Raffaele Arauco era verseggiatore applaudito, e improvvisava volenteri
nelle brigate eleganti. Una sera, Napoleone volle che improvvisasse
davanti a lui un sonetto e gli fissò le rime tutte bizzarre e tutte
tronche.
Da' versi inediti dell'Arauco, che trovo fra vecchie carte, rilevo
come cantasse facilmente a Clori, a Mirtillo, a Cloe, a tutti quelli
idoletti arcadici, insomma, che Carlo Porta derise con la satira contro
un poetino bergamasco, il conte Suardi:
Puresin (_pulcino_) che in Parnassin
Pien d'estrin fa frin frin col ghittarin.
In una sola poesia l'Arauco tocca il cuore, quando deplora la morte del
Parini.
Ma l'Arauco, meglio che nei versi, si segnalò nel governo della cosa
pubblica. Questo arcade era uomo politico non volgare. Sedette ministro
della Cisalpina, poi fu de' nove componenti della accennata Commissione
di governo, e deputato ai Comizi di Lione. Il Melzi nutriva di lui
alta stima per il suo carattere e per lo zelo nel compiere il proprio
mandato. Mentre altri rubava a man salva, l'Arauco seguiva rigido i
dettami dell'onestà.
Nel 1802, appena giunto a Lione per assistere ai Comizi, il povero
deputato moriva, nella casa d'un negoziante, a soli quarantacinque
anni, lasciando la terza parte de' propri beni al padre e il resto
alla moglie Vincenza; il che prova che egli non era in «povertà», come
diceva il decreto del Melzi.