_Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle
vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora il _Ballo
del Papa_. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI.
— Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno!
— Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori
e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla
storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello
fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della
libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove
si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla
Scala._
Ma il teatro che assurgeva al grado di teatro ufficiale, per tutti gli
avvenimenti politici, era il teatro «alla Scala», eretto dopo che il
Regio Ducale Teatro andò distrutto da un incendio, divampato appena
finito il veglione del sabato grasso del 1776, all'alba. Il teatro
alla Scala fu rapidamente costruito, a spese dei ricchi proprietari
dei palchi di quel teatro incendiato. Sul disegno dell'architetto
Piermarini, sorse sull'area della chiesa soppressa di Santa Maria
alla Scala, e venne inaugurato la sera del 3 agosto 1778 con l'opera
seria in due atti _L'Europa riconosciuta_, musica di Antonio Salieri,
di Legnano, allora alla moda, autore d'una cinquantina di opere, oggi
tutte dimenticate. Vi si aggiunse un balletto: _Paffio e Mirra, ossia I
prigionieri di Cipro_; perchè allora cominciava nei cartelloni teatrali
l'andazzo degli «ossia», durata sino ai nostri giorni.
Le «strepitose vittorie» (così i manifesti ufficiali) riportate da
Napoleone venivano celebrate appunto là, alla Scala, aprendola a
quanti volevano godersi _gratis_ «illuminazioni a giorno», fremebonde
tragedie repubblicane (l'Alfieri era sempre il preferito), opere,
balli sul palcoscenico, e sbrigliatissime feste di balli popolari in
platea. Si accennò in queste pagine al vituperoso _Ballo del Papa_.
Fu rappresentato la sera del 25 febbraio 1797, in odio e disprezzo
del vecchio pontefice Pio VI. Il vero titolo dell'azione coreografica
era _Il generale Colli a Roma_; ma il popolo lo chiamò con quel nome,
ch'è rimasto. Un ignobilissimo maestro di ballo, il Lefévre, per
obbedire all'invito dei nuovi padroni, impasticciò un'azione d'intrighi
politici e amorosi. Si videro in scena il cardinale segretario Busca,
il senatore Rezzonico, generale delle truppe papali, il Generale dei
padri domenicani, le principesse Santa Croce e Braschi, nipoti entrambe
del papa, e il papa stesso, il canuto Pio VI, che ballò sconciamente
col berretto frigio in capo, dopo aver buttato in aria il triregno, fra
gli applausi deliranti dei demagoghi. Sì, così si volle raffigurare
quell'infelice pontefice, già malato, che doveva morire, prigioniero
del Direttorio francese, a Valenza nel Delfinato. L'azione coreografica
rappresentava il popolo sollevato contro il generale Colli; e
cardinali, teologhi, preti, monache, frati, guardie, dame romane e
meretrici ballavano, alla fine, tutti insieme col papa.
La principessa Braschi sveniva fra le braccia del Generale dei
domenicani; il generale Colli, mandato dall'Austria, per essere il
campione del papa, ne baciava la pantofola; il ballerino, in costume
d'eunuco, saltava come il turacciolo d'una bottiglia di vino spiritoso;
in platea un declamatore, mentre parlava di Costantino il Grande,
vincitore del tiranno Massenzio, fu colpito in fronte da un nocciolo
al grido: _Abbasso Costantino_! Il libretto del ballo fu immaginato
e scritto dal «cittadino» Salfi dietro suggerimento del prevosto
Lattuada, prete indegno. La musica era del maestro Pontelibero,
giacobino rabbioso come la sua musica.
Il delicatissimo capolavoro si ammannì per undici sere di seguito.
Sfarzosi i costumi; d'effetto gli scenari d'una sala del Concistoro,
dell'appartamento della principessa Braschi, della piazza San Pietro,
dipinti da un Landriani, che non si vergognò di prostituire l'arte a
quelle sconcezze. Analogo si mostrò il contegno dei demagoghi, ululanti
di tripudio.
