XIII.

_Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava a ballare.

— Un povero storpio innamorato. — Esame del _Marchionn di gamb

avert_. — Le donne del Goldoni e la _Tetton_ di Carlo Porta. —

L'umorismo portiano. — Umoristi. — Carlo Porta grande stilista.

— La _Ninetta del Verzee_. — Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come

nacque la _Ninetta_. — Giuseppe Bossi e il suo _Pepp perucchee_.

— Giudizio del Porta su questa novella. — _Olter desgrazi de

Giovannin Bongee._ — Postille del poeta._

Ma eccoci al massimo capolavoro del Porta: _Lament del Marchionn di

gamb avert_ (Lamento di Melchiorre dalle gambe arcuate).

Nelle sere di carnevale, ne' primi anni del secolo passato, in una via

remota e deserta, detta Via Quadronno, infimi operai e sfaccendati

volgari si radunavano presso un certo Battista, che apriva una

sala, a ballare, a ridere. Il signor Battista era il _deus loci_,

il conduttore, direbbero oggi, di quei _festin de rœuda_ (dal nome

_rœuda_, capriola), dove, per una misera moneta, ognuno aveva diritto

di entrare e ballare anche in maniche di camicia, col berretto in testa

e magari con tanto di zoccoli infangati. Niente di più plebeo di quelle

riunioni. Certe femmine da strapazzo v'erano collocate fin dalle prime

ore della sera per attirare gli allocchi e farli saltare come dannati.

Le chiamavano _stellônn_, per somiglianza ai zimbelli (in milanese

_stellônn_) che chiamano gli uccelli al paretaio. I suoni d'una misera

orchestrina accompagnavano quei balli confondendosi alle risate,

agli strilli di gioia e, spesso, agli alterchi iracondi, vivacissimi,

per gelosie, pretese mancanze di riguardi (caspita! in quella Corte

dei Valois!) che finivano con le botte, con le coltellate e con gli

arresti.

Povero _Marchionn di gamb avert!_ Nato forse in una di quelle tane,

buie, umide, senz'aria, dove la rachitide e la scrofola deformavano

la creatura umana, quando non la spegnevano; costretto a vivere nel

bugigattolo d'un ciabattino dove rattoppa scarpacce, va la sera,

dopo il lavoro, barcollando sulle gambe arcuate, nella sala di quel

Battista, là, in quel luogo di delizie, a sonare il mandolino nella

piccola orchestra; poichè, nei ritagli di tempo, il disgraziato coltiva

con passione, unico suo conforto, la musica. Per la sua breve statura,

lo chiamano il _nano_; è brutto, ha il viso bucherellato dal vaiuolo,

che a quel tempo imperversava diffuso, specialmente fra il popolo

ribelle all'innesto di Jenner, che, d'altra parte, le autorità non

si curavano d'imporgli, trattandolo da armento o quasi. _Marchionn_

è un povero scemo; e, fra le altre disgrazie, lo coglie la peggiore:

d'innamorarsi di una di quelle gemme di bellezza e di virtù, certa

_Tetton_, così chiamata dal seno colmo ch'ella ad arte sporge in

mezzo agli adoratori del lubrico festino. Egli stesso racconta le

proprie sventure, non dissimile in questo da _Giovannin Bongee_; le

racconta per isfogare la piena del dolore: dolore per gli inganni e il

tradimento infame del quale cade vittima in una trappola tesagli dalla

_Tetton_, dalla madre di lei e complici. Anche qui c'incontriamo ne'

soldatacci francesi, lesti nell'impossessarsi tutti quanti di quella

facilissima _Tetton_; più lesti di quell'infelice Melchiorre dalle

gambe ad arco, che arriva sempre in ritardo, in mal punto, e che, _pien

de lœuj_ (svogliataggine) _de fastidi e pien de corna_, finisce in

rovina e in pianto.

