Il marchese Varalli, dopo la famosa lettera del Duca, s’era messo
a osservare le consuetudini di Rina; non già che gli premesse di
salvarla, se in procinto di fallire, o di unirla strettamente con il
marito, se gli si serbasse fedele; ma per amore della scienza, perchè
Rina gli pareva, come dicono i medici, un bel caso ed era curioso di
vedere che cosa avrebbe fatto da ultimo quella donna, con quell’indole,
in quell’età, in quello stato d’animo, in quella condizione domestica.
E anch’egli, il Marchese, che aveva detto addio da un pezzo all’età de’
facili inganni e degli amori cominciati da lontano, prese, in questa
faccenda, un abbaglio. Sapeva che nessun giovinotto frequentava la
casa San Vittore, sapeva che Rina non usciva di casa che nella carrozza
propria, accompagnata, s’intende, da un servitore; aveva scandagliato
l’animo di questo servitore, senza trovare il menomo argomento di
sospetto e aveva conchiuso a modo suo:
— Quella donna lì è di marmo; è una donna senza nervi. Po’ poi, nella
disgrazia, mio nipote ha avuto una certa tal qual fortuna, trovando una
moglie che non lo secca nè con l’amore, nè col cattivo umore e che può
faro a meno dell’assiduità del marito senza.... Basta, anche queste son
cose che succedono!
S’era bensì accorto che Rina non era da qualche tempo tranquilla come
prima, che non giocava più con la stessa attenzione, che aveva la cera
un po’ malandata; una volta entrando, come usava, senza ambasciata,
l’aveva trovata a leggere una lettera nascosta in fretta e in furia: ma
questi non erano per lui indizi tali da farne gran caso: con un mezzo
o con un altro arrivava sempre a raccapezzare se Rina era uscita sola
a piedi; se nessun _viso novo_ s’era visto in casa sua; e poichè aveva
la certezza che questi due fatti non erano accaduti, del resto non
si curava. Agli amori sospesi tra le finestre di un primo piano e il
lastrico di una strada, egli non ci credeva; aveva dimenticato oramai
le passeggiate notturne, fatte cinquant’anni prima sotto le finestre
chiuse di una bella addormentata.
Così Rina lasciata a sè stessa dal marito dissoluto, dal tutore
lontano, dallo zio sbadato, correva verso l’abisso della colpa e vi
correva per la via più facile: quella del carteggio.
C’è meno pericolo, secondo me, nel chiudere un uomo e una donna
giovani in una villa solitaria e farceli stare tutta una settimana,
che nel lasciar loro la libertà di scriversi quando vogliono e quello
che vogliono. Quando un innamorato parla, la ragione, se anche poco,
qualcosa suggerisce; quando scrive, chi detta è la fantasia.
In quel tempo giunse a Firenze da Costantinopoli Paolo Carpi. Era il
solo cui fosse dato salvare quella donna giovane e non fortunata, il
solo che potesse col linguaggio del cuore mostrarle tutti i pericoli,
verso i quali la conduceva l’affetto; il solo finalmente che avesse
tanta autorità presso il Conte, da movergli i rimproveri meritati
per non avere alimentato a suo pro un affetto eguale nell’anima della
moglie. E Rina lo accolse, allorchè le fu presentato da suo marito,
con affabilità quasi affettuosa. Vi fu un momento, anzi, nel quale si
propose di dire a Paolo, con la risolutezza che era sua, ogni cosa; ma
poi o che non avesse sufficiente fiducia in lui, o che la passione la
dissuadesse con uno de’ suoi tanti sofismi, fatto sta che non ne fece
più nulla; e quando Paolo ripartì pochi giorni dopo per Torino, dove lo
chiamava il ministero, portò seco il convincimento che il matrimonio
dei San Vittore era de’ tanti matrimoni dell’alto ceto: un affetto
tranquillo tanto da parere sopito, una valuta intesa tra i coniugi per
vivere senza gelosie, senza uggie reciproche: la solita scapataggine
per parte d’Emilio, poco pericolosa alla rassegnata pacatezza della
moglie.
