Che la forma no fà el bon del pastizz;[106]

egli squisito maestro della forma, da nessuno superato.

Eppure, prima di lanciare il razzo incendiario nel campo dei

classicisti, il Porta ebbe un momento di perplessità. Il senso che si

dava alla parola di romantico era (come scrive il Grossi al Porta)

di «stravagante, di matto, di bestiale, di sciocco», e a lui, regio

impiegato e quindi uomo serio e partigiano dell'ordine, garbavano poco,

s'immagina, tali titoli! «Coi fatti eri già romantico, arciromantico»,

gli dice il Berchet in una lettera del luglio 1817. E chi meglio del

Porta rispondeva a uno dei principii del Berchet e dei romantici?

Coll'esempio più splendido non dimostrava egli forse ciò che il

Berchet, seguendo la scuola germanica, predicava: che la _sola vera

poesia è la popolare_? Ma il Porta fu più conseguente de' suoi amici.

«Come! — sembra egli dica — voi disprezzate l'antico perchè non vi

commuove; affermate anzi (vedi _Conciliatore_ del 4 aprile 1819) che vi

commuovono assai più le ricordanze moderne e vi gettate nel medio evo?

Io sono moderno: nelle satire, nelle novelle ritraggo la vita moderna.

E sono un verista!»

Un altro suo carattere lo segnala fra i romantici lombardi. Questi,

con le loro vergini invano innamorate, moribonde, coi loro gementi

trovatori cacciati in bando, coi loro mendichi, volevano strappare

i sospiri. Si cominciava già il culto patologico del dolore e la

cascaggine patetica; ma nella poesia del Porta nulla di ammalato: tutto

è sano e vigoroso come in un umanista.

Pensando forse che la vita è già troppo amara perchè l'arte con le

dolorose sue rappresentazioni l'amareggi di più, egli preferiva l'arte

lieta all'arte malinconica; e lo confessa in uno de' sonetti contro il

Giordani, l'_Abaa Giavan_, che disprezzava tanto i dialetti e le poesie

dialettali, in un articolo della _Biblioteca Italiana_, a proposito

della _Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese_,

curata dal Cherubini. Carlo Porta gli rispose pronto con una corona di

sonetti, vera corona di spine, chiamandolo ironicamente:

.... el Papa del gran tempio della Gloria,

L'Imperator di articol letterari,

.... el gran Kan de l'onor, del disonor:

Per donna de servizi el gh'ha l'Istoria,

E i poster tucc dedree per servitor.

Eppure il Porta si commoveva facilmente sino alle lagrime quando

leggeva libri patetici. Narra il Grossi ch'e' toglievasi «spesso cogli

occhi bagnati di lagrime dalla lettura dell'_Eloisa_ di Rousseau o

dalla _Delfina_ di madama di Staël». E il Porta confida candidamente

all'amico: «A proposito di Schiller, ieri l'altro mi hanno portato il

_Don Carlo_. L'ho letto subito, e gli ho pagato il tributo d'un otre di

lagrime».

Le teorie bandite dal Berchet (che fu il primo, com'è noto, a levare lo

stendardo romantico in Italia) erano a ogni modo sostenute con vigoria

dal Porta. Egli s'infervorava nella mischia; e contro l'anti-romantico

giornale _L'Accattabrighe_, contro la _Biblioteca Italiana_, ma più

contro Carlo Gherardini fratello del dotto Giovanni, e contro il

gazzettiere Pezzi, combatteva coll'arme che gli era naturale, il

ridicolo, a pro del Manzoni, Berchet, Ermes Visconti, Torti. Il ciclo

letterario delle poesie portiane risuona tutto de' suoi colpi.

Il Manzoni, pago della serena canzonatura argutissima _L'ira d'Apollo_,

non si mescolò nella scompigliata zuffa letteraria; egli che, in tutta

la lunga sua vita, mai rispose a' suoi critici; segno anche questo

d'una superiorità che non si può non ammirare. Inoltre, egli stava

lontano: dimorava allora a Parigi. Ma non era malcontento che un Porta

e un Grossi lo difendessero dai colpi dei gazzettieri al soldo del

Governo e dei seguaci inviperiti del vecchio _credo_ mitologico.

I buffi sonetti che il Porta compose, spropositando nei vocaboli, nel

numero delle sillabe, nelle rime, al modo d'un esilarante poetastro

avvocato Pietro Stoppani, che allora faceva ridere tutta Milano,

cominciano con quello, amenissimo, dedicato al Manzoni, a proposito

della tragedia _Il Carmagnola_, pubblicata allora di fresco:

Noi tutti letterati di Milano,

Che siamo quelli che dan legge al mondo,

Abbiam letto con sdegno inumano

La tua tragedia senza il giusto pondo.

