egli squisito maestro della forma, da nessuno superato.
Eppure, prima di lanciare il razzo incendiario nel campo dei
classicisti, il Porta ebbe un momento di perplessità. Il senso che si
dava alla parola di romantico era (come scrive il Grossi al Porta)
di «stravagante, di matto, di bestiale, di sciocco», e a lui, regio
impiegato e quindi uomo serio e partigiano dell'ordine, garbavano poco,
s'immagina, tali titoli! «Coi fatti eri già romantico, arciromantico»,
gli dice il Berchet in una lettera del luglio 1817. E chi meglio del
Porta rispondeva a uno dei principii del Berchet e dei romantici?
Coll'esempio più splendido non dimostrava egli forse ciò che il
Berchet, seguendo la scuola germanica, predicava: che la _sola vera
poesia è la popolare_? Ma il Porta fu più conseguente de' suoi amici.
«Come! — sembra egli dica — voi disprezzate l'antico perchè non vi
commuove; affermate anzi (vedi _Conciliatore_ del 4 aprile 1819) che vi
commuovono assai più le ricordanze moderne e vi gettate nel medio evo?
Io sono moderno: nelle satire, nelle novelle ritraggo la vita moderna.
E sono un verista!»
Un altro suo carattere lo segnala fra i romantici lombardi. Questi,
con le loro vergini invano innamorate, moribonde, coi loro gementi
trovatori cacciati in bando, coi loro mendichi, volevano strappare
i sospiri. Si cominciava già il culto patologico del dolore e la
cascaggine patetica; ma nella poesia del Porta nulla di ammalato: tutto
è sano e vigoroso come in un umanista.
Pensando forse che la vita è già troppo amara perchè l'arte con le
dolorose sue rappresentazioni l'amareggi di più, egli preferiva l'arte
lieta all'arte malinconica; e lo confessa in uno de' sonetti contro il
Giordani, l'_Abaa Giavan_, che disprezzava tanto i dialetti e le poesie
dialettali, in un articolo della _Biblioteca Italiana_, a proposito
della _Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese_,
curata dal Cherubini. Carlo Porta gli rispose pronto con una corona di
sonetti, vera corona di spine, chiamandolo ironicamente:
.... el Papa del gran tempio della Gloria,
L'Imperator di articol letterari,
.... el gran Kan de l'onor, del disonor:
Per donna de servizi el gh'ha l'Istoria,
E i poster tucc dedree per servitor.
Eppure il Porta si commoveva facilmente sino alle lagrime quando
leggeva libri patetici. Narra il Grossi ch'e' toglievasi «spesso cogli
occhi bagnati di lagrime dalla lettura dell'_Eloisa_ di Rousseau o
dalla _Delfina_ di madama di Staël». E il Porta confida candidamente
all'amico: «A proposito di Schiller, ieri l'altro mi hanno portato il
_Don Carlo_. L'ho letto subito, e gli ho pagato il tributo d'un otre di
lagrime».
Le teorie bandite dal Berchet (che fu il primo, com'è noto, a levare lo
stendardo romantico in Italia) erano a ogni modo sostenute con vigoria
dal Porta. Egli s'infervorava nella mischia; e contro l'anti-romantico
giornale _L'Accattabrighe_, contro la _Biblioteca Italiana_, ma più
contro Carlo Gherardini fratello del dotto Giovanni, e contro il
gazzettiere Pezzi, combatteva coll'arme che gli era naturale, il
ridicolo, a pro del Manzoni, Berchet, Ermes Visconti, Torti. Il ciclo
letterario delle poesie portiane risuona tutto de' suoi colpi.
Il Manzoni, pago della serena canzonatura argutissima _L'ira d'Apollo_,
non si mescolò nella scompigliata zuffa letteraria; egli che, in tutta
la lunga sua vita, mai rispose a' suoi critici; segno anche questo
d'una superiorità che non si può non ammirare. Inoltre, egli stava
lontano: dimorava allora a Parigi. Ma non era malcontento che un Porta
e un Grossi lo difendessero dai colpi dei gazzettieri al soldo del
Governo e dei seguaci inviperiti del vecchio _credo_ mitologico.
I buffi sonetti che il Porta compose, spropositando nei vocaboli, nel
numero delle sillabe, nelle rime, al modo d'un esilarante poetastro
avvocato Pietro Stoppani, che allora faceva ridere tutta Milano,
cominciano con quello, amenissimo, dedicato al Manzoni, a proposito
della tragedia _Il Carmagnola_, pubblicata allora di fresco:
Noi tutti letterati di Milano,
Che siamo quelli che dan legge al mondo,
Abbiam letto con sdegno inumano
La tua tragedia senza il giusto pondo.
