I Casiraghi, cui allude, formavano una famiglia, il capo della quale
soleva bandire splendidi festini, rallegrati da bellissime donne
onde andava superba Milano. Una volta, il Porta fu pregato da lui di
schiccherare un gaio sonettino, perchè Vincenzo Monti onorasse della
sua illustre presenza quelle veglie; e il poeta milanese a infilzare
quattordici versetti ottonari, ne' quali al celebre collega di Parnaso
dice con grazia: «Per oggi riponi pur le tue rime, i tuoi concetti,
e vieni qui a godere in mia casa una delle solite festicciuole. Ti
offro volti che mettono allegria, e tali floride beltà femminili da
imbrogliare chiunque dovesse gettare il fazzoletto. Sono sicuro tu
dirai che sono le Grazie e le Muse che ballano sui bei prati di Pegaso.
Ma forse lo dirò meglio io nel vedere che non manca neppure il loro
Apollo, che sei tu»:
Per incœu guarna pur via
I tœu rimm, i tò conzett,
E ven chì a godè in cà mia
Vun du solett festinett.
Te doo facc che mett legria....
e parla di floridezze audaci immancabili.
A un poeta pagano, come il Monti, le curve giunoniche non dispiacevano;
a lui, che, al domani della battaglia di Marengo, aveva portata a
Milano la versione del poema _La Pulcella d'Orléans_ del Voltaire;
versione da lui compiuta in veloci, smaglianti, meravigliose ottave
eroicomiche, quasi superiori a quelle stesse dell'Ariosto; scritte a
Parigi nei tedii malaugurati dell'esilio, che lo salvò dalla reazione
austro-russa; e nelle quali nulla, proprio nulla, velò delle continue
audacie libertine, oscene del cinico iconoclasta francese.
Riguardo al nuovo impiego cui il Porta allude nella lettera alla
moglie, ecco ciò che apparisce da mie ricerche negli Archivi di Stato
di Milano e da memorie autografe del poeta:
Nel 1804 egli fu riammesso, come fu detto, negli uffici governativi,
col titolo di sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito
pubblico. Nel 1808 gli piovve la manna d'un aumento di stipendio e un
elogio per la sua attività e perizia. Nel dicembre 1810 il ministro
delle finanze, Prina, lo volle ispettore aggiunto del pubblico tesoro
e, nel 1812, lo inviò a Mantova per rivedere i conti arruffati d'un
certo Malacarne ricevitore del dipartimento del Mincio. Ma, l'anno
dopo, l'impiegato poeta s'accorge che le mansioni di aggiunto al tesoro
pubblico gli pesano come catene, benchè dorate da quattromila lire
all'anno; chiede di ritornare all'ufficio primitivo di sottocassiere
e l'ottiene senza contrasto. Cassiere generale era Carlo Casiraghi,
quello stesso così amante delle gaie veglie. Al suo posto, nel 1814,
salì quindi il Porta, che, come cassiere, rimase al Monte Napoleone
sino agli ultimi giorni di vita.
Risiedeva quell'ufficio del Monte in un palazzo ornato di resti
d'architettura bramantesca. Ogni mattina, il Porta, che abitava colla
famiglia in quella stessa via, detta appunto anche oggidì del Monte
Napoleone, si recava all'ufficio lento lento, per la podagra che lo
tormentava.
Da una miniatura della famiglia Porta, la moglie del poeta si mostra
simpatica per quella sua aria d'onestà e ingenuità che doveva renderla
cara a tutti. La carnagione è lattea, la bocca vermiglia e piccola.
Gli occhi «color della buccia di castagna alpina», direbbe lo Aleardi,
e tagliati a mandorla, ti guardano con espressione affabile. Lunghe
le brune sopracciglia, la punta del naso leggermente rivolta all'in
su. I capelli bruni le disegnano due curve graziose sulla fronte e le
scendono folti sulle spalle arricciandosi all'estremità. Attorno al
collo, sotto il mento morbido, le gira un velo bianco, alto. L'abito è
azzurro, semplice, con una fascia bianca che la stringe sotto il seno
ricolmo. Un piccolo medaglione le pende dal collo: è il ritratto del
primo marito, Arauco? Sì, e con tanto di parrucca incipriata.
