XVI.

_Napoleone. — È imperatore in Francia e re in Italia. — Il

figliastro vicerè. — Apatia politica del Porta e d'altri lombardi.

— Un sonetto amaro del Porta. — Amenità di medici. — Cerimonia

dell'autoincoronazione di Napoleone a Milano. — Dietroscena

in famiglia. — Il Regno italico e le sue feste. — Consigli di

Napoleone a Eugenio. — Gli dà moglie. — Nozze d'Eugenio con

Augusta Amalia di Baviera. — Vecchia e nuova aristocrazia. — Il

terribile caso del conte Archinto. — Folla di Grandi a Milano. —

Nuove istituzioni civili. — E la libertà politica?_

La sterminata ambizione di Napoleone Bonaparte, che si sentiva mandato

sulla terra a compiervi grandi cose, di questo Nabucco di genio dal

satanico orgoglio, arbitro di popoli, di sovrani, di papi tremanti

dinanzi alle sue brutali minaccie, non poteva appagarsi d'un Consolato

a vita fattosi conferire in Francia e d'una parziale repubblica fattasi

conferire in Italia. In Francia egli voleva esser imperatore e in

Italia re. Ma le due corone sarebbero bastate alla sua inestinguibile

sete d'impero?.... Arrivato alla sommità, si lasciò cogliere dalle

vertigini, passò d'errore in errore, di delitto in delitto verso

la creatura umana calpestata per il proprio trionfo, e precipitò

nell'abisso, morendo, meteora di sangue, in un'isola, fra le malinconie

dell'oceano.

Uno storiografo di questa Lombardia, che pure ottenne da Napoleone

beneficii non dimenticabili, lo giudica con severa, ma serena equità:

«Era nel giugno 1813, prima della battaglia di Lipsia, dopo le

vittorie di Lutzen e di Bautzen; e la pace, che avrebbe potuto allora

concludere, gli avrebbe lasciata una Francia circoscritta dal Reno,

dalle Alpi, dai Pirenei, vale a dire la maggior Francia che sia lecito

di immaginare duratura. Non gli bastava ancora; e, dopo aver lasciato

quattrocentomila uomini nelle steppe gelate della Moscovia, dopo avere

strappato dai focolari di mezza Europa due generazioni di fanciulli, —

dichiarati adulti per necessità di guerra, — al principe di Metternich,

che gliene faceva l'osservazione, rispose, scagliando irosamente a

terra il cappello: «J'ai grandi sur les champs de bataille, et un homme

comme moi se soucie peu de la vie d'un million d'hommes!» L'uomo che

ha osato pronunciare queste due frasi è, nei rispetti della morale

politica, un uomo giudicato. Sulla sua tomba possono assidersi, vindici

generose, la pietà e il perdono; ma egli non ha diritto di usurpare

ai posteri quel sentimento di leale ammirazione che le coscienze

oneste debbono riservare agli eroismi del sacrificio, ai benefattori

dell'umana famiglia».[66]

Nel maggio del 1804, un decreto del Senato francese conferì a Napoleone

l'impero. Egli costrinse allora il vecchio titubante Pio VII a

varcare le Alpi, a portarsi a Parigi e a consacrarlo imperatore. La

consacrazione del novello Carlo Magno avvenne nella gotica chiesa di

_Nôtre Dame_, che Victor Hugo doveva magnificare, e fu _Napoleone I_. E

fu imperatrice di Francia Giuseppina Tascher de la Pagerie, sua moglie,

vedova del generale Beauharnais, morto nel 1794 sulla ghigliottina.

Così la rivoluzione francese, divampata sotto lo scettro d'un povero

imbelle re per diritto divino, fabbricatore dilettante di serrature,

dopo d'avere annientati per sempre iniqui privilegi feudali, e dopo

d'avere attraversato un mare di sangue e di scelleraggini, in dodici

anni di repubblica, finiva in un impero militare assoluto.

