XII.

_Attraverso le gaie novelle monacali e pretesche di Carlo Porta. —

Leggende medievali diventate meneghine. — Carlo Porta e il poeta

americano Longfellow. — Descrizione della natura. — La salace

avventura di un chierichetto. — Le veglie mascherate. — Nascita

di Meneghino nell'arte. — Il Meneghino del Maggi e il Meneghino

del Porta. — Interno d'un ricovero di monache soppresse. — Storia

scandalosa d'un governatore pontificio. — Chi era? — Ce lo dice

una nota del Porta nella Biblioteca nazionale di Parigi. — Le

sfuriate morali di Meneghino. — Meneghino in una tragi-commedia.

— Sacrificarsi è per lui un bisogno del cuore. — Lo _Sganzerlone_

del Balestrieri._

Una novella del Porta, _Ona Vision_, ci conduce fra dame bigotte, nella

loro vita intima, circondata da preti.

Un dopo pranzo, certo reverendo fra Pasquale, pieno di cibo, si

addormenta al tepore del camino, e sogna; sogna mentre le dame, che si

onorano di ospitarlo quale confidente del cielo, gli stanno d'intorno

pregando a bassa voce, affine di non turbargli il santo chilo. Sono

rigidissime dame, cattoliche, apostoliche, romane; socie della Pia

Unione fondata nel 1802 dai padri De Vecchi.

La Pia Unione confortava con le buone parole, coi dolci, coi

biscottini, i malati all'ospedale, e, più tardi, fondava scuole

gratuite, pei due sessi, e serali e domenicali; oratorii per le

ricreazioni festive, ricoveri per le pericolanti, le pericolate, le

ravvedute, e soccorsi a domicilio. Era assai benemerita. Ma amava i

liberali come il fumo negli occhi e si perdeva in puerilità, onde

le baie degli sfaccendati burloni e miscredenti. Le dame di _Ona

Vision_ giuravano sulle parole dei padri De Vecchi; li nominavano ad

ogni momento; seguivano i loro amori, le loro antipatie. Se badiamo

al Porta, si scandalizzavano persino al solo nome del Metastasio, il

galante abate, le cui strofette si canticchiavano volentieri ancora

dalle belle mondane davanti agli specchi nelle ore degli abbigliamenti.

È ameno il sogno che fra Pasquale racconta con gli occhi torbidi,

imbambolati dal sonno, col cervello confuso dai fumi del pranzo; amene

le loro inquietudini per le cose madornali, per le robaccie addirittura

che quell'imbecille, ancora intontito, si lascia uscire di bocca; è

amenissima la difesa che don Diego teologo, per ispirito di colleganza,

sente il preciso dovere di prendere del momentaneo traviato. Le sottili

distinzioni, che da sofista consumato don Diego mette fuori, salvano

a fra Pasquale il beneficio pericolante della mensa quotidiana presso

le dame. Le quali, nonostante la loro posizione sociale, parlano

spropositando, come donna Fabia, come la marchesa Travasa.

_Ona Vision_ è notevole sopra tutto per questo: dimostra quanto i preti

spadroneggiassero nelle case delle dame spigolistre, mentre presso

una marchesa Paola Travasa erano trattati come servi. Quelle dame

e questa appartengono alla medesima casta aristocratica; ma le loro

tendenze sono diverse, diversi i loro umori. Le une lavorano ostinate

per il trionfo assoluto della Chiesa e de' principii del passato;

sentono quindi il bisogno d'essere aiutate e guidate dagli uomini

della Chiesa; l'altra si appaga delle sue borie spagnolesche, della

sua etichetta, della sua Lilla; ha solo bisogno d'essere ossequiata;

sostiene l'altare, ma per tradizione di razza, non già per religione,

chè ne ha ben poca se umilia al grado di lacchè il sacerdote, e se, pur

invocandolo, pospone l'«Altissimo» a sè stessa. Le seguaci de' padri

De Vecchi obbediscono; le marchese Travase comandano. Il prete, presso

queste, è un uomo del seguito; presso quelle, è ciecamente considerato

come un araldo celeste, ed egli allegramente ne abusa.