E per fermare il torrente malsano
Che vuol mandare il buon gusto in profondo,
Gli andiamo incontro con armata mano
Coll'articolo primo e col secondo,
E col terzo della vera e gran _Gazzetta_
Che fa il Pezzi, quell'uom così famoso,
Di cui la fama il gran nome trombetta.
Leggili tutti e due, e trema e sappia
Che ci vuol altro che un bue romanticoso
Per sconvolger la nostra poetica prosapia.
Il _bue_ era, naturalmente, il Manzoni. Il quale, da Parigi, scrive al
Grossi amabilmente così:
«Un poetucolo fa una tragedia: è criticato: tutto questo è in regola:
degli amici prendono le sue difese, anzi si mettono molto bene
sull'offensiva; e il poetucolo farà il dottore a questi amici per
ringraziamento? E chi sono questi amici? _On trattin_[107]: Porta e
Grossi. Qual è l'uomo in Milano che, vedendosi attaccato e malconcio,
se gli si annunziasse che Porta e Grossi prendono le sue parti, non si
sentirebbe proprio a risuscitare?»[108]
E il Manzoni diceva ancora: «Quell'uomo dai sonetti (il Porta) ha tanto
ingegno, che non ha luogo per la superbia, e tanta malizia (nel senso
francese di _malice_), che non vi resta spazio per la malignità».[109]
I bracchi dell'imperatore austriaco fiutavano già nel Romanticismo,
nelle imboscate del _Conciliatore_, la selvaggina, il liberalismo,
e tentavano tutto per soffocarlo. Carlo Porta (come quello che non
seguiva i romantici nella lotta che movevano contro lo straniero) non
ebbe a subire fastidi da parte delle autorità, tranne una volta, e in
pieno tribunale. L'aneddoto è da lui medesimo narrato al Grossi in una
lettera del 17 luglio 1819: «Sabato scorso fui alla Corte di giustizia
criminale, per subirvi un esame intorno alle faccende dell'eredità
Bossi. Il processo fu dimezzato dal giudice, e di' mo' perchè?... Per
incastrarvi, così per _transenna_,[110] una strapazzata a' romantici
ed al Romanticismo. Per fortuna che il giudice si è lasciato fuggire
di bocca tante e sì ridicole bestialità e castronerie, che, ben
lungi dall'adirarmi e compromettermi, finii la questione col ridere a
crepapancia.»
Il _Poligrafo_, dell'ex-chierico Lampredi; l'_Antipoligrafo_ che lo
contraffaceva; lo sguaiatissimo _Accattabrighe_, fondato dal governo
austriaco per combattere il _Conciliatore_; e quindi le appendici
della _Gazzetta di Milano_, dove il citato Pezzi loda un almanacco
per le ballerine della Scala e manda l'autore del _Carmagnola_ a
imparare l'abbiccì; la _Biblioteca Italiana_, classicista sfegatata;
e persino il _Corriere delle dame_; e opuscoli, opuscoletti, volumi,
fogli volanti a stampa e manoscritti mettevano il campo letterario a
rumore: rumore da trivio, frastuono d'improperi, di basse ingiurie.
Gli epigrammi infuriavano; si distribuivano titoli di prezzolato e di
ladro.
Fra i compilatori d'uno stesso giornale scoppiavano talvolta discordie
rabbiose. Nella _Biblioteca Italiana_, il Monti accapigliavasi
coll'Acerbi che la dirigeva. Nell'esaminare un volume di scritti
inediti, della Biblioteca Quiriniana di Venezia, trovo una nota
autografa del Monti tutta stillante veleno contro quel direttore
odiato: «_Biblioteca Italiana._ Questo giornale costa al governo il
sussidio di seimila franchi l'anno e non gli frutta che malcontenti
e nemici. Il suo direttore, uomo nullo nelle arti della penna, per
alimentarlo e tenerlo in vita è costretto a pagare danaro contante
tutti gli articoli, e, incapace per sè di giudicare della bontà o
reità degli scritti, insacca nel giornale tutto quello che compra
senza la minima distinzione, e parzialmente gli estratti che mordono
e calpestano la riputazione degli scrittori. Per questa via anche
gli uomini di maggior fama e i più stimati, onorati ed amati dalla
nazione sono giuoco e trastullo alle basse passioni del direttore. Il
suo giornale insomma è tutto mercenario, e non avendo chi lo dirigge
(_sic_) alcuna riputazione da perdere, impunemente attenta l'altrui,
e rende mal servizio al governo inimicandogli gli scrittori di maggior
nome, de' quali torna più conto il guadagnar l'opinione.»
