VIII.

Il marchese Varalli, dopo la famosa lettera del Duca, s’era messo

a osservare le consuetudini di Rina; non già che gli premesse di

salvarla, se in procinto di fallire, o di unirla strettamente con il

marito, se gli si serbasse fedele; ma per amore della scienza, perchè

Rina gli pareva, come dicono i medici, un bel caso ed era curioso di

vedere che cosa avrebbe fatto da ultimo quella donna, con quell’indole,

in quell’età, in quello stato d’animo, in quella condizione domestica.

E anch’egli, il Marchese, che aveva detto addio da un pezzo all’età de’

facili inganni e degli amori cominciati da lontano, prese, in questa

faccenda, un abbaglio. Sapeva che nessun giovinotto frequentava la

casa San Vittore, sapeva che Rina non usciva di casa che nella carrozza

propria, accompagnata, s’intende, da un servitore; aveva scandagliato

l’animo di questo servitore, senza trovare il menomo argomento di

sospetto e aveva conchiuso a modo suo:

— Quella donna lì è di marmo; è una donna senza nervi. Po’ poi, nella

disgrazia, mio nipote ha avuto una certa tal qual fortuna, trovando una

moglie che non lo secca nè con l’amore, nè col cattivo umore e che può

faro a meno dell’assiduità del marito senza.... Basta, anche queste son

cose che succedono!

S’era bensì accorto che Rina non era da qualche tempo tranquilla come

prima, che non giocava più con la stessa attenzione, che aveva la cera

un po’ malandata; una volta entrando, come usava, senza ambasciata,

l’aveva trovata a leggere una lettera nascosta in fretta e in furia: ma

questi non erano per lui indizi tali da farne gran caso: con un mezzo

o con un altro arrivava sempre a raccapezzare se Rina era uscita sola

a piedi; se nessun _viso novo_ s’era visto in casa sua; e poichè aveva

la certezza che questi due fatti non erano accaduti, del resto non

si curava. Agli amori sospesi tra le finestre di un primo piano e il

lastrico di una strada, egli non ci credeva; aveva dimenticato oramai

le passeggiate notturne, fatte cinquant’anni prima sotto le finestre

chiuse di una bella addormentata.

Così Rina lasciata a sè stessa dal marito dissoluto, dal tutore

lontano, dallo zio sbadato, correva verso l’abisso della colpa e vi

correva per la via più facile: quella del carteggio.

C’è meno pericolo, secondo me, nel chiudere un uomo e una donna

giovani in una villa solitaria e farceli stare tutta una settimana,

che nel lasciar loro la libertà di scriversi quando vogliono e quello

che vogliono. Quando un innamorato parla, la ragione, se anche poco,

qualcosa suggerisce; quando scrive, chi detta è la fantasia.

In quel tempo giunse a Firenze da Costantinopoli Paolo Carpi. Era il

solo cui fosse dato salvare quella donna giovane e non fortunata, il

solo che potesse col linguaggio del cuore mostrarle tutti i pericoli,

verso i quali la conduceva l’affetto; il solo finalmente che avesse

tanta autorità presso il Conte, da movergli i rimproveri meritati

per non avere alimentato a suo pro un affetto eguale nell’anima della

moglie. E Rina lo accolse, allorchè le fu presentato da suo marito,

con affabilità quasi affettuosa. Vi fu un momento, anzi, nel quale si

propose di dire a Paolo, con la risolutezza che era sua, ogni cosa; ma

poi o che non avesse sufficiente fiducia in lui, o che la passione la

dissuadesse con uno de’ suoi tanti sofismi, fatto sta che non ne fece

più nulla; e quando Paolo ripartì pochi giorni dopo per Torino, dove lo

chiamava il ministero, portò seco il convincimento che il matrimonio

dei San Vittore era de’ tanti matrimoni dell’alto ceto: un affetto

tranquillo tanto da parere sopito, una valuta intesa tra i coniugi per

vivere senza gelosie, senza uggie reciproche: la solita scapataggine

per parte d’Emilio, poco pericolosa alla rassegnata pacatezza della

moglie.

