E un anno passò. Rina vedeva il marito a pranzo e qualche volta alla
passeggiata; unica distrazione le era il pianoforte, unico compagno
nelle lunghe sere dell’inverno il Varalli; con lui, per impedirgli
il racconto degli aneddoti che non le piaceva ascoltare, giocava
all’_écarté_. Rina stava dunque sola sino al tramonto. La solitudine è
spesso funesta a chi ha l’animo delicato e l’intelletto vivo; prostra
l’uno nella malinconia, dà all’altro una singolare operosità. Nelle
donne, nelle giovani specialmente, l’abuso del pensiero è sempre
cagione di molti guai e Rina non faceva altro che pensare dalla
mattina alla sera. A che pensava? Chi potrebbe ridirlo? Passava dai
ricordi recenti alle speranze lontane; e quelli e queste crescevano
il tedio dell’ora presente. Povera Rina! qualche volta rideva, rideva
conchiudendo che il meglio è separarsi senza lacrime dagli inganni
della gioventù e, se la vita è un deserto, mettere tutte le forze della
mente e del cuore a cercarvi l’oasi della rassegnazione; qualche volta
invece piangeva quasi rabbiosamente; le speranze deluse, i desiderii
nascosti le tumultuavano rammaricandosi nel seno, e il soffio del
peccato aleggiava nell’anima sua.
Avete mai osservato un quadro della seconda maniera del Raysdael? Verso
la fine di settembre, sulle ventitrè, quando il cupo degli alberi si
stacca più vivamente sul tono tranquillo del cielo, e la luce si ritrae
lenta e la brezza pungente comincia a spandere le rugiade, Ruysdael
dava di mano al pennello; un raggio, una nuvola, faceva interpreti de’
suoi sentimenti; confidava agli alberi e alle cascate i segreti della
sua fantasia.
L’ora che il Ruysdael sceglieva per dipingere, Rina la sceglieva per
passeggiare; anch’essa era triste come il pittore di Harlem; egli
piangeva sulla felicità troppo presto perduta, ella sulla felicità
non per anco raggiunta; egli cercava la pace ne’ misteriosi godimenti
dell’arte, ella un compenso a’ desiderii repressi nel bacio immacolato
della natura.
In una di quelle predilette giornate di settembre, Rina saliva il
viale dei cipressi che conduce al Poggio Imperiale; la sua carrozza
la seguiva al passo; i cavalli pareva sapessero la strada e tiravano
avanti sciolti dall’autorità del cocchiere. Un giovane le passò
accanto; pareva cogitabondo, Rina lo guardò quasi senza volere e
ammirò in lui la vivacità degli occhi, l’aspetto buono e la virile
bellezza della persona. Il giovane anch’esso parve colpito dalla
pensosa malinconia di Rina e si fermò. Rina seguitò la sua strada con
indifferenza; indifferenza apparente bensì, perchè chi avesse potuto
sollevare il velo che le copriva il viso avrebbe osservato come le
guancie le si fossero accese ad un tratto di un incarnato vivissimo.
Il giovane la seguiva; tutte le donne, anche senza voltarsi, sentono
il passo, veggono l’ombra leggera dell’uomo che le segue. Rina era
divenuta rossa. Perchè? Per il presentimento che abbiamo quando si
avvicina un pericolo? L’altro le tenne dietro a breve distanza, fino
alla fine del viale, dove Rina rimontò in carrozza e partì.
Il giovane rimase fermo un momento, guardando dietro alla carrozza, poi
continuò pensoso, a passo lento la sua passeggiata.
Si chiamava Federigo Ripàri e nasceva da una delle più ricche
famiglie della cittadinanza fiorentina; orfano, simpatico a molti
per la dolcezza dell’indole, per l’ingegno svegliatissimo, aveva la
nomèa d’uomo fortunato in amore e quella più difficile a ottenersi,
specialmente con le donne, di essere molto piacevole. Era sui ventitrè
anni; sebbene per sfogliare troppo il libro della vita, non avesse
avuto tempo di dare una guardata agli altri, nondimeno sapeva fare un
po’ di tutto. Non era pittore, ma schizzava con garbo il motivo d’un
paesaggio, o la caricatura d’un amico; non era poeta, ma scriveva versi
che l’Aleardi, per esempio, avrebbe potuto sottoscrivere, e romanze
che, ignaro del contrappunto, metteva in musica a orecchio egli stesso.
Aveva, insomma, quel tanto di studi che ci vuole per piacere alle
donne e che bisogna non spingere oltre un certo limite; se state di qua
siete stupidi, se di là pedanti. Aggiungete una cera malinconica che
alcuni credevano simulata e non era, una fantasia desta e malaticcia, e
saprete su per giù quale era Federigo Ripàri.
In quella bella giornata d’autunno, era uscito dalle porte della
città, col bisogno di quell’innocente sfogo che molti provano nella
prima gioventù: il bisogno di far de’ versi; non per un album, non
per musica, dei versi che gli lusingassero l’orecchio per una sera,
suoni vaghi, eco di vaghi desiderii. Egli cercava appunto la propria
gradazione d’un aggettivo, quando vide Rina; anche Fausto cercava la
scienza e trovò Margherita.
