_Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava a ballare.
— Un povero storpio innamorato. — Esame del _Marchionn di gamb
avert_. — Le donne del Goldoni e la _Tetton_ di Carlo Porta. —
L'umorismo portiano. — Umoristi. — Carlo Porta grande stilista.
— La _Ninetta del Verzee_. — Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come
nacque la _Ninetta_. — Giuseppe Bossi e il suo _Pepp perucchee_.
— Giudizio del Porta su questa novella. — _Olter desgrazi de
Giovannin Bongee._ — Postille del poeta._
Ma eccoci al massimo capolavoro del Porta: _Lament del Marchionn di
gamb avert_ (Lamento di Melchiorre dalle gambe arcuate).
Nelle sere di carnevale, ne' primi anni del secolo passato, in una via
remota e deserta, detta Via Quadronno, infimi operai e sfaccendati
volgari si radunavano presso un certo Battista, che apriva una
sala, a ballare, a ridere. Il signor Battista era il _deus loci_,
il conduttore, direbbero oggi, di quei _festin de rœuda_ (dal nome
_rœuda_, capriola), dove, per una misera moneta, ognuno aveva diritto
di entrare e ballare anche in maniche di camicia, col berretto in testa
e magari con tanto di zoccoli infangati. Niente di più plebeo di quelle
riunioni. Certe femmine da strapazzo v'erano collocate fin dalle prime
ore della sera per attirare gli allocchi e farli saltare come dannati.
Le chiamavano _stellônn_, per somiglianza ai zimbelli (in milanese
_stellônn_) che chiamano gli uccelli al paretaio. I suoni d'una misera
orchestrina accompagnavano quei balli confondendosi alle risate,
agli strilli di gioia e, spesso, agli alterchi iracondi, vivacissimi,
per gelosie, pretese mancanze di riguardi (caspita! in quella Corte
dei Valois!) che finivano con le botte, con le coltellate e con gli
arresti.
Povero _Marchionn di gamb avert!_ Nato forse in una di quelle tane,
buie, umide, senz'aria, dove la rachitide e la scrofola deformavano
la creatura umana, quando non la spegnevano; costretto a vivere nel
bugigattolo d'un ciabattino dove rattoppa scarpacce, va la sera,
dopo il lavoro, barcollando sulle gambe arcuate, nella sala di quel
Battista, là, in quel luogo di delizie, a sonare il mandolino nella
piccola orchestra; poichè, nei ritagli di tempo, il disgraziato coltiva
con passione, unico suo conforto, la musica. Per la sua breve statura,
lo chiamano il _nano_; è brutto, ha il viso bucherellato dal vaiuolo,
che a quel tempo imperversava diffuso, specialmente fra il popolo
ribelle all'innesto di Jenner, che, d'altra parte, le autorità non
si curavano d'imporgli, trattandolo da armento o quasi. _Marchionn_
è un povero scemo; e, fra le altre disgrazie, lo coglie la peggiore:
d'innamorarsi di una di quelle gemme di bellezza e di virtù, certa
_Tetton_, così chiamata dal seno colmo ch'ella ad arte sporge in
mezzo agli adoratori del lubrico festino. Egli stesso racconta le
proprie sventure, non dissimile in questo da _Giovannin Bongee_; le
racconta per isfogare la piena del dolore: dolore per gli inganni e il
tradimento infame del quale cade vittima in una trappola tesagli dalla
_Tetton_, dalla madre di lei e complici. Anche qui c'incontriamo ne'
soldatacci francesi, lesti nell'impossessarsi tutti quanti di quella
facilissima _Tetton_; più lesti di quell'infelice Melchiorre dalle
gambe ad arco, che arriva sempre in ritardo, in mal punto, e che, _pien
de lœuj_ (svogliataggine) _de fastidi e pien de corna_, finisce in
rovina e in pianto.