Nelle commedie del Goldoni è la donna, sempre la donna, colei che

impera sull'uomo, sia con le grazie ritrose e pudiche di Mirandolina,

sia con l'astuta padronanza delle serve, delle donne inferiori. Il

raggiro, l'intrigo femminile è uno degli elementi delle commedie del

Goldoni, che il Manzoni metteva al di sopra del Molière.[51]

Ma gl'intrighi delle donne del Goldoni non sono mai scellerati: quelli

della _Tetton_ del Porta rivelano un cuore cattivo e fanno meglio

risplendere l'ingenuità sempliciona del _Marchionn_, ch'ella avvince a

sè e inganna nel modo più vituperevole. Si sorride quando _Marchionn_,

il nano, si vanta d'essere stato un giorno lui il capo delle gaie

brigate, il beniamino di tutta Milano; non si sorride più pensando ai

grossi guai che ingoia, vittima d'una passione e per una donnaccia che,

bella e seducente in vista, adopera il filtro della _stria_ (strega),

come _Marchionn_ la chiama nella sua disperata confessione, nel suo

_lament_, che desta pietà.

L'Italia vanta capolavori imperituri dell'arte buffa: bastino il

_Matrimonio segreto_ del Cimarosa, il _Barbiere di Siviglia_ del

Rossini, il _Don Pasquale_ del Donizetti; ma difetta di romanzi comici.

Il _Lament del Marchionn di gamb avert_ è un piccolo romanzo comico

irrorato di lagrime. È il primo modello d'umorismo in Italia, nel senso

vero della parola, che include riso e dolori, qual'è la vita. Nella

prosa fiorisce mestamente, più tardi, il _Manoscritto d'un prigioniero_

del livornese Carlo Bini; emette pruni e spine l'_Asino_ del Guerrazzi;

ma, sopra tutti, giganteggiano i _Promessi sposi_, che, sotto

l'irradiazione religiosa trionfale, nascondono un sentimento così amaro

della vita, che si rimane talora sbigottiti quanto, quasi, il verso

funereo del Leopardi. Anche in Carlo Porta il senso della vita è amaro.

Così doveva avvenire in una società di mutamenti rapidi e profondi che,

come le guerre, mandavano a galla il peggio. La passione di _Marchionn_

è descritta in tutto il suo svolgimento fatale. La psicologia che il

disgraziato fa di sè stesso ci mostra che la sventura gli ha dato, come

talora succede, una chiaroveggenza tarda sì, ma precisa e inesorabile.

La _Tetton_, sua madre, i suoi ganzi, i luoghi dove si svolgono le

svariate vicende, persino le figurine secondarie, tutto appare vivo.

Quando _Marchionn_, attanagliato dalla gelosia, corre al veglione

del teatro La Cannobbiana, vestito da turco, per iscoprire la temuta

infedeltà della _Tetton_, e sfoga la sua ira su gente mascherata

che balla allegra per proprio conto, e che non è, no, quella ch'egli

suppone (non è, infatti, la _Tetton_, nè il sarto, nè il sargente suoi

rivali, bensì persone a lui sconosciute); quando poi s'incontra davvero

nella _Tetton_ e compagni, il comico, sorto dall'equivoco cresce,

scintilla.

Quale ritrattista il Porta!

Basterebbe la pittura delle bellezze della _Tetton_, di codesta Alcina

di Via Quadronno, per riconoscere un artista finissimo. Si pensa al

ritratto d'Alcina nel settimo canto dell'_Orlando furioso_. Il Porta

gareggia con l'Ariosto.

Il veneziano Pietro Buratti fu de' primi a trattare con artistico

vigore la novella in versi vernacoli; ma Carlo Porta lo vince

nella sobrietà dell'arte narrativa, nella finezza dei particolari

psicologici, nella profondità dell'ironia.

Grande stilista è il Porta. Il dialetto nativo non ha segreti per

lui; egli ne possiede le espressioni caratteristiche, gli scorci

pittoreschi, le maliziose acutezze, nella varietà dei metri; laddove il

romanesco Gioachino Belli non tratta che la forma del sonetto, il solo

sonetto, arma corta, nella quale il Porta resta, a dir vero, inferiore

al Belli.

Il verso del Porta parla. Tutto il suo è un discorso parlato. Marchionn

chiama in cerchio tutti, ad ascoltare il suo dolente discorso:

ha irresistibile bisogno d'un libero sfogo nella sua desolazione,

pover'uomo!, e quel discorso è espresso con tal naturalezza e verità

che nulla più.

