L'ultima sestina descrive il

.... tremendo viacc de l'alter mondo,

e fu l'ultima che il poeta scrisse.

Lasciò incompiuta anche _L'apparizion del Tass_. In questo frammento,

che non manca pur esso d'una vena patetica, finge che gli apparisca

Torquato senza corona d'alloro sulla fronte. «Dov'è, signor Tasso, gli

chiede il Porta genuflesso, dov'è quella corona che le stava così bene

sulla fronte?» — «Ah! Carlo, egli risponde,

Cavand sù dai polmon

On sospiron patetegh e profond,

Ah! Carlo, la coronna desgraziada

No la ghè pù per mi.... che on tal Manzon

On tal Ermes Viscont

Me l'han tolta del coo, me l'han strasciada».

Nessuno ignora che Alessandro Manzoni, anima candidamente cristiana

al pari di quella del poeta della _Gerusalemme liberata_, disprezzava

ingiustamente questo sublime poema cristiano e appassionato, che anche

lord Byron ammirava tanto. Sembra che il Porta volesse far pronunziare

dal Tasso una specie di difesa, ma, dopo i versi citati, il poeta

milanese non scrisse altro. Solo, in un foglio a parte, leggonsi

alcuni pensieri di continuazione a quel frammento. Al Grossi, che lo

sollecitava di finire il componimento, scriveva con manifesto malumore:

«I versi sul Tasso non hanno voluto venire. Mi sono posto sul serio: ho

voluto tentare un patetico da idillio; e la lingua mi ha abbandonato.

Ho però imbrattato della molta carta, e quanta non ne ho usato mai

per veruna stramberia che ho fin oggi scritta, e quel ch'è più bello

ho fatto un gran nulla. Mi sono sta volta convinto in pratica che il

dialetto nostro manca assai assai per questo genere di descrizione, e

strabilio pensando come tu abbia cavato tante belle cose e sì vive da

una povertà immensurabile».

A un vasto lavoro attendeva amoroso anche ne' suoi ultimi dì: la

versione in milanese della _Divina Commedia_. Domenico Balestrieri

(nato il 1714, morto il 1780) aveva tradotto in ottave milanesi la

_Gerusalemme liberata_; Francesco Bollati aveva lasciato, manoscritti,

a Carlo Porta il _canto II e canto III de l'Orland furios de l'Ariost

travestii_: il padre Alessandro Garioni avea parafrasato in milanese

la _Batracomiomachia_; ed ecco il Porta cimentarsi, alla sua volta,

colla terribilità di Dante! Scelse l'ottava, e giunse a scrivere tutto

il primo canto dell'_Inferno_ e vari frammenti degli altri primi sette.

Dante non è più Dante: è Carlo Porta. L'austera serietà del sacro poema

si tramuta in facezia: ma non è profanazione, badiamo. Alcuni passi gli

riescono meravigliosi per trovate felicissime. Nel canto di Francesca,

quel verso della lettura sospesa:

Quel giorno più non vi leggemmo avante,

egli lo traduce così:

Per tutt quel dì gh'emm miss el segn'e s'ciavo!

Nel secondo canto, i versi scultòri:

Lo giorno se n'andava e l'aer bruno,

Toglieva gli animai, che sono in terra.

Dalle fatiche loro....

egli li tramuta comicamente in questi altri:

Tucc dormiven; no gh'era in tutt Milan

Fors nanch cent lengu de donn che se movess.

Dopo quante prove e riprove gli riuscivano questi versi! Lasciò fasci

di frammenti di Dante sepolti sotto cancellature infinite. Raro gli

scaturiva dalla penna una bella strofa di getto. Non si accontentava

mai del proprio lavoro, e consumava ore ed ore sopra una quartina,

talvolta sopra un verso. Si tormentava per la rima, e lo si capisce

dalla litania di rime che scrive negli angoli de' fogli. I primi

manoscritti del _Bongee_, del _Marchionn_, sono una selva inestricabile

di pentimenti; gli ultimi, invece, nitidissimi. La sua scrittura è per

solito regolare; par quella d'un frate.

Un giorno, in cui credevasi quasi guarito, Carlo Porta promise agli

amici rallegrati che, appena alzatosi dal letto, avrebbe composto uno

scherzo sulla propria malattia....

Dopo morto si trovò che a un volume autografo di versi di lui mancavano

molte pagine: alcune strofe erano raschiate e qualche nome di persona

colpita da satira soppresso. Aveva fatto egli stesso tutto questo? O

aveva (come sembra) pregato il Grossi di cancellare quelle strofe e

lacerare quelle pagine? Nell'esaminare quel volume, trovo tracce palesi

della mano del Grossi. Sul principio dell'amena novella _Fraa Zenever_

si legge, scritto di sua mano: «Novella stampata, ma certamente

meritevole di molte correzioni». È fama che monsignor Tosi stesso, che

confortò il Porta in punto di morte, abbia presieduto alla distruzione

di parecchie poesie di lui, che gli parevano contrarie alla religione e

al buon costume: egli medesimo, forse, avrà suggerita quella postilla.

La famiglia volle che un'iscrizione, nel cimitero di San Gregorio,

ricordasse il principe de' poeti milanesi. Il De Cristoforis, un mite

romantico, la compose; ma quando si trattò di chiedere all'autorità

municipale d'inciderla, questa la trasmise all'abate Robustiano

Gironi, censore, per la sua approvazione; ma il Gironi, direttore della

Biblioteca di Brera, uno de' compilatori della _Biblioteca Italiana_,

consigliere reale e dichiarato nemico de' romantici, de' loro

sostenitori, e quindi del Porta, non volle accordarla. Vi trovò cento

difetti; vi sofisticò in tutti i modi per non farla passare. Il De

Cristoforis perdette la pazienza, se ne lagnò coll'autorità municipale,

e il Gironi dovette piegare la testa. L'iscrizione fu scolpita:

CARLO PORTA MILANESE

CONDUSSE LA POESIA DEL PATRIO DIALETTO

AD UNA PERFEZIONE NON PRIMA CONOSCIUTA

CUSTODÌ IL PUBBLICO DENARO CON CHIARA ILLIBATEZZA

DEL PROPRIO FU LIBERALE AGLI INDIGENTI

NEL XLV DELL'ETÀ SUA

LA MATTINA DEL V GENNAIO MDCCCXXI

PLACIDO CONFIDENTE IN DIO

LASCIÒ IL PADRE, LA MOGLIE, I FIGLIUOLI, I FRATELLI

I CONCITTADINI DOLENTISSIMI.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 37 / 46 题