Quella fu la sera più turpemente memorabile. Altra nefanda serata segnò
il 21 gennaio 1799, nella quale si volle celebrare l'anniversario
del supplizio di Luigi XVI. Si eseguì una «cantata» scritta apposta
da Vincenzo Monti, che oltraggiava la memoria di quello sventurato,
chiamandolo «vile e spergiuro Capeto». E dire che lo stesso Monti,
nella _Bassvilliana_, l'aveva glorificato come vittima sacra! La
musica era d'un maestro Minoja, un altro miserabile di quel tempo, nel
quale le deboli coscienze venivano rovesciate dai mutevoli avvenimenti
come rachitici comignoli dai turbini. Di vivissimo entusiasmo fu
accesa al teatro alla Scala la sera del 15 giugno 1800, quando un
ufficiale francese annunciò agli spettatori la vittoria di Marengo,
avvenuta il giorno prima. Un immenso applauso, un grido frenetico
accolsero l'annuncio improvviso. E i maestri? Quelli le cui opere si
rappresentavano in quel periodo formavano bella corona: il Cimarosa, il
Paisiello, lo Zingarelli, il Fioravanti, il Mayr, il Salieri.... Opere
quasi tutte buffe, allora, poichè, in teatro, bastavano le tragedie
repubblicane a ricordare che a questo mondo ci furono anche dei mostri
incoronati che fecero piangere.
S'era nel tempo dei cantanti evirati; e, fra i primissimi, Luigi
Marchesi, detto anche Marchesini, del quale la satira disse:
Quel cappon colla vôs de canarin,
Che a ogni trill el ciappava en marenghin.
Un altro evirato ammiratissimo era Gerolamo Crescentini, nato a
Urbania, villaggio presso Urbino, morto ottantenne nel 1846. Nell'aria
_Ombra adorata_, nell'opera _Romeo e Giulietta_ dello Zingarelli,
metteva brividi di commozione. Ma le più vive simpatie dei milanesi
andavano al Marchesi, perchè nato all'ombra del Duomo. Quand'egli morì,
a Inzago, più che settuagenario, nel 1829, fu pianto da tutta Milano
per la sua grande, generosa bontà. Egli fondò a Milano, con le sue
elargizioni, il Pio Istituto filarmonico e soccorse quello tipografico.
Non ostante che, fanciullo, fosse stato vittima, al pari d'altri
infelici, del ferro barbarico, esecrato dal Parini nell'ode altamente
umana e fremente _La Musica_, il Marchesi aveva sentimenti non solo
pietosi verso i miseri, ma virili, coraggiosi, verso i prepotenti.
Al burbanzoso generale francese Mioillis, che una sera pretendeva di
costringerlo a cantare, il Marchesi rispose: «Ella può farmi piangere,
ma non farmi cantare». Conobbe Ugo Foscolo questa risposta? Se l'avesse
conosciuta non avrebbe alluso a lui, col noto ma velato disprezzo e
sdegno nei _Sepolcri_, là dove biasima la città di Milano «d'evirati
cantori allettatrice».
Ma il Foscolo alludeva, forse, anche al Crescentini. Costui, veramente,
più che da Milano fu «allettato» da Napoleone, il quale, caso unico
allora, lo decorò della Croce di Ferro, attirandosi biasimi e ironie.
Un giorno, la cantante Grassini, maligna quanto avvenente e quanto
celestiale nel canto, dopo d'aver ascoltata l'indignazione di chi non
approvava quell'onorificenza messa sul petto d'un evirato, non avendo
il Crescentini, infine (diceva colui), nessun merito, esclamò: _Et sa
blessure, donc?
_La Grassini! Passò nella storia sopratutto perchè fu una delle amanti
di Napoleone. Il pittore Bossi, in un suo diario erotico, lasciò
scritto: «Esco adesso dalle stanze della Grassini divina. Chi me lo
avesse detto! Ed ora sono cognato di Sua Maestà!»
Di recente, alcuni ricercatori si arrovellarono per istabilire la
data precisa del primo incontro amoroso fra il celebre guerriero e la
celebre cantante. Nella partita volle entrare persino un avvocato, a
corto, sembra, di cause più nobili.
«Qui, su questo petto, Napoleone posò la sua testa!»
Così diceva la Grassini, per vanto. E aggiungeva volentieri che,
nell'amplesso, il gran Côrso sveniva. Egli, infatti, pativa d'«aura
epilettica» come Giulio Cesare. Conobbe la Grassini a Milano, nei
giorni de' suoi trionfi militari, e ne ottenne le intime grazie,
destando gelosie nella moglie Giuseppina Beauharnais, la quale si
lagnava delle infedeltà del grande marito perchè non poteva soffocare
la sua natura — ci racconta madamigella Avrillion, che le stava sempre
vicina.[30]
Lineamenti decisi, sopracciglia imperiose nere, neri gli occhi
balenanti, nero il volume della chioma opulenta avea la Grassini, e
magnifica, statuaria, la figura, nata pei trionfi della scena e....
d'un talamo imperiale. La chiamavano «la decima Musa», ed ella credeva
di esserla.