La Repubblica italiana aveva spianato a Napoleone la via del trono

fra noi. Napoleone mandò a Milano due suoi fidi emissari, Cambacérés

e Marescalchi, a preparare gli animi al regno: il primo, già membro

del Comitato di Salute pubblica a Parigi, fu creato poi duca di Parma;

il Marescalchi, bolognese, già membro del Direttorio della Repubblica

cisalpina, era allora ministro della Repubblica italiana a Parigi, e

doveva diventarlo, per volere di Napoleone, anche del Regno italico.

Il primo effetto della missione fu l'atterramento dell'albero della

Libertà in piazza del Duomo e in altre piazze, fra gli sdegni veementi

dei repubblicani puri, alcuni dei quali vennero incarcerati. O poco

illustre, disgraziato albero! Eri stato eretto e adorato dai fanatici

come l'albero eccelso del bene universale. Guai all'infelice che non

si chinava al tuo sacro legno taumaturgo! E così presto cadevi, a

colpi di vili scuri, come l'albero del male. Il berretto frigio, che

ti sormontava, cambiò forma e colore: si trasmutò in corona, aborrita

ieri, imposta oggi.

Il Melzi, d'un tratto scomparve. Dov'era andato? Napoleone lo aveva

chiamato a Parigi, tenendolo in segreto colloquio per più di quattro

ore. La Consulta si recò a offrire pomposamente la corona d'Italia

a Napoleone e a votargli un monumento; ma quando il Melzi uscì dal

gabinetto dell'imperatore, il Regno d'Italia era bell'e decretato.[67]

Il 16 marzo 1805 arrivò a Milano Eugenio Beauharnais, figlio

venticinquenne di Giuseppina, valoroso soldato in Egitto e a Marengo,

gran cacciatore, gran ballerino, dedito ai bassi amori, di modi

burberi, smanioso di pompe e d'omaggi; destinato a essere il vicerè del

nuovo regno; egli, che, all'epoca del Terrore, al domani del supplizio

del padre, era stato inscritto fra i più umili operai.

Giunse a Milano; ma non raccolse alcun segno di simpatia. Silenzio

glaciale.

E, il 31 marzo, la voce del cannone (trecento colpi) annunzia a

Milano l'istituzione del Regno. Ma le finestre del palazzo di Luciano

Bonaparte restano chiuse. A tutti è nota l'avversione di lui per il

tremendo fratello, ch'egli aveva pur validamente aiutato nel colpo di

Stato del 18 brumaio a Parigi.

Un'altra voce ora, quella dell'ufficiale banditore, s'intende: legge,

nei vari quartieri di Milano, l'atto d'inaugurazione di quello che Ugo

Foscolo chiamerà, ironico, nei _Sepolcri_ «il bell'italo regno». Il

popolo s'affolla, ascolta, ma non applaude.

Passa di mano in mano un fierissimo sonetto contro Napoleone, mentitore

di libertà. Di chi è? Si sussurra un nome: il nome del veronese

Giuseppe Giulio Ceroni, soldato e poeta alfieriano.

Carlo Porta non si unisce a chi discute sul nuovo mutamento, dopo

tante trasformazioni subìte. Battagliero per indole, caustico, pungente

contro la vecchia aristocrazia dal ridicolo sussiego spagnolo; contro

i nobili villani e proni agl'idoli coronati; contro gli stessi

arcivescovi privi di dignità; contro i preti venali e i monaci

parassiti; contro la letteratura fatua, convenzionale, ammuffita;

contro francesi e italiani che osano sparlare della sua diletta Milano,

ora si rassegna al giogo politico, pur di godere la pace. Nessun grido

di vero italiano vibra dal suo verso, dal suo cuore. Quanto differente,

anche in questo, il Maggi, che in pieno dominio spagnolo, con un

sonetto invocava nientemeno che l'unità italiana, rivolgendosi alla

Repubblica di Venezia, la sola libera allora e guerriera impavida sul

mare d'Oriente contro i Turchi barbari! Il Maggi domandava:

Unita or che saria l'inclita gente

Per la difesa almen della sua pace?

