VI.

E un anno passò. Rina vedeva il marito a pranzo e qualche volta alla

passeggiata; unica distrazione le era il pianoforte, unico compagno

nelle lunghe sere dell’inverno il Varalli; con lui, per impedirgli

il racconto degli aneddoti che non le piaceva ascoltare, giocava

all’_écarté_. Rina stava dunque sola sino al tramonto. La solitudine è

spesso funesta a chi ha l’animo delicato e l’intelletto vivo; prostra

l’uno nella malinconia, dà all’altro una singolare operosità. Nelle

donne, nelle giovani specialmente, l’abuso del pensiero è sempre

cagione di molti guai e Rina non faceva altro che pensare dalla

mattina alla sera. A che pensava? Chi potrebbe ridirlo? Passava dai

ricordi recenti alle speranze lontane; e quelli e queste crescevano

il tedio dell’ora presente. Povera Rina! qualche volta rideva, rideva

conchiudendo che il meglio è separarsi senza lacrime dagli inganni

della gioventù e, se la vita è un deserto, mettere tutte le forze della

mente e del cuore a cercarvi l’oasi della rassegnazione; qualche volta

invece piangeva quasi rabbiosamente; le speranze deluse, i desiderii

nascosti le tumultuavano rammaricandosi nel seno, e il soffio del

peccato aleggiava nell’anima sua.

Avete mai osservato un quadro della seconda maniera del Raysdael? Verso

la fine di settembre, sulle ventitrè, quando il cupo degli alberi si

stacca più vivamente sul tono tranquillo del cielo, e la luce si ritrae

lenta e la brezza pungente comincia a spandere le rugiade, Ruysdael

dava di mano al pennello; un raggio, una nuvola, faceva interpreti de’

suoi sentimenti; confidava agli alberi e alle cascate i segreti della

sua fantasia.

L’ora che il Ruysdael sceglieva per dipingere, Rina la sceglieva per

passeggiare; anch’essa era triste come il pittore di Harlem; egli

piangeva sulla felicità troppo presto perduta, ella sulla felicità

non per anco raggiunta; egli cercava la pace ne’ misteriosi godimenti

dell’arte, ella un compenso a’ desiderii repressi nel bacio immacolato

della natura.

In una di quelle predilette giornate di settembre, Rina saliva il

viale dei cipressi che conduce al Poggio Imperiale; la sua carrozza

la seguiva al passo; i cavalli pareva sapessero la strada e tiravano

avanti sciolti dall’autorità del cocchiere. Un giovane le passò

accanto; pareva cogitabondo, Rina lo guardò quasi senza volere e

ammirò in lui la vivacità degli occhi, l’aspetto buono e la virile

bellezza della persona. Il giovane anch’esso parve colpito dalla

pensosa malinconia di Rina e si fermò. Rina seguitò la sua strada con

indifferenza; indifferenza apparente bensì, perchè chi avesse potuto

sollevare il velo che le copriva il viso avrebbe osservato come le

guancie le si fossero accese ad un tratto di un incarnato vivissimo.

Il giovane la seguiva; tutte le donne, anche senza voltarsi, sentono

il passo, veggono l’ombra leggera dell’uomo che le segue. Rina era

divenuta rossa. Perchè? Per il presentimento che abbiamo quando si

avvicina un pericolo? L’altro le tenne dietro a breve distanza, fino

alla fine del viale, dove Rina rimontò in carrozza e partì.

Il giovane rimase fermo un momento, guardando dietro alla carrozza, poi

continuò pensoso, a passo lento la sua passeggiata.

Si chiamava Federigo Ripàri e nasceva da una delle più ricche

famiglie della cittadinanza fiorentina; orfano, simpatico a molti

per la dolcezza dell’indole, per l’ingegno svegliatissimo, aveva la

nomèa d’uomo fortunato in amore e quella più difficile a ottenersi,

specialmente con le donne, di essere molto piacevole. Era sui ventitrè

anni; sebbene per sfogliare troppo il libro della vita, non avesse

avuto tempo di dare una guardata agli altri, nondimeno sapeva fare un

po’ di tutto. Non era pittore, ma schizzava con garbo il motivo d’un

paesaggio, o la caricatura d’un amico; non era poeta, ma scriveva versi

che l’Aleardi, per esempio, avrebbe potuto sottoscrivere, e romanze

che, ignaro del contrappunto, metteva in musica a orecchio egli stesso.

Aveva, insomma, quel tanto di studi che ci vuole per piacere alle

donne e che bisogna non spingere oltre un certo limite; se state di qua

siete stupidi, se di là pedanti. Aggiungete una cera malinconica che

alcuni credevano simulata e non era, una fantasia desta e malaticcia, e

saprete su per giù quale era Federigo Ripàri.

In quella bella giornata d’autunno, era uscito dalle porte della

città, col bisogno di quell’innocente sfogo che molti provano nella

prima gioventù: il bisogno di far de’ versi; non per un album, non

per musica, dei versi che gli lusingassero l’orecchio per una sera,

suoni vaghi, eco di vaghi desiderii. Egli cercava appunto la propria

gradazione d’un aggettivo, quando vide Rina; anche Fausto cercava la

scienza e trovò Margherita.