— Bella donnina! — pensò tra sè Federigo. — Chi sia? Dev’essere una
forestiera.
Firenze, avanti il trasporto della capitale, era una città _sui
generis_. I Fiorentini componevano, si può dire, una sola famiglia; di
guisa che per le vie un uomo niente niente se ne desse pensiero, poteva
dire il nome di ogni donna che passasse in carrozza, quasi sempre
aggiungere il nome dell’amante, se ne aveva uno; e se la religione
della Dea indigena pendeva verso il politeismo, recitarvi, mutato il
sesso, la litania di don Giovanni.
Federigo era al fatto di ogni segreto del bel mondo, conosceva tutti,
tutti lo conoscevano; eppure in nessuna delle conversazioni che egli
frequentava, in nessun ballo, in nessun teatro aveva veduto quella
signora; supponeva dunque con ragione che fosse una forestiera.
— Dev’essere una forestiera... ricca perchè quei cavalli del
Mecklembourg che aveva, costano parecchi quattrini; e vedova di certo,
perchè i forestieri generalmente accompagnano la moglie in viaggio.
Basta, vedova chi sa? Fosse mal maritata?.... O sia venuta qua a veder
de’ parenti e abbia lasciato il marito a casa?... Che sia la moglie del
nuovo console di Francia che è arrivato ieri?... No... forestiera non
dev’essere.... Starebbe in locanda e avrebbe un legno a fitto.... la
livrea era turchina e argento, m’è parso... O bigia? No turchina.... Ci
vada alla Pergola? È facile, stasera c’è ballo nuovo.... Bella donnina!
Questo monologo incominciato alle sei finì dopo mezzanotte. Federigo
girò tutti i teatri della città, interrogò tutti gli amici suoi dando
i connotati della bella incognita, senza poterla vedere, senza aver una
notizia neanche vaga sulla patria, sul nome, sullo stato di lei. Alcuni
degli amici che interrogò si affermarono incompetenti; finalmente alla
Pergola, Federigo trovò un vecchio signore molto erudito nella scienza
delle livree e delle carrozze, frequentatore assiduo di tutte le
conversazioni ed interrogò anche lui.
— Avete detto una livrea bigia e argento?
— Ecco mi pare... forse era turchina.
— O turchina, o bigia; come si fa a non ricordarsi il colore d’una
livrea?...
— Ma... ecco... m’è parsa bigia.
— Due cavalli?...
— Bai scuri, quelli li ho visti bene....
— Quello di destra balzano dal piede di dietro?
— Ma non ho guardato....
— Dio santo! se non avete guardato a nulla... livrea bigia... cavalli
del Mecklembourg.... Ah! ho capito!
— Finalmente!...
— Eh! caro mio.... ci vuol la mia pratica.... basta, siete
fortunato.... livrea bigia e argento.... va bene?
— Va bene.
— Cavalli del Mecklembourg, bai scuri....
— Bai scuri.
— È una milanese, la moglie del conte Grimaldi.
— Siete certo?
— Certissimo.... una donna alta, bionda, grassoccia.
— Ah! neanche per idea; magra, piccolina, nera....
— Non può essere, caro mio, avete visto male... Livrea bigia, cavalli
bai scuri, casa Grimaldi, fidatevi di me. — E lo piantò.
Federigo poco persuaso si rivolse ad un altro e gli fece presso a poco
la stessa interrogazione, dandogli questa volta tutte le indicazioni
così sulla livrea, come sulla persona.
— Magra, piccola, bruna?...
— Livrea... — soggiunse Federigo.
— E chi s’occupa della livrea? Vestita come?
— Di lilla; con una sottanina nera.
— Occhi celesti?
— Non saprei.
— Come non saprei? Con un neo piccolissimo vicino al labbro inferiore a
sinistra?
— Sarà....
— Dev’essere.... Te lo dico io chi è.... È Lady Turner.
— La conosci?
— Come se la conosco? Sono di casa; l’ho accompagnata anche stamani
alla stazione; partiva per Livorno.
— Ma se l’ho vista oggi al Poggio Imperiale!
— È impossibile.... sarà stato ieri....
— Di’ piuttosto che non era lei....
— Era lei, era lei. Piccola magra, bruna, vestita di lilla con un
neo... non c’è che lei. Sbagli, credi a me; l’avrai vista ieri....
— Ma se ti dico che l’ho vista oggi.
— E io ti dico che è partita stamani per Livorno. — E lo lasciò.
Era giocoforza dimettere il pensiero di avere per quella sera
indicazioni alle quali Federigo potesse fidarsi; non potendo far altro
andò a letto. Era solito leggicchiare, quella sera non lesse; a notte
inoltrata s’addormentò pensando e domandando a sè stesso: chi sia?
Federigo, nonostante la sua disposizione alla malinconia, dormiva, come
si dorme a ventitrè anni, molte ore e tutte di seguito. Il suo primo
pensiero, appena svegliato, era quello di chiamare il servitore che gli
portava il caffè; quella mattina si svegliò, non sonò il campanello,
ma se ne stette lungamente a seguire con gli occhi i giuochi irrequieti
che i raggi del sole, penetrando nella stanza per le imposte socchiuse,
facevano sopra i muri, ripetendo a sè stesso: chi sia?