_Attraverso le gaie novelle monacali e pretesche di Carlo Porta. —
Leggende medievali diventate meneghine. — Carlo Porta e il poeta
americano Longfellow. — Descrizione della natura. — La salace
avventura di un chierichetto. — Le veglie mascherate. — Nascita
di Meneghino nell'arte. — Il Meneghino del Maggi e il Meneghino
del Porta. — Interno d'un ricovero di monache soppresse. — Storia
scandalosa d'un governatore pontificio. — Chi era? — Ce lo dice
una nota del Porta nella Biblioteca nazionale di Parigi. — Le
sfuriate morali di Meneghino. — Meneghino in una tragi-commedia.
— Sacrificarsi è per lui un bisogno del cuore. — Lo _Sganzerlone_
del Balestrieri._
Una novella del Porta, _Ona Vision_, ci conduce fra dame bigotte, nella
loro vita intima, circondata da preti.
Un dopo pranzo, certo reverendo fra Pasquale, pieno di cibo, si
addormenta al tepore del camino, e sogna; sogna mentre le dame, che si
onorano di ospitarlo quale confidente del cielo, gli stanno d'intorno
pregando a bassa voce, affine di non turbargli il santo chilo. Sono
rigidissime dame, cattoliche, apostoliche, romane; socie della Pia
Unione fondata nel 1802 dai padri De Vecchi.
La Pia Unione confortava con le buone parole, coi dolci, coi
biscottini, i malati all'ospedale, e, più tardi, fondava scuole
gratuite, pei due sessi, e serali e domenicali; oratorii per le
ricreazioni festive, ricoveri per le pericolanti, le pericolate, le
ravvedute, e soccorsi a domicilio. Era assai benemerita. Ma amava i
liberali come il fumo negli occhi e si perdeva in puerilità, onde
le baie degli sfaccendati burloni e miscredenti. Le dame di _Ona
Vision_ giuravano sulle parole dei padri De Vecchi; li nominavano ad
ogni momento; seguivano i loro amori, le loro antipatie. Se badiamo
al Porta, si scandalizzavano persino al solo nome del Metastasio, il
galante abate, le cui strofette si canticchiavano volentieri ancora
dalle belle mondane davanti agli specchi nelle ore degli abbigliamenti.
È ameno il sogno che fra Pasquale racconta con gli occhi torbidi,
imbambolati dal sonno, col cervello confuso dai fumi del pranzo; amene
le loro inquietudini per le cose madornali, per le robaccie addirittura
che quell'imbecille, ancora intontito, si lascia uscire di bocca; è
amenissima la difesa che don Diego teologo, per ispirito di colleganza,
sente il preciso dovere di prendere del momentaneo traviato. Le sottili
distinzioni, che da sofista consumato don Diego mette fuori, salvano
a fra Pasquale il beneficio pericolante della mensa quotidiana presso
le dame. Le quali, nonostante la loro posizione sociale, parlano
spropositando, come donna Fabia, come la marchesa Travasa.
_Ona Vision_ è notevole sopra tutto per questo: dimostra quanto i preti
spadroneggiassero nelle case delle dame spigolistre, mentre presso
una marchesa Paola Travasa erano trattati come servi. Quelle dame
e questa appartengono alla medesima casta aristocratica; ma le loro
tendenze sono diverse, diversi i loro umori. Le une lavorano ostinate
per il trionfo assoluto della Chiesa e de' principii del passato;
sentono quindi il bisogno d'essere aiutate e guidate dagli uomini
della Chiesa; l'altra si appaga delle sue borie spagnolesche, della
sua etichetta, della sua Lilla; ha solo bisogno d'essere ossequiata;
sostiene l'altare, ma per tradizione di razza, non già per religione,
chè ne ha ben poca se umilia al grado di lacchè il sacerdote, e se, pur
invocandolo, pospone l'«Altissimo» a sè stessa. Le seguaci de' padri
De Vecchi obbediscono; le marchese Travase comandano. Il prete, presso
queste, è un uomo del seguito; presso quelle, è ciecamente considerato
come un araldo celeste, ed egli allegramente ne abusa.
