XIII.

Chi ha ragione, Esiodo che saluta Amore _architetto dell’universo_ o

Bacone che lo paventa _perturbatore del mondo_? È egli vero che

“Amor è quel che ’l core a valor chiama„

come affermava sei secoli fa in uno de’ più brutti versi che sieno

stati scritti, messer Caccia da Castello, o vero invece che “amore è

odio, gemiti, grida, onta, dolore, ferro, lacrime, sangue, cadaveri,

ossami, rimorsi„ come, tra le mattìe della gazzarra romantica, bandiva

Pietro Borel il licantropo? Questioni inutili; quando si dice _amore_

si accenna ad un sentimento, la cui natura muta secondo la diversa

natura di coloro che lo provano; innamorati Catullo e il Leopardi, il

Petrarca ed il Byron. Mi ricordo d’una povera ragazza, figliuola di

uno speziale di campagna, la quale mi aveva scelto per confidente;

doveva sposare un giovanotto del paese e i suoi pensieri di tutti i

giorni erano la casa, la biancheria, la batteria da cucina, la lana,

l’armadio: col suo damo parlava di queste e di poche altre cose. Una

signora che sapeva a mente tutto il De Musset, e che era a parte anche

lei di quelle confidenze, mi diceva:

— Eppure quella ragazza crede d’amare sul serio! Povera Elisa!

Povera davvero; il suo damo la lasciò ed ella s’avvelenò coll’atropina.

Rina aveva carezzato l’amore nei sogni di giovinetta, l’aveva indarno

aspettato nelle solitudini di sposa; prima e poi la sua fantasia

s’era serbata vergine, e le duravano tuttavia immacolate nell’anima la

speranza e la fede. La condizione impostale dal marito le parve dunque

molto facile a osservare. Non voleva che ella stesse a Firenze; per che

farci a Firenze? Se le fosse stato ingiunto di domiciliarsi a Calcutta,

Rina avrebbe obbedito senza rammarico. Il paese prediletto, veramente

suo, era quello dove Federigo dimorava con lei; di là da quel paese il

deserto. Non c’era che un uomo a questo mondo: Federigo; un intento

alla vita: amarlo. Pronta, dunque ad obbedire in questo alla volontà

del Conte, si rallegrò molto quando Federigo le propose di passare la

primavera e l’estate in campagna.

Sola con lui, senza disturbi.... Ma era questo il suo sogno, povera

donna, e diveniva realtà! il suo sublime egoismo stava per esser

soddisfatto.

E pochi giorni dopo la visita del signor Luigi, Rina e Federigo

partivano per la Val di Nievole.

Tradizioni domestiche, dimore grate, reverenza di sepolcri troppo

presto dischiusi, amicizie numerose e dilette, memorie della

adolescenza ignara e della giovinezza felice mi fanno cara la Val di

Nievole sopra ogni altra regione d’Italia; pur s’io la miro bellissima

non credo sia quello inganno di occhi amorosi. Ne’ monti che la

chiudono è una armoniosa varietà di tinte e di linee, sulle quali e lo

sguardo e l’animo si riposano insieme. Dai vertici che si colorano nel

cupo delle querci si stacca per le falde l’allegro verde de’ castagni,

e la infima costa ricca dei prosperi ulivi, cinge di una glauca

ghirlanda i fertili terreni della pianura. La Nievole ora torrente,

ora ruscello corre in mezzo alla valle tra gli argini ombreggiati

dai pioppi e dai canneti. Lungo tutto il piano, da Serravalle a

Collodi qua paeselli nuovi, là rôcche antiche, testimoni delle lotte

civili, ruderi scampati alle ingiurie del tempo e degli uomini. Ne’

villaggi, quivi come dappertutto, poca la gente ammodo, molta la plebe

curiosa, fastidiosa, piccosa, irosa, oziosa, viziosa, invidiosa,

velenosa; ma da’ colli, dal piano, vola un’aura di prosperità e

di pace. Il popolo della campagna, tutto dedito all’agricoltura,

lavora e canta; canta quelle canzoni che solo sa comporre nella più

melodica lingua del mondo; popolo di agricoltori e di poeti accoglie

inconsapevole nell’animo i godimenti che la natura gli offre, e li

trasfonde e ritrae spontaneo negli umili ritmi stupendi. In un angolo

della valle, l’immenso piano del padule di Fucecchio interrotto da

canali malagevoli, avvolto da nebbie basse, rade. Fra quelle nebbie,

a dispetto dei bonificatori importuni, vivono famiglie d’atleti;

cacciatori e pescatori, eroi della miseria che aspettano il loro

Plutarco. O valle benedetta, amore della mia gioventù, desiderio

dell’età virile, invocato asilo della stanca vecchiezza, serba insieme

con il ricordo del figliuolo lontano, i sorrisi del cielo benigno, i

tesori della terra feconda.

