Lo splendor di Milano, il savio Maggi,
e al quale dobbiamo il saporito principio d'una vera letteratura
popolare milanese, in pieno dominio spagnuolo tirannico, cupo, tutto
gelido sussiego. Eppure il Maggi era segretario del solenne Senato e
illustre professore di eloquenza greca e latina; il che contrastava
con quel suo spirito famigliare, vivace, precursore dei nuovi tempi.
Carlo Maria Maggi fu il creatore di Meneghino. Ne fece un figlio
sviscerato di Milano sua, come si può vederlo nel bell'addio a Milano
nelle commedie _Il barone di Birbanza_ che fa pensare al Mercadet
del Balzac. Il Maggi eternò Meneghino in tutte le quattro commedie
che gli dobbiamo: _I consigli di Meneghin, Il barone di Birbanza, Il
manco male_ e _Il falso filosofo_. E di Meneghino egli fa sempre un
servitore.
Però Carlo Porta, nel _Meneghin birœu di ex monegh_ (eccoci arrivati),
lo rinnova: gli affida una parte ardita: quella di flagellatore dei
costumi del suo tempo, nientemeno!
Anche in quella poesia, il Porta fa indossare, è vero, a Meneghino
l'antica livrea del servitore. Egli non serve più i potenti in soglio:
serve quattro monacone soppresse dall'inesorabile decreto napoleonico;
monache, che vivono insieme, in una famiglia, raccolte da un baciapile
in una sua casa; e là convengono ex frati, preti, teologhi, confessori.
Esse pagano il fitto sì, ma.... _a furia di rosari_.
Potrebbero vivere contente, quelle quattro monacone; poichè due
converse le servono senza salario; poichè, fra altri vantaggi, e
comodi, riscuotono le brave rendite dei loro possessi; poichè infine
ricevono (quando la ricevono) la pensione governativa. In seguito alla
soppressione dei conventi fatta da Napoleone, ai religiosi di ambo
i sessi era fissata infatti una pensione di cinquanta lire milanesi
circa: ma la si lasciava sempre arretrata di mesi e mesi, non ostante
i reclami; lamenti al deserto. Non pochi monaci e monache, vecchi
e acciaccosi, senza sostegni languivano in miseria. Ma le quattro
monacone, ricche del proprio, potevano vivere mille volte meglio
_ch'el Papa a Romma_; invece, ecco, esse si crucciano, si macerano
per questo, per quello. Ora, s'inquietano perchè nel sabato grasso,
si balla oltre la mezzanotte, quand'è cominciata la quaresima; ora si
stizziscono per le donne che vanno a passeggio, col collo e le braccia
e il seno nudo (se vedessero un po' oggi!...), o con le vesti, secondo
la moda, aderenti alle anche e ad altre curve; ora s'inquietano perchè
a monsignor Cerina (costui era un frate francescano fatto vescovo
da Napoleone) fu tolto l'ufficio d'amministrare la cresima; e si
arrabbiano perchè si permettono spettacoli teatrali in Quaresima, e
perchè a Monza (questa è graziosa) vogliono nominare arciprete un nano,
per il quale bisognerà accorciare tutte le pianete (si trattava d'un
prete Bussola piccolissimo) e via via.[47]
La vita pettegola, astiosa del convento rivive in quel ricovero
sussidiario. Ma la scena piega verso la satira, allorchè da una lettera
strabiliante venuta da Roma, si apprende la storia scandalosa d'un
Governatore pontificio, del quale la satira del Porta non fa il nome.
Chi era?
Fra i manoscritti del Porta, che nella vasta collezione delle carte
italiane, trovai alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lessi questa
risposta autografa del poeta stesso:
«Il nipote del cardinale Pacca, giovane prelato, che rappresentava il
governo papale nella commissione diplomatica di Milano; poi governatore
di Roma; fuggito in America per debiti, con manomissione del denaro
pontificio». Nella sua satira, Carlo Porta lo fa fuggire fra i Turchi;
lo fa diventar turco.