Carlo Porta è persino corrucciato contro chi parla d'indipendenza, e

prorompe:

«Al diavolo i politicanti seccatori! A che tanti discorsi e tanti

ragionamenti? Già, un basto, alla fin dei conti, bisogna portarlo; ed

è inutile pensare di farla da padroni. E quando questo basto dobbiamo

averlo sulle spalle, eternamente e senza remissione, che importa a

noi che sia d'un gallo, d'un'aquila, d'un'oca o d'un cappone? (_Qui il

Porta col ‘gallo’ allude, si capisce subito, alla dominazione francese,

e con la parola ‘aquila’ all'Austria_). Per conto mio, credo che il

meglio possa essere il partito di far finta di nulla, e pregare di non

cambiare tanto spesso di basto. Se no, col portar da un posto all'altro

le durezze delle traverse del basto, avremo uno spelamento maledetto e

nient'altro». Ma ecco il sonetto:

Marcanagg i politegh seccaball!

Cossa serv tant descors e tant reson?

Già on bast infin di fatt bœugna portall

E l'è inutil pensà de fà el patron.

E quand sto bast ghe l'emm d'avè sui spall

Eternament e senza remission,

Cossa ne importa a nun ch'el sia d'on gall,

D'on'aquila, d'on'oca, o d'on cappon?

Per mì credi ch'el mej el possa vess

El partii de fà el quoniam, e pregà

De no barattà tant el bast de spess.

Se de nò, col portà d'on sit a l'olter

I durezz di travers, rëussirà

On spelament puttasca e nagott d'olter.

Ben altro linguaggio tennero sempre due illustri amici di Carlo Porta:

Ugo Foscolo e Giovanni Berchet! E quanti altri mai, per fortuna nostra!

Ma l'apatia del Porta si notava allora in molti. La stessa Consulta

dovette umilmente confessarlo in un suo rapporto ufficiale.[68]

Ma ecco si annuncia, fra la grande emozione, che Napoleone sta per

arrivare ed essere incoronato re nel Duomo. La notte sopra il 9 maggio

1805, infuria un turbine, che rovescia l'arco di trionfo eretto davanti

al palazzo reale. Il novello sovrano ha voluto sostare a Pavia, dove

all'avvocato Camillo Campari, con la perfida sua impudenza, ricordava:

«Siamo vecchi conoscenti». E alludeva a un giorno orribile, il 25

maggio 1796, quand'egli, sfondata col cannone la porta della città

decisa a non riceverlo, l'aveva abbandonata al saccheggio. Entrando

nell'aula dell'Università, inchinato dai professori, Napoleone chiese

al medico Carminati qual differenza trovasse «fra la morte e il

_someglio_». Il professore, che non conosceva il francese, non capì

che Napoleone aveva tradotto in quel bel modo il vocabolo _sommeil_, e

improvvisò una dissertazione fra la morte e il _suo meglio_.[69]

Più ameno un altro medico demagogo, poi diventato preclaro, e conte e

senatore del Regno italico, Pietro Moscati, che sosteneva essere l'uomo

creato per camminare con le mani e coi piedi insieme.

«Da che porta entrerà Napoleone?» domandavano i Milanesi.