La _Ninetta del Verzee_, in ottave fluenti al pari delle strofe in

endecasillabi e settenarii del _Lament del Marchionn di gamb avert_,

s'accoppia a questo capolavoro per l'argomento e per l'effetto

sentimentale.

È anch'essa una storia di tradimento amoroso. Ma la vittima, questa

volta, non è l'uomo; è la donna, una pescivendola del _Verzee_

(mercato); il traditore è un parrucchiere. Costui abusa della passione

che accese nella Ninetta, la sfrutta, la spoglia di tutto, la spinge a

una vita di miseria, d'abbiezione, e la infama per giunta.

La passione della sventurata per quel farabutto arriva al tragico.

Ninetta si sa ingannata, si vede spogliata d'ogni suo avere, e non può

rompere la catena fatale che la serra, la stringe, la strugge.

Ci fa pensare all'arricchita mercantessa di _Monsieur Alphonse_,

commedia di Alessandro Dumas figlio. Colei, quando si scopre tradita da

Alfonso (che ha pure sedotto una signorina di buona famiglia rendendola

madre), ha un lampo rivelatore. S'accorge, benchè troppo tardi, che il

suo viso volgare e brutto non poteva piacere al figuro elegante, che

l'ha sfruttata e ingannata, ed esclama: «Ma il cuore non sa com'è fatto

il viso!»

Ninetta racconta la propria storia a un cliente, che va a trovarla....

Il suo linguaggio è osceno. Ma ella, la pescivendola, doveva forse

adoperare il linguaggio della romantica Margherita Gauthier, vissuta

fra amanti signorili?

Anche dalla _Ninetta del Verzee_ sgorga la pietà.

Carlo Porta, nel _Giovannin Bongee_, nel _Marchionn_, nella _Ninetta_,

ci rappresenta tre creature del popolo oppresso e calpestato. La

semplice e sola narrazione delle loro sciagure è una fiera condanna

degli scellerati; è più eloquente d'ogni espressa morale. Ivi risplende

più che un poeta: balena un vendicatore.

Prima che apparissero l'_Assommoir_ e _Nanà_, Milano aveva adunque

il suo Zola nel Porta. Anche allora che soggetti osceni lo trascinano

al basso, il Porta, somigliante all'Anteo della favola, attinge forza

dalla terra e solidifica la strofa col contesto ben equilibrato delle

frasi, dei versi pittoreschi, nei quali parla la stessa Natura.

Ma come nacque la _Ninetta del Verzee?_... Nacque da un'altra novella

in ottave milanesi: da _El Pepp perucchee_ del pittore-poeta Giuseppe

Bossi, grande amico del Porta; ma è il rovescio della medaglia. Nel

_Pepp_ è lui, Giuseppe, l'ingannato; Ninetta è l'ingannatrice.

Il Bossi fa del _Pepp_ una specie di funebre Jacopo Ortis del pettine,

cospargendo di patetica rugiada le ottave, come quando accenna alle

campane dell'_Avemmaria_ all'alba:

Quand i campann fan tucc on cert lament

Che streng al cœur de la malinconia.

Fra le carte lasciate inedite dal Porta, trovo queste parole di

prefazione alla _Ninetta del Verzee_, parole che ne spiegano l'origine,

e che mostrano in qual modo l'occasione possa suscitare un'opera

d'arte; e poi si disprezza la poesia d'occasione come l'infima moneta

della poesia!

«Le seguenti stanze furono da me scritte in disinganno di chi aveva

attribuito a me la composizione di alcune ottave che furono da

ignota mano spedite al mio cugino Baldassare Maderni col mezzo della

posta. Con questo componimento l'autore incognito imita il famoso

e notissimo lamento di Cecco di Varlugo, e pone a posto di Cecco il

_Pepp_ parrucchiere che si duole della infedeltà della Ninetta del

Verzaro sua bella. — Se non vi fossero state nominate con disprezzo

delle persone viventi e dei corpi troppo rispettabili per episodio

di questa composizione, non avrei avuto a male di esserne io creduto

l'autore, nè mi sarei trovato nella necessità, replicando, di trattare

un argomento che per natura sua non poteva contenersi nei limiti della

riservatezza.»

Vi è, infatti, nominato un marchese Villani, giocato da una baldracca.