Una rarità: la buona armonia tra suocera e genero. A lei, signora
Camilla, il poeta dedicò versi più che cordiali e pare li meritasse
davvero:
.... E le dica (_il cuore_) che l'amo di maniera
Da correr per giovarle se abbisogna
A vendermi al lavor della galera,
A chiedere e accettar posto in Bologna,
Od anche a rimanermene in eterno,
Come adesso, impiegato subalterno.
E via via.
«Quanta fosse la bontà non solo, ma la candidezza mirabile e la
semplicità dell'animo del Porta, e quanto egli fosse lontano dall'avere
quel carattere d'alterigia e di scherno, che i suoi scritti ponno
far sospettare, tutti quelli che l'hanno conosciuto nelle sociali
relazioni, e più di tutti gli amici intimi del suo cuore lo ponno
testificare», affermava il Grossi nei cenni biografici premessi
all'edizione delle poesie del grande amico suo dopo la morte. Ma
ch'egli fosse turbato e triste, specialmente per la podagra, malattia
di famiglia, che lo tormentava, è vero.
Eppure, c'è una poesiola che ci fa vedere il poeta nella calma della
sua casa. Una breve poesia. Ce lo mostra tranquillo, alla fiamma del
caminetto, con un bicchere di buon vino che assapora; apprendiamo i
suoi gusti e troviamo in lui quel sentimento d'amicizia che lo nobilita
anche agli occhi di chi non sa perdonargli i difetti. Il poeta odia il
cattivo caffè e adora il buon vino.
Egli li scrisse, quei versi, sopra uno de' suoi tanti fogli volanti,
che, nei ritagli di tempo, riempiva di poesie frammentarie appena
cominciate:
Andee pur, la mia gent,[55]
Ai dò Colonn, o ai Serv,[56]
A tœù on cafè che ve sassina i nerv.[57]
Mì, inscambi, son content
De stà chì al me camin[58]
A fà l'amor cont on bicer de vin,[59]
E savorill e usmall;[60]
E se se pò toccall cont quai amis,[61]
Rides adree guardandes i barbis.[62]
E pœu d'estaa? voo al Gall,[63]
Voo alla Scala, voo al Gamber, voo ai Tri Re.[64]
Voo in l'Oronna putost che no a on cafè![65]
L'amico più caro, col quale il Porta avrebbe voluto toccare il
bicchere, sarebbe stato Tommaso Grossi, il suo buon Grossi, ch'egli
aveva conosciuto poco più che giovanetto, avendo l'autore del _Marco
Visconti_ sedici anni meno di lui, essendo nato nel 1791 a Bellano, là,
in quel grazioso paesello del lago di Como che gl'ispirò belle pagine,
e sopra tutto quella commovente della morte del barcaiolo Arrigozzo
annegato durante una notturna bufera nel lago: pagina eterna.
Non avevano segreti quei due amici: si dicevano tutto; si consigliavano
fraternamente di tutto.
Tommaso Grossi dimorava a Treviglio, città tranquilla, nel Bergamasco,
in casa d'uno zio canonico liberale. Quando veniva a Milano assisteva
alle riunioni letterarie che alla domenica si tenevano in casa del
Porta; riunioni che si chiamavano «la Cameretta». Con questo nome
designavasi, una volta, una riunione di sessanta decurioni scelti dalle
famiglie patrizie milanesi, i quali nelle loro assemblee trattavano
i pubblici affari: e la frase _fà cameretta_ esprimeva far crocchio,
tenere seduta, per lo più ristretta e segreta. In quelle domenicali
riunioni gli amici leggevano i propri lavori in piena intimità, senza
pubblico, senza pompa.