Neppure le autorità lo sapevano. Quando si seppe ch'egli giungeva da

Pavia, si eresse a Porta Ticinese, ribattezzata poi Porta Marengo,

un arco trionfale. Tutto il 9 maggio gran folla sulle vie, le case

addobbate. Alle sei della sera, Napoleone entra alla fine in Milano, in

un corteggio fantasmagorico interminabile.[70] Precedono i consultori,

in mantello di seta verde e cappello con piume bianche; i consiglieri

di Stato e i membri del Corpo legislativo vestiti pure in verde e

oro; i membri dei Collegi elettorali con tanto di ciarpa dalle frangie

d'oro; i funzionari pubblici in vesti dorate; i possidenti con ciarpa

bianca, turchina i dotti, rossa i commercianti; e seicento corazzieri;

e Napoleone Bonaparte in sontuoso cocchio, con Giuseppina, tirato da

otto cavalli, seguito da quindici altri cocchi a sei. Davanti alla

scalinata del Duomo, il regale cocchio si ferma. Sugli scalini sta ad

attenderlo, in alta pompa, il nuovo arcivescovo Caprara con sedici

vescovi in mitria e dieci vicari, e tutti discendono. Il Caprara

pronuncia augurii devoti, ardenti, incensa il «Giove terreno» e

l'imperatrice beata.

Ma la moltitudine non accoglie Giove con manifestazioni di giubilo

verace. Mademoiselle d'Avrillion lo confessa nei suoi _Mémoires_:

Tous les services étaient réunis et formaient un magnifique

cortège; la population garnissait les fenêtres des maisons et

affluait dans les rues. Néanmoins, nous remarquâmes je ne sais quoi

de contraint dans les acclamations qui saluèrent leurs majestés;

les cris furent plus populaciers que populaires;_ enfin, il n'y

eut point de joie réelle_; je ne sus à quoi l'attribuer: je sais

seulement que l'empereur en parla à l'impératrice, mais je n'en

appris pas davantage, sa majesté ayant gardé avec moi le plus

profond secret à cet égard.[71]

Ma arriva il 26 maggio, il gran giorno dell'incoronazione a re d'Italia.

L'aurora spunta radiosa. Milano è tutta in curiosità, in aspettazione,

e in festa almeno apparente.

Nel Duomo, sfarzosamente parato di diffusa seta vermiglia, irradiato

da mille lumi, risonante di musiche e di canti, alla presenza

degli ambasciatori inviati dalle potenze straniere, il piccolo,

esile, livido eroe, nell'ampio mantello di velluto verde dal lungo

strascico, sostenuto dai grandi scudieri di Francia e d'Italia, in

uniforme di gala; seguìto dai ministri, dai consiglieri, da ufficiali,

decoratissimi, da araldi, dalle dame che portano doni, e da paggi

all'uso medievale, incede rigido, altero, girando qua e là «i rai

fulminei», stringendo, nella destra, lo scettro e, nella sinistra, la

mano della Giustizia. Dal Castello tuonano le artiglierie; suonano,

conclamanti, le campane di tutte le chiese.

L'imperatrice, giunta a mezzogiorno nel tempio, è ritta, già nella

tribuna a lei destinata, con la cognata Elisa. Napoleone a passo

sicuro, superbamente, attraversa la cattedrale, sotto un ricco

baldacchino dorato, sorretto dai canonici, e sale sul trono rialzato

nel coro. Squilla ora una marcia trionfale; echeggiano applausi; e

l'arcivescovo Caprara intuona il _Veni, Creator_....

Sull'altar maggiore, posa la «Corona ferrea», venerata da dodici

secoli nella basilica di Monza. Si dice formata da un chiodo della

Croce; ma è leggenda non antica.[72] Il pontefice san Gregorio Magno

la diè, secondo una non immutata tradizione, alla pia regina longobarda

Teodolinda, perchè servisse a incoronare i re d'Italia. La prima certa

incoronazione fatta con quel cimelio, è del 1081, sulla testa d'Enrico

IV. Napoleone l'aveva predata nel 1796 (cosa che nessun conquistatore

aveva osato) e portata a Parigi; poi la restituì.... per incoronarsi di

propria mano.

Infatti, l'arcivescovo Caprara la prende, e fa atto di porla sul capo

di Bonaparte, ma questi l'afferra con ambe le mani, se la calca sulla

testa, e, nel silenzio profondo del solenne momento, con la sua voce

stridula ma terribile, grida: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!»