Paolo Carpi si trattenne a Firenze una quindicina di giorni; durante la

sua dimora, il palazzo San Vittore aveva preso un altro aspetto; Rina

era più gaia, il Conte stava un po’ più in casa; c’era da sperare che

questo suo costume casalingo fosse per durare. Ma partito Paolo, il

Conte tornò alle proprie consuetudini; una parte della sera Rina dovè

passarla vicino al fuoco, così triste le prime volte che s’accende sul

finire dell’autunno, e un’altra giocando al solito la solita partita

col solito Marchese. Otto giorni dopo la partenza di Paolo, accadde in

casa San Vittore un fatto così nuovo da meravigliare tutti coloro che

lo seppero, e da porgere soggetto per parecchie ore ai chiacchiericci

dei servitori.

Rina, fatta dopo mezzogiorno colazione in fretta, chiamò la cameriera.

— Datemi il mio cappello nero.

— Esce, signora?

— Sì.

— Vado a ordinarle la carrozza.

— No, vado a piedi.

— Ma il signor Conte è uscito.

— Lo so.

— Ah! viene a prenderla il signor Marchese?

— No... non mi seccare... non viene a prendermi nessuno; vado sola.

Rina si studiò di pronunziare queste parole col tono altero della

padrona, che non vuole render conto di ciò che fa; ma non ci riescì, le

tremava la voce. Giustina non ci badò; un osservatore più attento o più

acuto di lei avrebbe capito subito che c’era per l’aria qualche cosa di

nuovo.

Licenziata Giustina, Rina si chiuse nella propria camera, che era un

modello di vaghissima semplicità. V’era da un lato un armadio di noce

opaco che si giudicava alla prima scolpito da artefice abilissimo, dal

Barbetti o dal Lienhart. Là dentro stavano chiusi i vestiti di velluto,

di seta, le trine di Fiandra, le martore, i cappelli d’ogni foggia

e d’ogni colore, tutto il corredo, insomma, d’una donna elegante.

Dirimpetto all’armadio una _Psiche_, anch’essa di noce opaco, sorretta

da due statuette scolpite nel legno istesso e raffiguranti la Salute

e la Gioventù; vicino alla finestra, appoggiato al muro, un lavamano

di marmo nei cui bacini di porcellana finissima, incastrati in fori

circolari, cannelle d’argento versavano l’acqua fredda e la calda.

Nel fondo della stanza il letto a padiglione tutto bianco, a’ cui

piedi si stendeva uno stupendo tappeto di Smirne; accanto al letto un

ritratto a acquerello della madre di Rina. Innanzi alla finestra, sopra

una tavola insaccata in una sottana di mossolina, stavano raccolte

e simmetricamente disposte cesoie d’ogni misura, lime d’ogni forma,

spazzole dure e soffici, pettini di tartaruga e d’avorio, acque salubri

e polveri odorose. Quante frivolezze direbbe un filosofo! E direbbe

male, perchè il dilemma del buon Gautier è giusto: una delle due: o

l’anima c’è, e importa tener lindo e aspergere di aromi il corpo che le

è vaso e tabernacolo; o non c’è in noi che materia e giova che ognuno

la faccia più bella che può.

Chiusa a chiave la porta, Rina si gettò attraverso il letto e, serrati

gli occhi, stette per un pezzetto immobile. Le si agitavano nell’animo

molti sentimenti diversi; era nell’ora delle titubanze terribili che

tormentano la donna innamorata, quando cede la prima volta a un comando

della passione, al quale le sembra che sarebbe bello resistere; quando

il sì e il no le tenzonano nel capo; quando capisce che una volta fatto

il primo passo, non c’è più strada per tornare indietro. Rina sentì

allora di che forza fosse oramai il suo affetto; pensò anch’essa forse

come il poeta che “il vento dell’amore manda il naviglio della vita„ e

pur temendo la tempesta, giudicò men triste il morire in alto mare, che

poltrire nella solitudine della riva.

