Più tardi, scrivendo allo stesso, si mostra rappacificata. Gli parla
di alcuni indumenti, e nel chiudere la lettera — proprio come sogliono
certe povere donne innamorate, le quali si struggono d'impazienza per
conoscere ciò che loro preme e si sforzano, nello stesso tempo di non
lasciarlo scorgere, chiedendolo, talchè lo celano quasi, lo soffocano
fra parole di pura convenzione, magari in un poscritto, alla sfuggita
— la povera abbandonata chiede notizie del suo «Carlino». Non poteva
dimenticarlo!
Carlo Porta non frenava, nelle questioni d'amore, certi impeti.
S'indispettiva alle finzioni; non sapeva fingere, benchè talora, come
abbiamo visto, se lo proponesse ingenuamente.
Piuttosto di sottomettersi al capriccio femminile, frangeva con
violenza i legami e per sempre. Volea regnare solo e padrone assoluto
ne' cuori; non tollerava amori in partita doppia. Nella Biblioteca
Ambrosiana, in un volume manoscritto, sta un suo sonetto italiano,
inedito, a una donna, cui dice: «O amate me solo, signora; o addio». E
un'altra delle sue aperte confessioni è diretta a Giuseppina N..., la
stessa del sonetto a una _Sura Peppina_:
Amo chi m'ama, e chi non m'ama io sprezzo;
Nè pretendo che alcun m'ami per forza.
.......................................
La fedeltade nell'amore apprezzo,
Anzi con questa più il mio amor s'afforza;
Non tollero rivali, e i lacci io spezzo
Con chi più amanti di tener si sforza.
Ecco come esprimevasi quest'uomo, che la rompe risoluto colle amanti
e si studia di mostrarsene indifferente. Eppure si lascia dominare
da strane gelosie. Paolo Mantegazza, in un articolo sul nervosismo
degli uomini grandi, pubblicato in un numero del _Fanfulla della
domenica_ del 1880, dopo aver toccato del temperamento del Porta,
uomo «appassionato, convulsivo, pieno di nervosismi», racconta questo
curioso aneddoto: «So dalle labbra della mia mamma un aneddoto del
poeta, che per via femminile è anche un po' mio parente. Una notte egli
si sveglia ad un tratto tormentato dalla gelosia per una donna adorata,
e che villeggiava in Brianza. Di certo egli è tradito, di certo in
quella notte istessa la donna del suo cuore dorme con un rivale. Balza
dal letto, corre alla porta; domanda con lauta promessa di danaro
i due migliori cavalli delle scuderie pubbliche e via di volo per
Brianza. Era d'autunno inoltrato.... I cavalli volano e il postiglione
interpreta fedelmente la furia del Porta. Si arriva alla villa fra le
tenebre, e il poeta, lasciata la vettura a piccola distanza, a piedi,
come ladro notturno, prende d'assalto muri e cancelli, appoggia una
scala al balcone del primo piano; risveglia i dormienti mette a rumore
cani, servi e ogni cosa. Poi si nasconde non so dove, spaventato
egli stesso per lo spavento di tutti e forse vergognoso della sua
pazza impresa. Riesce però a trovarsi colla donna amata che dorme il
sonno dell'innocenza.... Il resto della scena mi è ignoto, ma sarà
tutto finito, come se non si fosse trattato di uomini di genio o di
nevrosici.»
Dopo l'avventura amorosa con la patrizia veneziana, nulla sappiamo di
quella poveretta, che trovava nel suo cuore ferito accenti di dignità
e di sdegno. Carlo Porta era ancora un ragazzo, non ostante il suo
ingegno naturale e certa penetrazione; era ancora un inesperto, un
egoista, soprattutto. Non comprendeva il male che aveva fatto con
l'accondiscendere a una passione, che sin dalle prime si capiva doveva
finire presto e male. Mai le donne amino uomini più giovani di loro:
non ne ricaveranno che lagrime. Paolo Heyse, il novelliere tedesco
che amò tanto l'Italia, ha una novella su questo soggetto. La sua
protagonista, una signora matura innamorata, scopre il tradimento del
proprio adorato: lo sorprende mentre egli contempla amoroso, estatico,
una giovane bella, di casa, che giace seminuda, addormentata. Ella, nel
vedere la scena, ne riceve tal colpo, che cade ammalata; e poi, guarita
alla meglio, esclama: Come fui sciocca!
