_Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue
spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della Repubblica. —
Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con l'intervento della
Polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti dialettali veneziani. —
Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una coraggiosa satira civile
del Buratti. — Degenerati e degenerate. — Carlo Porta è muto
agl'incanti di Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori
d'una patrizia veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. —
Come amava Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di
pubblico impiegato. — Un aneddoto._
Al padre di Carlo Porta doleva che questi consumasse i giorni
nell'ozio, e lo consigliò d'andare a Venezia, a quell'archivio delle
finanze, come impiegato.
Era il 1798 quando Carlo lasciava un'altra volta la famiglia per la
città delle lagune dove, giovane e brioso com'era, liete accoglienze
non gli potevano mancare, nè brigate allegre, nè passatempi. Eppure vi
andò di malavoglia, e vi trasse giorni angustiati. Le lettere che manda
da Venezia alla famiglia sono quasi tutte lamentevoli. Uno Zuccoli
assumeva colla Repubblica cisalpina, a nome di certo Gaetano Borella,
un contratto, impiantando a Milano una vasta amministrazione; e Carlo
Porta desidera ottenervi un posto migliore di quello in cui il padre lo
ha collocato a Venezia. È sempre corto a quattrini; e arriva a scrivere
al fratello Gaspare: «Mando al Monte di Pietà il mio tabarro e mi
lusingo che avrò da vivere così un'altra settimana».
La Serenissima Repubblica era caduta: al folle lusso di tante
spensierate famiglie era successa la miseria: eppure il brio, _el
morbin_, degli abitanti non era scomparso. Da una lettera, conservata
alla Quiriniana,[18] veggo la triste pittura che della decaduta Venezia
il poeta della _Tunisiade_ e delle _Perle dell'Antico Testamento_, il
patriarca Pyrker invia all'imperatore Francesco I. In quell'arsenale
glorioso, che ferì un giorno la fantasia di Dante, l'anno stesso
dell'ignominiosa caduta della Repubblica (1797), erano tremila e
trecento gli operai: e in breve ne restarono soli settecento. I
gondolieri presso le famiglie patrizie, in quello stesso anno, erano
millesettecentonovantasette, e in breve ne rimasero dugento e novanta.
La poveraglia tendeva le palme ai passanti. Eppure le sagre erano
ancora numerose, allegre, colle bandiere svolazzanti dai mille colori,
co' fieri ritratti di barcaiuoli vincitori nelle regate, con cembali
e trombe squillanti, e scampanìo festoso. Si proibivano i giuochi
d'azzardo, ma si apriva il teatro La Fenice alle voluttuose veglie
carnevalesche. Le belle figliuole di Canaregio non portavano più
attorno al collo roseo le fini collane d'oro, i manini, ma, sbattendo
sdrucite pianelle, salivano i ponti di pietra con lo stesso sorriso,
col medesimo regale incesso di ieri. Nei luminosi vesperi estivi, sulla
laguna smagliante, si banchettava, si cantava nelle barche adorne di
frasche e di pendule lanterne colorate.
Carlo Porta, in quel carnevale, si trovava nella necessità di
partecipare alle baraonde giulive e sciupava in una sola sera lo
stipendio d'un mese. Voleva mostrarsi generoso con amici e anche con
gente sconosciuta cui pagava all'osteria pranzi e cene: voleva darsi
l'aria d'un signore: confessava al fratello Gaspare che delle tante
lettere raccomandatizie delle quali era fornito non volea servirsi, per
non sembrare pitocco. Divenne persino capo d'una società di capi ameni,
detta della _Ganassa_, perchè avea lo scopo di mettere in moto continuo
le _ganasce_, a mense lautamente imbandite.
La polizia, sospettosa, come tutte le polizie che si rispettano, s'era
fitta in capo che quei buontemponi si raccogliessero a congiurare
contro lo Stato. E un giorno entrò d'improvviso nella sala del cenacolo
della _ganassa_, e la perquisì per ogni buco. Restava da esaminare
l'interno d'un antico armadio; ma era chiuso con doppia chiave. Ciò
accrebbe i sospetti.