Poi la colloca un istante sulla testa di Giuseppina e la rimette

sull'altare. Consegna al figliastro Eugenio la spada, e, durante la

messa cantata, al _Credo_, pronuncia ad alta voce il giuramento «di

mantenere l'integrità del regno, di rispettare e far rispettare la

religione dello Stato, l'eguaglianza dei diritti, la libertà politica e

civile, l'inviolabilità delle vendite dei beni nazionali, di non levare

alcuna imposta, di non stabilire veruna tassa che in virtù della legge,

di governare con la sola mira dell'interesse, della felicità e della

gloria del popolo italiano».

Si fa profondo silenzio. Il capo degli araldi d'arme s'avanza e

proclama a voce sonora: «Il gloriosissimo e augustissimo imperatore

Napoleone è incoronato e intronizzato. Viva l'imperatore e re!» E mille

voci ripetono: «Viva l'imperatore e re!»

Il giorno dopo, Napoleone nomina il principe Eugenio vicerè del Regno

italico, serbando a sè le sovrane attribuzioni in tutto e per tutto.

Quando Napoleone si calcò con tutt'e due le mani sulla testa la Corona

di ferro era raggiante di gioia, narra nei _Mémoires_ mademoiselle

Avrillion, la quale assisteva alla cerimonia, e soggiunge queste

veridiche parole:

Lorsque l'on fut de retour au palais, j'étais occupée dans la

chambre de l'impératrice, quand l'empereur y vint: il était d'un

gaîté folle; il riait, il se frottait les mains, et dans sa bonne

humeur il m'adressa la parole: «Eh bien! mademoiselle, me dit-il,

avez-vous bien vu la cérémonie? Avez-vous bien entendu ce que j'ai

dit, en posant la couronne sur ma tête?» Il répéta alors, presque

du même ton qu'il l'avait prononcé dans la cathédrale: _Dieu me l'a

donnée, gare à qui y touche_!

Napoleone, assistito dalla sua stella, si avviava felicemente verso il

culmine della potenza, e poteva ridere.

Fu dato un gran ballo, in onore delle loro maestà. Molte signore;

ma i loro vestiti erano meschini e non freschi, dice mademoiselle

d'Avrillion parlando delle milanesi. Molti diamanti antichi di

famiglia, ma male legati, soggiunge; e dello stesso parere era

Giuseppina, che ne possedeva soltanto di moderni, acquistati di

fresco....

.... Ce qui nous divertit beaucoup, habituées que nous étians a

préférer l'élégance et le bon goût à la richesse....

Il ballo si protrasse a lungo nella notte. Si ballarono le contraddanze

francesi, valzer e la monferrina, danza nazionale in tutta l'Italia

settentrionale. Il principe Eugenio ballò molto ammirato dalle dame

della Corte. La duchessa di Rovigo brillò su tutte le dame per la

grazia della svelta persona e della sua danza.

Il grande imperatore e re sfoggiava, anche nella reggia di Milano,

le sue abitudini domestiche detestabili. Menava scapaccioni e tirava

le orecchie alle cameriere per sollazzo: andava di frequente nel

gabinetto di Giuseppina, e si divertiva a darle delle botte con le

palme delle mani sulle spalle nude. Ella aveva un bel dire: _Finis

donc! finis donc!_ Bonaparte continuava, tanto prendeva gusto a quel

giuoco villano. Giuseppina si sforzava a ridere, «ma io più d'una

volta le sorpresi le lagrime», ricorda pure nei _Mémoires_ la sua fida

d'Avrillion.

A dir vero, Giuseppina piangeva con facilità. Quando lasciava Milano

per gl'incanti del lago di Como e del lago Maggiore, l'Aldini, già

presidente del Consiglio di Stato della Repubblica italiana, le disse

cosuccie graziose, che la commossero sino al pianto. Povera donna!