Rina non aveva predilezione alcuna per la Val di Nievole; non c’era

mai stata; ma quando, affacciandosi a una villetta in collina, tra

Serravalle e Monte Catini, mirò tutta la splendida varietà dello

spettacolo che aveva dinanzi agli occhi, pianse di tenerezza e di gioia

e desiderò di morire là giovane e bella, per morir degna, come viveva,

dell’amore del suo Federigo.

E Federigo?

Provò le medesime sensazioni anche lui; ma la vita gli pareva quel

giorno così lieta e desiderabile, che a morire non ci pensò.

Rina, che viveva in un affetto solo, che aveva posto vita e mondo,

anima e intelletto, desideri e speranze, tutto in Federigo, poteva e

sapeva riunire i due estremi del cerchio fatale e illuminarli con la

luce del suo amore sublime; Federigo voleva vivere; più forte di ogni

altro gli batteva nel cuore il palpito della gioventù. Amava Rina

bensì: anzi giurava a sè ed a lei che l’avrebbe amata eternamente.

_Eternamente!_... intercalare d’innamorati che i re dell’Egitto non

osarono incidere sulla cima delle piramidi.

Non mi provo nemmeno a descrivere la letizia di quei due innamorati.

La felicità, fu già osservato, è così rara che l’uomo per descriverla,

ha inventato poche parole soltanto; laddove i contrassegni dell’idea

del dolore occupano parecchie colonne nei vocabolari di tutte le

lingue del mondo. Federigo e Rina lontani dal mondo, si ridicevano

ogni giorno le stesse cose, ogni giorno le ascoltavano collo stesso

piacere. Erano allegri? Godevano apertamente della loro allegrezza;

veniva l’ora della malinconia? Piangevano insieme. Di che piangevano?

Di nulla. Che trovavano nel pianto? Tutto. Federigo avviava sempre il

discorso parlando delle memorie di Rina, delle sue consuetudini, dei

suoi desiderii; l’istinto gl’insegnava che per arrivare al cuore di una

donna bisogna discorrere non di sè, ma di lei.

Il Duca Esmeraldi, sebbene possedesse ville e poderi, non poteva

soffrire la campagna e non aveva condotto quasi mai la pupilla fuori

di Firenze; alle Poggiola sappiamo che vita menasse Rina, con che

animo ci stesse. La vita dei campi era dunque per lei una cosa nuova; e

difatti correva, batteva le mani, si stupiva di ogni cosa con ingenuità

infantile; sorrideva ai fiori ed al sole, alle lucciole che brillavano

tra le siepi, alle stelle che scintillavano nel cielo.

Ignorava i nomi di ogni pianta e di ogni albero; smaniosa di impararli

presto si confondeva in guisa da far venire i bordoni a un orticultore;

appena si fu raccapezzata, cominciò a scherzare sulla passata ignoranza

e a dare lezioni di botanica a Federigo.

Un giorno passeggiando nell’orto della villetta colse un fiore di

margherita.

— Lo sai che cosa è questa, Federigo?

— Dio mio! è vero che non ho studiato scienze naturali, ma fin qui ci

arrivo anch’io. È una margherita.

— No.

— È vero, come è vero che tu sei bella.

E, perchè Rina non dubitasse, confortò la comparazione di un lungo

bacio.

— Andiamo, Federigo.... se ci vedessero....

— E poi?

— E poi così non si ragiona. Questa è una margherita, grazie, tutti lo

sanno; ma è anche un’altra cosa.

— Che cosa?

— È un’indovina.

— E che cosa indovina?...

— Ora sentirai. _Il m’aime, un peu_....

— No, Rina, lascia andare. Che bell’abilità! Senti, se dice di sì

indovina quello che sai; se dice di no, si fa canzonare.

— _Il m’aime, un peu_....

— Andiamo via, Rina, sei pur bimba qualche volta.

— Ma, Federigo, mi pigli per così stupida da credere a queste

scioccherie?

— Ma perchè le fai?

— Ma lasciami fare....

— No, ho detto di no....

— Ti prego, Federigo, sii buono... lasciami fare; tanto deve dir di sì,

se è indovina, non è vero?

— Ma... crederei.

E Rina sfogliò sorridendo la margherita sino alla fine. L’oracolo

risposo _point du tout_.

Rina trattenne nelle mani il fiore spogliato dei suoi poveri petali;

lo guardò, lo riguardò, poi lo lasciò cadere in terra e dette in uno

scoppio di pianto.

— Ma, Rina, è possibile che tu pianga per queste cose? Ma via, son

fanciullaggini; lo hai pur detto tu che sono scioccherie.

— Sì, sì... lo so... ma intanto... È la prima volta che lo faccio, sai?

— Pare incredibile! hai tanto ingegno, e delle volte ti pigliano certi

pregiudizi....

Federigo si dimostrava, qual era, molto giovane. È lecito non credere a

Dio; ma come non metter fede ne’ tavolini che girano, ne’ malefizi del

sale versato sulla tovaglia e ne’ vaticinii di una margherita?

— Sì... e se fosse vero? — domandò Rina rasserenandosi.

— Se fosse vero, la margherita avrebbe ragione, ma siccome non è....