E per fermare il torrente malsano

Che vuol mandare il buon gusto in profondo,

Gli andiamo incontro con armata mano

Coll'articolo primo e col secondo,

E col terzo della vera e gran _Gazzetta_

Che fa il Pezzi, quell'uom così famoso,

Di cui la fama il gran nome trombetta.

Leggili tutti e due, e trema e sappia

Che ci vuol altro che un bue romanticoso

Per sconvolger la nostra poetica prosapia.

Il _bue_ era, naturalmente, il Manzoni. Il quale, da Parigi, scrive al

Grossi amabilmente così:

«Un poetucolo fa una tragedia: è criticato: tutto questo è in regola:

degli amici prendono le sue difese, anzi si mettono molto bene

sull'offensiva; e il poetucolo farà il dottore a questi amici per

ringraziamento? E chi sono questi amici? _On trattin_[107]: Porta e

Grossi. Qual è l'uomo in Milano che, vedendosi attaccato e malconcio,

se gli si annunziasse che Porta e Grossi prendono le sue parti, non si

sentirebbe proprio a risuscitare?»[108]

E il Manzoni diceva ancora: «Quell'uomo dai sonetti (il Porta) ha tanto

ingegno, che non ha luogo per la superbia, e tanta malizia (nel senso

francese di _malice_), che non vi resta spazio per la malignità».[109]

I bracchi dell'imperatore austriaco fiutavano già nel Romanticismo,

nelle imboscate del _Conciliatore_, la selvaggina, il liberalismo,

e tentavano tutto per soffocarlo. Carlo Porta (come quello che non

seguiva i romantici nella lotta che movevano contro lo straniero) non

ebbe a subire fastidi da parte delle autorità, tranne una volta, e in

pieno tribunale. L'aneddoto è da lui medesimo narrato al Grossi in una

lettera del 17 luglio 1819: «Sabato scorso fui alla Corte di giustizia

criminale, per subirvi un esame intorno alle faccende dell'eredità

Bossi. Il processo fu dimezzato dal giudice, e di' mo' perchè?... Per

incastrarvi, così per _transenna_,[110] una strapazzata a' romantici

ed al Romanticismo. Per fortuna che il giudice si è lasciato fuggire

di bocca tante e sì ridicole bestialità e castronerie, che, ben

lungi dall'adirarmi e compromettermi, finii la questione col ridere a

crepapancia.»

Il _Poligrafo_, dell'ex-chierico Lampredi; l'_Antipoligrafo_ che lo

contraffaceva; lo sguaiatissimo _Accattabrighe_, fondato dal governo

austriaco per combattere il _Conciliatore_; e quindi le appendici

della _Gazzetta di Milano_, dove il citato Pezzi loda un almanacco

per le ballerine della Scala e manda l'autore del _Carmagnola_ a

imparare l'abbiccì; la _Biblioteca Italiana_, classicista sfegatata;

e persino il _Corriere delle dame_; e opuscoli, opuscoletti, volumi,

fogli volanti a stampa e manoscritti mettevano il campo letterario a

rumore: rumore da trivio, frastuono d'improperi, di basse ingiurie.

Gli epigrammi infuriavano; si distribuivano titoli di prezzolato e di

ladro.

Fra i compilatori d'uno stesso giornale scoppiavano talvolta discordie

rabbiose. Nella _Biblioteca Italiana_, il Monti accapigliavasi

coll'Acerbi che la dirigeva. Nell'esaminare un volume di scritti

inediti, della Biblioteca Quiriniana di Venezia, trovo una nota

autografa del Monti tutta stillante veleno contro quel direttore

odiato: «_Biblioteca Italiana._ Questo giornale costa al governo il

sussidio di seimila franchi l'anno e non gli frutta che malcontenti

e nemici. Il suo direttore, uomo nullo nelle arti della penna, per

alimentarlo e tenerlo in vita è costretto a pagare danaro contante

tutti gli articoli, e, incapace per sè di giudicare della bontà o

reità degli scritti, insacca nel giornale tutto quello che compra

senza la minima distinzione, e parzialmente gli estratti che mordono

e calpestano la riputazione degli scrittori. Per questa via anche

gli uomini di maggior fama e i più stimati, onorati ed amati dalla

nazione sono giuoco e trastullo alle basse passioni del direttore. Il

suo giornale insomma è tutto mercenario, e non avendo chi lo dirigge

(_sic_) alcuna riputazione da perdere, impunemente attenta l'altrui,

e rende mal servizio al governo inimicandogli gli scrittori di maggior

nome, de' quali torna più conto il guadagnar l'opinione.»