L'imperiale marito doveva farle spremere, più tardi, ben altre lagrime!

In memoria della sua solenne incoronazione a re d'Italia, Napoleone

istituì l'ordine cavalleresco della Corona ferrea, oggi sparito con

l'annientamento dell'Austria compiuto dalle nostre armi gloriose, e

ordinò che fosse ultimata la facciata del Duomo, dove la memoranda

cerimonia si svolse. Volle ricevere i ricchi della città; volle

informarsi di tutto e sapere di tutti; voleva conoscerli per

isfruttarli a lor tempo; ma degli italiani non professava molta stima,

e lo diceva a Eugenio mettendolo in guardia.

Gli ammonimenti e le istruzioni che il grande patrigno lasciò per

iscritto al figliastro, inesperto e ignorante, rivelano la mente

poderosa e acuta dell'astuto e formidabile reggitore. Bastino queste:

— All'età vostra non si conosce la perversità del cuore umano;

per lo che non sapremmo abbastanza raccomandarvi circospezione e

prudenza.

— Non accordate piena fiducia ad alcuno: non esternate la vostra

opinione sui ministri e sui grandi ufficiali che vi circondano.

— Parlate il meno possibile, perchè non abbastanza istrutto per

sostenere una conversazione. Ascoltate e persuadetevi che sovente

il silenzio vale la scienza.

— Presiedete di rado il Consiglio di Stato; il non conoscere

la lingua e la legislazione del paese vi forniranno una scusa

plausibile.

— Non fidatevi delle spie: l'averne è più dannoso che utile.

— Studiate la storia di ciascuna città del mio regno d'Italia, e

visitate le fortezze e i luoghi più celebri per combattimenti. È

probabile che, prima di trent'anni, dobbiate guerreggiarvi; e la

conoscenza del territorio è prezioso acquisto.

— Supremo interesse per voi è di ben trattare gli Italiani,

conoscerne i nomi e le famiglie.

— Siate grandioso coi rappresentanti delle potenze estere, i quali,

a rigor di termine, sono spioni titolati.

— Siate inflessibile coi furfanti: la scoperta d'un truffatore è

una vittoria per l'amministrazione pubblica.

Non per il solo Eugenio, ma per ogni principe tali precetti potevano

tornare preziosi, e ancor oggi conservano il loro forte aroma. Ma la

mente del vicerè non era da tanto: il patrigno lo sapeva; tuttavia lo

adottò come figlio.

Più amata di Eugenio sul vicetrono d'Italia si mostrò la consorte

che l'imperatore gli scelse: la principessa Augusta Amalia, figlia

del re Massimiliano di Baviera; soave bellezza, d'illibati costumi,

degna del canto immortale che Ugo Foscolo le consacrò nelle _Grazie_

quando nessun favore poteva il grande poeta attendersi dal suo liberale

omaggio. Carlo Porta non poteva consacrare ad Amelia festive ottave

come quelle dettate per l'arciduchessa Beatrice Ricciarda d'Este

protettrice del poeta milanese Domenico Balestrieri? Le meritava.

Quando Eugenio condusse la bellissima sposa a Milano si rinnovarono le

feste dell'incoronazione. Il teatro alla Scala, illuminato a giorno,

accolse la coppia vicereale fra le mille ghirlande di fiori ond'erano

rivestite le pareti della sala; e si era in febbraio! Le serre furono

spogliate.

Vestito da semplice cacciatore della guardia, in mezzo a generali

sfolgoranti di decorazioni e d'oro, Napoleone assisteva attento alle

rassegne militari, imponendo una coscrizione di seimila uomini per

l'esercito, chè voleva ritemprare, e lo disse, nella gioventù italiana

l'amor delle armi. Già avendo inviato nostre truppe lungo la spiaggia

di Calais aveva fatto osservare che la bandiera italica sventolava

per la prima volta, dall'epoca dei Romani, sulle rive dell'Oceano. E a

noi, nel suo infrancesato italiano, aveva detto: «Voi non sarete _ni_

francesi, _ni_ tedeschi, ma italiani».

