Era il 26 gennaio 1802.[52]

E ora un aneddoto, che dimostra l'abilità astuta e pieghevole, in certi

casi, dell'uomo più dispotico e indomabile autoidolatra insieme, che

sia comparso nella storia moderna.

Leopoldo Cicognara, già membro del Gran Consiglio della Cisalpina,

ambasciatore della stessa a Torino, e deputato ai Comizi di Lione per

Ferrara, aveva negato il proprio voto a Napoleone quale presidente

della Repubblica. Napoleone lo seppe e, nell'uscire dal Consesso, gli

disse sorridendo: «Ah! Cicognara!... Vi ho nominato consigliere di

Stato».

Più tardi, Napoleone gli dirà:

«Cicognara! Non badate ai consigli di vostra moglie, altrimenti cadrete

nella mia disgrazia per sempre».

Noi conosciamo, e abbiamo già sentita la contessa Cicognara.

Dieci nazioni (come Napoleone chiamava le regioni italiane....)

formavano la Repubblica italiana: milanesi, mantovani, bolognesi,

novaresi, valtellinesi, romagnoli, bergamaschi, cremaschi, bresciani

e veneziani; ma anche i suoi giorni erano contati; giorni, peraltro,

pieni di febbrile lavoro civile.

Il Melzi, dopo quattro anni d'esilio, rivide il 7 febbraio la sua

Milano, che lo accolse con onore. Alla sera, quando al teatro alla

Scala s'affacciò a un palco fra i generali Pino e Murat (che, geloso di

lui, gli minava sotto il terreno), una salva d'applausi lo accolse. Una

clamorosa festa di ballo, gratuita (figurarsi quali coppie squisite!),

seguì allo spettacolo.

Solenne l'inaugurazione della Repubblica italiana. Si svolse il 14

febbraio, con altosonanti versi del Monti, che si leggevano sotto

improvvisati e simbolici bassorilievi. Napoleone vi era chiamato

«gallico eroe».

Furono nominati i ministri. Giuseppe Prina, novarese, forte finanziere,

venne chiamato alle finanze per volontà dello stesso Napoleone, che lo

aveva udito parlare saggiamente nei Comizi di Lione. Chi mai avrebbe

profetato all'infelice che, dodici anni dopo, sulle vie di Milano....!?

Il Melzi si circondò d'uomini valenti e retti. Sfollò gli uffici

pubblici da orde d'impiegati accolti per favori, non per merito, e

premiò il merito. Il ladro Sommariva, rovesciato, tentava, sorretto

dal Murat e da una signora Fossati, con arti subdole, di rovesciare

il Melzi, che nel _Moniteur_ svelò alla fine le sue ribalderie nella

pubblica amministrazione, e lo bollò per sempre con marchio di fuoco.

Quella signora Fossati, una intrigante sullo stampo della famigerata

moglie del famigerato avvocato Traversi, teneva conciliaboli contro

il «sistema francese». Napoleone lo seppe, e accusò i ministri di

trascurare il loro dovere, perchè non sopprimevano quei convegni, e

trascese in oltraggiosi dubbi sulle sorti della Repubblica. Ma era

facile capire che quelle sfuriate non si risolvevano che in un astuto

pretesto, per preparare la distruzione della Repubblica, pur fresca

creatura sua, e aprirsi la via al trono, come fu.

Intanto, l'ordine a poco a poco fu ristabilito. La religione, il culto

e i suoi ministri riebbero il pubblico rispetto. Rialzàti in onore

gli studi e gli studiosi; fondate nuove istituzioni civili; abolito

il calendario repubblicano francese, che imbrogliava cominciando col

22 settembre, e faceva ridere i buoni ambrosiani con quel _brumaio,

nevoso, piovoso_.... anche quando risplendeva il più bel sole d'Italia.

Un atto politico-religioso rilevantissimo non va pretermesso: il

concordato col papa. Lo volle Napoleone, che alla fine dichiarò la

religione cattolica religione dello Stato, e liberi gli ecclesiastici

di possedere. Ma, nel promulgare il concordato, Napoleone, obbedendo

alla voce imperiosa dell'innato dispotismo, ne fece una delle

sue: v'aggiunse alcuni capitoli che menomavano le prerogative

ecclesiastiche. Il papa, ch'era Pio VII (Chiaramonti), successo allo

straziato Pio VI, del quale doveva seguire la sorte con la violenta

deposizione dal potere temporale, non volle, per quel motivo,

pubblicarlo; e in quel momento (non poi) fu degno del suo soglio.

La Repubblica italiana pensò alla salute pubblica. Il vaiuolo

faceva strage ogni anno. Fu quindi emanato l'ordine sull'innesto

obbligatorio, con pene ai medici che si fossero rifiutati a praticarlo,

gratuitamente, a tutti coloro che lo richiedevano.

Milano non fu tra le prime città che accogliessero l'innesto del

vaiuolo. Non ostante l'apostolato del dottor Sacco, le pubblicazioni di

Emanuele Timone (1713), di Giovanni Calvi (1762), di Giammaria Bicetti

de' Buttinoni (1765), dei versi del Parini sull'innesto indirizzati

appunto al dottor Bicetti e a' quali il Manzoni, da giovane, voleva far

seguire un poema rimato, _L'innesto del vaiuolo_, di cui si conoscono

solo due mirabili versi; non ostante gli sforzi di altri che cercavano

di vincere i pregiudizi contro l'invenzione benefica, questi duravano.

Anche più tardi, e per un bel pezzo, le madri si mostravano restie a

concedere i propri bambini ai vaccinatori. Carlo Porta trovò il punto

comico di codeste titubanze delle madri, e, come spirito liberale,

cercò di dissipare i pregiudizi ridicoli col ridicolo. Un suo sonetto

si finge diretto a un pezzo grosso, al solito _illustrissimo_. È

malizioso, salace, arguto:

A proposet, lustrissem, de vaccinna,[53]

Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,

Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mì

In del fà vaccinnà la Barborinna.

Gh'era in cà del dottor ona mamminna

Che l'eva in d'on fastidi de no dì

Per scernì fœura el sit de fà insedì

I varœul a ona sova piscininna.

Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,

Minga là, perchè là se vedarà,

Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.

Tira, bestira on mondo de reson;

Fin ch'el medegh, per falla quïettà,

Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?

Oh, che tocc de mincion!

(La sclama sta sciorinna a l'improvvista),

Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!

E Milano si divertiva. Nella sera del 3 marzo il Melzi diede un

ballo ufficiale, con tremila invitati. Quale sfoggio di sfolgoranti,

affollate uniformi militari, e abbigliamenti femminili, bianchi, rosei,

procaci; quali bellezze e brio!

Si proclamavano le benemerenze acquistate verso la patria. Si

assegnavano pensioni ad artisti, a figli di militari, a vedove di

cittadini benemeriti. E altre feste allora!

Fra le benemerenze proclamate dal vicepresidente Melzi, vi fu quella in

nome di Raffaele Arauco, morto a Lione. Il Melzi lo dichiarò benemerito

della patria, e assegnò una pensione, non piccola per quel tempo,

con decreto del 30 novembre 1802, alla graziosa vedovella Vincenza

Prevosti:

«Alla cittadina Vincenza Prevosti vedova di Raffaele Arauco, membro

della Commissione di Governo, deputato ai Comizi di Lione, ed ivi

mancato di vita, lasciando di sè alla patria, dopo lunghi servigi,

nella sua povertà, onorata memoria, il Governo italiano accorda la

pensione annua di lire tremilacinquecento.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 22 / 46 题