La Lilla regina è

Quattada giò (_coperta_) cont on sciall nœuv de Franza.

E qui notisi come la marchesa, tenacissima nelle antiche usanze per sè

stessa, si piega alla novità di Francia solo per amore della Lilla.

La sorella di donna Fabia meglio si manifesta nella marchesa Travasa,

quando costei s'inalbera e tempesta all'improvvido atto d'impazienza

d'un malaccorto don Malachia, uno degli aspiranti al posto di

cappellano, mentre la brutta bestia ringhiosa gli abbaia, strozzandogli

in gola un bel complimento preparato per la illustrissima.... Don

Malachia fa per misurare una pedata irreverente all'importuna. La

marchesa si alza inviperita; ma, nel sedersi di bel nuovo sul sofà,

schiaccia la Lilla che strilla; e allora i pretucoli a ridere e la

marchesa a investirli nel linguaggio italo-milanese stesso di donna

Fabia così:

Avria suppost ch'essendo sacerdott

Avesser on poo più d'educazion,

O che i modi, al pu pesg, le fosser nott

De trattar con i damm de condizion:

M'accorgo invece in questa circonstanza

Che non han garbo, modi, nè creanza.

Però, da che l'Altissim el ci ha post

In questo grado, e siamo ciò che siamm,

Certississimament l'è dover nost

Di farci rispettar come dobbiamm:

Saria mancar a noi, poi al Signor,

Passarci sopra, e specialment con lor.

Si veda come la boria feudale arrivi nella Travasa al punto da posporre

Iddio a sè stessa. Questo è uno dei tratti più fini del Porta, che ne

abbonda in tutta la sua produzione poetica, pur in mezzo a espressioni

grossolane, che ne scemano il pregio squisito; espressioni portavoce

del volgo. Da queste il grande poeta non seppe liberarsi; ma non

erano forse allora adoperate pur nei discorsi della così detta _buona

società_, la quale, anche nelle consuetudini della vita intima, era

tutt'altro che raffinata?

Ma anche la Lilla vanta un confratello in un epigramma del Porta

stesso: _Epitaffi per on can d'ona sciora Marchesa_:

Chì ghè on can, che l'è mort negaa in la grassa

A furia de paccià di bon boccon:

Poveritt, che passee, tegnivv de bon,

Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.

Versi terribili d'anticipato socialismo che vogliono dire: «Qui giace

un cane, che morì affogato nella pinguedine, a furia di papparsi

saporiti bocconi. Poverelli, che passate, consolatevi: che di questa

malattia non morirete» (_Andà su l'assa_ era frase del popolino, per

«morire», dall'uso di porre i cadaveri dei poveri, morti all'ospedale,

sopra un tavolato, prima di portarli alla fossa).

La _Nomina del cappellan_ circolò manoscritta pei crocchi che se ne

deliziarono; e nelle copie si leggeva _Marchesa Paola Cambiasa_, in

luogo di Paola Travasa. Il casato Cambiasi esisteva, e il mutamento in

Travasa, quando si trattò di pubblicare per le stampe l'incomparabile

lavoro, fu senza dubbio suggerito da convenienze, cui il poeta si

piegava.

La _Nomina del cappellan_ pare di un solo getto. Invece, fu composta

a più riprese. Carlo Porta scriveva all'amico Grossi: «Mi domandi

se tiro avanti la faccenda del Cappellano della marchesa Cambiasi.

No, ti rispondo, non so più nulla. Sono ricaduto nel mio proposito

di abbandonare affatto la poesia, dacchè ella, per esperienza, non

mi ha mai fruttato mezza oncia di bene, e poi, e poi.... a dirtela

in confidenza, mi vado sempre più accorgendo che quel poco calore di

cervello che mi aiutava a' tempi passati, al giorno d'oggi è affatto,

affatto svanito. Ogni cosa deve essere alla propria stagione....».