Intanto, ordinava che le nostre scuole fossero modellate sulle

francesi; e imponeva il Codice francese. Deputava peraltro un'eletta

di giuristi nostri a compilare un Codice di procedura criminale e un

Codice penale. Inoltre riordinava il debito pubblico sotto il nome di

«Monte Napoleone»; fissava le spese in 88,660,000 lire all'anno; voleva

che si compisse il Naviglio di Pavia (arduo lavoro); e accordava la

libertà di stampa. Ma volle che si scemasse il numero dei birri; e ne

avvenne che i furti e le aggressioni sulle strade imperversarono ancor

più. Si era ritornati ai tempi peggiori di Maria Teresa.

Ben presto, un ordine ristabilì una commissione militare condannante

senza revisione. I condannati erano puniti con la morte entro

ventiquattro ore. E bisognava ben pulire Milano, perchè ella era

chiamata a essere la capitale d'un regno; focolare e centro di una

vita nuova, di cultura, di legislazione. A un grande compito la città

di Milano era chiamata da Napoleone: a mettersi a capo della civiltà

italiana; e Milano, allora, arricchita d'uomini sommi, in essa chiamati

o convenuti, rispose magnificamente all'appello inusitato.

Milano, co' suoi nuovi istituti, con le nuove riforme, divenne una

metropoli animatissima, florida, invidiata. Il denaro correva. «Essa

è la sola città, scriveva Napoleone, che abbia tutto guadagnato in sì

breve tempo e con sì scarsi sacrifici».[73]

Sì; ma il donatore rinfacciava il dono. E ad Eugenio scriveva da Saint

Cloud: «Non lasciate dimenticare agl'Italiani che io sono padrone

di fare quello ch'io voglio.... La vostra divisa è semplicissima:

_l'imperatore vuole così!_, ed essi sanno ch'io non muto voleri».

E ciò poco tempo dopo il solenne giuramento in Duomo, che conosciamo!...

Ma l'inflessibile dispotismo napoleonico, larvato di crescenti fulgori,

imprimeva la sua grandiosità in tutta la vita di Milano. Ricevimenti

fastosi a Corte, feste e feste dappertutto, e continue; spettacoli,

musiche, canti, balli, intrecci d'amori: una vertigine gioconda.

Nella immensa Arena, costruita su disegno dell'architetto Luigi

Cagnòla per cenno di Napoleone, s'imbandì, nel 1809, un banchetto

a tremila soldati, presieduti dal generale Pino. Immaginarsi quale

frastuono assordante di voci, d'evviva, quale cozzo di bicchieri, quale

acciottolìo di piatti e di scodelle! Tutti mangiavano con le mani,

s'intende, come usava Napoleone.

La vecchia aristocrazia aveva rimessi alla luce tutti i suoi titoli; e

la nuova aristocrazia, creata dal Bonaparte in barba alla Rivoluzione

francese dalla quale era sorto, gareggiava con la vecchia nello sfoggio

delle novelle corone. Le decorazioni imperiali piovevano abbondanti.

Non se n'erano mai viste in sì gran numero, e si ambivano, si

sfoggiavano spesso in occasioni di visite principesche, di ricevimenti

a Corte, di spettacoli eccezionali alla Scala.

Alcuni dell'antica arcigna aristocrazia affettavano di rimanere

sdegnosi in disparte dal fastoso, allegro bailamme. Recentissima

era la tomba del conte Carlo Archinto, grande di Spagna, tenace ai

propri ricchissimi forzieri, ma più ai titoli avìti. Un giorno, per

un malaugurato accidente, rimase rinchiuso entro la cripta nella quale

nascondeva mucchi di monete d'oro. Solo dopo parecchie ore di mortali

angoscie fu scoperto dal fido cameriere. Per lo spavento di rimanere

sepolto colà si ebbe, vecchio qual era, una scossa sì forte che in

breve uscì di vita. Lasciò larghe dovizie all'Ospedale.