Ad _Ona Vision_, così pervasa da ironia, si collega un'altra satira,

ancor più rilevante: _Meneghin birœu di ex monegh_. Ma, prima di

parlarne, tocchiamo di quattro altre saporite novelle: _Fraa Zenever,

Fraa Diodatt, El viagg de fraa Condutt_, e _I sett desgrazi_.

_Fraa Zenever_: «Questa novella (lasciava scritto il Porta) è tratta

dal libro intitolato: _Le meraviglie di Dio ne' suoi Santi_, opera del

R. P. Gregorio Rossignoli, della Compagnia di Gesù. Vedine l'edizione

milanese fattane dal Malatesta nell'anno 1708, parte II, meraviglia

XXII, pag. 245». Il Porta derideva quel gesuita Carlo Gregorio

Rossignoli, popolarissimo, le cui panzane si ripetevano dai padri «ai

figli intenti».

Il Rossignoli predicava nella chiesa di San Fedele, attirando tanta

folla quanta più tardi il bello ed eloquente bassanese Giuseppe

Barbieri. Le sue prediche duravano appena venti minuti, e consistevano

in novellette di miracoli a' quali nessuno credeva, tanto erano

grottesche, ma alla cui esposizione tutti si divertivano. Emulo del

Rossignoli era il padre Ambrogio Cattaneo; e superiore d'assai, a

questi due, per eloquenza, fu il padre Quirico Rossi, gesuita, veneto

di Lonigo.

Il Rossignoli è autore del libro _Le meraviglie della natura_, dove,

col suo stile grossolano, narra, fra tante altre, della «antipatia

dei cavoli, delle canne colle felci», di frutti che si «convertono

in uccelli e in pesci». Cose dell'altro mondo, insomma. Compose pei

devoti le _Meraviglie della Vergine_, le _Meraviglie del Purgatorio_,

e non so quante altre meraviglie. Non vedeva che meraviglie. Per

lungo tempo, continuò a meditare sugli argomenti preferiti, come sugli

adulatori «simili al polpo», sulle «aringhe che per un'offesa ricevuta

abbandonano un tratto di mare», ecc. Ma pazienza le sue fiabe fossero

originali: sono brutte copie. La storia di _Fraa Zenever_, il Porta

poteva pigliarla addirittura dai _Fioretti di San Francesco_, dove si

narra appunto «come frate Ginepro tagliò il piede ad un porco, solo per

darlo a un infermo». È la stessa novelletta; e chi volesse confrontare

la prosa ingenua del trecentista colla poesia del satirico ambrosiano

penserebbe a due epoche d'illusioni e d'errori diverse. _Fraa Zenever_

significa Fra Ginepro, un frate che sa benissimo uscire dai gineprai.

_Fraa Diodatt_ è una nota leggenda. Carlo Porta cita il Pratofiorito,

da cui disse aver preso il tema. Ma ben prima che frate Ugone _de Prato

Florido_, come si legge ne' suoi _Sermones dominicales_ (Parigi, 1541),

narrasse l'estasi centenaria del frate rapito in Dio, ripetevasi,

con alcune modificazioni, la stessa leggenda, che è una delle tante

medievali. Nei _Fioretti di San Francesco_ si racconta già «d'uno

rapimento che venne a frate Bernardo onde gli istette dalla mattina

infino a nona ch'egli non si sentì». E si aggiunge: «A questo tesoro

celestiale agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato

colla mente che per quindici anni continui sempre andò colla mente e

colla faccia elevata in cielo; e in quel tempo mai si tolse fame alla

mensa», ecc.

Tra i moderni che s'impadronirono della leggenda del monaco, il

quale partito dal convento vi ritorna dopo cento anni e non vi è

riconosciuto, brillano Carlo Porta ed Enrico Longfellow. Nel Porta, la

celia volteriana; nel Longfellow, la sentimentalità. Il _Fraa Diodatt_

dell'uno e il _Fra Felice_ dell'altro si rassomigliano come un'aria

buffa del Rossini e una melodia del Bellini. _Fraa Diodatt_ è fratello

di _Fraa Zenever_, benchè questi rimanga in terra e quegli voli al

cielo: lo stesso ambiente, lo stesso spirito demolitore, la stessa

amenità.