Vedi, Rina, dicono che la natura ha fatto tutto bene.... io ci ho i

miei dubbi.

— Perchè?

— Perchè avrebbe dovuto dare a quel fiore una foglia di meno....

— E allora avrebbe risposto?...

— _Passionnement_ — conchiuse Federigo, e per non far la conchiusione

diversa dalle premesse attirò Rina tra le braccia e le coprì la fronte

di baci.

E Rina svincolandosi da lui:

— Me l’ha fatto proprio per dispetto!

— O per vendetta, — soggiunse Federigo raccogliendo il fiore, e

mostrandolo mal ridotto come era: — Sfido! L’hai rovinato così.

Rina sorrise; prese la mano di Federigo, gliela strinse forte e così

uniti andarono a correre per i campi.

Era di primavera; intorno a que’ due amanti gioiva l’imene universale,

quell’amore salutavano per la terra e per l’aria altri amori d’insetti

e d’uccelli. Da ogni fronda s’ergeva un cantico, ogni filo di erba era

un letto nuziale.

. . . . . . .

La sera Rina sonava un po’ sopra un vecchio pianoforte; una

_mazurka_ dello Chopin, studiata da lei per la prima volta il giorno

che s’imbattè al Poggio in Federigo, poneva fine tutte le sere

all’accademia.

— È il nostro inno reale! — diceva Rina sorridendo.

Cessata la musica, veniva l’ora della poesia. Federigo leggeva a voce

alta qualche squarcio del Leopardi, dello Shelley, del De Musset; Rina

(guardate un po’ che gusti!) sarebbe stata più volentieri a sentire i

versi di Federigo, ma egli non ne scriveva più; capiva che la sua musa

era debole, nè le era consentito levarsi all’altezza di quell’amore.

La posta arrivava tutte le mattine, ma i giornali, stretti ancora nelle

loro fasce inviolate, s’accatastavano sui tavolini; le lettere degli

amici di Federigo giacevano dimenticate per più giorni nelle tasche del

suo vestito; stando alle apparenze, non ve n’era nessuna che meritasse

risposta.

Quando, sulla metà d’agosto, s’aprì la caccia, Federigo mostrò

desiderio di andare in cerca di quaglie. Se ne discorse molto

tempo innanzi; Rina era restìa a concedere il permesso, ma Federigo

persisteva.

— M’alzerò pianino pianino, — diceva, — che non mi sentirai neppure.

Uscirò alle quattro per tornare alle nove; tornerò che tu, poltrona,

dormirai ancora e ti sveglierò con un bacio. Toglierò un po’ di tempo

al sonno, a te neanche un minuto.

E fu fissato che Federigo andrebbe a caccia la mattina dopo; ma Rina,

che dormiva del sonno leggiero di chi vuole svegliarsi, udì Federigo

fare i preparativi per la partenza.

— Dunque vai proprio? — domandò a lui che la credeva addormentata.

— Vedi, m’avevi promesso di non svegliarti.

— Come si fa, Dio mio? È la prima volta che mi lasci sola....

— Senti, Rina mia, veggo che ti dispiace e rimango.

— Ma perchè deve dispiacere a me di vederti andar via e non a te di

lasciarmi?

— Ma se ti dico che non vado. — E si affrettò a deporre gli oggetti che

teneva fra mano.

— No, no, Federigo, voglio che tu vada. Perchè non ti devi

divertire?... No.... No... sono una sciocca.

— Dunque andrò.

— Sì, ma ancora no.... resta un altro pochino con me, Federigo mio.

Due ore dopo, erano lo sei della mattina, Federigo uscì, lasciando

Rina appisolata. Passando dalla porta di casa sentiva qualche cosa

di nuovo, di straordinario moverglisi nell’animo; da quattro mesi non

aveva lasciato sola Rina neanche per un’ora; allontanandosi da lei per

la prima volta, se ne angustiava come di un rimorso. Girò intorno casa,

le quaglie gli frullarono davanti, rumorose come al solito; non se ne

accorse neppure. Alle sette, senza essersi macchiato di alcun omicidio,

senza aver nemmeno scaricato lo schioppo, era daccapo sulla porta della

villetta.

Salì le scale pian piano pensando tra sè: — Le ho detto che sarei

tornato alle nove e sono appena le sette! Chi sa che sorpresa

svegliandosi! — Entrò in camera con tutte le precauzioni per non

destarla ad un tratto. Rina s’era alzata, vestita, e, rannicchiata

sopra una poltrona in un angolo della stanza, piangeva aspettandolo.

Le imposte erano chiuse, sopra un tavolino filava dimenticato il lume

da notte.

Quando Rina vide Federigo cacciò un grido, un di quei gridi che valgono

molte parole e gli si gettò al collo. Egli le rispose con un bacio;

le sorrise come un uomo che ha sollevato l’animo da un gran peso,

poi corse ad aprire le finestre; e insieme con l’aria profumata della

mattina, rientrarono nella stanza la poesia e la luce.

Racconti(#75764) · 第 24 / 69 题