Paolo Carpi si trattenne a Firenze una quindicina di giorni; durante la
sua dimora, il palazzo San Vittore aveva preso un altro aspetto; Rina
era più gaia, il Conte stava un po’ più in casa; c’era da sperare che
questo suo costume casalingo fosse per durare. Ma partito Paolo, il
Conte tornò alle proprie consuetudini; una parte della sera Rina dovè
passarla vicino al fuoco, così triste le prime volte che s’accende sul
finire dell’autunno, e un’altra giocando al solito la solita partita
col solito Marchese. Otto giorni dopo la partenza di Paolo, accadde in
casa San Vittore un fatto così nuovo da meravigliare tutti coloro che
lo seppero, e da porgere soggetto per parecchie ore ai chiacchiericci
dei servitori.
Rina, fatta dopo mezzogiorno colazione in fretta, chiamò la cameriera.
— Datemi il mio cappello nero.
— Esce, signora?
— Sì.
— Vado a ordinarle la carrozza.
— No, vado a piedi.
— Ma il signor Conte è uscito.
— Lo so.
— Ah! viene a prenderla il signor Marchese?
— No... non mi seccare... non viene a prendermi nessuno; vado sola.
Rina si studiò di pronunziare queste parole col tono altero della
padrona, che non vuole render conto di ciò che fa; ma non ci riescì, le
tremava la voce. Giustina non ci badò; un osservatore più attento o più
acuto di lei avrebbe capito subito che c’era per l’aria qualche cosa di
nuovo.
Licenziata Giustina, Rina si chiuse nella propria camera, che era un
modello di vaghissima semplicità. V’era da un lato un armadio di noce
opaco che si giudicava alla prima scolpito da artefice abilissimo, dal
Barbetti o dal Lienhart. Là dentro stavano chiusi i vestiti di velluto,
di seta, le trine di Fiandra, le martore, i cappelli d’ogni foggia
e d’ogni colore, tutto il corredo, insomma, d’una donna elegante.
Dirimpetto all’armadio una _Psiche_, anch’essa di noce opaco, sorretta
da due statuette scolpite nel legno istesso e raffiguranti la Salute
e la Gioventù; vicino alla finestra, appoggiato al muro, un lavamano
di marmo nei cui bacini di porcellana finissima, incastrati in fori
circolari, cannelle d’argento versavano l’acqua fredda e la calda.
Nel fondo della stanza il letto a padiglione tutto bianco, a’ cui
piedi si stendeva uno stupendo tappeto di Smirne; accanto al letto un
ritratto a acquerello della madre di Rina. Innanzi alla finestra, sopra
una tavola insaccata in una sottana di mossolina, stavano raccolte
e simmetricamente disposte cesoie d’ogni misura, lime d’ogni forma,
spazzole dure e soffici, pettini di tartaruga e d’avorio, acque salubri
e polveri odorose. Quante frivolezze direbbe un filosofo! E direbbe
male, perchè il dilemma del buon Gautier è giusto: una delle due: o
l’anima c’è, e importa tener lindo e aspergere di aromi il corpo che le
è vaso e tabernacolo; o non c’è in noi che materia e giova che ognuno
la faccia più bella che può.
Chiusa a chiave la porta, Rina si gettò attraverso il letto e, serrati
gli occhi, stette per un pezzetto immobile. Le si agitavano nell’animo
molti sentimenti diversi; era nell’ora delle titubanze terribili che
tormentano la donna innamorata, quando cede la prima volta a un comando
della passione, al quale le sembra che sarebbe bello resistere; quando
il sì e il no le tenzonano nel capo; quando capisce che una volta fatto
il primo passo, non c’è più strada per tornare indietro. Rina sentì
allora di che forza fosse oramai il suo affetto; pensò anch’essa forse
come il poeta che “il vento dell’amore manda il naviglio della vita„ e
pur temendo la tempesta, giudicò men triste il morire in alto mare, che
poltrire nella solitudine della riva.
