ANDRIANA DIEDO-CORNER».

Più tardi, scrivendo allo stesso, si mostra rappacificata. Gli parla

di alcuni indumenti, e nel chiudere la lettera — proprio come sogliono

certe povere donne innamorate, le quali si struggono d'impazienza per

conoscere ciò che loro preme e si sforzano, nello stesso tempo di non

lasciarlo scorgere, chiedendolo, talchè lo celano quasi, lo soffocano

fra parole di pura convenzione, magari in un poscritto, alla sfuggita

— la povera abbandonata chiede notizie del suo «Carlino». Non poteva

dimenticarlo!

Carlo Porta non frenava, nelle questioni d'amore, certi impeti.

S'indispettiva alle finzioni; non sapeva fingere, benchè talora, come

abbiamo visto, se lo proponesse ingenuamente.

Piuttosto di sottomettersi al capriccio femminile, frangeva con

violenza i legami e per sempre. Volea regnare solo e padrone assoluto

ne' cuori; non tollerava amori in partita doppia. Nella Biblioteca

Ambrosiana, in un volume manoscritto, sta un suo sonetto italiano,

inedito, a una donna, cui dice: «O amate me solo, signora; o addio». E

un'altra delle sue aperte confessioni è diretta a Giuseppina N..., la

stessa del sonetto a una _Sura Peppina_:

Amo chi m'ama, e chi non m'ama io sprezzo;

Nè pretendo che alcun m'ami per forza.

.......................................

La fedeltade nell'amore apprezzo,

Anzi con questa più il mio amor s'afforza;

Non tollero rivali, e i lacci io spezzo

Con chi più amanti di tener si sforza.

Ecco come esprimevasi quest'uomo, che la rompe risoluto colle amanti

e si studia di mostrarsene indifferente. Eppure si lascia dominare

da strane gelosie. Paolo Mantegazza, in un articolo sul nervosismo

degli uomini grandi, pubblicato in un numero del _Fanfulla della

domenica_ del 1880, dopo aver toccato del temperamento del Porta,

uomo «appassionato, convulsivo, pieno di nervosismi», racconta questo

curioso aneddoto: «So dalle labbra della mia mamma un aneddoto del

poeta, che per via femminile è anche un po' mio parente. Una notte egli

si sveglia ad un tratto tormentato dalla gelosia per una donna adorata,

e che villeggiava in Brianza. Di certo egli è tradito, di certo in

quella notte istessa la donna del suo cuore dorme con un rivale. Balza

dal letto, corre alla porta; domanda con lauta promessa di danaro

i due migliori cavalli delle scuderie pubbliche e via di volo per

Brianza. Era d'autunno inoltrato.... I cavalli volano e il postiglione

interpreta fedelmente la furia del Porta. Si arriva alla villa fra le

tenebre, e il poeta, lasciata la vettura a piccola distanza, a piedi,

come ladro notturno, prende d'assalto muri e cancelli, appoggia una

scala al balcone del primo piano; risveglia i dormienti mette a rumore

cani, servi e ogni cosa. Poi si nasconde non so dove, spaventato

egli stesso per lo spavento di tutti e forse vergognoso della sua

pazza impresa. Riesce però a trovarsi colla donna amata che dorme il

sonno dell'innocenza.... Il resto della scena mi è ignoto, ma sarà

tutto finito, come se non si fosse trattato di uomini di genio o di

nevrosici.»

Dopo l'avventura amorosa con la patrizia veneziana, nulla sappiamo di

quella poveretta, che trovava nel suo cuore ferito accenti di dignità

e di sdegno. Carlo Porta era ancora un ragazzo, non ostante il suo

ingegno naturale e certa penetrazione; era ancora un inesperto, un

egoista, soprattutto. Non comprendeva il male che aveva fatto con

l'accondiscendere a una passione, che sin dalle prime si capiva doveva

finire presto e male. Mai le donne amino uomini più giovani di loro:

non ne ricaveranno che lagrime. Paolo Heyse, il novelliere tedesco

che amò tanto l'Italia, ha una novella su questo soggetto. La sua

protagonista, una signora matura innamorata, scopre il tradimento del

proprio adorato: lo sorprende mentre egli contempla amoroso, estatico,

una giovane bella, di casa, che giace seminuda, addormentata. Ella, nel

vedere la scena, ne riceve tal colpo, che cade ammalata; e poi, guarita

alla meglio, esclama: Come fui sciocca!