Appena Tommaso Grossi lasciava gli amici e ripartiva per Treviglio,
sentivasi svogliato e triste; provava «un vuoto infernale nel cervello
e in tutto il corpo fuorchè nel cuore che, non essendo posseduto da
nessuna femminina contagione, è tutto vostro, tutto quanto», scrive
al Porta, cui ben presto confesserà le proprie pene amorose. Quando
non può partecipare alle riunioni presedute dal Porta, si consola
coll'assistervi in ispirito: «Tutte le volte che arriva la domenica,
io volo col pensiero in casa tua, là, in quella sala, a mano dritta
entrando per l'anticamera, e sto seduto in mezzo a tanto senno, gonfio
e pettoruto del titolo, scroccato immeritamente, di membro della
«Cameretta», e veggo te che sei il presidente, e mi par di sentirti
leggere qualche tua poesia, e gongolo».
Il Porta recitava mirabilmente i propri scherzi, rimanendo serio, il
che dava maggior risalto al comico delle sue poetiche creazioni. Nessun
sorriso su quel volto, che assumeva l'aspetto d'un grand'inquisitore; e
gli ascoltanti a prorompere allora in fragorosa ilarità.
Non usciva verso dalla penna dell'autore del _Bongee_ che il Grossi
non lo vedesse fra' primi. La _Nomina del cappellan_ accrebbe più che
altra poesia gli entusiasmi dell'amico che gli scriveva rapito della
«squisita, amenissima cosa». E ancora: «Non ti so dire quanto sia
piaciuta a tutti quelli cui l'ho fatta sentire: se ne fecero tre copie,
ed anche attualmente l'originale non l'ho io, e gira attorno a delizia
degli orecchi trevigliesi».
Una delle dolci espansioni del Grossi è: «Ti prego, in nome di quella
tenera amicizia che mi accordi e di cui vado superbo, di scrivermi
tosto e di scriver molto».
La gentilezza fiorisce nel Grossi, anche quando non parla dell'amico
all'amico. Gli narra le vicende d'una buona famiglia così:
«Caro Porta, che delizioso spettacolo quello d'una madre che rivede
suo figlio dopo una lontananza di tanto tempo!... Io ho partecipato
alla gioia di quella buona famiglia ed ho passato una giornata delle
più belle di mia vita: che contento! che effusione di cuore! Le parole
non vi arrivavano; bisogna piangere del piacere; e, difatti, ho pianto
anch'io con loro, ma d'un pianto deliziosissimo!...»
Nel _Politecnico_, periodico di scienze ed arti (annata 1866), si
legge una amena lettera di Carlo Porta a Tommaso Grossi; lettera
autobiografica. La vita di pubblico impiegato del poeta v'è dipinta, e
vi batte il suo cuore d'amico fedele:
«Amico carissimo,
Barbaro traditore,
Mandar lettere chiuse?
Non ti allattâr le muse,
Non ti fu padre Appol.
»C'è mancato proprio proprio un cece che la vincesse sopra di me la
tentazione di alzare adagio adagio quel tantino di ostia, e mi mettessi
a leggere quelle due letterine che mi hai compiegate. La tua crudeltà
meritava questa soperchieria, ma la religione mia ha trionfato, e
mi ha fatto rispettare, come rispetto, quell'invido azimo che mi
nasconde tanto tesoro. Dio me ne rimuneri! A quest'ora avrai avuto una
lunghissima mia, scritta un po' di notte alle spese del sonno, ed un
po' di giorno tra lo strepito del denaro, e le querimonie dei creditori
di S. M. che mal soffrono la mia vacanza del mercoledì e del sabato. Nè
questa circostanza io l'accenno perchè dalla bontà tua mi si conceda
un passaporto a tutti i maccheroni che avrò stampati in essa lettera,
ma perchè ti piaccia incolpare tutt'altri che me, e la volontà mia
se lascio sfuggire qualcuna delle ordinarie occasioni che mi offre
san Paolo (_sic_) per codesto paese. Anche oggi scrivo nel mio modo
solito, nel tiretto cioè del mio bancone di ufficio, e tratto tratto
conviene che lasci la penna per servire i bravi e buoni reverendoni
della campagna che vengono a truppe a riscuotere le loro congrue ed i
redditi de' loro benefizi. Stamattina alle ore cinque e mezzo è partito
il nostro amatissimo Tacchini, che speriamo di ritorno fra tre mesi.
