, mutate le circostanze

succede altresì che ci appare tutto ad un tratto, e quando meno ce lo

aspettiamo, la possibilità di condurlo ad effetto. Allora l’animo sulle

prime è invaso da molti sentimenti diversi; la speranza che risorge più

calda, la dubitazione di non aver fatto dapprima tutto ciò che potevamo

e il dispetto di trovarci in colpa di negligenza; il timore di lasciar

fuggire anche questa volta l’occasione propizia, lo stupore finalmente

che la fortuna, cui siamo corsi dietro per molti mesi, ci venga ora

innanzi da sè.

Questi sentimenti irruppero tutti insieme nell’animo di Rina, subito

che le apparve Federigo; e con tale subitanea violenza, che Rina non

si accorse neppure del sogghignare della gente, meravigliata di vedere

una donna di condizione civile, sola, a quell’ora, in quel luogo, con

quell’aspetto; e non udì le crudeli ironie e le parole invereconde,

con le quali quella stessa gente spiegava sicura un fatto che non

intendeva.

Rina uscì di mezzo alla calca e si diresse a passo lento verso una

cantonata dove stava ferma una vettura di piazza. Vedutala vuota vi

entrò. Il cocchiere sceso da cassetta per richiudere lo sportello, e le

domandò:

— Dove comanda?

— Qui.

Il cocchiere non avendo inteso bene, ripetè l’interrogazione.

— Voglio restar qui per ora; vi dirò poi....

Il cocchiere tacque; sebbene un po’ meravigliato, rimontò a cassetta e

ripigliò, involto nell’ampio pastrano, il sonno interrotto.

Dalla carrozza Rina vedeva la facciata del palazzo ov’era entrato

Federigo. Si era propriamente nascosta in quella carrozza col

proponimento di aspettare che egli uscisse? No. Federico poteva

trattenersi a lungo, uscire accompagnato dagli amici; Rina tutte

queste cose le aveva pensate, e montando nella carrozza cedè a uno di

quei moti naturali che ci sospingono senza che noi ci diamo la briga

di spiegarli neppure. Tutti noi abbiamo passeggiato di notte sotto le

persiane chiuse della nostra bella; abbiamo cantato lontani da lei la

canzone che prediligeva, trovando così compagnia nella solitudine, pace

nella lontananza, e qualche volta conforto nell’abbandono. Perchè?

La gente andava intanto via via diradandosi; quando suonarono le

due all’oriolo di una chiesa vicina non era più innanzi alla porta

del palazzo anima viva. Il cocchiere dormiva sempre; Rina vegliava

aspettando.

E per fortuna sua non aspettò lungamente. Fissa sempre con lo sguardo

verso la porta, vide aprirsi una grande invetriata che metteva alle

scale ed uscirne Federigo. Egli si fermò un po’ sotto l’androne per

accendere un sigaro; poi camminando dinoccolato, lento come chi è

preso dalla stanchezza o dalla noia, traversò la piazzetta; passò senza

voltarsi neppure presso la carrozza e scantonò.

Rina era rimasta là col solo desiderio di vedere Federigo ancora una

volta e per un momento; ma quando lo perdè di vista non ebbe più che un

pensiero: seguirlo.

Uscì in fretta dalla carrozza e si diresse verso la strada nella quale

egli era infilato; il cocchiere che s’era svegliato al rumore, la

trattenne gridando:

— Ohè!... e io?...

Rina si fermò, trasse di tasca un biglietto e senza guardare se fosse

da cinque o da cento lire lo porse al cocchiere e fuggì. Il cocchiere

sbirciò alla luce del lampione il biglietto, e visto di essere pagato

lautamente, tanto per rimeritare come poteva la sua benefattrice,

compose le labbra a un sorriso maligno che significava:

— Ho avuto a fare con una matta o....

Povera Rina! non mi basta l’animo di scrivere tutto intero il dilemma.

Quel che le passava nell’animo mentr’ella teneva dietro a Federigo può

essere indovinato, descritto no. A un tratto Federigo intonò a mezza

voce la _mazurka_ di Chopin, che ella aveva tante volte sonata nella

villetta della Val di Nievole.

— Chi sa, — pensò Rina tra sè, — che egli non si ricordi dei nostri

amori.

Non era molto lontana dal vero. Federigo aveva passato il carnevale

in mezzo al chiasso, al rumore, agli amori facili, brevi, frequenti;

si sentiva stanco di corpo e di spirito. Per questo, era uscito così

per tempo dal ballo; per questo, tornando a casa, cantarellava quel

delicato motivo; per questo andava pensando tra sè:

— Oh! così non si vive; bisogna o voler bene davvero o non legarsi

neppure per un giorno. Oh! se Clotilde ne trovasse un altro!

Giova dire due cose: che Clotilde era una ballerina della Scala e che

il voto di Federigo era già esaudito da una settimana.

Rina, la quale camminava più presto, si trovò a poco a poco presso di

lui; lo raggiunse; e senza sapere nè a quale legge fatale obbedisse,

nè che cosa si facesse, passò il suo braccio magro e tremante sotto

il braccio del fuggiasco. Federigo si fermò e gli balenò in mente che

Clotilde lo perseguitasse anche a quell’ora. Sì volse e nonostante il

velo che la copriva, riconobbe subito la sua bella abbandonata.

— Tu! tu, Rina mia? tu qui.... — e le strinse forte il braccio contro

il proprio petto. Rina cercò di svincolarsi.

— Tu tremi, Rina; sei tornata dunque? Oh! povera piccina mia! — e le

baciò, traverso il velo la fronte.

Rina si ritrasse.

— Oh! hai ragione, non son mica degno di baciarti io! Oh! sono stato

cattivo, lo so.... povera bella, come sei pallida! Perchè non parli?

C’è rimedio a tutto, non è vero? Vieni, vieni con me, e non ti lascierò

più, più mai. Oh! Rina, perdonami. Come sei buona! Come t’ho fatto

soffrire! Ma non t’ho scordata, sai?... Oh! ma vieni.... Si gela qui.

Rina non sapeva più dire una parola; l’ultima battaglia tra la ragione

e la passione si combatteva forse per lei in quel momento; ma ella

non ascoltava se non la voce del proprio amore, fatto più ardente, più

imperioso che mai.

Quando volle rispondere a Federigo, non pronunziò che monosillabi;

quando opporsi al suo desiderio di condurla seco, non trovò forza per

resistergli. Un quarto d’ora dopo, ella entrava nel quartierino che

Federigo abitava in prossimità dei giardini pubblici.

Sulla _toilette_ di Federigo ov’ella posò il suo velo, stava una larga

coppa di vetro di Murano; in quella coppa era il fazzoletto che egli le

aveva preso quel tal giorno ed aveva conservato per caso.

— Non mi ha dimenticata, — disse Rina imprimendo su quella povera

reliquia un bacio caldissimo. Guardava ancora il fazzoletto come

assorta in una dolce estasi, quando fu scossa da uno schiamazzo che

veniva dalla strada. Strinse con moto convulso il fazzoletto, guardò

intorno a sè e fece per uscire. Federigo che era dietro l’accolse nelle

sue braccia.

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