X.

_La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta

tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — La

_preghiera_ e _La nomina del cappellan_ di Carlo Porta. —

Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie

del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che

cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta.

— Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i

nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti delle signore

milanesi». — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei

Franco-Muratori._

Nel frattempo il Parini, irato contro i demagoghi e contro i predatori,

era morto a settant'anni, in una camera a pianterreno del palazzo di

Brera. Il Parini non morì così povero, come si disse; ma certo non

ricco. Alessandro Manzoni raccontava, nelle veglie, a' suoi intimi

amici, che quando dopo la morte del Parini, furono venduti all'asta i

suoi libri e i suoi manoscritti, fra i quali ancora inediti il _Vespro_

e la _Notte_, i congiunti del poeta, che erano contadini di Bosisio,

accorsi a Milano, per raccoglierne la eredità, vedendo salire ad alto

prezzo semplici manoscritti, li presero in mano e li scossero, credendo

che vi fosse dentro denaro.[35]

Le ossa di Giuseppe Parini andarono disperse, al pari di quelle di

Cesare Beccaria, sepolto nello stesso cimitero di Porta Comàsina; la

lapide che, in memoria del Parini, vi pose l'amico Calimero Cattaneo,

disparve anch'essa, e il cimitero fu trasformato, non ha guari, in un

orto.

Più tardi, i demagoghi in una festa popolare all'aperto, eressero varie

finte tombe d'illustri; fra esse, una col nome di Giuseppe Parini.

Goffa profanazione.

Saliva una nuova borghesia; arricchita borghesia di signore milanesi, i

cui allegri, liberi costumi, i cui gesti imitati sui modelli di Francia

potevano offrir tema a satira saporita; ad esempio, le loro pose

sentimentali adottate prima ancora del Romanticismo, ma derivazioni

della _Nuova Eloisa_ del Rousseau, e i nervosismi, e i languori

e i _fumi_, come dicevano: poichè _aver i fumi_ era un rendersi

interessanti come più tardi (ahimè, chi potrebbe crederlo oggi)

l'etisia, idealizzata nella _Dame aux camélias_ da Alessandro Dumas

figlio.

Carlo Porta, borghese, non toccò quella borghesia nuova. Rivolse il

suo dardo contro la vecchia aristocrazia, gonfia dei propri titoli

nobiliari, albagiosa, che il Parini aveva già deriso, con insuperabile

finezza, nel _Giorno_.

Ne _La preghiera_ e ne _La nomina del cappellan_, del Porta, siamo

al cospetto di due vecchie dame della superstite aristocrazia

spagnuolo-lombarda, superbissima del proprio inclito sangue, e la cui

razza, nella tormenta giacobina, andò travolta, non distrutta; chè

anzi, poi, ottenne dall'Austria l'imperiale riconoscimento de' suoi

vantati diritti.

Ne _La preghiera_ udiamo le sdegnose recriminazioni di donna Fabia

Fabron de Fabrian contro i nuovi tempi diabolici. Un ex-francescano,

uno dei tanti licenziati dal Bonaparte quando (come dice il Porta

stesso in un sonetto caudato) diede _ona sopressada ai fratarij_,

invitato a pranzo da donna Fabia, l'ascolta, mentre in cucina

cuoce il riso. Ella gli parla concitata e irata in quel linguaggio

italo-milanese, assai buffo, che si usava dalle dame dell'antico

stampo; le quali volevano accrescere col linguaggio pretenzioso il

sussiego di prammatica.

Il racconto di donna Fabia, piena di dignità nello sdegno, si svolge

intorno a un capitombolo fatto da lei, sulla strada, mentre, scendendo

di carrozza, voleva evitare l'urto d'un prete sporco e bisunto, che le

passava accanto in quel momento. I monelli, il popolino si mettono a

ridere alla caduta spettacolosa, a motteggiare.... Ma ella è gran dama,

non risponde; è devota, ed entra in chiesa, dove innalza al suo «caro e

buon Gesù» una _preghiera_, per raccomandare alla divina clemenza gli

«eccessi», le «colpe», i «delitti» di quei «delinquenti» rallegrati

dalla sua disgrazia; pensando che

l'offendesser

Senza conoscer cosa si facesser,

e sperando che la propria rassegnazione possa «condurli al ben».

In quella preghiera, donna Fabia rappresenta e sostiene il diritto

divino; crede che le nobili gerarchie terrestri, alle quali ella

appartiene per nascita, siano simbolo delle gerarchie che «fan corona»

a Gesù in cielo. Crede che il disgraziato, il quale non nasce nobile,

sia fango....

Giuseppe Ferrari, nel suo studio sulla poesia popolare in Italia,

pubblicato nella _Revue des Deux Mondes_ del 1839-40 (e il Rovani gli

fa eco nelle _Tre arti_, a proposito del Porta), nota che donna Fabia

è la donna Quinzia del Maggi, arguto, sereno commediografo milanese

del Seicento, così superiore al suo secolo. È la dama italo-spagnuola

tipica.

