E ora un aneddoto, che dimostra l'abilità astuta e pieghevole, in certi
casi, dell'uomo più dispotico e indomabile autoidolatra insieme, che
sia comparso nella storia moderna.
Leopoldo Cicognara, già membro del Gran Consiglio della Cisalpina,
ambasciatore della stessa a Torino, e deputato ai Comizi di Lione per
Ferrara, aveva negato il proprio voto a Napoleone quale presidente
della Repubblica. Napoleone lo seppe e, nell'uscire dal Consesso, gli
disse sorridendo: «Ah! Cicognara!... Vi ho nominato consigliere di
Stato».
Più tardi, Napoleone gli dirà:
«Cicognara! Non badate ai consigli di vostra moglie, altrimenti cadrete
nella mia disgrazia per sempre».
Noi conosciamo, e abbiamo già sentita la contessa Cicognara.
Dieci nazioni (come Napoleone chiamava le regioni italiane....)
formavano la Repubblica italiana: milanesi, mantovani, bolognesi,
novaresi, valtellinesi, romagnoli, bergamaschi, cremaschi, bresciani
e veneziani; ma anche i suoi giorni erano contati; giorni, peraltro,
pieni di febbrile lavoro civile.
Il Melzi, dopo quattro anni d'esilio, rivide il 7 febbraio la sua
Milano, che lo accolse con onore. Alla sera, quando al teatro alla
Scala s'affacciò a un palco fra i generali Pino e Murat (che, geloso di
lui, gli minava sotto il terreno), una salva d'applausi lo accolse. Una
clamorosa festa di ballo, gratuita (figurarsi quali coppie squisite!),
seguì allo spettacolo.
Solenne l'inaugurazione della Repubblica italiana. Si svolse il 14
febbraio, con altosonanti versi del Monti, che si leggevano sotto
improvvisati e simbolici bassorilievi. Napoleone vi era chiamato
«gallico eroe».
Furono nominati i ministri. Giuseppe Prina, novarese, forte finanziere,
venne chiamato alle finanze per volontà dello stesso Napoleone, che lo
aveva udito parlare saggiamente nei Comizi di Lione. Chi mai avrebbe
profetato all'infelice che, dodici anni dopo, sulle vie di Milano....!?
Il Melzi si circondò d'uomini valenti e retti. Sfollò gli uffici
pubblici da orde d'impiegati accolti per favori, non per merito, e
premiò il merito. Il ladro Sommariva, rovesciato, tentava, sorretto
dal Murat e da una signora Fossati, con arti subdole, di rovesciare
il Melzi, che nel _Moniteur_ svelò alla fine le sue ribalderie nella
pubblica amministrazione, e lo bollò per sempre con marchio di fuoco.
Quella signora Fossati, una intrigante sullo stampo della famigerata
moglie del famigerato avvocato Traversi, teneva conciliaboli contro
il «sistema francese». Napoleone lo seppe, e accusò i ministri di
trascurare il loro dovere, perchè non sopprimevano quei convegni, e
trascese in oltraggiosi dubbi sulle sorti della Repubblica. Ma era
facile capire che quelle sfuriate non si risolvevano che in un astuto
pretesto, per preparare la distruzione della Repubblica, pur fresca
creatura sua, e aprirsi la via al trono, come fu.
Intanto, l'ordine a poco a poco fu ristabilito. La religione, il culto
e i suoi ministri riebbero il pubblico rispetto. Rialzàti in onore
gli studi e gli studiosi; fondate nuove istituzioni civili; abolito
il calendario repubblicano francese, che imbrogliava cominciando col
22 settembre, e faceva ridere i buoni ambrosiani con quel _brumaio,
nevoso, piovoso_.... anche quando risplendeva il più bel sole d'Italia.
Un atto politico-religioso rilevantissimo non va pretermesso: il
concordato col papa. Lo volle Napoleone, che alla fine dichiarò la
religione cattolica religione dello Stato, e liberi gli ecclesiastici
di possedere. Ma, nel promulgare il concordato, Napoleone, obbedendo
alla voce imperiosa dell'innato dispotismo, ne fece una delle
sue: v'aggiunse alcuni capitoli che menomavano le prerogative
ecclesiastiche. Il papa, ch'era Pio VII (Chiaramonti), successo allo
straziato Pio VI, del quale doveva seguire la sorte con la violenta
deposizione dal potere temporale, non volle, per quel motivo,
pubblicarlo; e in quel momento (non poi) fu degno del suo soglio.
La Repubblica italiana pensò alla salute pubblica. Il vaiuolo
faceva strage ogni anno. Fu quindi emanato l'ordine sull'innesto
obbligatorio, con pene ai medici che si fossero rifiutati a praticarlo,
gratuitamente, a tutti coloro che lo richiedevano.
Milano non fu tra le prime città che accogliessero l'innesto del
vaiuolo. Non ostante l'apostolato del dottor Sacco, le pubblicazioni di
Emanuele Timone (1713), di Giovanni Calvi (1762), di Giammaria Bicetti
de' Buttinoni (1765), dei versi del Parini sull'innesto indirizzati
appunto al dottor Bicetti e a' quali il Manzoni, da giovane, voleva far
seguire un poema rimato, _L'innesto del vaiuolo_, di cui si conoscono
solo due mirabili versi; non ostante gli sforzi di altri che cercavano
di vincere i pregiudizi contro l'invenzione benefica, questi duravano.
Anche più tardi, e per un bel pezzo, le madri si mostravano restie a
concedere i propri bambini ai vaccinatori. Carlo Porta trovò il punto
comico di codeste titubanze delle madri, e, come spirito liberale,
cercò di dissipare i pregiudizi ridicoli col ridicolo. Un suo sonetto
si finge diretto a un pezzo grosso, al solito _illustrissimo_. È
malizioso, salace, arguto:
A proposet, lustrissem, de vaccinna,[53]
Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,
Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mì
In del fà vaccinnà la Barborinna.
Gh'era in cà del dottor ona mamminna
Che l'eva in d'on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscininna.
Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,
Minga là, perchè là se vedarà,
Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
Tira, bestira on mondo de reson;
Fin ch'el medegh, per falla quïettà,
Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?
Oh, che tocc de mincion!
(La sclama sta sciorinna a l'improvvista),
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
E Milano si divertiva. Nella sera del 3 marzo il Melzi diede un
ballo ufficiale, con tremila invitati. Quale sfoggio di sfolgoranti,
affollate uniformi militari, e abbigliamenti femminili, bianchi, rosei,
procaci; quali bellezze e brio!
Si proclamavano le benemerenze acquistate verso la patria. Si
assegnavano pensioni ad artisti, a figli di militari, a vedove di
cittadini benemeriti. E altre feste allora!
Fra le benemerenze proclamate dal vicepresidente Melzi, vi fu quella in
nome di Raffaele Arauco, morto a Lione. Il Melzi lo dichiarò benemerito
della patria, e assegnò una pensione, non piccola per quel tempo,
con decreto del 30 novembre 1802, alla graziosa vedovella Vincenza
Prevosti:
«Alla cittadina Vincenza Prevosti vedova di Raffaele Arauco, membro
della Commissione di Governo, deputato ai Comizi di Lione, ed ivi
mancato di vita, lasciando di sè alla patria, dopo lunghi servigi,
nella sua povertà, onorata memoria, il Governo italiano accorda la
pensione annua di lire tremilacinquecento.