Carlo Porta non si dava arie di letterato, come l'Acerbi, conoscendosi
privo di vasta e seria cultura per usurparne il nome. Tuttavia, come
indignavasi nel vedere che scurrili opuscoli letterari si ricercavano
con avidità!
Vedevasi per le vie camminare un po' barcollante, e talora discorrere
con fuoco un uomo macilento, dallo sguardo vibratissimo: era Francesco
Cherubini, amico di Giovanni Gherardini, che soleva chiamarlo il
Magliabechi milanese. Al Porta premeva ch'egli pure entrasse nella
compagnia romantica, ma quel dotto, nutrito di classici fino al
midollo, non voleva saperne. Il 10 luglio 1819 il Porta ne informava,
deluso, il Grossi: «Credevo che il nostro Cherubini fosse romantico
marcio, nè mi aspettava mai di sentire ch'egli avesse bisogno della
grazia efficace per ridursi alla verità della fede».
Il Grossi, da Treviglio, desiderava essere informato dall'amico
dell'andamento della guerra romantico-classicista, di cui più tardi,
col poema _I Lombardi alla prima crociata_, doveva ravvivare le fiamme.
E il Porta a rispondergli il 9 aprile 1819: «La guerra fra i romantici
e i classicisti s'è ristretta tutta a delle piccole scaramucce fra
gli avamposti, nè pare per ora che i due eserciti minaccino di venire
a giornata. A buon conto, l'eroe del quartiere color di rosa[111]
ha piegato bandiera e si è solennemente congedato dal campo, in cui
protestava non rimanere per lui a far altro dacchè nessun romantico
ardiva più di alzar la testa».
I classicisti opponevano alla _Eleonora_ del Bürger, lanciato nel campo
come campione romantico da Giovanni Berchet, la _Feroniade_ del Monti.
Non opportuna scelta la prima, gelida funerea fantasia tutta nordica,
un'intrusa nella nostra terra della luce e dei fiori; inopportuna
scelta la seconda, ch'è un'insulsa favola degli amori di Giove con la
ninfa Feronia, in tre canti: anfora artisticamente niellata, ma vuota:
giustifica la beffa del _Testament d'Apoll_ del Porta.
Carlo Gherardini stava per morire, consunto. E il Porta: «Non so nulla
del Gherardini, toltone ch'egli è ai conti con Domenedio, e non pel
comune dovere di cristiani in questa stagione,[112] ma perchè è affetto
da un'etisia che lo incalza ad occhio veggente. Dio gli perdoni, com'io
gli perdono di cuore le molte ingiurie che mi ha stampato, e la gloria
del cielo lo accompagni per tutti i secoli». Carlo Gherardini, in
risposta al vivace _El Romanticismo_ portiano, aveva pubblicato, pure
in versi milanesi, un opuscolo _Risposta di madama Bibin alle sestine
del signor Carlo Porta_, molto insolente. Si congedava dal Porta,
esortandolo così:
Scriv di cialad, come t'è semper faa,
E sta cert de no vess mai superaa.
«Scrivi delle sciocchezze come hai sempre fatto e sta' certo di non
essere mai superato».
Non è a dirsi quanto queste parole amareggiassero il Porta. Nonostante
gli applausi universali, sentiva umilmente del proprio merito;
ma se altri lo disprezzava in modo così aperto, non c'era verso
di persuaderlo dell'altrui stolta malignità e rimaneva abbattuto,
lasciavasi vincere dall'avvilimento. Dopo d'essersi detto che non
valeva più nulla, che quel «poco calore di cervello» che lo aiutava
ai tempi passati era «affatto svanito», sospira: «Io che poteva forse
essere qualche cosa al tempo mio, ora non conto più un cavolo; ed in
questo il Gherardini non parla già da par suo, ma parla da filosofo,
e come potrebbe parlare suo fratello Giovanni». E il Grossi a dargli
sulla voce: «Cessa un po' una volta dall'essere sconoscente verso Dio,
che ti ha data una delle prime teste (lettera 8 aprile 1819). E se ti
sento un'altra volta a dire che hai perduto il vigor giovanile, che
ormai non hai più lena di scrivere, e somiglianti bestemmie, ti voglio
denunciare all'Inquisizione di Spagna come eretico, bugiardo, ingrato
ai doni che Domeneiddio ti ha compartiti».