Nelle commedie del Goldoni è la donna, sempre la donna, colei che
impera sull'uomo, sia con le grazie ritrose e pudiche di Mirandolina,
sia con l'astuta padronanza delle serve, delle donne inferiori. Il
raggiro, l'intrigo femminile è uno degli elementi delle commedie del
Goldoni, che il Manzoni metteva al di sopra del Molière.[51]
Ma gl'intrighi delle donne del Goldoni non sono mai scellerati: quelli
della _Tetton_ del Porta rivelano un cuore cattivo e fanno meglio
risplendere l'ingenuità sempliciona del _Marchionn_, ch'ella avvince a
sè e inganna nel modo più vituperevole. Si sorride quando _Marchionn_,
il nano, si vanta d'essere stato un giorno lui il capo delle gaie
brigate, il beniamino di tutta Milano; non si sorride più pensando ai
grossi guai che ingoia, vittima d'una passione e per una donnaccia che,
bella e seducente in vista, adopera il filtro della _stria_ (strega),
come _Marchionn_ la chiama nella sua disperata confessione, nel suo
_lament_, che desta pietà.
L'Italia vanta capolavori imperituri dell'arte buffa: bastino il
_Matrimonio segreto_ del Cimarosa, il _Barbiere di Siviglia_ del
Rossini, il _Don Pasquale_ del Donizetti; ma difetta di romanzi comici.
Il _Lament del Marchionn di gamb avert_ è un piccolo romanzo comico
irrorato di lagrime. È il primo modello d'umorismo in Italia, nel senso
vero della parola, che include riso e dolori, qual'è la vita. Nella
prosa fiorisce mestamente, più tardi, il _Manoscritto d'un prigioniero_
del livornese Carlo Bini; emette pruni e spine l'_Asino_ del Guerrazzi;
ma, sopra tutti, giganteggiano i _Promessi sposi_, che, sotto
l'irradiazione religiosa trionfale, nascondono un sentimento così amaro
della vita, che si rimane talora sbigottiti quanto, quasi, il verso
funereo del Leopardi. Anche in Carlo Porta il senso della vita è amaro.
Così doveva avvenire in una società di mutamenti rapidi e profondi che,
come le guerre, mandavano a galla il peggio. La passione di _Marchionn_
è descritta in tutto il suo svolgimento fatale. La psicologia che il
disgraziato fa di sè stesso ci mostra che la sventura gli ha dato, come
talora succede, una chiaroveggenza tarda sì, ma precisa e inesorabile.
La _Tetton_, sua madre, i suoi ganzi, i luoghi dove si svolgono le
svariate vicende, persino le figurine secondarie, tutto appare vivo.
Quando _Marchionn_, attanagliato dalla gelosia, corre al veglione
del teatro La Cannobbiana, vestito da turco, per iscoprire la temuta
infedeltà della _Tetton_, e sfoga la sua ira su gente mascherata
che balla allegra per proprio conto, e che non è, no, quella ch'egli
suppone (non è, infatti, la _Tetton_, nè il sarto, nè il sargente suoi
rivali, bensì persone a lui sconosciute); quando poi s'incontra davvero
nella _Tetton_ e compagni, il comico, sorto dall'equivoco cresce,
scintilla.
Quale ritrattista il Porta!
Basterebbe la pittura delle bellezze della _Tetton_, di codesta Alcina
di Via Quadronno, per riconoscere un artista finissimo. Si pensa al
ritratto d'Alcina nel settimo canto dell'_Orlando furioso_. Il Porta
gareggia con l'Ariosto.
Il veneziano Pietro Buratti fu de' primi a trattare con artistico
vigore la novella in versi vernacoli; ma Carlo Porta lo vince
nella sobrietà dell'arte narrativa, nella finezza dei particolari
psicologici, nella profondità dell'ironia.
Grande stilista è il Porta. Il dialetto nativo non ha segreti per
lui; egli ne possiede le espressioni caratteristiche, gli scorci
pittoreschi, le maliziose acutezze, nella varietà dei metri; laddove il
romanesco Gioachino Belli non tratta che la forma del sonetto, il solo
sonetto, arma corta, nella quale il Porta resta, a dir vero, inferiore
al Belli.
Il verso del Porta parla. Tutto il suo è un discorso parlato. Marchionn
chiama in cerchio tutti, ad ascoltare il suo dolente discorso:
ha irresistibile bisogno d'un libero sfogo nella sua desolazione,
pover'uomo!, e quel discorso è espresso con tal naturalezza e verità
che nulla più.
