XVII.

_La satira politica nel Porta. — Il popolo milanese all'epoca

della massima potenza di Napoleone. — Una eclissi di sole. —

Ironico sonetto del Porta. — Nuove vittorie napoleoniche e nuove

baldorie. — Il brindisi del Porta alla _Cascina dei pomi_. — Il

blocco continentale e i falò di merci inglesi a Milano. — Spie

e confische. — La guerra di Russia. — Entusiasmo bellicoso dei

nostri. — Eugenio Beauharnais a capo dell'esercito italiano. —

Primi bollettini della guerra. — Buone notizie. — I _Te Deum_ e

una satira del Porta._

Carlo Porta, come il veneziano Pietro Buratti e il romanesco Gioachino

Belli, riunì in sè due generi di satira, che in altri satirici, Orazio,

Persio, Giovenale, Giusti, Barbier, Zorutti, vanno dissociate: la

satira dei costumi e la satira politica.

La satira dei costumi precede solitamente quella politica. Nel Porta,

nel Buratti, nel Belli, procedono insieme.

Carlo Porta visse in un'epoca così feconda di satira politica, che

la sua opera rimane molto al di sotto di quella. La sua prudenza,

la sua paura di perdere il posto d'impiegato governativo, al quale

teneva assai, gli fa seguire meno che gli è possibile con la Musa

gli avvenimenti storici: meno che gli è possibile ne coglie il lato

satirico.

Napoleone grandeggiava: la sua epopea meravigliava tutti. Quelle

vittorie strepitose, quei rapidi cambiamenti, quelle pompe sbalordivano

il popolo. Si diceva da' poeti cortigiani che Napoleone era un dio,

e da lui si attendevano, ogni giorno, nuovi miracoli. Qualunque

avvenimento soprannaturale sarebbe stato attribuito a chi tutto osava

e tutto poteva. Si annunciava per isbaglio una eclissi? e tutti a

guardare inutilmente il cielo. Si pensava, quasi, che lui, Napoleone,

l'avesse sospesa. È questo appunto il soggetto d'un sonetto del Porta

che esprime al vivo la superstizione onde la gente minuta era invasa,

e quello sbalordimento. Una vera eclissi di sole, l'11 febbraio

1804, aveva spaventato il popolino: le chiese si riempirono di donne

atterrite e preganti, e, qualche giorno dopo, le vie di canzonette.

Il Porta usò in quel sonetto versi italiani e milanesi alternati, come

un sonetto di Giuseppe Parini in morte del benefico curato Ciocca. Ma

il poeta meneghino se ne serve per meglio colorire il ridicolo della

scena:

Stavan le genti stupide ed intente

Con tant de bocca averta in su a vardà[74]

Onde veder quel nume onnipotente

Ch'el fa la luna innanz al sô passa.[75]

Chi i lumi armati avea di fosca lente,

Chi on véder rott de fumm fava sporcà;[76]

Chi salìa l'alte torri impazïente.

Chi faseva i segg d'acqua in cort portà.[77]

L'opra ammiranda incominciar dovea,

Quand a vegnì on trombetta s'è veduu[78]

Che sì gridando al popolo dicea:

— El governo l'ecliss l'ha sospenduu! —

Mesto il popolo allor ritorno fea

Disend: — L'è Bonapart che inscì ha voluu.[79]

L'Austria, nel 1809, pretese di sorprendere Napoleone, movendogli

d'improvviso duplice guerra: sul Danubio e sull'Isonzo. E il Bonaparte,

che aveva preveduto l'assalto della nemica, volò al Danubio in persona

contro l'arciduca austriaco Carlo, e spedì il vicerè del Regno italico,

Eugenio Beauharnais, sull'Isonzo contro l'arciduca Giovanni. Impaziente

di segnalarsi, Eugenio attaccò il nemico sulla pianura di Sacile,

ed ebbe la peggio. Già i fautori dell'Austria a Milano ne gioivano;

quand'ecco, per le rapide vittorie di Napoleone, l'arciduca Giovanni ha

ordine di ritirarsi; ed Eugenio allora a inseguirlo, mercè il Macdonald

che Napoleone, per riparare al mal fatto di lui, gli pose a' fianchi.

L'abbattimento che aveva invaso i Milanesi, e specialmente gl'impiegati

napoleonici, all'annuncio delle batoste d'Eugenio, si mutò in gioia,

che crebbe quando si seppe che a Wagram le forze unite di Napoleone

menarono strage e operarono miracoli. S'improvvisarono banchetti,

feste. A un pranzo alla _Cascina dei pomi_, nel sobborgo di Milano,

allora famosa per le gite amorose ed epicuree, Carlo Porta lesse un

brindisi che ritrae quelle paure, quegli sbigottimenti all'idea di

ritornare alle sevizie già patite sotto gli Austro-Russi vittoriosi dei

Francesi, ed è ebbro di giubilo, per la vittoria. Il brindisi finisce

con un evviva a Napoleone.

La rotta degli Austriaci ispirò anche un felice sonetto, in cui è

riprodotto il duro caratteristico linguaggio italo-teutonico che gli

Austriaci balbettavano fra noi. Comincia: _Ti, povera Franzisch, granta

balocch_: ma, benchè esso vada sotto il nome del Porta, di cui è degno,

non è certo del Porta. Fra gli autografi del poeta da me esaminati non

lo trovo: lo trovo invece nell'Archivio di Stato di Milano (busta:

_Poesie vernacole_), ma è scritto da mano altrui. Francesco Cusani

crede che sia di Giuseppe Bernardoni, e non erra.

