_Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per Milano. — Strali contro
il Cicognara. — Un consolatore: Gaetano Cattaneo. — Servilismo
grottesco di costui. — Ancora scherzi ameni del Porta. — Suo
testamento morale al figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie
morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato assassinio. —
Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo Monti vigilato dalla
polizia austriaca. — Milano contristata. — Elogio del Porta
scritto dal Manzoni al Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba
del Porta._
Ma Carlo Porta volgeva alla fossa.
Un primo insulto della gotta ereditaria lo assaliva, quando contava
diciassette anni: e continuò, almeno una volta l'anno, a tormentarlo.
Al mal d'occhi aggiungevansi emicranie dolorose: «Io non sono per
anco guarito dal mio mal di capo.... A certe ore del giorno io darei
il capo nei muri» (lettera al Grossi). E, come ciò non bastasse,
tetre ipocondrie lo rendevano inaccessibile persino alle consolazioni
della sua buona moglie. I medici gli raccomandavano di distrarsi; ma
l'impiego lo teneva incatenato a consuetudini uniformi, dalle quali
ben difficilmente si toglieva. Era attaccatissimo alla sua Milano, che
nessuno poteva toccargli. Non solo in un caustico sonetto inveì contro
i Francesi, che la disprezzavano vantando sempre la superiorità della
Francia; ma rosolò il Cicognara, ch'ebbe il cattivo gusto di esporre
a Venezia un suo brutto quadro satirico, rappresentante il Duomo di
Milano con un asino davanti. Il Porta, vindice della sua Milano, gli
scaraventò addosso un sonetto.[113]
Fra gli amici intimi che andavano a confortare con buone parole il
Porta, si notava lo spropositante numismatico Gaetano Cattaneo, ch'era
tanto ossequioso, intimo del Manzoni. Il Cattaneo studiò pittura a
Roma (fu anche pittore infelice), e rammentava che, nella scuola,
gli facevano copiare fette circolari di zucche. Aveva immaginato di
erigere, in mezzo alla piazza del Duomo, una torre colossale figurante
l'erma di Napoleone, sulla cui testa enorme la Corona ferrea formasse
un terrazzo accessibile per una scala interna. Quando mai l'adulazione
ai potenti suggerì un'idea più sciocca e grottesca?
Esaminando gli atti d'ufficio che riguardano nell'Archivio di Stato
Carlo Porta, trovo che nel maggio 1818 gli erano accordate quattro
settimane di permesso perchè malandato in salute, e, più tardi, nuovi
permessi per guarire della ipocondria. Passando alla propria villa che
possedeva presso Torricella, sotto il cielo ridente della Brianza, o
a quella d'un Siro De Petri, ricco epicureo amantissimo delle matte
brigate, l'animo suo rasserenavasi, poi si rinchiudeva ancora nella più
buia tristezza.
Pure fra i dolori della gotta ritrovava, di tanto in tanto, il suo brio
istintivo. In un'epistola a Luigi Rossari, infarcita burlescamente di
latino, lo ringraziava dei voti che formava per la sua salute:
Grazie ti rendo, o figlio, della devota prece
Che per me innalzi al cielo benchè non valga un cece,
Chè della gotta il male al suon de' preghi vani
Senza lasciare i piedi m'offese ambo le mani,
Sicchè non ti potendo io stesso benedire
Ti mando invece a farti.... per tutti i dì a venire.
La matta epistola, improvvisata, finisce colla bizzarra firma:
«_Carolus janua cœli_». È inedita.
A motivo de' suoi dolori fisici ed altro.... mancò un giorno a una
promessa fatta alla suocera Camilla Prevosti; ed ecco, per ripararvi,
le manda quattordici sestine italiane bernesche, che trovo pure fra le
sue carte inedite:
Orsù via, dunque, i miei clamori ascolta,
_Meas omnesque iniquitates dele;_
E s'io torno a mancarti un'altra volta
S'estingua per me il sole e le candele:
O se il ciel mi concede di guardare,
Mi mostri sol dei conti da pagare.