La _Ninetta del Verzee_, in ottave fluenti al pari delle strofe in
endecasillabi e settenarii del _Lament del Marchionn di gamb avert_,
s'accoppia a questo capolavoro per l'argomento e per l'effetto
sentimentale.
È anch'essa una storia di tradimento amoroso. Ma la vittima, questa
volta, non è l'uomo; è la donna, una pescivendola del _Verzee_
(mercato); il traditore è un parrucchiere. Costui abusa della passione
che accese nella Ninetta, la sfrutta, la spoglia di tutto, la spinge a
una vita di miseria, d'abbiezione, e la infama per giunta.
La passione della sventurata per quel farabutto arriva al tragico.
Ninetta si sa ingannata, si vede spogliata d'ogni suo avere, e non può
rompere la catena fatale che la serra, la stringe, la strugge.
Ci fa pensare all'arricchita mercantessa di _Monsieur Alphonse_,
commedia di Alessandro Dumas figlio. Colei, quando si scopre tradita da
Alfonso (che ha pure sedotto una signorina di buona famiglia rendendola
madre), ha un lampo rivelatore. S'accorge, benchè troppo tardi, che il
suo viso volgare e brutto non poteva piacere al figuro elegante, che
l'ha sfruttata e ingannata, ed esclama: «Ma il cuore non sa com'è fatto
il viso!»
Ninetta racconta la propria storia a un cliente, che va a trovarla....
Il suo linguaggio è osceno. Ma ella, la pescivendola, doveva forse
adoperare il linguaggio della romantica Margherita Gauthier, vissuta
fra amanti signorili?
Anche dalla _Ninetta del Verzee_ sgorga la pietà.
Carlo Porta, nel _Giovannin Bongee_, nel _Marchionn_, nella _Ninetta_,
ci rappresenta tre creature del popolo oppresso e calpestato. La
semplice e sola narrazione delle loro sciagure è una fiera condanna
degli scellerati; è più eloquente d'ogni espressa morale. Ivi risplende
più che un poeta: balena un vendicatore.
Prima che apparissero l'_Assommoir_ e _Nanà_, Milano aveva adunque
il suo Zola nel Porta. Anche allora che soggetti osceni lo trascinano
al basso, il Porta, somigliante all'Anteo della favola, attinge forza
dalla terra e solidifica la strofa col contesto ben equilibrato delle
frasi, dei versi pittoreschi, nei quali parla la stessa Natura.
Ma come nacque la _Ninetta del Verzee?_... Nacque da un'altra novella
in ottave milanesi: da _El Pepp perucchee_ del pittore-poeta Giuseppe
Bossi, grande amico del Porta; ma è il rovescio della medaglia. Nel
_Pepp_ è lui, Giuseppe, l'ingannato; Ninetta è l'ingannatrice.
Il Bossi fa del _Pepp_ una specie di funebre Jacopo Ortis del pettine,
cospargendo di patetica rugiada le ottave, come quando accenna alle
campane dell'_Avemmaria_ all'alba:
Quand i campann fan tucc on cert lament
Che streng al cœur de la malinconia.
Fra le carte lasciate inedite dal Porta, trovo queste parole di
prefazione alla _Ninetta del Verzee_, parole che ne spiegano l'origine,
e che mostrano in qual modo l'occasione possa suscitare un'opera
d'arte; e poi si disprezza la poesia d'occasione come l'infima moneta
della poesia!
«Le seguenti stanze furono da me scritte in disinganno di chi aveva
attribuito a me la composizione di alcune ottave che furono da
ignota mano spedite al mio cugino Baldassare Maderni col mezzo della
posta. Con questo componimento l'autore incognito imita il famoso
e notissimo lamento di Cecco di Varlugo, e pone a posto di Cecco il
_Pepp_ parrucchiere che si duole della infedeltà della Ninetta del
Verzaro sua bella. — Se non vi fossero state nominate con disprezzo
delle persone viventi e dei corpi troppo rispettabili per episodio
di questa composizione, non avrei avuto a male di esserne io creduto
l'autore, nè mi sarei trovato nella necessità, replicando, di trattare
un argomento che per natura sua non poteva contenersi nei limiti della
riservatezza.»
Vi è, infatti, nominato un marchese Villani, giocato da una baldracca.