Ma i «corpi troppo rispettabili» dove sono?... Sono evaporati?... Il

Porta non sapeva che il _Pepp perucchee_ fosse del Bossi.

Il bellissimo successo suscitato da _Desgrazi de Giovannin Bongee_

eccitò il Porta a continuare il racconto di quelle disgrazie, che si

tirano l'una coll'altra, come le famose ciliegie di cui discorre in una

letterina il padre Cesari; e intitolò il suo componimento in rapide

ottave _Olter desgrazi de Giovannin Bongee_. A rovescio di quegli

scrittori che non riescono troppo felicemente nel dare continuazioni

a' propri capolavori acclamati, come F. A. Bon al suo _Ludro_, o

Vittorio Bersezio alle _Miserie d'Monsù Travet_, il poeta milanese

riuscì felicissimo nell'iliade del malcapitato panciuto che, stavolta,

è protagonista d'un'azione più vasta, e non è solo, chè la sua florida

metà, _Barborin_, esce in luce. Anche stavolta, il _Bongee_ si sfoga

con il _lustrissem scior_, che noi non vediamo e che non gli risponde.

È un'altra pagina della brutta cronaca milanese e de' costumi del 1813,

anno in cui il poeta la ideò questa poesia. Nessun altro scritto del

Porta fu da lui annotato più di questo: le sue postille illustrano la

cronaca minima di quel tempo, che qui riassumiamo.

Nella primavera e nell'autunno del 1813 si rappresentò al teatro della

Scala, con clamoroso successo, un nuovo ballo spettacoloso intitolato

_Prometeo_, del famoso coreografo Salvatore Viganò; e nelle _Olter

desgrazi_ esso è descritto nel linguaggio del _Bongee_, che ci esilara

scambiando egli cose e persone. Nel ballo, un mimo vestito da avvoltoio

— e il _Bongee_ lo scambia per un tacchino (_pollin_)! — compariva

sul Caucaso e andava a rodere regolarmente il cuore dell'incatenato

Giapetide, ch'era rappresentato dal primo ballerino Chouhous. E Carlo

Porta nota: «In questo ballo vedevansi rappresentati i segni dello

Zodiaco e lo stesso Carro del Sole con figure vive e naturali».

E quante altre cose mirabolanti! Nell'opera cantava una Correa,

tarchiata, tozza e smorfiosa, che _Giovannin Bongee_ chiama l'«occa».

E Carlo Porta annota: «La signora Correa, espertissima cantante, ma

quanto abile nella sua professione altrettanto soggetta alle malattie

dell'arte. In quell'anno (1813) stancò veramente la sofferenza del

pubblico, al quale alcuna sera pareva cantare per far grazia ed

alcun'altra per far dispetto.»

Ma alla povera moglie del _Bongee_, alla Barborin, che osservava col

marito dal loggione lo spettacolo, toccò una bene spiacente avventura!

Uno de' lumai, che stavano là di servizio, si permise un pizzicotto

sulle curve più procaci di lei. E intorno a questa audace vicenda

è tessuta tutta una farsa da ridere. _Giovannin_, il marito offeso,

finisce alla polizia e messo sotto chiave, peggio che non fosse Giacomo

Legorin. E il Porta spiega: «_Legorin_, famoso assassino, che, in

compagnia di parecchi malviventi, infestava i contorni del Milanese nel

secolo XVII».

Comiche scenette, figure buffe; un'altra pagina della Milano d'allora;

un'altra scena della vita popolare.

Se il Porta avesse frequentato la così detta alta società, chi sa quali

vive scene avrebbe copiate! Non fa motto nemmen di quelle che, senza

dubbio, deve aver conosciute per sentite dire.

Il cicisbeismo, putrefazione della cavalleria, non era spento del

tutto quando Carlo Porta satireggiava, e l'abbiam visto. Ma egli

non lo toccò. Ne resta, adunque, la gloria ad un altro Carlo, a

Carlo Goldoni, e al Parini. Il Goldoni, senza la satira che esagera,

rappresenta i cicisbei nella coraggiosa commedia _Il Cavaliere e la

Dama_, quattordici anni prima del _Mattino_ e sedici anni prima del

_Mezzogiorno_ del Parini.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 20 / 46 题