Si alzò, interrogò lo specchio, perchè le ripetesse anche una volta che
era bella; per consiglio suo, buttò via un mantello che s’era messo
dapprima, e prese invece un leggiero scialletto di trina di Malines,
uno de’ più graziosi oggetti del suo corredo di sposa; si guardò
daccapo; pose in tasca un libro che aveva accanto al letto, si guardò
un’altra volta ed uscì.
Se la disgrazia fa ch’io abbia tra’ miei lettori alcuno di coloro,
che nel mondo delle passioni hanno fatto soltanto una gita di piacere
e studiato le donne ne’ romanzi del Bertolotti o del Ducange, si
meraviglierà della cura che Rina poneva nel suo abbigliamento, dubiterà
della profondità dell’affetto suo, la piglierà per una donna vana e via
discorrendo; e in queste cure di Rina stava appunto una delle prove del
suo affetto per Federigo, che ella andava in quel giorno a cercare.
Molte donne sanno e pochi uomini intendono tutta la poesia che è
talvolta ne’ colori bene accozzati d’una veste, nell’armonia d’un
abbigliamento femminile. Quante cure spese non ad attrarre l’attenzione
del volgo, ma a compiacere lo sguardo delicato dell’uomo per il
quale vorreste esser perfetta! Ogni nastro è un sospiro, ogni fiore
un sorriso; per una donna che vuol bene, il vestirsi è uno degli
innumerevoli episodi del poema d’amore.
E poi, siamo giusti, Rina aveva proprio ragione di guardarsi, di
riguardarsi. Era simpatica; non dico bella addirittura, perchè qualche
imperfezione ne’ suoi lineamenti si sarebbe potuta trovare; ma la sua
testa, se non per il disegno, meravigliava, come gli stupendi dipinti
della scuola veneta, per il colore. Aveva i capelli neri, morbidi,
lucidi; gli occhi neri del pari, vivissimi e la pelle coperta di quella
leggiera tinta rosea che fu il segreto degli statuari greci e di cui
possono dar soli una idea il tono incarnato di qualche camelia bianca,
o i primi vapori dell’alba sulla cima d’un’alpe.
Rina uscì al solito fuori della porta Romana; se non che invece di
tirar diritto, voltò a destra e prese a salire il viottolo ripido, che
mena verso Bellosguardo. Saliva guardando di qua e di là come chi cerca
qualcuno; sfogliava ogni tanto una pagina del libro, figurandosi di
leggere; ma leggeva in un altro libro: nel proprio cuore.
Quel volume che ella teneva fra le mani, lo avea letto pur troppo! Era
un romanzo che Federigo aveva trovato modo di farle pervenire e di cui
aveva segnato colla matita i passi più caldi e più tristi.
Là dove il viottolo sbocca in un’altra stradicciola, Rina si fermò;
Federigo stava aspettandola vicino alla cantonata.
I canoni dell’arte e il desiderio di conciliare al mio eroe la simpatia
altrui vorrebbero ch’io lo dipingessi come un uomo compito, ma in
omaggio alla verità debbo dire che quel giorno aveva l’aria molto
impacciata; un po’ perchè un innamorato di quell’età, che va al primo
appuntamento, disinvolto non è quasi mai; un po’ perchè s’era messo un
vestito nuovo, e tutti sanno che il vestito nuovo dà l’aria impacciata
anche al più avvezzo diplomatico del mondo.
Tanto Federigo quanto Rina avevano pensato e preparato un mondo di
interrogazioni da fare, di cose da dire, e per la strada, scelto via
via le principali perchè tutte non ci poteva esser tempo bastante.
Subito che si videro vennero l’uno incontro all’altro; egli prese
la mano tremante di lei fra le sue e la strinse. E zitti. Dove erano
andate le tante cose che avevano da dirsi? Non se le ricordavano più,
non sapevano nè l’uno nè l’altro da che parte rifarsi.