Ma i «corpi troppo rispettabili» dove sono?... Sono evaporati?... Il
Porta non sapeva che il _Pepp perucchee_ fosse del Bossi.
Il bellissimo successo suscitato da _Desgrazi de Giovannin Bongee_
eccitò il Porta a continuare il racconto di quelle disgrazie, che si
tirano l'una coll'altra, come le famose ciliegie di cui discorre in una
letterina il padre Cesari; e intitolò il suo componimento in rapide
ottave _Olter desgrazi de Giovannin Bongee_. A rovescio di quegli
scrittori che non riescono troppo felicemente nel dare continuazioni
a' propri capolavori acclamati, come F. A. Bon al suo _Ludro_, o
Vittorio Bersezio alle _Miserie d'Monsù Travet_, il poeta milanese
riuscì felicissimo nell'iliade del malcapitato panciuto che, stavolta,
è protagonista d'un'azione più vasta, e non è solo, chè la sua florida
metà, _Barborin_, esce in luce. Anche stavolta, il _Bongee_ si sfoga
con il _lustrissem scior_, che noi non vediamo e che non gli risponde.
È un'altra pagina della brutta cronaca milanese e de' costumi del 1813,
anno in cui il poeta la ideò questa poesia. Nessun altro scritto del
Porta fu da lui annotato più di questo: le sue postille illustrano la
cronaca minima di quel tempo, che qui riassumiamo.
Nella primavera e nell'autunno del 1813 si rappresentò al teatro della
Scala, con clamoroso successo, un nuovo ballo spettacoloso intitolato
_Prometeo_, del famoso coreografo Salvatore Viganò; e nelle _Olter
desgrazi_ esso è descritto nel linguaggio del _Bongee_, che ci esilara
scambiando egli cose e persone. Nel ballo, un mimo vestito da avvoltoio
— e il _Bongee_ lo scambia per un tacchino (_pollin_)! — compariva
sul Caucaso e andava a rodere regolarmente il cuore dell'incatenato
Giapetide, ch'era rappresentato dal primo ballerino Chouhous. E Carlo
Porta nota: «In questo ballo vedevansi rappresentati i segni dello
Zodiaco e lo stesso Carro del Sole con figure vive e naturali».
E quante altre cose mirabolanti! Nell'opera cantava una Correa,
tarchiata, tozza e smorfiosa, che _Giovannin Bongee_ chiama l'«occa».
E Carlo Porta annota: «La signora Correa, espertissima cantante, ma
quanto abile nella sua professione altrettanto soggetta alle malattie
dell'arte. In quell'anno (1813) stancò veramente la sofferenza del
pubblico, al quale alcuna sera pareva cantare per far grazia ed
alcun'altra per far dispetto.»
Ma alla povera moglie del _Bongee_, alla Barborin, che osservava col
marito dal loggione lo spettacolo, toccò una bene spiacente avventura!
Uno de' lumai, che stavano là di servizio, si permise un pizzicotto
sulle curve più procaci di lei. E intorno a questa audace vicenda
è tessuta tutta una farsa da ridere. _Giovannin_, il marito offeso,
finisce alla polizia e messo sotto chiave, peggio che non fosse Giacomo
Legorin. E il Porta spiega: «_Legorin_, famoso assassino, che, in
compagnia di parecchi malviventi, infestava i contorni del Milanese nel
secolo XVII».
Comiche scenette, figure buffe; un'altra pagina della Milano d'allora;
un'altra scena della vita popolare.
Se il Porta avesse frequentato la così detta alta società, chi sa quali
vive scene avrebbe copiate! Non fa motto nemmen di quelle che, senza
dubbio, deve aver conosciute per sentite dire.
Il cicisbeismo, putrefazione della cavalleria, non era spento del
tutto quando Carlo Porta satireggiava, e l'abbiam visto. Ma egli
non lo toccò. Ne resta, adunque, la gloria ad un altro Carlo, a
Carlo Goldoni, e al Parini. Il Goldoni, senza la satira che esagera,
rappresenta i cicisbei nella coraggiosa commedia _Il Cavaliere e la
Dama_, quattordici anni prima del _Mattino_ e sedici anni prima del
_Mezzogiorno_ del Parini.