Io l'ho posto in carrozza, e siccome mi ha caldamente raccomandato
di salutare per lui tutti gli amici comuni, così saluto te per primo,
che occupi uno de' posti più distinti nel suo cuore. Partito Tacchini,
corsi per isbalordirmi al Duomo e salii in fretta in fretta fino alla
loggia ultima, quella che gira in cerchio sotto i piedi della Madonna,
e lassù mi gustai un eccellente caffè che il pietosissimo don Camillo,
altro degli ostiari, ebbe la degnazione di recarmi sotto la veste
talare pel solo magro compenso di goderne gli avanzi. Di là spinsi un
paio d'occhioni anche verso codesto Treviglio, ma non potei fissarne
che il meridiano, ossia il luogo ove dovrebbe essere verosimilmente
piantato, e sarà miracolo se vi sarà giunto qualche pezzo di quella
benedizione papale, che ho tagliata giù senza economia e diretta con
tutto l'animo a codesto paese. Mi fa gratissima sensazione quanto
mi dici di tuo zio, così pel cangiamento a riguardo tuo, come per la
soddisfazione che egli ha della nostra amicizia. Io pure desidero di
conoscerlo personalmente e l'avrò per un regalo squisito di conoscerlo
presto. Quanto a' miei strambotti, tu mi conti cosa da farmi ....
sotto dal gusto, poichè finora ho sempre tremato per la mia gloria
poetica, tuttevolte che passarono per le orecchie dei preti. Io non mi
sono mai accorto d'essere poeta morale, e ciò sarà forse uno di quei
doni di Iddio che ci entrano in corpo per afflato e di cui ci si trova
al possesso senza avvedersene. Per di meglio, io sono il bue che non
conosce la propria forza. Rossari non l'ho più visto da sabato a questa
parte, e credo che non lo potrò vedere prima di domattina, dunque le
commissioni tue per lui rimangono per forza aggiornate. Mi spiace che
l'appetito ti giovi meno costà che in Milano. Credo anch'io che il
caldo ne avrà in parte la colpa, ma guàrdati che l'applicar troppo
colla mente non faccia il resto. Caro amico, poni mente ai precetti
dello zio che sono santissimi e godi in santa pace quel buontempone che
ti prepara, il quale goduto colla mia ricetta è il ristoro specifico
del corpo e dell'anima. Oh caro quel far nulla! non vorrei essere il
duca Litta per altra cosa, che per dormire un mese di seguito e farmi
fare intorno ogni faccenda dalle altrui mani. Anche delle tempeste mi
sono tolto la mia parte di cruccio e mi spiacquero le notizie che mi
sono venute da te, quelle che mi arrivarono da altri amici ma più di
tutto quelle che mi pervennero da Torricella, ove in quelle mie poche
badilate di terra la Provvidenza ha lavorato di gragnuola una mezz'ora
dippiù del bisogno per dissetarle. Non farò per questo la buggera del
nostro celebre Ceriani, che si accorò tanto della stessa disgrazia che
sta ora per riconsegnarsi al seno di Abramo.
»Non dirai che non t'abbia seccato quanto che basti. Addio; ricòrdati
del Ceriani, e tollera in pace questa tempesta che ti porto io.
»Milano, 15 luglio 1817.
»Sono tutto tuo affez.
»CARLO PORTA.
»_Al signor Tommaso Grossi_
»_Treviglio_».
Il Porta si congratula per il cambiamento dello zio del Grossi. Quale
cambiamento?