Ma negli ultimi anni un cruccio più forte delle malattie lo angustiava:
d'aver lasciate troppo libere le briglie al collo della musa
vernacola, che lo aveva trascinato nel laidume. Volle giustificarsi
davanti al figlio Giuseppe della sua _Ninetta del Verzee_ e di altri
lubrici componimenti. In un volume manoscritto di suoi versi inediti
(celati oggi scrupolosamente nell'Ambrosiana) inseriva, all'indirizzo
del figlio, una lettera finora sconosciuta, colla quale invoca le
attenuanti dai giudici che lo gridavano corruttore. Potei vedere
quel volume proibito, e a me pare ben fatto pubblicare il brano più
importante della notevolissima lettera, tanto più che tuttora si
appuntano contro di lui le armi de' più severi.
«Alcuni di questi componimenti di genere erotico griderebbero
altamente contro di me se io avessi permesso che venissero colle stampe
divulgati, o se fossi stato meno circospetto nell'esporgli alla lettura
di chi bramava conoscere le cose mie. Questa prudente circospezione
io la raccomando a te pure, figliuol mio, e sappi che non mi spinse
a tentar questo genere amor di lascivia o turpitudine di mente e di
cuore, ma curiosità e brama soltanto di provare se il dialetto nostro
poteva esso pure far mostra di alcune di quelle Veneri che furono
finora credute intangibile patrimonio di linguaggi più generali ed
accetti. Ho io così fabbricato quell'appuntato coltello, che sarebbe
male affidato nelle mani dell'inesperto fanciullo e tu custodirai,
figlio mio, con gelosia. Se tuttavia qualche accigliato ipocrita
alzasse la voce contro tuo padre e gridasse all'empio! al libertino!
al lascivo!, di' francamente a costui che a favor di tuo padre stava a'
suoi giorni la pubblica opinione, ch'esso fu intemerato amministratore
del denaro del Principe, che nessun operaio ha mai frustraneamente
reclamata da lui la meritata mercede: ch'egli non fu mai contaminatore
degli altrui talami, ch'egli non ha mai turbato la pace santa delle
famiglie, mai blandito con adulazioni le ribalderie e l'ambizion
de' potenti, mai chiuse le orecchie ai clamori dell'indigenza, e che
infine egli è vissuto cittadino, figlio, marito, padre e fratello senza
che l'infuggibil rimorso o la legge abbia mai un istante percossa la
tranquillità de' suoi sonni».
Il pentimento d'avere scritti versi erotici senza il _candidissimo
velo_ petrarchesco si fece sempre più acuto, amarissimo in lui.
Prorompeva in lagrime, si gettava in un angolo della propria stanza
o colla faccia riversa sul letto, singhiozzando. Aveva cominciato
uno de' suoi caustici componimenti sulla confessione (il Grossi nelle
lettere ne lo richiede di frequente), ma fra le sue carte non ne scorgo
traccia. Sembra che negli ultimi istanti, sopraffatto da pensieri
religiosi, egli abbia pregato il Grossi di distruggerlo.
Sulla fine del 1820, quale trepidazione in casa Porta! Il poeta
languiva più che mai. Sentiva d'essere prossimo alla fine. Pensieri
religiosi sorgevano nel suo cervello turbato, il suo sguardo volgevasi
al cielo; senonchè l'innato spirito satirico rompeva sovente la
preghiera, e il motto volteriano, irrefrenabile, sibilava sulle sue
labbra morenti. Monsignor Tosi, giansenista, cui devesi, secondo alcuni
biografi, la conversione del Manzoni, avvicinandosi al letto, gli disse
con voce amorevole:
— Don Carlino, coraggio! Si prepari a un gran passo. Pensi ch'ella sta
per entrare trionfante come Gesù in Gerusalemme....
— Me ne accorgo dalla cavalcatura! — esclamò il Porta, alludendo a un
povero prete che lo aveva allora confessato.
Tutti sanno che Gesù entrò in Gerusalemme a cavallo d'un asino....
Gli posero in mano un crocifisso: egli lo baciò. Qualche ora dopo
riceveva l'Eucarestia. Gli amici più intimi lo confortavano con parole
affettuose, e un d'essi gli chiese:
— Come stai, caro Porta? —
Ed egli, mostrandogli il crocifisso che teneva sempre in mano:
— Come si può stare con questi _belee_! (balocchi).
Intorno al letto di Carlo Porta fu intonato, a bassa voce, un
_Miserere_. E allora, chissà!, egli avrà pensato alla traduzione del
funebre salmo fatta da lui un giorno in milanese, tuttora inedita:
Mi, Signor, buttaa in genœucc,
Me magòni, me disperi.[114]
Il passo dell'_amplius lava me_ fu da lui così parodiato:
No stracchév de lavamm giò
Con lessiva e savonada,
Ingegnév come se pò
A famm proppi la bugada;
Giacchè hii fà tanti mestee,
Fée anca quel del lavandee.
