Pigliare il mazzolino, leggere il foglio e portare l’uno e l’altro
alle labbra fu un momento, ma quale momento! E il bacio impresso alla
carta e a’ fiori fu così lungo che quando la carrozza passò dalla porta
Romana ov’era fermo Federigo, egli potè agevolmente vedere la bella
Contessa di San Vittore premere colle labbra le gaggìe ed il foglio che
egli, grazie al dormiveglia dell’incauto cocchiere, aveva gettato nella
carrozza.
Anche Rina lo vide; si dettero un’occhiata sola, ma che, secondo
il solito, disse all’animo di que’ due, più che non direbbero mille
discorsi o mille volumi. Quelle gaggìe, quel verso ripetuto a diecine
di volte, avevano insegnato a Rina la strada del paradiso; accadeva
nell’anima di lei, ciò che avviene in certe zone dove il levare del
sole non è preceduto dal crepuscolo; era notte... è giorno.
Federigo rimase così assorto, che per un momento non vide più nulla
intorno a sè; gli parve lo cogliesse una vertigine. Quando l’estasi
finì, notò che un giovine pallido, biondo, stava fermo innanzi a lui.
Federigo si mosse dando facoltà alle gambe di condurlo dove volevano
purchè lasciassero alla testa intera la libertà.
Anche il signor Luigi (era lui il giovane che aveva dato nell’occhio a
Federigo) si mosse; e mentre questi infilava la via de’ Serragli, egli
se ne andò cupo e cogitabondo verso Annalena.
Federigo, tornato nella sua cameretta del Maglio, aprì le finestre le
quali davano sopra uno di quegli orti modesti nelle cui aree hanno oggi
fabbricato le case del quartiere Savonarola; si appoggiò al davanzale
pensando a mille cose senza fermarsi su di alcuna, e riconducendo
ognuna di esse ad un solo principio: Rina. Avvertì allora per la prima
volta che due nidi di rondine erano appesi al tetto di una casa vicina,
e si domandò: — Povere rondini! o che ci sono di già? — E non ricordava
che le rondini se n’erano andate da un pezzo verso il Nilo ospitale;
non ricordava che quelle rondini, delle quali ora mirava i nidi, le
aveva tante volte maledette nell’estate, perchè troppo mattiniere gli
guastavano il sonno. Scôrse in mezzo allo squallore quasi invernale
dell’orto una pianta di crisantemi, la carezzò lungamente col guardo;
seguì le nuvole che vagavano pel cielo, respirò a pieni polmoni un’aria
fresca che da’ colli di Fiesole scendeva fino a lui, e, come se non
l’avesse mai visto, esclamò: — Come è bello quest’orto! — Sonarono le
nove di sera, era ancora alla finestra e si compiaceva guardando le
luci giallastre de’ lampioni lontani tremolare tra gli alberi nel buio
della notte. Il freddo lo punse, ma non seppe risolversi a chiudere.
La solitudine, di notte presso la campagna, ha un incanto che non si
ridice; ci par d’esser signori dell’universo; vien voglia di ordinare a
Zeffiro che carezzi quei certi capelli, di imporre alla brina che non
sciupi le azalèe di quel tale giardino.... Questo incanto dolcissimo
provava appunto Federigo; ed egli suscitava le memorie, vagheggiava le
speranze, confondeva nelle grandi armonie della natura le forti armonie
dell’anima sua.
In quelle ore istesse, Rina faceva la partita di _écarté_ collo zio
Varalli. Egli le aveva insegnato il gioco e se ne teneva, perchè
l’allieva aveva fatto in poco tempo progressi tali, da arrivare il
maestro. Quella sera bensì non fu contento di lei; Rina sbagliava,
si distraeva... quando, lasciava al Marchese le date che non gli
toccavano, quando, le pigliava tutte per sè, quasi ogni carta
diventasse _atout_ in mano sua; talchè lo zio, impazientito, domandò
alla fine:
— Ma dov’hai la testa stasera?
Rina non glielo volle dire.