Gli ex frati e preti, tutti quanti raccolti presso le quattro ex
monache, vogliono cercare l'arcana ragione del criminoso procedere
dell'illustre prelato governatore. Ed ecco un ex domenicano, don
Samuele, vi vede la mano di Dio che punisce la stessa sua Chiesa,
perchè ha abolita la Santa Inquisizione (con relativa tortura,
s'intende):
El giurava che l'eva per reson
D'avè abolii la Santa Inquisizion!
Chi fra que' preti ed ex frati afferma che simili scandali sono
conseguenza dei peccati che si commettono; altri pensano che la vera
causa risieda nelle candele _magre_, sottili sottili, offerte ai
sacerdoti nei battesimi e nei funerali. Ma un pretaccione si alza
e, guardando di tanto in tanto fisso Meneghino, spiffera tutta una
filippica sulla cagion vera degli scandali; e la cagione (egli dice, o
meglio tuona) sono gli operai, col loro biasimevole contegno: i beoni,
gli oziosi, i mariti imbecilli che lasciano ogni libertà e licenza alle
mogli, e via via.... Una requisitoria in piena regola sui mancamenti,
sui vizi del popolo. E il terribile censore finisce col vibrare
un'occhiataccia a Meneghino, che pare voglia avvelenarlo. Ma Meneghino
gli risponde fierissimo per le rime, enumerando tutti i vili mercimoni
dei preti; fra altri i prezzi pei rintocchi delle campane che suonano
l'agonia dei morenti.
I rintocchi di campane per accompagnare un agonizzante all'altro
mondo valevano, infatti, tanti soldi per ciascuno. Non tutte le chiese
potevano però sonare le agonie. Nello almanacco _Milano sacro_ erano
segnate quelle che godevano del lugubre e lucroso privilegio.
Peccato che Meneghino, in un'altra poesia del Porta, faccia sì
deplorevole figura! Nel _Brindes de Meneghin a l'ostaria_ egli
inneggia, col bicchiere in mano, all'imperatore d'Austria, Francesco I,
il nuovo padrone dispotico di Milano, gridando a squarciagola:
Viva semper Franzesch nost patron!
E arriva a chiamarlo:
Quel patron caregh râs de vertù (_colmo di virtù_).
Ma egli è all'osteria, si badi. Dev'essere brillo per lo meno, con
tutti quei vini che ingolla. Manco male che egli, sopra tutti i vini
stranieri, esalta, con patriotico slancio, i vini nostrani; nel suo
indiavolato ditirambo, che per vivezza pittoresca di frasi e impeto e
furor bacchico e loquacità allegra, propria dei beoni di buon cuore,
si lascia indietro lo stesso modello classico, _Bacco in Toscana_ del
Redi, e, più ancora, _El vin friularo_, ditirambo del poeta veneto
Pastò, probabilmente letto dal Porta durante il suo soggiorno a
Venezia; quel Lodovico Pastò, al quale si deve una piccante satira di
depravati costumi femminili: _Le smanie de Ninetta in morte de Lesbin_;
la quale, per il soggetto canino (_Lesbin_ è un cagnetto....) si può
mettere accosto alle tenerezze della marchesa Travasa per la famosa
Lilla. Ma il Porta non discende sino alla malizia del Pastò.[48]
Meneghino, che Cesare Cantù riconosce sotto le vesti del povero
operaio, goffo, spavaldo, ben bastonato _Bongee_, comparisce nel _birœu
di ex monegh_, ardito, vivacissimo polemista. Non le piglia più, le
dà. Sono botte morali, poichè sono ancora lontane le Cinque Giornate.
Egli è ancora servitore, semplice servitore, come una volta; ma in
mezzo alle monache cui serve, in mezzo ai preti, alza la testa, la
fa da padrone; di più, è quasi rivoluzionario. In un conciliabolo di
religiosi che rappresentano il passato, egli rappresenta i nuovi tempi.