Cioè: «Non istancatevi (o Signore) di lavarmi con liscivia e saponata.
Ingegnatevi, come si può, a farmi proprio il bucato. Giacchè avete
fatto tanti mestieri, fate anche quello del lavandaio».
Così Enrico Heine morente bisbigliava: «Iddio mi perdonerà. È il suo
mestiere».
Il 4 gennaio 1821, dopo settimane nebbiose, il cielo si rasserenò. Si
sperava che il bel tempo protraesse almeno di qualche giorno ancora la
vita all'infermo; ma il dì 5 (era un venerdì) ritornarono le piogge e
le nebbie, e il gran poeta milanese, travagliatissimo, spirava fra il
pianto de' suoi. Intanto, accadevano gravi fatti.
La sera del 6, quando il cadavere non era ancora sepolto, accanto alla
casa dell'estinto in via Monte Napoleone, avvenne (narra il diarista
Mantovani) un tentato assassinio su personaggio ragguardevole: il
colonnello inglese Brown, venuto a Milano per levare testimoni contro
la scandalosa condotta di Carolina di Brunswick, principessa di Galles,
a Cernobbio sul lago di Como: fra que' testimoni, un Maiocchi, già
servo del generale Pino, doveva sostenere a Londra la parte principale
dell'accusa.
Il colonnello fu assalito, nell'oscurità e fra la nebbia fittissima,
dal coltello di due ignoti, che fuggirono: uno d'essi lasciò sulla
strada una scarpa. La vittima tentò di difendersi con le mani.
Riportò quattro ferite, una sola pericolosa. Raccontò che un biglietto
anonimo, ricevuto qualche giorno prima, l'avvertiva di quanto doveva
succedere.[115]
La polizia si pose subito tutta in moto per cercare i malfattori. Ma
aveva ben altri malfattori da scovare! Da molto tempo, spargeva il
terrore nella campagna un assassino chiamato _Anima lunga_, invano
ricercato nonostante la taglia che lo colpiva. E un ladro _Fatutto_,
saccheggiava case e chiese. Di notte, nella cattedrale di Pavia, con
l'olio acceso delle lampade, i ladri incendiarono gli sportelli degli
armadi della sagristia e ne rubarono tutti i sacri arredi d'argento.
In soli cinque giorni, a Milano, si perpetrarono quarantadue reati
d'aggressioni pubbliche e furti. I ladri rubavano a tutto andare gli
orologi dei devoti nelle chiese. Violenti giovani figuri della così
detta _Compagnia della Teppa_, banda di malviventi, assaltavano di
sera pacifici ambrosiani, li schiaffeggiavano, li buttavano a terra,
e li inondavano d'un liquido che non era acqua di Colonia; tutto ciò
per malvagità: non rubavano. Tredici di quei giovinastri, quando
morì Carlo Porta, furono acciuffati, incorporati in una compagnia
di disciplina per sei anni, e mandati in Ungheria. Per diffamare i
patriotti Carbonari, la polizia austriaca spargeva la calunnia che quei
_teppisti_ facevano parte della setta temuta.
Il 31 ottobre 1820 fu pubblicato un editto che condannava a morte chi
facesse parte della setta dei Carbonari; ma sin dal 15 settembre di
quell'anno fu diramato ai parroci l'obbligo di leggere dal pulpito
una «notificazione» sul dovere di denunciare i Carbonari sotto le pene
comminate ai delinquenti. E col Codice penale austriaco d'allora non
si scherzava. Nel 1819 un giovane conte Trivulzio, per essersi battuto
in duello con un colonnello austriaco, fu condannato a cinque anni di
carcere duro. Così il Mantovani.
Silvio Pellico era stato arrestato come carbonaro, in casa del conte
Luigi Porro, il 13 ottobre 1820. Carlo Porta certo lo sapeva. Che ne
avrà pensato? Avrà avuto un brivido, riflettendo che avrebbe potuto
essere anch'egli sospettato di Carboneria, egli che aveva messo piede
nella Massoneria? I Frammassoni di Milano avevano fatto parlare molto
di sè.[116]
Vincenzo Monti stesso, che pur aveva inneggiato al nuovo padrone
Francesco I col _Ritorno d'Astrea_, e aveva tentato di conciliare la
pubblica opinione col reduce dominatore straniero, componendo nel 1815
_Il mistico omaggio_, quando l'arciduca Giovanni d'Austria venne a
ricevere il giuramento dai sudditi — giuramento che Ugo Foscolo non
volle prestare, preferendo l'esilio volontario, — Vincenzo Monti,
che bazzicava col Pellico, con Luigi Porro, ed era suocero di Giulio
Perticari, segnato anch'esso come liberale e carbonaro, veniva (chi lo
avrebbe detto?) pedinato dalla polizia.