Giuseppina Grassini era nata a Varese l'8 aprile 1773, non da «poveri
contadini» come si legge nelle biografie. Suo padre, che procreò la
bellezza di diciotto figliuoli, era un ragioniere di conventi; fu
anche impiegato governativo a Milano. La madre aveva passione per la
musica, e suonava ad orecchio. E Giuseppina cantava come un usignolo
innamorato. Il vaiuolo, così diffuso a quel tempo, devastò il viso di
tutta quanta la famiglia Grassini, ma risparmiò il volto di Giuseppina.
Il conte generale Alberico Barbiano di Belgioioso di Milano fu il
suo primo protettore, che la fece perfezionare nell'arte canora.
Si vuole ravvisare in quel patrizio l'eroe del _Giorno_ del Parini;
ma è un abbaglio. «La vita di quel sontuoso cavaliere non fu tanto
disperatamente frivola, quanto la pretende una tradizione digiuna
di sana critica.»[31] Il conte Alberico Barbiano di Belgioioso
era generale degli eserciti imperiali, capo della Casa militare
dell'arciduca Ferdinando d'Austria, uno dei decurioni della città,
presidente dell'Accademia di belle arti. «Non fu vero che trascorresse
la vita in ignobili passatempi.»[32]
Giuseppina Grassini si _rivelò_ alla Scala.
Nel 1796, ella vi sostenne la dolce parte di Giulietta nell'opera del
Zingarelli, _Giulietta e Romeo_; e tutti l'ammirarono. Il conte Carlo
Leoni, il pittoresco epigrafista padovano, la dice, nel suo _Teatro
nuovo di Padova_, soffusa di «voluttuoso e magnetico languore», e
riferisce il particolare dello svenimento napoleonico.
Nel vedere nel Museo teatrale della Scala una miniatura della Grassini,
opera del Quaglia (molto rara, ma pagata salatissima), si pensa alle
vicende di quella vita fortunosa e fortunata, che ebbe per intermezzo
un'avventura di briganti. Ella stessa raccontava che, in Francia, era
stata presa dai masnadieri, i quali la condussero in un antro ch'ella
fece echeggiare della sua voce deliziosa, immergendo i suoi tiranni
nell'estasi.
L'aggressione dei briganti è storica. Avvenne sulla strada presso
Rouvres (Dijon). La Grassini fu malmenata e derubata, ma poi fu
trattata con riguardo. Perciò quando vecchia riandava i suoi ricordi,
ella non diceva male di quei malandrini: tutt'altro! Li chiamava: _Ces
chères assassins_!... È pure storico che certo Durandeau affrontò i
briganti; ne uccise due e ne arrestò un terzo. Napoleone fregiò il
bravo Durandeau della croce della Legion d'onore, ma la Grassini non si
mostrò molto grata a Napoleone. Quando poteva tradirlo era felice. Ella
non lo amò. Amò il violinista Rode, di Bordeaux, quel Rode per il quale
il Beethoven creò una ben nota romanza.
Napoleone nominò la Grassini cantante di camera, con 51,000 lire di
stipendio all'anno, e la coprì di alti favori, di doni, con quella
munificenza liberale e spettacolosa ch'era uno degli elementi della sua
arte sovrana, insuperabile, d'imperare.
Furibondo di gelosia bestiale per lei si mostrò il principe Augusto
duca di Sussex, figlio di re Giorgio d'Inghilterra, avendo fra i
cospicui rivali il marchese di Caltanissetta, figlio del principe
di Paternò. Il critico musicale della _Revue des Deux Mondes_, il
veneziano Scudo, raccontò un bel giorno del 1852, nella sua celebre
rivista, che il principe britannico, in un accesso di geloso furore,
attentò persino alla vita di lei. Una sera d'estate, il principe e la
sirena incantatrice si cullavano in una barca, sulle onde del golfo di
Napoli, al chiaro di luna. Ella cantava.... D'un tratto, il principe
Augusto la fece afferrare e prendere di peso da due barcaiuoli e
gittar nel mare. «Quel demonio di donna (disse poi il principe al buffo
napoletano Lablache) sapeva nuotare, e il giorno dopo mi fece pagare
ben caro il bagno involontario!» Con qual prezzo? Non sappiamo. Quel
«demonio» con la voce di angelo era capace di tutto.