Carlo Porta non si dava arie di letterato, come l'Acerbi, conoscendosi

privo di vasta e seria cultura per usurparne il nome. Tuttavia, come

indignavasi nel vedere che scurrili opuscoli letterari si ricercavano

con avidità!

Vedevasi per le vie camminare un po' barcollante, e talora discorrere

con fuoco un uomo macilento, dallo sguardo vibratissimo: era Francesco

Cherubini, amico di Giovanni Gherardini, che soleva chiamarlo il

Magliabechi milanese. Al Porta premeva ch'egli pure entrasse nella

compagnia romantica, ma quel dotto, nutrito di classici fino al

midollo, non voleva saperne. Il 10 luglio 1819 il Porta ne informava,

deluso, il Grossi: «Credevo che il nostro Cherubini fosse romantico

marcio, nè mi aspettava mai di sentire ch'egli avesse bisogno della

grazia efficace per ridursi alla verità della fede».

Il Grossi, da Treviglio, desiderava essere informato dall'amico

dell'andamento della guerra romantico-classicista, di cui più tardi,

col poema _I Lombardi alla prima crociata_, doveva ravvivare le fiamme.

E il Porta a rispondergli il 9 aprile 1819: «La guerra fra i romantici

e i classicisti s'è ristretta tutta a delle piccole scaramucce fra

gli avamposti, nè pare per ora che i due eserciti minaccino di venire

a giornata. A buon conto, l'eroe del quartiere color di rosa[111]

ha piegato bandiera e si è solennemente congedato dal campo, in cui

protestava non rimanere per lui a far altro dacchè nessun romantico

ardiva più di alzar la testa».

I classicisti opponevano alla _Eleonora_ del Bürger, lanciato nel campo

come campione romantico da Giovanni Berchet, la _Feroniade_ del Monti.

Non opportuna scelta la prima, gelida funerea fantasia tutta nordica,

un'intrusa nella nostra terra della luce e dei fiori; inopportuna

scelta la seconda, ch'è un'insulsa favola degli amori di Giove con la

ninfa Feronia, in tre canti: anfora artisticamente niellata, ma vuota:

giustifica la beffa del _Testament d'Apoll_ del Porta.

Carlo Gherardini stava per morire, consunto. E il Porta: «Non so nulla

del Gherardini, toltone ch'egli è ai conti con Domenedio, e non pel

comune dovere di cristiani in questa stagione,[112] ma perchè è affetto

da un'etisia che lo incalza ad occhio veggente. Dio gli perdoni, com'io

gli perdono di cuore le molte ingiurie che mi ha stampato, e la gloria

del cielo lo accompagni per tutti i secoli». Carlo Gherardini, in

risposta al vivace _El Romanticismo_ portiano, aveva pubblicato, pure

in versi milanesi, un opuscolo _Risposta di madama Bibin alle sestine

del signor Carlo Porta_, molto insolente. Si congedava dal Porta,

esortandolo così:

Scriv di cialad, come t'è semper faa,

E sta cert de no vess mai superaa.

«Scrivi delle sciocchezze come hai sempre fatto e sta' certo di non

essere mai superato».

Non è a dirsi quanto queste parole amareggiassero il Porta. Nonostante

gli applausi universali, sentiva umilmente del proprio merito;

ma se altri lo disprezzava in modo così aperto, non c'era verso

di persuaderlo dell'altrui stolta malignità e rimaneva abbattuto,

lasciavasi vincere dall'avvilimento. Dopo d'essersi detto che non

valeva più nulla, che quel «poco calore di cervello» che lo aiutava

ai tempi passati era «affatto svanito», sospira: «Io che poteva forse

essere qualche cosa al tempo mio, ora non conto più un cavolo; ed in

questo il Gherardini non parla già da par suo, ma parla da filosofo,

e come potrebbe parlare suo fratello Giovanni». E il Grossi a dargli

sulla voce: «Cessa un po' una volta dall'essere sconoscente verso Dio,

che ti ha data una delle prime teste (lettera 8 aprile 1819). E se ti

sento un'altra volta a dire che hai perduto il vigor giovanile, che

ormai non hai più lena di scrivere, e somiglianti bestemmie, ti voglio

denunciare all'Inquisizione di Spagna come eretico, bugiardo, ingrato

ai doni che Domeneiddio ti ha compartiti».

Carlo Porta e la sua Milano · 第 34 / 46 题