Milano, divenuta capitale del Regno italico, comprendeva 24

dipartimenti, che si estendevano sino a Fermo e Macerata, con 2155

comuni e 6,700,000 abitanti. Milano contava 146,780 abitanti, compresi

i sobborghi (_Corpi Santi_).

Eccelsi, forti ingegni illustrarono, come si è detto, il Regno

italico: Ugo Foscolo, il fulvo indemoniato Ugo, che diè di «liberal

carme l'esempio», appassionato, stupendo poeta di sepolcri, di eroi,

di grazie e femminili bellezze; Vincenzo Monti, che parve esprimere

nella sua sonante magniloquenza la grandiosità del frastuono e bagliore

napoleonico; in luogo dell'invano desiderato Antonio Canova, statuario

innovatore divino della classica purezza, splende il Pacetti statuario

del Duomo; e Andrea Appiani, nobilissimo classicista del pennello, di

gentil volo. L'astronomo abate Oriani, figlio di poveri contadini, che

aveva negato il giuramento alla Repubblica; l'astronomo Piazzi, che

scoprì _Cerere_; Alessandro Volta, il cui nome resta congiunto per

sempre a quello di Galileo e del Newton, sommo e nuovo in ogni ramo

di scienza trattato dal suo genio, grandeggiano. E Angelo Mai («italo

ardito» lo saluta il Leopardi in una famosa canzone), scopritore di

classici antichi; e gli anatomici Paletta e Scarpa; il Moscati medico,

fisico; il Monteggia chirurgo; e il Cicognara storico della scultura;

e Giuseppe Bossi pittore e poeta; e Lorenzo Mascheroni, matematico,

ellenista e poeta; e lo Zanoia architetto e poeta pariniano; e gli

altri architetti Canonica, Cagnòla, Antolini, che rinnovano quasi

mezza Milano nel vertiginoso periodo di nuovi palazzi e nuove ville;

e l'ingiustamente dimenticato Augusto Bellani, di Monza, chimico e

fisico; e il Paradisi geometra; e quali giuristi! e quali ingegneri

stradali e idraulici portentosi! Ecco: Domenico Romagnosi manda alla

luce, a soli ventisette anni, l'imperitura _Genesi del diritto penale_.

E quanti altri mai ingegni più o meno preclari, come Melchiorre Gioja

statistico, Giuseppe Prina e Giuseppe Pecchio finanzieri, Pietro

Custodi economista, il Landriani scenografo di magico effetto, il

Viganò coreografo. Giuseppe Longhi, maestro del bulino, fonda una

scuola. Non «organo della vulgarità», come lo chiamerà il Cantù, ma

voce aperta del suo tempo, fiorisce Carlo Porta. E sorge il Manzoni.

Qui s'apre l'Istituto italiano di scienze e lettere, celebre per le

ammissioni, più celebre per le volute esclusioni (Ugo Foscolo viene

escluso e accolto invece il padre Francesco Soave!...); qui si forma

l'Accademia di belle arti e una pinacoteca; qui si istituisce la

Società d'incoraggiamento alle scienze ed arti; e il Conservatorio

di musica, e la Scuola di ballo, nido di ammirate, bramate popolane

bellezze e di danze leggiadre, aeree....

Ma in tanto centro di vita italiana, la mano straniera, francese, non

rimane sempre nascosta; e l'enorme ombra del Despota titano si proietta

dappertutto: manca ciò ch'è vita della vita civile; manca la libertà

politica, nientemeno! Dov'è la libertà?

Carlo Porta e la sua Milano · 第 26 / 46 题