Si alzò, interrogò lo specchio, perchè le ripetesse anche una volta che

era bella; per consiglio suo, buttò via un mantello che s’era messo

dapprima, e prese invece un leggiero scialletto di trina di Malines,

uno de’ più graziosi oggetti del suo corredo di sposa; si guardò

daccapo; pose in tasca un libro che aveva accanto al letto, si guardò

un’altra volta ed uscì.

Se la disgrazia fa ch’io abbia tra’ miei lettori alcuno di coloro,

che nel mondo delle passioni hanno fatto soltanto una gita di piacere

e studiato le donne ne’ romanzi del Bertolotti o del Ducange, si

meraviglierà della cura che Rina poneva nel suo abbigliamento, dubiterà

della profondità dell’affetto suo, la piglierà per una donna vana e via

discorrendo; e in queste cure di Rina stava appunto una delle prove del

suo affetto per Federigo, che ella andava in quel giorno a cercare.

Molte donne sanno e pochi uomini intendono tutta la poesia che è

talvolta ne’ colori bene accozzati d’una veste, nell’armonia d’un

abbigliamento femminile. Quante cure spese non ad attrarre l’attenzione

del volgo, ma a compiacere lo sguardo delicato dell’uomo per il

quale vorreste esser perfetta! Ogni nastro è un sospiro, ogni fiore

un sorriso; per una donna che vuol bene, il vestirsi è uno degli

innumerevoli episodi del poema d’amore.

E poi, siamo giusti, Rina aveva proprio ragione di guardarsi, di

riguardarsi. Era simpatica; non dico bella addirittura, perchè qualche

imperfezione ne’ suoi lineamenti si sarebbe potuta trovare; ma la sua

testa, se non per il disegno, meravigliava, come gli stupendi dipinti

della scuola veneta, per il colore. Aveva i capelli neri, morbidi,

lucidi; gli occhi neri del pari, vivissimi e la pelle coperta di quella

leggiera tinta rosea che fu il segreto degli statuari greci e di cui

possono dar soli una idea il tono incarnato di qualche camelia bianca,

o i primi vapori dell’alba sulla cima d’un’alpe.

Rina uscì al solito fuori della porta Romana; se non che invece di

tirar diritto, voltò a destra e prese a salire il viottolo ripido, che

mena verso Bellosguardo. Saliva guardando di qua e di là come chi cerca

qualcuno; sfogliava ogni tanto una pagina del libro, figurandosi di

leggere; ma leggeva in un altro libro: nel proprio cuore.

Quel volume che ella teneva fra le mani, lo avea letto pur troppo! Era

un romanzo che Federigo aveva trovato modo di farle pervenire e di cui

aveva segnato colla matita i passi più caldi e più tristi.

Là dove il viottolo sbocca in un’altra stradicciola, Rina si fermò;

Federigo stava aspettandola vicino alla cantonata.

I canoni dell’arte e il desiderio di conciliare al mio eroe la simpatia

altrui vorrebbero ch’io lo dipingessi come un uomo compito, ma in

omaggio alla verità debbo dire che quel giorno aveva l’aria molto

impacciata; un po’ perchè un innamorato di quell’età, che va al primo

appuntamento, disinvolto non è quasi mai; un po’ perchè s’era messo un

vestito nuovo, e tutti sanno che il vestito nuovo dà l’aria impacciata

anche al più avvezzo diplomatico del mondo.

Tanto Federigo quanto Rina avevano pensato e preparato un mondo di

interrogazioni da fare, di cose da dire, e per la strada, scelto via

via le principali perchè tutte non ci poteva esser tempo bastante.

Subito che si videro vennero l’uno incontro all’altro; egli prese

la mano tremante di lei fra le sue e la strinse. E zitti. Dove erano

andate le tante cose che avevano da dirsi? Non se le ricordavano più,

non sapevano nè l’uno nè l’altro da che parte rifarsi.