Napoleone alla fine del 1806 giunse al vertice più raggiante della

sua potenza in Europa. Domata l'Austria, annichilita la Prussia,

vinta la Russia ad Austerlitz; e Germania, Spagna, Italia, Olanda

soggette a lui; chi più lo affrontava?... Ma se Napoleone dominava

la terra, gl'Inglesi dominavano il mare. Gli avevano distrutta la

flotta a Trafalgar; perciò dovette abbandonare l'idea d'uno sbarco in

Inghilterra.

L'odio che Napoleone aveva giurato agl'Inglesi, gl'inspirò quel blocco

continentale che gli economisti deplorarono come follia. Nessuna

manifattura inglese, nessuno de' generi coloniali che dall'Inghilterra

si diffondevano in tutta Europa, poteva entrare ne' mercati europei.

Così rovinava il commercio che rendeva potente quell'isola, e, nello

stesso tempo, rovinava gl'interessi de' propri sudditi. Le merci

inglesi, che per contrabbando audacissimo scendevano a Milano per la

via della Svizzera, venivano, se scoperte, rumorosamente sequestrate e

bruciate in falò spettacolosi davanti alla popolazione sulle piazze.

Il sacerdote Luigi Mantovani, autore d'un minuzioso diario di que'

tempi conservato nella Biblioteca ambrosiana, narra: «Il 19 novembre

1810, in Piazza dei Mercanti, verso mezzogiorno, furono bruciate varie

manifatture inglesi, gilè, fazzoletti, percalli, che giacevano da anni

nei magazzini dei negozianti Perlasca e Milius. Il popolo parte rideva

e parte cospettava (_sic_)....» Carlo Porta, in un sonetto, dipinge

appunto quei falò della Piazza dei Mercanti di Milano, e allude anche

al caffè che pure si bruciava sulle piazze e a quello che, non ostante

i fulmini napoleonici, si assaporava nelle case degli agiati col gusto

de' frutti proibiti. Fra i numerosi frammenti inediti di poesie del

Porta trovo allusioni al caso del caffè e dello zucchero ben più fiere

di quel sonetto di carattere politico. Il poeta, nell'autografo, pose

questa postilla: «All'epoca ch'io scriveva questo sonetto, Napoleone

era in furore cogli Inglesi, e non voleva alcuna cosa da loro, tampoco

zuccaro, tampoco caffè. Quindi il prezzo di questi due generi era

salito a lire 6 il primo e a lire 5 e 5,10 il secondo, per ogni piccola

libbra».

Napoleone, come abbiam visto, aveva consigliato al figliastro Eugenio,

quando lo nominò suo vicerè, di non servirsi delle spie. Ma, a

soffocare il contrabbando delle manifatture e dei coloniali inglesi,

si sguinzagliarono dappertutto guardie daziarie e spioni. Lo spionaggio

era incoraggiato dal governo col premio d'un terzo delle multe e delle

confische.

Ma il fulmine di guerra non posa. È ancora verso la Russia ch'egli

librerà a volo la sua aquila.

Napoleone ordina d'allestire nel Regno italico trentamila soldati

con cento pezzi d'artiglieria per la spedizione nel 1812, che vuole

sferrare contro la Russia; e molti giovani milanesi, accesi dal

desiderio di gloria, affascinati dal genio del duce sempre vittorioso,

corrono al Castello a farsi soldati napoleonici. I racconti esagerati

de' veterani sui sicuri trionfi accrescono il loro entusiasmo. Quanti

giovani, trattati finora dagli stessi loro parenti come bietoloni,

corrono, pieni d'ardore marziale, a vestire l'assisa del soldato!

Siamo giunti ormai al memorando 1812. I soldati del Regno italico,

comandati dal vicerè Eugenio Beauharnais, già si battono da eroi

negli scontri coi Russi. Già l'annuncio delle vittorie napoleoniche a

Ostrowno, a Polotzk, a Mohilow, a Smolensck, alla Moscowa, giungono

a Milano; e nell'aria è uno scampanìo festoso, e nelle chiese un

echeggiare di _Te Deum_, mentre le madri palpitano pei figli lontani,

non ostante che al conte Paradisi, presidente del Senato, e ai ministri

arrivino, sull'ottimo stato delle truppe, lettere che si leggono ne'

crocchi e il cui contenuto consolante si diffonde per la città....

I preti, che tacitamente odiano Napoleone, cantano adesso il _Te Deum_

per ringraziare il cielo di quelle vittorie e d'aver salvato Napoleone.

Carlo Porta staffila quei preti mendaci, e fa parlare Gesù, in una

breve satira, dalla chiusa beffarda, che ha riscontro nella conclusione

con qualche satira romanesca del Belli. Appena Gesù in cielo s'accorge

che i preti cantano a tutto spiano per ringraziarlo d'aver salvato

Napoleone nella guerra, mentre poc'anzi lo pregavano in segreto di

fargli mandar l'ultimo fiato, si sdegna ed esclama:

E adess canten per lù! birbi impostor!

E me serven inscì?[80] Pocch pocch me call[81]

A brusaj tucc[82] con la livreja in spalla.

Infin, pensandeg sù,

El repìa:[83] — Convien che ghe perdonna.

Se sa che, dal più al men, la servitù

Già l'è tutta canaja bozzaronna.

Ma le rosee notizie diffuse dai primi bollettini a Milano diventarono

orrende quando arrivò il terribile 29mo bollettino, che annunciò

la disfatta. Noi dobbiamo ricordarla, per dar giusto risalto agli

avvenimenti posteriori, che ne furono conseguenza anche in Italia e

specialmente a Milano.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 27 / 46 题