Ad _Ona Vision_, così pervasa da ironia, si collega un'altra satira,
ancor più rilevante: _Meneghin birœu di ex monegh_. Ma, prima di
parlarne, tocchiamo di quattro altre saporite novelle: _Fraa Zenever,
Fraa Diodatt, El viagg de fraa Condutt_, e _I sett desgrazi_.
_Fraa Zenever_: «Questa novella (lasciava scritto il Porta) è tratta
dal libro intitolato: _Le meraviglie di Dio ne' suoi Santi_, opera del
R. P. Gregorio Rossignoli, della Compagnia di Gesù. Vedine l'edizione
milanese fattane dal Malatesta nell'anno 1708, parte II, meraviglia
XXII, pag. 245». Il Porta derideva quel gesuita Carlo Gregorio
Rossignoli, popolarissimo, le cui panzane si ripetevano dai padri «ai
figli intenti».
Il Rossignoli predicava nella chiesa di San Fedele, attirando tanta
folla quanta più tardi il bello ed eloquente bassanese Giuseppe
Barbieri. Le sue prediche duravano appena venti minuti, e consistevano
in novellette di miracoli a' quali nessuno credeva, tanto erano
grottesche, ma alla cui esposizione tutti si divertivano. Emulo del
Rossignoli era il padre Ambrogio Cattaneo; e superiore d'assai, a
questi due, per eloquenza, fu il padre Quirico Rossi, gesuita, veneto
di Lonigo.
Il Rossignoli è autore del libro _Le meraviglie della natura_, dove,
col suo stile grossolano, narra, fra tante altre, della «antipatia
dei cavoli, delle canne colle felci», di frutti che si «convertono
in uccelli e in pesci». Cose dell'altro mondo, insomma. Compose pei
devoti le _Meraviglie della Vergine_, le _Meraviglie del Purgatorio_,
e non so quante altre meraviglie. Non vedeva che meraviglie. Per
lungo tempo, continuò a meditare sugli argomenti preferiti, come sugli
adulatori «simili al polpo», sulle «aringhe che per un'offesa ricevuta
abbandonano un tratto di mare», ecc. Ma pazienza le sue fiabe fossero
originali: sono brutte copie. La storia di _Fraa Zenever_, il Porta
poteva pigliarla addirittura dai _Fioretti di San Francesco_, dove si
narra appunto «come frate Ginepro tagliò il piede ad un porco, solo per
darlo a un infermo». È la stessa novelletta; e chi volesse confrontare
la prosa ingenua del trecentista colla poesia del satirico ambrosiano
penserebbe a due epoche d'illusioni e d'errori diverse. _Fraa Zenever_
significa Fra Ginepro, un frate che sa benissimo uscire dai gineprai.
_Fraa Diodatt_ è una nota leggenda. Carlo Porta cita il Pratofiorito,
da cui disse aver preso il tema. Ma ben prima che frate Ugone _de Prato
Florido_, come si legge ne' suoi _Sermones dominicales_ (Parigi, 1541),
narrasse l'estasi centenaria del frate rapito in Dio, ripetevasi,
con alcune modificazioni, la stessa leggenda, che è una delle tante
medievali. Nei _Fioretti di San Francesco_ si racconta già «d'uno
rapimento che venne a frate Bernardo onde gli istette dalla mattina
infino a nona ch'egli non si sentì». E si aggiunge: «A questo tesoro
celestiale agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato
colla mente che per quindici anni continui sempre andò colla mente e
colla faccia elevata in cielo; e in quel tempo mai si tolse fame alla
mensa», ecc.
Tra i moderni che s'impadronirono della leggenda del monaco, il
quale partito dal convento vi ritorna dopo cento anni e non vi è
riconosciuto, brillano Carlo Porta ed Enrico Longfellow. Nel Porta, la
celia volteriana; nel Longfellow, la sentimentalità. Il _Fraa Diodatt_
dell'uno e il _Fra Felice_ dell'altro si rassomigliano come un'aria
buffa del Rossini e una melodia del Bellini. _Fraa Diodatt_ è fratello
di _Fraa Zenever_, benchè questi rimanga in terra e quegli voli al
cielo: lo stesso ambiente, lo stesso spirito demolitore, la stessa
amenità.