La terza novella, _El viagg de fraa Condutt_, ci esilara di più. Si

tratta d'uno di quei frati che, sfratati per decreto napoleonico,

indossavano l'abito da prete, e venivano chiamati, al pari di tanti

loro compagni fuori di Milano, per celebrare qualche messa o per

figurare in qualche processione di qualche sagra di villaggio.

Anche _Fraa Condutt_, travestito da prete, come la Chiesa permetteva,

esercita quel mestiere randagio. Il Porta lo dipinge orrido, sudicio,

vestito al pari dell'ultimo pezzente, e preso da

quella gran golascia

Del dinar, che el le rod e el le sassina.

Sin dal tempo delle innovazioni anticlericali di Giuseppe II,

si stampavano a Milano opuscoli virulenti contro i frati. Tra le

pubblicazioni curiose del genere, v'ha: _«Leggi la storia naturale

novissima del fratismo.... del P. Ignazio Lojola frusta cocolle»_, ecc.

_«Nell'Austria; a spese degli sfratati l'anno del lume 1786»_. Vi si

legge fra altro: «Il frate: una bestia in forma d'uomo provveduta d'un

cappuccio, urlante di notte, sempre assetata».

Per oltraggio, Carlo Porta chiama _Fraa Condutt_ il suo lurido eroe,

perchè riceve tutto.... come una gola d'acquaio. Il Porta pone a

Bovisa, villaggio presso Milano, la scena delle buffe contrarietà

che deve subire. La breve descrizione d'una mattina fresca e limpida

pareggia uno dei tocchi più magistrali dell'Ariosto:

L'eva on'ora o pocch pu de la mattina,

E 'l ciel luster e bell come on cristall:

Tirava on'aria sana remondina....[46]

Il Porta, da vero poeta, sentiva vivamente le bellezze della Natura

e le rendeva con esattezza netta, evidente; ma soltanto di volo. Per

descrivere la serenità del cielo lombardo, _ch'è così bello quand'è

bello_, come dice il Manzoni, egli nella volteriana satira _On

miracol_, mirabilmente dice:

L'aria l'è lustra che la par de râs.

La quarta novella è più breve; s'intitola I sett desgrazi, ci porta

in carnevale, ed è salace. Si tratta d'un chierichetto miseruzzo del

Seminario, il quale si traveste da tacchino e va a teatro, al veglione.

Ma il demonio, nemico nato e giurato di tutti i cristiani, specialmente

di quelli che hanno sulla testa _quell'O pelaa_, lo tenta. Passa una

procace mascherina, e il chierichetto, vinto da _forza irresistibile_,

la tocca: la tocca là ove non dovrebbe essere toccata. Le guardie

lo scoprono, l'arrestano, lo conducono in gattabuia. E basta quella

fuggevole audacia carnevalesca per vedersi bell'e rovinata la carriera,

povero chierichetto! Ma chi non lo assolverebbe? Lo giustifica, non lo

assolve la musa del poeta implacabile nel pubblicare ai quattro venti

gli scappucci dei tonsurati. La scappatella del povero seminarista ci

ricorda una serie d'ottave vernacole inedite, attribuite a Carlo Porta,

conservate, fra altre poesie oscene manoscritte, nell'Archivio di Stato

di Milano, e s'intitolano: _I donn de Milan ricorren al sur Maresciall

Bellegard contra el decret miss fœura al Teatrin della Canobbiana che

no se possa palpignà i c...._ Questo scherzo basta col solo titolo a

darci un'idea della serafica compostezza di quelle veglie. Le licenze

di simili veglioni teatrali erano flagellate da un curioso almanacco,

che porta per titolo: _Le galanti scarselle della cortigiana Frine_. È

roba d'un anonimo, nemico giurato della moda: e fa parte della raccolta

dell'Ambrosiana.

Ed ora largo, o monache e religiosi poco religiosi: largo a Meneghino

che irrompe fra voi con la voce del popolo giudice.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 18 / 46 题