VII.

Vestitosi alle fine, cercando di farsi bello più del solito, verso le

tre uscì di casa col proposito di andarsene verso il Poggio; ma a che

fare? Se il giorno avanti si fosse imbattuto nella simpatica incognita

alle Cascine, luogo di usati convegni, avrebbe con fondamento potuto

sperare di ritrovarcela; ma al Poggio Imperiale!

Dal Maglio ove abitava, Federigo se ne andava giù giù per via de’

Rondinelli verso Santa Trinita, quando gli dette nell’occhio una

_malibran_ ferma innanzi a una bottega di crestaia; e gli parve il

cocchiere che sedeva a cassetta fosse quel medesimo, il quale conduceva

il giorno innanzi la famosa carrozza su per la salita del Poggio.

Rallentò il passo e intanto ch’egli cercava di raccapezzarsi sul conto

del cocchiere, la bella incognita uscì dalla bottega e montò nella

_malibran_. Parve a Federigo che, nel vederlo, ella si fermasse un

momento quasi commossa, e che prima di tirare il cordone per dare il

segno della partenza, voltasse gli occhi verso di lui; gli parve, e

così andò difatti la cosa, ma se anche fosse andata in modo diverso,

Federigo avrebbe goduto egualmente, perchè in simili casi noi godiamo

più a spese della fantasia che della realtà.

La carrozza partì prima che Federigo si fosse riavuto dal suo dolce

stupore; aveva riveduta quella donna, ma ne sapeva sul conto suo quanto

prima. A un tratto si ricordò che fuori dello sportello era dipinto uno

stemma; ricordarsene e montare in un _fiacre_ fu tutt’una. Raggiunse

difatti la carrozza e vi scorse non un solo stemma ma due: l’uno

portava un corno da caccia dorato in campo verde; l’altro, spaccato,

aveva nella parte superiore dello scudo un leone rosso rampante in

campo d’oro; e nella inferiore una ruota d’argento in campo azzurro col

motto: _sans sortir de l’ornière_.

Mezz’ora dopo Federigo sapeva che il primo stemma era de’ Marchesi

Miriani, il secondo dei Conti di San Vittore.

Il palazzo San Vittore era noto a lui come a tutti. — Oramai — diceva

Federigo tra sè — ho la chiave della fortezza; mi metto di piantone

davanti al palazzo, le vo dietro se esce di casa, la vedo se s’affaccia

alla finestra. — Il disegno era bello, ma per quel giorno non c’era

caso di metterlo in pratica; cominciava a farsi buio. Federigo se ne

andò a casa, e dopo aver passeggiato un paio d’ore in lungo e in largo

il suo salottino, si sdraiò sopra una poltrona. Desiderò che qualche

amico capitasse, come avveniva spesso, da lui, per potergli esporre

tutte le idee, confidare tutti i sentimenti che gli mulinavano dentro;

ma, a farlo apposta, quella sera non ci andò nessuno. E Federigo scelse

per suo confidente un pezzo di carta bianca; si mise a tirar giù senza

pigliar fiato versi, versi e versi pieni di calore giovanile e di

imagini strampalate. Se fossero stati di un altro, Federigo, leggendoli

a sangue freddo, gli avrebbe presi per una parodia dei canti orientali

di Saàdi o di Firdusi.

La mattina dopo, per tempissimo, era innanzi a casa San Vittore,

aspettando. Nessuno s’affacciava alla finestra, nessuno metteva piedi

fuori del portone. Federigo pensò non esser facile che una signora

uscisse di casa alle otto nel mese d’ottobre; girandolò tre orette,

alle undici ritornò daccapo al suo posto, aspettò inutilmente sino a

mezzogiorno, si confortò persuadendosi che quella era forse l’ora della

colazione. Tornò alle tre; Rina non uscì quel giorno.

L’uomo è qualche volta un molto bizzarro animale. Rina non era uscita;

fatto così semplice, si poteva spiegare con molte ragioni semplici

del pari. No, signore; Federigo se ne andò a casa adirato, sgridò il

servitore, buttò ogni cosa sottosopra; pareva venuta la fine del mondo.

Come? _gli era parso_ che una signora, la quale tre giorni avanti non

conosceva neppure, lo avesse guardato; questa signora sapeva che egli

non poteva vederla che per le strade di Firenze, e non usciva di casa?

Oh! le donne, le donne! Dice bene Shakespeare: “_perfide come l’onda_.„

E, notate bene, Federigo aveva torto in tutto e per tutto. Egli era

stato, sebbene a caso, veduto; se non che Rina non gli si era mostrata;

non già che ella fosse una di quelle donne furbe, avvezze a carezzare

gli amanti a quattr’occhi e a salutarli in pubblico di mala grazia e

che sono più avare di lettere che di baci, no; Rina era mossa da un

senso di pudore; provava un grande compiacimento nel vedere Federigo,

ma non voleva che Federigo se ne accorgesse. E poi, quel compiacimento

non poteva durare nè durò senza vicenda di dubbiose malinconie.

Fu quello per Rina un momento grave; l’affetto nuovo non era così saldo

nell’animo suo da toglierlo al dominio dell’antica speranza. Se il

Conte si fosse degnato non dico di scrutare ma di osservare, avrebbe

capito di che si trattasse; non importava essere un grande psicologo

per intendere che a quel punto Rina non pretendeva di vincere,

domandava di arrendersi; che una sola parola purchè detta a tempo da

lui avrebbe bastato a salvarla. Ma il Conte non si degno; guardò tanto

poco la moglie che non vide nè il suo pallore, nè gli occhi umidi di

lacrime trattenute a mala pena, supplicanti, imploranti; pranzò, fumò e

dopo il pranzo:

— Vieni al teatro? — disse a Rina.