Qui dobbiamo un po' considerare la vita di Carlo Porta quale pubblico
impiegato: vita un po' agitata a motivo dei rapidi mutamenti politici:
vera fantasmagoria, lanterna magica tumultuosa.
In una domanda autografa indirizzata, negli anni maturi, a' superiori
d'ufficio e che si conserva nell'Archivio di Milano, il Porta compila
il proprio «stato di servizio» come impiegato pubblico. Trasferito da
Venezia a Milano nel 1799, egli venne conservato nel medesimo impiego
presso la «Intendenza generale delle finanze della Lombardia». Il suo
stipendio limitavasi ad annue milleseicentotrentasette lire milanesi,
e bastavano alla sua vita, considerato come allora, non ostante i
balzelli, tutto costava poco in confronto di adesso, dal vino squisito
col quale si brindava a' nuovi padroni, alle camere dove si dormivano
sonni interrotti da risse di nottambuli e da canzonacce straniere. Ma,
ben presto, impiego e stipendio gli sono tolti. Difatto, non era egli
impiegato per decreto del Governo austriaco? L'arruffata Repubblica
cisalpina crollò al ritorno vittorioso dell'esercito austriaco
fiancheggiato dai russi condotti dal feroce Suvaroff; una reazione
austro-russa imperversante per tredici mesi desolò la Lombardia fino al
14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo, vinta gloriosamente
da Napoleone che ritornò padrone di Milano e rialzò la Repubblica
cisalpina; e Carlo Porta non avea egli forse continuato nell'impiego di
nomina austriaca durante quella reazione? Ciò formava un'imperdonabile
colpa agli occhi di que' signori della ripristinata Repubblica, ignari
che il Porta avesse maledetto i ladroni che, guidati dal Suvaroff,
s'erano rovesciati sull'infelice Lombardia. L'arcivescovo Filippo
Visconti, patrizio milanese, deturpando la propria canizie venerabile,
incensava il Suvaroff: e il Porta ne scattava di sdegno:
Con la mitria e 'l puvïaa
L'è andaa in Domm, el l'ha incensaa;
Dandegh finna la soa dritta
A on eretegh moscovitta!...
Ciò non valse a salvarlo. Un decreto di reciso licenziamento
dall'impiego, firmato _Soldini_, diceva: «il cittadino Carlo Porta è
ringraziato».
Ma il Porta non s'abbandona all'ozio. Diviene per tredici mesi «capo
di corrispondenze» presso quel Gaetano Borella fornitore generale
delle «sussistenze militari» nella Repubblica cisalpina, impiego cui
già aveva aspirato. Più tardi, nel 1804, è riammesso nell'impiego
primitivo, quale sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del
Debito pubblico.
Egli fu impiegato diligentissimo; nè mai s'accapigliò co' superiori.
Una volta, uno di costoro gli negò un favore; egli scagliò contro di
lui un paio di sonetti, ma ne tenne il nome segreto.
Durante l'orario d'ufficio, quale cassiere (come poi divenne al Monte
Napoleone), non conversava coi colleghi: se ne stava taciturno; ma
la facezia usciva talvolta brillante dal suo labbro. Un aneddoto: chi
riscoteva le pensioni doveva presentare, come adesso, l'attestato di
vita. Un pensionato non si poteva capacitare di tale formalità:
— Ma lei non mi vede che son vivo? — dice al Porta.
— Sì, — risponde il poeta, aprendo un cassetto; — ma non basta: venga
qui dentro, che la presenterò ai miei superiori. —
Salì poi al posto di cassiere; e, come succede ai burocratici nati, ci
teneva quasi al pari d'un regno.