Ecco: il Grossi era protetto dallo zio canonico, che gli faceva da
padre e voleva guidargli l'ingegno. Allo zio non garbava che il nipote
si consacrasse alla poesia: non voleva che fosse uno del cenacolo della
«Cameretta». Carlo Porta inviava allo stesso Grossi undici quartine
italiane, colle quali si congratulava con lui perchè lo zio canonico
gli permetteva alla fine d'occuparsi di poesia. Le quartine del Porta
cominciano burlescamente:
Ha fatto bene il zïo a ravvedersi
Di quel suo odio contro le Camene,
Ch'era un peccato il non piacergli i versi.
E però a ravvedersi ha fatto bene.
Egli stesso li chiama «orribilissimi e tristi versacci», buttati giù
per ridere. E soggiunge:
«So bene che a me Carlo Porta la virtù di far versi toscani che valgano
a foderare li tuoi _Non homines, non Dii, non concessere columnæ_.
D'altronde poi, in queste quartine leggivi un sentimento del cuore, il
piacere cioè che tuo zio s'accontenti che tu rimanga dei nostri e che
ti prometta di beatificarci co' tuoi mirabili versi.»
Un altro passo della lettera del Porta vuole una spiegazione: «Io non
mi sono mai accorto d'essere poeta morale....»
«Tutte le sere (scrive il Grossi all'amico) leggo a questi nostri
preti, che si riuniscono in casa di mio zio, qualcuna delle tue poesie:
a quest'ora ho letto _I disgrazi de Giovannin Bongee, El viagg de Fraa
Condutt, Fraa Zenever_, tutti i sonetti: mi mancano propriamente le
parole per descriverti le smanie che fanno tutti questi miei uditori:
chi si sdraia colla pancia contro il tavolo, chi si rovescia sur una
sedia, chi si tiene stretti i fianchi colle mani. Bisogna che tu sappi
che mio zio, come mi par d'avertelo detto, è giansenista, e quelli che
frequentano la sua casa, se nol sono nel modo risoluto e deciso con
cui lo dichiara egli, vi pizzicano però tutti un poco, e così accolgono
collo zelo cristiano d'un fedele che cerca di riformare gli abusi della
Chiesa tutte le tue satire contro i preti ed i frati; e v'ha chi ti
paragona al grande Erasmo di Rotterdam, il quale non con tutto il tuo
vigore, perchè trattenuto dai tempi, ma però con molta libertà, dà la
berta come fai tu ai preti e ai frati, che strapazzano la religione
facendola ridicola agli occhi degl'increduli....»
Ecco lo spirito morale che si scopriva nelle satire del Porta dai preti
liberali della campagna. Nella città non ne mancavano.
«Addio il mio caro Porta, onore e gloria della lingua nostra!» Così lo
salutava il Grossi.
Il Torti, che formò poi a Milano, col Manzoni e col Grossi, la
«trinità» che al giovane Giovanni Prati «novo catecumeno — covò le
prime rose» — quando venne a Milano con la sua «_Edmenegarda_ in seno»
— il Torti, ch'era d'un solo anno più anziano del Porta, gli fu amico;
e anche con lui il poeta del _Bongee_ si trovava nelle fide riunioni
poetiche. Al Torti il Porta indirizzò un sonetto durante l'ardore della
lotta fra classicisti e romantici; un sonetto maccheronico. Giovanni
Torti era bellissimo, d'alta statura, tipo del poeta che una volta
piaceva alle ragazze. Nato a Milano, fu il più diletto discepolo del
Parini. Vestito l'abito del chierico, lo lasciò al sopravvenire de'
Francesi, e salutò in un inno l'albero della Libertà, che vide cadere.
Il Comitato della pubblica istruzione l'ebbe suo segretario; posto che
mantenne a lungo: attraverso varie fortunose vicende milanesi, si salvò
in quella navicella. Chi non conosce la sua epistola Sui _Sepolcri
d'Ugo Foscolo e d'Ippolito Pindemonte_, che fu ritoccata dallo
stesso Foscolo? I suoi sciolti _In morte della moglie_ sono un grido
angoscioso del cuore. È la sua «pagina eterna».