— Perchè non resti in casa stasera? — domandò l’altra con desiderio

affettuoso, quasi umile.

— A far che?

— Buona notte, dunque, — soggiunse Rina, stendendo la mano al marito;

egli, la strinse così sbadatamente, da non accorgersi nemmeno che

quella mano era gelida e tremante.

Rina gli guardò dietro e dette in uno scoppio di pianto.

Perchè c’è un curioso mistero psicologico che io non mi studierò di

spiegare. Una donna maritata, la quale non sia congiunta contro ogni

sua volontà a un essere spregevole, se commette un errore, lo commette,

o perchè è corrotta, o perchè si sente attratta verso un ideale

sognato e non raggiunto. Nel primo caso non c’è rimedio; ma nel secondo

avviene che prima del fallo la donna ritorna per poco al marito. È,

come dicono, il miglioramento della morte; quasi pare che prima di

cercare altrove il sodisfacimento del suo desiderio irrequieto, voglia

chiederlo un’altra volta all’uomo che le è compagno nella vita. —

Perchè?

Ne ho domandato a un moralista, il quale con la burbanza di chi ha una

spiegazione bell’e fatta per tutti i misteri impenetrabili della natura

umana, m’ha risposto:

— È la voce del dovere.

No; il dovere è assoluto, non patteggia; e la donna in procinto di

fallire, impone al marito due patti: prima, amarla, poi amarla come

l’ama quell’altro.

Dunque? L’ho già detto; osservo il fenomeno ma non mi attento a

spiegarlo.

Mentre il Conte usciva di casa, Rina aprì la finestra e guardò nella

via. Pioveva a dirotto. Vide il marito salire nella carrozza che lo

aspettava alla porta e pensò che egli, scese le scale, non si ricordava

più di lei; seguendo con gli occhi la carrozza, scorse Federigo che si

voltava per guardare ancora una volta la finestra a cui era affacciata.

Ho detto scôrse: dovevo dire _credè scorgere_. Federigo a quell’ora,

se pur pensava a Rina, ci pensava da lontano; e quello che ella prese

per lui, era un pacifico cittadino il quale andava forse in cerca

dell’ombrello che non aveva e non si voltò per guardare finestre, bensì

per scansarsi dalla carrozza. Ma che importa la verità quando è dolce

l’inganno? Rina credè veder Federigo; e ciò che ella pensasse, quali

paragoni facesse tra il Conte che se n’andava in carrozza e l’incognito

che a quell’ora e con quel tempo passeggiava sotto le sue finestre, è

tanto facile a imaginarsi, che io non starò a dirlo neppure.

Richiuse la finestra e sonò il campanello.

Un giovane alto, pallido, biondissimo, tutto vestito di nero, il quale

se non fosse stata l’età sua si sarebbe preso per un professore di

filosofia di qualche Università tedesca, entrò nel salotto.

Era il segretario del Conte.

— Ma perchè viene lei? — domandò con un po’ d’impazienza Rina subito

che l’ebbe veduto.

— Ma, se la signora Contessa ha qualche cosa da comandare....

— Ma che cosa vuole che comandi a lei? Ho bisogno di Giacomo.

— Scusi....

— No, scusi lei, signor Luigi.... — riprese Rina rabbonitasi; — e

giacchè è stato così cortese da venir qui invece di Giacomo, faccia il

favore di dirgli che stasera non ci sono per nessuno.

— Vuole star sola tutta la sera?

— Sì.... già non verrebbe che lo zio Varalli a far la partita e stasera

non ne ho proprio voglia... Leggerò.

— Se ha bisogno di me....

— No, no, grazie, signor Luigi... grazie; faccia l’ambasciata a

Giacomo... buona notte.

— A’ suoi comandi, signora Contessa, — replicò l’altro ed uscì.

Rina rimasta sola pensò, — pensò; — poi, non erano ancora sonate le

dieci, si coricò.

La notte sognò. Le pareva di essere al Poggio Imperiale e di trovarvi

le stesse persone del giorno antecedente. La mattina dopo fa presa da

una smania indicibile di vedere se il sogno si verificasse; e montata

in carrozza verso le due, si fece condurre al Poggio. A piè del viale

lasciò il legno e salì verso il palazzo.

Il _Poggio_ di quei tempi non somigliava in nulla al _Poggio_ d’ora;

la nuova cinta era di là da venire; que’ viali oggi aperti, popolati di

case, erano allora modesti, malinconici, solitari; passeggiata favorita

dalla gente che stanca de’ rumori cittadineschi, andava a cercare un

po’ di pace sui colli di Bellosguardo e d’Arcetri, o per i viottoli

remoti del piano di Giullari.

Rina co’ suoi occhi lincei sbirciò fino alla cima del viale, ma non

vide nulla; si persuase che i sogni sono sempre sogni, e se ne ritornò

silenziosa verso la carrozza. Il cocchiere sonnecchiava a cassetta e

dovè chiamarlo più volte.

Ma nella carrozza, dov’ella entrava con tanto visibile malumore,

l’aspettava una sorpresa; v’era su’ cuscini un mazzolino di fiori e un

pezzetto di carta su cui si leggeva questo verso, col quale il signor

di Voltaire ha provato di conoscere profondamente l’essenza dell’amore:

C’est moi qui te dois tout, puisque c’est moi qui t’aime.

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