Qui dobbiamo un po' considerare la vita di Carlo Porta quale pubblico

impiegato: vita un po' agitata a motivo dei rapidi mutamenti politici:

vera fantasmagoria, lanterna magica tumultuosa.

In una domanda autografa indirizzata, negli anni maturi, a' superiori

d'ufficio e che si conserva nell'Archivio di Milano, il Porta compila

il proprio «stato di servizio» come impiegato pubblico. Trasferito da

Venezia a Milano nel 1799, egli venne conservato nel medesimo impiego

presso la «Intendenza generale delle finanze della Lombardia». Il suo

stipendio limitavasi ad annue milleseicentotrentasette lire milanesi,

e bastavano alla sua vita, considerato come allora, non ostante i

balzelli, tutto costava poco in confronto di adesso, dal vino squisito

col quale si brindava a' nuovi padroni, alle camere dove si dormivano

sonni interrotti da risse di nottambuli e da canzonacce straniere. Ma,

ben presto, impiego e stipendio gli sono tolti. Difatto, non era egli

impiegato per decreto del Governo austriaco? L'arruffata Repubblica

cisalpina crollò al ritorno vittorioso dell'esercito austriaco

fiancheggiato dai russi condotti dal feroce Suvaroff; una reazione

austro-russa imperversante per tredici mesi desolò la Lombardia fino al

14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo, vinta gloriosamente

da Napoleone che ritornò padrone di Milano e rialzò la Repubblica

cisalpina; e Carlo Porta non avea egli forse continuato nell'impiego di

nomina austriaca durante quella reazione? Ciò formava un'imperdonabile

colpa agli occhi di que' signori della ripristinata Repubblica, ignari

che il Porta avesse maledetto i ladroni che, guidati dal Suvaroff,

s'erano rovesciati sull'infelice Lombardia. L'arcivescovo Filippo

Visconti, patrizio milanese, deturpando la propria canizie venerabile,

incensava il Suvaroff: e il Porta ne scattava di sdegno:

Con la mitria e 'l puvïaa

L'è andaa in Domm, el l'ha incensaa;

Dandegh finna la soa dritta

A on eretegh moscovitta!...

Ciò non valse a salvarlo. Un decreto di reciso licenziamento

dall'impiego, firmato _Soldini_, diceva: «il cittadino Carlo Porta è

ringraziato».

Ma il Porta non s'abbandona all'ozio. Diviene per tredici mesi «capo

di corrispondenze» presso quel Gaetano Borella fornitore generale

delle «sussistenze militari» nella Repubblica cisalpina, impiego cui

già aveva aspirato. Più tardi, nel 1804, è riammesso nell'impiego

primitivo, quale sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del

Debito pubblico.

Egli fu impiegato diligentissimo; nè mai s'accapigliò co' superiori.

Una volta, uno di costoro gli negò un favore; egli scagliò contro di

lui un paio di sonetti, ma ne tenne il nome segreto.

Durante l'orario d'ufficio, quale cassiere (come poi divenne al Monte

Napoleone), non conversava coi colleghi: se ne stava taciturno; ma

la facezia usciva talvolta brillante dal suo labbro. Un aneddoto: chi

riscoteva le pensioni doveva presentare, come adesso, l'attestato di

vita. Un pensionato non si poteva capacitare di tale formalità:

— Ma lei non mi vede che son vivo? — dice al Porta.

— Sì, — risponde il poeta, aprendo un cassetto; — ma non basta: venga

qui dentro, che la presenterò ai miei superiori. —

Salì poi al posto di cassiere; e, come succede ai burocratici nati, ci

teneva quasi al pari d'un regno.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 11 / 46 题