— Bella donnina! — pensò tra sè Federigo. — Chi sia? Dev’essere una

forestiera.

Firenze, avanti il trasporto della capitale, era una città _sui

generis_. I Fiorentini componevano, si può dire, una sola famiglia; di

guisa che per le vie un uomo niente niente se ne desse pensiero, poteva

dire il nome di ogni donna che passasse in carrozza, quasi sempre

aggiungere il nome dell’amante, se ne aveva uno; e se la religione

della Dea indigena pendeva verso il politeismo, recitarvi, mutato il

sesso, la litania di don Giovanni.

Federigo era al fatto di ogni segreto del bel mondo, conosceva tutti,

tutti lo conoscevano; eppure in nessuna delle conversazioni che egli

frequentava, in nessun ballo, in nessun teatro aveva veduto quella

signora; supponeva dunque con ragione che fosse una forestiera.

— Dev’essere una forestiera... ricca perchè quei cavalli del

Mecklembourg che aveva, costano parecchi quattrini; e vedova di certo,

perchè i forestieri generalmente accompagnano la moglie in viaggio.

Basta, vedova chi sa? Fosse mal maritata?.... O sia venuta qua a veder

de’ parenti e abbia lasciato il marito a casa?... Che sia la moglie del

nuovo console di Francia che è arrivato ieri?... No... forestiera non

dev’essere.... Starebbe in locanda e avrebbe un legno a fitto.... la

livrea era turchina e argento, m’è parso... O bigia? No turchina.... Ci

vada alla Pergola? È facile, stasera c’è ballo nuovo.... Bella donnina!

Questo monologo incominciato alle sei finì dopo mezzanotte. Federigo

girò tutti i teatri della città, interrogò tutti gli amici suoi dando

i connotati della bella incognita, senza poterla vedere, senza aver una

notizia neanche vaga sulla patria, sul nome, sullo stato di lei. Alcuni

degli amici che interrogò si affermarono incompetenti; finalmente alla

Pergola, Federigo trovò un vecchio signore molto erudito nella scienza

delle livree e delle carrozze, frequentatore assiduo di tutte le

conversazioni ed interrogò anche lui.

— Avete detto una livrea bigia e argento?

— Ecco mi pare... forse era turchina.

— O turchina, o bigia; come si fa a non ricordarsi il colore d’una

livrea?...

— Ma... ecco... m’è parsa bigia.

— Due cavalli?...

— Bai scuri, quelli li ho visti bene....

— Quello di destra balzano dal piede di dietro?

— Ma non ho guardato....

— Dio santo! se non avete guardato a nulla... livrea bigia... cavalli

del Mecklembourg.... Ah! ho capito!

— Finalmente!...

— Eh! caro mio.... ci vuol la mia pratica.... basta, siete

fortunato.... livrea bigia e argento.... va bene?

— Va bene.

— Cavalli del Mecklembourg, bai scuri....

— Bai scuri.

— È una milanese, la moglie del conte Grimaldi.

— Siete certo?

— Certissimo.... una donna alta, bionda, grassoccia.

— Ah! neanche per idea; magra, piccolina, nera....

— Non può essere, caro mio, avete visto male... Livrea bigia, cavalli

bai scuri, casa Grimaldi, fidatevi di me. — E lo piantò.

Federigo poco persuaso si rivolse ad un altro e gli fece presso a poco

la stessa interrogazione, dandogli questa volta tutte le indicazioni

così sulla livrea, come sulla persona.

— Magra, piccola, bruna?...

— Livrea... — soggiunse Federigo.

— E chi s’occupa della livrea? Vestita come?

— Di lilla; con una sottanina nera.

— Occhi celesti?

— Non saprei.

— Come non saprei? Con un neo piccolissimo vicino al labbro inferiore a

sinistra?

— Sarà....

— Dev’essere.... Te lo dico io chi è.... È Lady Turner.

— La conosci?

— Come se la conosco? Sono di casa; l’ho accompagnata anche stamani

alla stazione; partiva per Livorno.

— Ma se l’ho vista oggi al Poggio Imperiale!

— È impossibile.... sarà stato ieri....

— Di’ piuttosto che non era lei....

— Era lei, era lei. Piccola magra, bruna, vestita di lilla con un

neo... non c’è che lei. Sbagli, credi a me; l’avrai vista ieri....

— Ma se ti dico che l’ho vista oggi.

— E io ti dico che è partita stamani per Livorno. — E lo lasciò.

Era giocoforza dimettere il pensiero di avere per quella sera

indicazioni alle quali Federigo potesse fidarsi; non potendo far altro

andò a letto. Era solito leggicchiare, quella sera non lesse; a notte

inoltrata s’addormentò pensando e domandando a sè stesso: chi sia?

Federigo, nonostante la sua disposizione alla malinconia, dormiva, come

si dorme a ventitrè anni, molte ore e tutte di seguito. Il suo primo

pensiero, appena svegliato, era quello di chiamare il servitore che gli

portava il caffè; quella mattina si svegliò, non sonò il campanello,

ma se ne stette lungamente a seguire con gli occhi i giuochi irrequieti

che i raggi del sole, penetrando nella stanza per le imposte socchiuse,

facevano sopra i muri, ripetendo a sè stesso: chi sia?

Racconti(#75764) · 第 16 / 69 题