La terza novella, _El viagg de fraa Condutt_, ci esilara di più. Si
tratta d'uno di quei frati che, sfratati per decreto napoleonico,
indossavano l'abito da prete, e venivano chiamati, al pari di tanti
loro compagni fuori di Milano, per celebrare qualche messa o per
figurare in qualche processione di qualche sagra di villaggio.
Anche _Fraa Condutt_, travestito da prete, come la Chiesa permetteva,
esercita quel mestiere randagio. Il Porta lo dipinge orrido, sudicio,
vestito al pari dell'ultimo pezzente, e preso da
quella gran golascia
Del dinar, che el le rod e el le sassina.
Sin dal tempo delle innovazioni anticlericali di Giuseppe II,
si stampavano a Milano opuscoli virulenti contro i frati. Tra le
pubblicazioni curiose del genere, v'ha: _«Leggi la storia naturale
novissima del fratismo.... del P. Ignazio Lojola frusta cocolle»_, ecc.
_«Nell'Austria; a spese degli sfratati l'anno del lume 1786»_. Vi si
legge fra altro: «Il frate: una bestia in forma d'uomo provveduta d'un
cappuccio, urlante di notte, sempre assetata».
Per oltraggio, Carlo Porta chiama _Fraa Condutt_ il suo lurido eroe,
perchè riceve tutto.... come una gola d'acquaio. Il Porta pone a
Bovisa, villaggio presso Milano, la scena delle buffe contrarietà
che deve subire. La breve descrizione d'una mattina fresca e limpida
pareggia uno dei tocchi più magistrali dell'Ariosto:
L'eva on'ora o pocch pu de la mattina,
E 'l ciel luster e bell come on cristall:
Tirava on'aria sana remondina....[46]
Il Porta, da vero poeta, sentiva vivamente le bellezze della Natura
e le rendeva con esattezza netta, evidente; ma soltanto di volo. Per
descrivere la serenità del cielo lombardo, _ch'è così bello quand'è
bello_, come dice il Manzoni, egli nella volteriana satira _On
miracol_, mirabilmente dice:
L'aria l'è lustra che la par de râs.
La quarta novella è più breve; s'intitola I sett desgrazi, ci porta
in carnevale, ed è salace. Si tratta d'un chierichetto miseruzzo del
Seminario, il quale si traveste da tacchino e va a teatro, al veglione.
Ma il demonio, nemico nato e giurato di tutti i cristiani, specialmente
di quelli che hanno sulla testa _quell'O pelaa_, lo tenta. Passa una
procace mascherina, e il chierichetto, vinto da _forza irresistibile_,
la tocca: la tocca là ove non dovrebbe essere toccata. Le guardie
lo scoprono, l'arrestano, lo conducono in gattabuia. E basta quella
fuggevole audacia carnevalesca per vedersi bell'e rovinata la carriera,
povero chierichetto! Ma chi non lo assolverebbe? Lo giustifica, non lo
assolve la musa del poeta implacabile nel pubblicare ai quattro venti
gli scappucci dei tonsurati. La scappatella del povero seminarista ci
ricorda una serie d'ottave vernacole inedite, attribuite a Carlo Porta,
conservate, fra altre poesie oscene manoscritte, nell'Archivio di Stato
di Milano, e s'intitolano: _I donn de Milan ricorren al sur Maresciall
Bellegard contra el decret miss fœura al Teatrin della Canobbiana che
no se possa palpignà i c...._ Questo scherzo basta col solo titolo a
darci un'idea della serafica compostezza di quelle veglie. Le licenze
di simili veglioni teatrali erano flagellate da un curioso almanacco,
che porta per titolo: _Le galanti scarselle della cortigiana Frine_. È
roba d'un anonimo, nemico giurato della moda: e fa parte della raccolta
dell'Ambrosiana.
Ed ora largo, o monache e religiosi poco religiosi: largo a Meneghino
che irrompe fra voi con la voce del popolo giudice.