Voce, veramente, di contralto e di soprano insieme. E vero «demonio»
nella rivalità con la Billington, che partecipò, ella così pia,
alla scellerata cantata del Monti nell'anniversario del supplizio di
Luigi XVI alla Scala. La Billington rapiva per la bellezza e per la
voce. Lo Scudo narra che la Grassini, «scattando come un leone còlto
di sorpresa», assalisse la rivale con certi colpi di voce da farla
sgomentare. Era donna maschia, nonostante il «magnetico languore» del
volto. E, nonostante i mille corteggiatori, la viragine inclinava
ad acri amori speciali.... A Venezia, quand'ella vi cantò nelle
opere _Issipile_ del Farinelli, _Giulietta e Romeo_ del Zingarelli
e _Telemaco_ del Mayr, volavano di bocca in bocca salaci aneddoti su
quegli amori.
Giuseppina Grassini visse sino i settantasette anni. A Milano potè
assistere alla lotta popolare delle Cinque giornate contro gli
Austriaci. Guardando dalla finestra della sua dimora, a San Babila,
vide una grossa barricata improvvisata laggiù sulla via; barricata
costrutta con tutto ciò che gl'insorti potevano trovare a portata
di mano in quei frangenti. E, fra tavole e botti e persino stie, la
Grassini scorse una grande carrozza: era la sua, quella che l'aveva
condotta di trionfo in trionfo attraverso l'Europa.
Morì la sera del 3 gennaio 1850, a Milano, in quella casa Arese dove
teneva spesso conversazione parlando un linguaggio curiosissimo: un
miscuglio d'italiano, di francese e di lombardo. Veniva corretta, di
tanto in tanto, da Carlo, suo fratello. Costui, a soli sedici anni,
seguì, come semplice tamburino, Napoleone nella campagna di Russia,
e fu dei pochissimi che ritornarono da quelle stragi. Si pose poi a
comporre novelle e romanzi, che Dio glieli perdoni!, e una grammatica
francese, sulla quale molti di noi abbiamo studiato ragazzi.
Il ritratto in miniatura della Grassini, che ora si ammira nel Museo
teatrale della Scala a Milano, dipinto dal Quaglia, ella lo lasciò
in legato ai «suoi distinti amici Pacchierotti». A suo marito Cesare
Ragani (poichè, e pochi lo sapevano, aveva persino un marito!...) la
Grassini lasciò il capitale corrispondente a 4000 franchi di rendita
all'anno. Sì, a quel marito «residente (ella così dichiarava nel
testamento) da tanti anni in Francia, a Vincennes».
Nel Museo potrebbero figurare le due liste superstiti d'un ampio
mantello rosso fiammeggiante, ricamato d'oro, regalato da Napoleone
alla sublime, che ne andava superba mostrandolo a' suoi visitatori,
alle sue favorite come una bandiera di vittoria.
Quando la Grassini moriva, naufragava alla Scala _Cellini a Parigi_,
opera semiseria di Lauro Rossi, un giovane ch'ella voleva proteggere.
Fu sepolta a Milano, nel cimitero di San Gregorio, oggi distrutto. E le
sue ossa, che portarono in giro per il mondo una delle più affascinanti
vite italiane, andarono disperse.
Carlo Porta, elegantemente abbigliato alla moda, frequentava anche il
teatro alla Scala, dove s'incontrava con gli amici romantici dei quali
doveva essere il caustico paladino vernacolo. Nel palco del marchese
de Breme, gran signore, che appunto in quel palco accolse lord Byron
quando, nel 1816, il bellissimo bardo, tutto bollore carbonaro, venne
a Milano,[33] anche il Porta aveva accesso. Là il poeta del _Bongee_
vedeva lo Stendhal, il suo più fervido ammiratore straniero.
Lo Stendhal ricorda che l'atrio della Scala era il quartier generale
dei fatti del giorno: ivi si fabbricava l'opinione pubblica sulle
signore, ivi si attribuiva per amico a ciascuno d'esse l'uomo che dava
loro il braccio per salire nel loro palchetto:
«C'est surtout les jours de première représentation que cette démarche
est décisive. Une femme est déshonorée quand on la soupçonne d'avoir un
ami qu'elle ne peut pas engager à lui donner le bras à huit heures et
demi, lorsqu'elle monte dans sa loge.»[34]
Ma degli amici delle signore d'allora, dei «patiti», come si diceva,
parleremo più innanzi.