Lady Morgan, la celebre viaggiatrice e scrittrice, cara al nostro

Risorgimento ch'ella ci augurò mentre detestava di gran cuore il

dominio austriaco, quando venne a Milano al principio del secolo

passato, toccò anche dei costumi milanesi nell'acclamatissimo suo libro

_Italy_, così improntato a spiriti sereni e liberali; e in esso accenna

alla popolarità che la _Nomina del cappellan_ godeva a' suoi dì.

Con qualche inesattezza ne tocca pure lo Stendhal nel _Rome, Naples et

Florence_; chiama quella caustica poesia sociale «un charmant poeme

milanais de Carlin Porta» (e _Carlin_ veniva infatti chiamato da

tutti), e ne cita i primi versi.

Lo s'immagina il tripudio delle novelle dee borghesi nel veder tanto

ridicolo gettato sulle dame dagli impolverati blasoni; le quali

non si degnavano neppur di guardarle, e faceano deviare la propria

carrozza, se si trovavano per caso vicine alle loro prive di uno stemma

nobiliare?

Una casa patrizia si manteneva, sopra tutto, superbamente rigida

alle formali tradizioni blasoniche, non ostante le urlanti raffiche

giacobine che passavano sui suoi maestosi finestroni. Era la casa

ducale dei Litta, grandi di Spagna.

Il popolo ne parlava come d'una reggia sfolgorante d'oro; e, infatti,

le molte ricchezze di casa Litta superavano tutte le altre allora.

Lady Morgan riferiva nell'_Italy_ un aneddoto appunto di casa Litta,

che dimostra fino a quale eccesso i fumi aristocratici oscuravano la

ragione e la creanza. Un ricco negoziante milanese (regnava ancora

Maria Teresa) aveva ottenuto un titolo nobiliare; e il primo suo

desiderio fu quello d'essere ammesso in casa Litta, per ricevere la

consacrazione della sua nobiltà; e, siccome era stato presentato

alla Corte e all'imperatrice stessa a Vienna (Maria Teresa non fu

mai a Milano) potè alla fine appagare il suo assillante desiderio.

Fu ricevuto, ma quando entrò nelle superbe sale, tutti i patrizi in

massa gli voltarono le spalle. Una persona della famiglia imperiale

rimproverò la duchessa Litta della sua insolenza aristocratica verso

un uomo, che aveva avuto l'onore di baciare la mano all'imperatrice,

e la duchessa replicò: «Tutti possono andare a Corte; ma, per essere

ricevuti in casa Litta, bisogna essere muniti dell'albero genealogico».

Quel pover'uomo aveva quattrini, aveva anche uno stemma, ma non

aveva alberi, neppure un cespuglio: non gli restò che accontentarsi

dell'onore d'aver salite, per una volta tanto, le scale di casa Litta e

vedersi accolto da tutta una fila di nobili schiene.

Questo aneddoto fa capire donna Fabia e la marchesa Travasa del Porta,

più del ricordo e del confronto di donna Quinzia del Maggi; la quale

era tutta vanti: vantava le proprie grandigie, le proprie carrozze nere

e quelle dorate, tutt'i vantaggi e privilegi, nella gustosa commedia _I

consigli di Meneghino_.[36]

Il sangue nobile non doveva imbrattarsi col sangue plebeo, in matrimoni

di convenienza; guai! Eppure, anche al tempo del Porta una donna

Quinzia, costretta da forza maggiore, come dicono i giuristi, poteva

sospirare in questi versi caratteristici che non hanno bisogno di

traduzione pei non lombardi:

Don Lell! che la sorte

Sia tanto inviperida

Contro la nostra casa,

Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess,

S'abbia da intorbidar con altra sfera,

L'è dura!... Ma, giacchè col fier destino

Contrastar non si può

Convien, stringend i occ, mandarla giò![37]

E questi versi del Maggi, nei quali donna Quinzia s'apre col figlio

don Lelio, e che segnano la decadenza della stirpe patrizia, pur fra

i collari inamidati e le borie, fanno ricordar bene donna Fabia e la

marchesa Travasa.