Ma se il tipo comico nell'essenza è lo stesso, ben più espressiva,

più incisiva è l'arte con cui è rappresentato dal Porta: sopra tutto

è diverso l'«ambiente». È questo che fa spiccare al vivo il tipo di

donna Fabia. Dal contrasto, dall'urto fra l'albagia aristocratica

rappresentata, affermata da donna Fabia, e le beffe irriverenti del

popolino, che l'accolgono, sfavilla il comico. È la lotta fra il

vecchiume e il nuovo. È l'irritazione di chi si vede strappato il

terreno, creduto legittimo, sacrosanto, sotto i piedi. E a donna

Fabia è tolto ormai quasi tutto, poichè le è tolto il rispetto degli

inferiori. Non le resta che di sfogarsi, prima del pranzo, mentre cuoce

il riso, con un ex-francescano, il quale considerando le tante rovine

del giorno vede, al pari di lei, «prossima assai la fin del mondo». Non

le resta che sapere di non essere, per grazia speciale del suo «caro

e buon Gesù», nata plebea, «un verme vile, un mostro». E le resta il

cielo.

A donna Quinzia del Maggi non vien meno il rispetto degl'inferiori;

a donna Fabia i monelli della strada hanno il coraggio di fischiarle

il beffardo _va-via-veh_! È la democrazia che irrompe e beffa

l'aristocrazia che cade.

Ma donna Fabia Fabron de Fabrian (anche il cognome è spagnolescamente

rimbombante) non è cristiana e non è gran dama per nulla. Vuol

perdonare agli offensori; vuol essere generosa con essi. Uscita

di chiesa, domanda ella stessa a loro medesimi quanti sono

quegl'insolenti, in luogo di farli chiedere dal proprio domestico

Anselmo:

Siamo _vent'un_, responden, Eccellenza!

E donna Fabia:

Caspita! molti, replicò.... Vent'un?

Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!

Occorre dire che il quattrino era l'infima fra le piccole monete di

rame? Anche qui un buffo contrasto: fra la boria e la spilorceria.

_La nomina del cappellan_ non è meno significante della _Preghiera_

nel senso sociale; è persino più comica, ha più elementi comici, è più

mossa, più viva.

Ci porta nell'interno di quei palazzi nobileschi all'antica, la cui

dispotica padrona, una vetusta dama, la marchesa Travasa,

Vuna di primm damazz de Lombardia,

concentra le sue tenerezze su una brutta bestia, una cagna _inviziada_.

Ci par di vederla, la vecchia marchesa Travasa, in gran cuffione alla

Pompadour _cont i fioritt_, decorata di due baffi sporchi di tabacco.

Ella s'avanza pomposa nella sala, dove stanno raccolti numerosi

pretonzoli aspiranti alla cappellania della sua casa e siede con la

cagna maltese accanto, la Lilla,

Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;

la Lilla, che, dopo di lei, in cà Travasa, è «la bestia di maggior

riguardo». Tutti devono rispettare la Lilla: guai a farla guaire, guai

a beffeggiarla; e guai a darle del _tu_. La Lilla è parente della

«vergine cuccia» del Parini. Ma, mentre questa toglie il pane a un

servo, che si è permesso di tirarle un calcio, la «cagna maltesa»

della marchesa Travasa procura pane, companatico e cappellania a un

orribile don Ventura. E perchè? Costui, nel clamoroso ricevimento di

preti, fatto in cà Travasa per la nomina appunto del cappellano in

sostituzione del defunto don Glicerio, _prè de cà_, si è messo in dosso

tre, quattro fette di salame gramo; e la Lilla, attirata dall'odore

di quel _salamm de basletta_, comincia ad arrampicarsi sulle gambe

istecchite di don Ventura e a raspargli i già logori calzetti; quindi è

ben chiaro, agli occhi della padrona, che quelli sono segni infallibili

di simpatia, di predilezione: sono una proposta di nomina in piena

regola, che deve essere accolta. E così don Ventura diventa cappellano

di cà Travasa.

Si ride per la _Nomina del cappellan_, satira lanciata contro il

vecchio nobilume grottesco; si ride per il comico di quel ricevimento

pretino, in cà Travasa, di tutti quei famelici, luridi concorrenti alla

vacante cappellania resi con pochi tocchi di grande caricaturista;

con quel maggiordomo «dolz come on ôrs» che, accogliendo i reverendi

e istruendoli sui loro doveri in cà Travasa, usa con loro gli stessi

modi sprezzanti, lo stesso linguaggio altezzoso della padrona. Ma quel

comico sarebbe stato ancor più vivo, se il Porta si fosse ricordato

d'uno dei principali doveri che incombevano al cappellano nei palazzi

dei nobili: quello di pettinare ogni mattina il cagnolino, la cagna,

appunto le _Lille_.

Il Porta, per bocca dell'iracondo maggiordomo della marchesa, da lui

chiamato l'_ambassador del temporal_, snocciola gli altri doveri del

cappellano: portar biglietti, qualche fagotto e pacco; correre dal

sarto, dalla modista, dal parrucchiere; condurre la Lilla a spasso;

scrivere qualche conto, qualche lettera al fattore; sopra tutto, saper

giocare al tarocco. E messa breve, si badi!...

On quardoretta, vint minut al pù.

Ma non una parola, neppur una di carità cristiana verso i poverelli,

verso i vecchi mendicanti, che si trascinavano alle soglie dei palazzi,

per implorare dalla pietà dei servi pasciuti qualche rilievo del loro

desinare o della mensa dei padroni. Della religione non si parla.

Nulla! Non occorre.... s'intende.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 15 / 46 题