Federigo si sgomentò subito di quel silenzio e a torto; prima, perchè

per dirsi che ci si vuol bene non importa una lunga conversazione;

basta una parola, un’occhiata, il tono di voce onde si pronunzia un

_buon giorno_ o un _addio_; poi, perchè gli innamorati discorrono tra

loro anche stando zitti; v’è una forza fatale, che spinge il pensiero

di ambedue sopra una medesima via. Alla fine, come Dio volle:

— Come ti ringrazio, — disse, — d’esser venuta....

— Sì.... Oh! ma perchè siamo venuti qui?

— Perchè? Come si faceva se no? Qui nessuno ci vede.

— E se ci vedessero? — domandò Rina con naturale fierezza. — Oh! non ho

paura di questo, ma io te lo domando: dove andiamo?

Federigo credendo ella ripetesse la prima interrogazione con parole

diverse, replicò:

— Dove vuoi.

Rina alzò la testa e lo guardò fisso; questa volta fu lei che si trovò

corta a parole.

Passarono due secondi e a Federigo parvero due secoli, tanto che trovò

il tempo di scaricare sopra la propria stoltezza tutti i vituperi

imaginabili; una frase volgare che gli serviva per riattaccare il

discorso gli parve una trovata da oratore:

— Come sei bella!

— Ti pare?

— Dio mio, Rina!

— E mi vuoi bene?

— Perchè te lo direi?

— Mi vuoi bene solamente perchè sono bella?

— No....

— Se non sai nulla di me! Mi hai veduta, e....

— Ma e le tue lettere? E poi non mi domandare tante cose, Rina mia; so

che ti voglio bene e basta.

— È tanto facile a dirsi. E se io non lo credessi?

— Oh! sì che lo credi; se no, non saresti venuta qui.

— Hai ragione, — replicò Rina e chinò pensierosa la testa.

— E... lui? — domandò Federigo.

— Cioè?

— Se se ne accorgesse?

— Confesserei.

— Tu?

— Non posso nè fingere, nè dir bugie. Promettimi che non me ne dirai

neanche tu.

— Mai.

— Bada, Federigo, bisogna volermi molto bene.... la mia divisa la sai:

_J’aime, quand on m’aime, que l’on m’aime, comme j’aime_. Ma perchè

stai zitto? Che fai la sera? Ci pensi mai a me?

— Sempre, Rina; oh! saremo tanto felici se tu vorrai; tu puoi fare di

me tutto quello che ti piace; ho menata una gran bratta vita sin qui...

brutta perchè inutile; ho uno scopo ora, sei tu, ho una gioia, sei tu,

ho una speranza, sei tu.

Rina strinse forte la mano a Federigo, poi alzò novamente la testa e

guardandolo con grande dolcezza: — Addio, — gli disse.

— Di già?

— Addio, — replicò Rina.

— A quando?

— Non lo so.... Scrivimi, Federigo.... Avevo tante cose da dirti....

— E anch’io....

— Che n’hai fatto della mia foglia di lauro?

— L’ho qui; — e mostrò custodita tra le carte di un taccuino una foglia

che Rina gli aveva mandato in una lettera pochi giorni prima.

Rina sorrise serena come sorridono le madonne nei quadri del Perugino;

Federigo le strinse ancora una volta la mano e si separarono. L’uno

andò verso Marignolle, l’altra riprese la strada di porta Romana.

Egli fischiettando, ella se ne andò giù giù a passo lento, ripensando

a tutto ciò che le aveva detto Federigo, il quale in sostanza non le

aveva detto nulla. Quando tornò a casa, sonavano le cinque; era stata

fuori quasi tre ore e i servitori facevano un gran cicaleggio su questa

assenza inconsueta della signora.

Ma quel cicaleggio non arrivò sino alle orecchie del marchese Varalli;

quando il vecchio gentiluomo entrò la sera alla solita ora nel palazzo

San Vittore, trovò tutta la casa sossopra; aveva preso male al signor

Luigi.

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