Federigo si sgomentò subito di quel silenzio e a torto; prima, perchè
per dirsi che ci si vuol bene non importa una lunga conversazione;
basta una parola, un’occhiata, il tono di voce onde si pronunzia un
_buon giorno_ o un _addio_; poi, perchè gli innamorati discorrono tra
loro anche stando zitti; v’è una forza fatale, che spinge il pensiero
di ambedue sopra una medesima via. Alla fine, come Dio volle:
— Come ti ringrazio, — disse, — d’esser venuta....
— Sì.... Oh! ma perchè siamo venuti qui?
— Perchè? Come si faceva se no? Qui nessuno ci vede.
— E se ci vedessero? — domandò Rina con naturale fierezza. — Oh! non ho
paura di questo, ma io te lo domando: dove andiamo?
Federigo credendo ella ripetesse la prima interrogazione con parole
diverse, replicò:
— Dove vuoi.
Rina alzò la testa e lo guardò fisso; questa volta fu lei che si trovò
corta a parole.
Passarono due secondi e a Federigo parvero due secoli, tanto che trovò
il tempo di scaricare sopra la propria stoltezza tutti i vituperi
imaginabili; una frase volgare che gli serviva per riattaccare il
discorso gli parve una trovata da oratore:
— Come sei bella!
— Ti pare?
— Dio mio, Rina!
— E mi vuoi bene?
— Perchè te lo direi?
— Mi vuoi bene solamente perchè sono bella?
— No....
— Se non sai nulla di me! Mi hai veduta, e....
— Ma e le tue lettere? E poi non mi domandare tante cose, Rina mia; so
che ti voglio bene e basta.
— È tanto facile a dirsi. E se io non lo credessi?
— Oh! sì che lo credi; se no, non saresti venuta qui.
— Hai ragione, — replicò Rina e chinò pensierosa la testa.
— E... lui? — domandò Federigo.
— Cioè?
— Se se ne accorgesse?
— Confesserei.
— Tu?
— Non posso nè fingere, nè dir bugie. Promettimi che non me ne dirai
neanche tu.
— Mai.
— Bada, Federigo, bisogna volermi molto bene.... la mia divisa la sai:
_J’aime, quand on m’aime, que l’on m’aime, comme j’aime_. Ma perchè
stai zitto? Che fai la sera? Ci pensi mai a me?
— Sempre, Rina; oh! saremo tanto felici se tu vorrai; tu puoi fare di
me tutto quello che ti piace; ho menata una gran bratta vita sin qui...
brutta perchè inutile; ho uno scopo ora, sei tu, ho una gioia, sei tu,
ho una speranza, sei tu.
Rina strinse forte la mano a Federigo, poi alzò novamente la testa e
guardandolo con grande dolcezza: — Addio, — gli disse.
— Di già?
— Addio, — replicò Rina.
— A quando?
— Non lo so.... Scrivimi, Federigo.... Avevo tante cose da dirti....
— E anch’io....
— Che n’hai fatto della mia foglia di lauro?
— L’ho qui; — e mostrò custodita tra le carte di un taccuino una foglia
che Rina gli aveva mandato in una lettera pochi giorni prima.
Rina sorrise serena come sorridono le madonne nei quadri del Perugino;
Federigo le strinse ancora una volta la mano e si separarono. L’uno
andò verso Marignolle, l’altra riprese la strada di porta Romana.
Egli fischiettando, ella se ne andò giù giù a passo lento, ripensando
a tutto ciò che le aveva detto Federigo, il quale in sostanza non le
aveva detto nulla. Quando tornò a casa, sonavano le cinque; era stata
fuori quasi tre ore e i servitori facevano un gran cicaleggio su questa
assenza inconsueta della signora.
Ma quel cicaleggio non arrivò sino alle orecchie del marchese Varalli;
quando il vecchio gentiluomo entrò la sera alla solita ora nel palazzo
San Vittore, trovò tutta la casa sossopra; aveva preso male al signor
Luigi.