_Birœu_ non significa altro che servitore; peggio, servitoraccio. E
_birœu de la festa_ era il nome che si appioppava a que' servitori
che certe signore di poco conto o dame gonfie di fumo prendevano a
pagamento solo la domenica (onde _Domenichino, Meneghino, Meneghin_)
per condurselo dietro e comparire da qualche cosa.
La voce _birœu_ in significato di _domenichino_ viene da ciò,
che siccome il pirolo (_birœu_) tira su le corde del violino od
altro strumento a corda, così quel servitore tirava su e sosteneva
lo strascico della veste della padrona, quando questa scendeva
pomposamente lo scalone del palazzo o passeggiava riverita, inchinata
dai parrucconi suoi pari. Ed era comico il vederlo con tanto di livrea
e di spadino e di tricorno succedere al goffo campagnuolo Baltramm de
Gaggian: comico il sentirlo cicaleggiare coll'alta dama sua padrona,
riportando a lei i pettegolezzi del popolo e al popolo quelli della
società titolata, egli, come i trovatori del medioevo, intermediario e
anello di congiunzione fra chi splende in alto e chi fatica oscuro al
basso.
Ma un'altra volta ancora Carlo Porta fa parlare Meneghino: nella
«comi-tragedia» _Giovanni Maria Visconti_, composta insieme con Tommaso
Grossi. Gli muta il nome: lo chiama Biagio da Viggiuto.
Meneghino, cioè Biagio da Viggiuto, è «uomeno d'arme» di Lucchino del
Maino, e gli è fedel servitore. Il suo massimo piacere è quello di
giovare, sia pur menando le mani, al suo padrone. È pronto a tutto lui,
oggi, come nel passato. Il suo padrone può confidargli ogni segreto, e
non permette che egli ne dubiti.
E Lucchino del Maino (congiurato con due Trivulzi contro il crudele
Giovanni Maria Visconti duca di Milano), dopo di avergli domandato
perdono del dubbio, lo rassicura così: «Non sarà mai ch'io ti manchi di
gratitudine; ma appunto perchè sono grandi i sacrifici ch'io ho finora
da te ottenuti, non sapeva chiedertene uno nuovo, senza tentare in
prima le presenti disposizioni dell'animo tuo».
E Biagio, nel suo rustico linguaggio, pronto (si confronti il modo di
pensare dei domestici d'oggi):
«_Sacrifizi el ghe dis? Scior no. Quist hin paroll de lor sciori, e nun
poveritt noj capissem. Nun femm i coss a la materiala, e no femm tante
reson._»[49]
E ricorda ch'egli e i suoi nacquero in casa del Maino; ch'egli fu
_tiraa su grand e gross, mantegnu, soccorruu_, e prorompe con impeto
generoso:
«_E mi aveva di far nagott per lor? Sta vitta, sto sangu, sto fiaa
che respiri, hin robba sova, e ne hoo de spendi per lu, de dovraj a on
besogn?_»[50]
Così parla Meneghino al suo padrone. È una perfetta dedizione la sua.
Sacrificarsi è un bisogno del suo cuore.
Ma della comi-tragedia, che si toglieva dal convenzionale, e degli
altri personaggi, c'intratterremo meglio nel momento più opportuno.
Il carattere di Meneghino, attraverso le commedie e le poesie milanesi,
non rimase sempre lo stesso: ogni autore volle aggiungergli qualche
cosa di suo.
Domenico Balestrieri, del Settecento, inventò un personaggio,
_Sganzerlone_, un sopracciò dal toscano spropositato, in contrasto
con Meneghino, del quale affetta di non sopportare le trivialità. Ma
Sganzerlone è un'ombra passata; Meneghino vive e vivrà, mercè il Maggi
e il Porta.