La città era contristata per la leva di novemila coscritti, obbligati
al servizio militare per otto anni, in regioni, forse e senza forse,
lontane da Milano. In molte case si piangeva.
La morte di Carlo Porta addolorò sopratutti gli amici di lui. Il
Manzoni scriveva a Claudio Fauriel:
«Son talent admirable, et qui se perfectionnait de jour en jour, et à
qui il n'a manqué que de l'exercer dans une langue cultivée pour placer
celui qui le possédait absolument dans les premiers rangs, le fait
regretter par tous ses concitoyens; le souvenir de ses qualités est
pour ses amis une cause de regrets encore plus douloureux».[117]
Nei registri ufficiali di morte della parrocchia di San Babila, nella
quale abitava il poeta, sta scritto che «don Carlo Porta» (ancora quel
_strasc d'on don!_) moriva d'anni quarantacinque «per febbre gastrica».
La lunga malattia parve prodotta dall'umore gottoso ch'erasi gettato
negl'intestini: la morte ne fu la conseguenza.
Nella domenica 7 gennaio la secolare artistica chiesa di San Babila,
parata a lutto, risonava d'esequie che si cantavano a quel Carlo Porta,
il quale le aveva messe potentemente in burla nel _Miserere_. Un corteo
d'amici poeti e d'impiegati del Monte di Stato accompagnò la salma sino
al cimitero di San Gregorio fuori Porta Venezia, e là venne sepolta. Il
Grossi, piangendo, pronunciò queste parole:
«Uno spontaneo senso di cordoglio ci ha raccolti intorno a questo
feretro, su cui posano le spoglie mortali di Carlo Porta, a cercare
un qualche conforto al dolore coll'unirci alla Chiesa, che prega pace
all'anima dell'amico nostro, e col partecipare ai riti santi con che
questa pietosa Madre consacra la via del sepolcro.
»In questo solenne momento della separazione, a tutti parla in cuore la
voce che ci avverte di quanta perdita siamo stati afflitti.
»Da chiunque intende il dialetto della nostra città fu ammirato il
trascendente genio poetico di Porta: nessuno ardisce di contendergli
il primato fra quanti hanno scritto nel vernacolo milanese; nè sarebbe
forse troppo ardita lode l'affermare che, nei generi da lui trattati,
alcun poeta, anche di lingua, sia mai giunto all'altezza a cui egli
pervenne.
»Ma noi non compiangiamo nell'estinto amico nostro la sola perdita
d'un raro ingegno: il genere di poesia da lui scelto a trattare non
gli diede campo di manifestare in essa il lato più bello, più distinto
dell'anima sua. Tutti quelli però che hanno conosciuto Carlo Porta
nelle intime relazioni dell'amicizia possono attestare com'egli fosse
modesto, candido, semplice nelle maniere, pronto ai più delicati
sentimenti della compassione, ai moti più liberali della misericordia.
Un fondo abituale di malinconia lo dominava; ed in mezzo ai lepori
ingenui di che il suo discorso era brillante, si scopriva in lui un
facile ritorno sopra sè medesimo, che lo portava a riflettere su quanto
v'ha di più serio e di più importante nella vita. Negli ultimi tempi
specialmente, quasi sempre travagliato dalla podagra, egli si era
andato sempre più familiarizzando con tal sorta d'idee, ed avremmo
veduto in una parte d'un lavoro poetico che egli stava preparando
questa tinta patetica che ebbe pur sempre nell'anima, e di cui i suoi
scritti anteriori non avevano reso mai testimonianza.
»Ma i giorni che gli erano numerati correvano al loro termine: dopo
le angosce d'una lunga insuperabile malattia, rassegnato, Carlo Porta
chiuse gli occhi all'eterno riposo la mattina del 5 gennaio.
»La religione, che addita una speranza al di là del sepolcro, lo
sostenne nel tremendo passaggio; questa sola può confortarci nel nostro
dolore».