Tuttavia, nel delirio demagogico, si vide un nobile, Gaetano Porro,

bandire una crociata contro gli stemmi. Ministro di polizia, si tenne

a fianco un Caccianini per distruggere i blasoni e gli stemmi patrizii

sin nelle antiche tombe nelle chiese. Si vedevano scamiciati col

martello in pugno penetrare nelle chiese, nei cimiteri, e distruggere a

martellate tutte le insegne araldiche, e il Porro li eccitava: dissero

persino che una volta li guidasse lui. Il cieco fanatismo del Porro

restò in questo editto: «Gli antichi titoli e stemmi, di qualunque

genere siano ed in qualunque modo esposti al pubblico, debbono essere

distrutti senza risparmio, senza eccezione, senza misericordia. Purgate

il territorio d'un veleno che merita i più pronti rimedii e la più

efficace resistenza per sollevare il pubblico da sì crudeli e antiche

scioperataggini.»[38]

Un altro Porro, l'illustre Pietro, disse invece: tolgo lo stemma, resta

il nome.

Il Casino dei nobili dovette ribattezzarsi in «Società filarmonica» se

volle vivere. In una festa di ballo sontuosa, il Massena v'intervenne

con la propria amante a braccio, la _cittadina_ Frapolli, ch'egli aveva

conosciuta a Genova. Con lei andava dappertutto. E nessuno ci trovava

da ridire, nè da ridere.[39]

«A Milano i costumi sono più che facili: ogni signora ha il suo

_patito_ dichiarato. Costui è una specie di secondo marito, ma non ha

alcuna responsabilità di paternità», registra madamigella d'Avrillon,

nelle sue Mémoires.[40] E continua: «Les _patito_ sont des complaisans,

que les maris en titre souffrent sans s'en plaindre, et que souvent ils

choisissent eux-mêmes».

Non si poteva andare più in là con la accondiscendenza e bontà dei

mariti; i quali, alla loro volta, diventavano i _patiti_ d'altre

signore, forse strette congiunte della moglie.

Le signore uscivano poco di casa, e andavano sempre in carrozza;

solo la povera gente andava a piedi. Più tardi, il fastosissimo conte

Archinto si vantava di non aver mai toccato il suolo della sua Milano.

E quali eleganze nei palazzi! L'esterno alquanto semplice dei palazzi

eretti nel Settecento, non faceva indovinare il lusso e il buon gusto

signorile dell'interno, delizia della vita. Lady Morgan trovava in casa

Visconti le squisitezze di Parigi.

Nell'Ottocento, i palazzi e le ville assunsero anche all'esterno

un decoro architettonico, che s'accordava col grandioso impulso

impresso da Napoleone in Milano, quando la volle capitale del Regno

d'Italia, come vedremo seguendo le poesie di Carlo Porta. Il ticinese

Luigi Canonica, al quale si deve il monumentale «Arco della pace»

fu l'architetto di quell'epoca, che prese il nome dall'impero. Il

pittore Andrea Appiani ne fu il decoratore. Se ne servì la Repubblica

cisalpina, se ne servì il Regno d'Italia e una serie di ricchi

proprietarii che vollero il cielo delle loro sale dipinto da colui che

fu chiamato «il pittor delle _Grazie_».

Una casa era guardata con misteriosa paura dal popolino: quella, nel

_vicolo Pusterla_, dove si raccoglievano i Franco-Muratori. Apparteneva

all'evirato soprano Marchesi. Ma erano tanto franchi quei muratori,

che non gli pagavano l'affitto. Nel 1800 una Commissione di polizia,

durante la reazione, la invase; ma inutilmente. I capi erano fuggiti, e

le carte scomparse.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 16 / 46 题