— Aprite! — intimò al domestico il capo della pattuglia.
— _No gavemo le ciave, sior_! — gli rispose il servo.
— Non avete le chiavi? Cercatele! —
Alcuni momenti dopo, ecco si presenta Carlo Porta. Cammina lento, con
aria misteriosa. Adagio adagio apre l'armadio entro cui si sospettavano
celati armi ed armati come nel cavallo di Troia; ed: — Esamini pure
l'eccelsa polizia — dice con voce ferma — esamini pure ogni pezzo,
diligentemente. —
Era una collezione di gusci d'ostrica, e un ammasso di ossa di pollo,
tutti avanzi delle mense, ivi raccolti, come in museo. Scoppiò una
risata; la Società della _Ganassa_ festeggiò l'evento con un altro
simposio; e, forse il giorno dopo, Carlo Porta scriveva al fratello
quel biglietto rattristante: «Vessato intanto dalla fame e dalla
paura di fare una trista comparsa col padrone della mia casa per
l'impossibilità di corrispondergli l'altra pigione di fitto....»
Tommaso Grossi, il più intimo e caro amico di Carlo Porta, ci dice
in alcuni cenni biografici che il Porta a Venezia, avendo conosciuto
alcuni poeti dialettali veneziani, «per la prima volta sentissi
bollire fortemente in seno il desiderio di far versi». E noi dobbiamo
credergli. Ma dobbiamo anche ricordare che, prima ancora di ricevere
quelle impressioni determinatrici del suo genio, Carlo Porta aveva
verseggiato a Monza e a Milano; sappiamo che, a vent'anni, aveva
cominciato a tradurre in milanese l'ode del Parini _A Silvia_.
Il Porta aveva conosciuti a Venezia gli almanacchi che Antonio Lamberti
andava pubblicando, ingemmandoli delle sue vernacole _Stagioni
campestri e cittadinesche_, pitture vivide e fedeli dei costumi
veneziani, nelle quali si sente (chi lo crederebbe?) un anticipato
lamento socialista. E, tornato a Milano, Carlo Porta volle pubblicarne
qualcuno anche lui, in milanese.
Allora spirava vento propizio agli almanacchi. Ne uscivano a stormi,
in vernacolo e in lingua, coi titoli più stravaganti, e il pubblico li
comperava perchè conditi di satira. Un almanacco censura le mode di
allora, le vesti muliebri così aderenti alle cosce che un professore
d'anatomia potrebbe rilevare ogni muscolo, quasi ogni fibra; biasima le
nudità dei seni: ride delle scarpe «piccole come un sospiro». Al teatro
alla Scala, le dame calano le cortine misteriose de' loro palchetti
colla scusa di ripararsi dal freddo?... È un almanacco a ricamarvi
su storie maligne. L'_Almanacco degli almanacchi_ li passa tutti in
rassegna. Nella Biblioteca Ambrosiana n'è raccolto un cumulo; ma vi si
trovano forse i due almanacchi che il Porta scrisse in milanese? Non
esistono nemmeno nella libreria lasciata dal poeta; e nelle numerose
sue carte, non ve n'è traccia. Tutte le ricerche mosse per averli
nelle mani riuscirono vane. O rondinelle smarrite, come vi chiamavano
almeno? Forse: _Il Meneghino critico_? Era, è vero, un almanacco in
versi milanesi, ma lo scarabocchiava un Sommaruga, scempiato e stentato
verseggiatore, che volea farla da moralista. _El Lavapiatt de Meneghin
ch'è mort_ era anch'esso del bel numero uno; ma reca la data del
1792, e il Porta non scriveva così male in milanese. _La Gran Torr de
Babilonia_? Oppure _El Verzee de Milan_? Nemmeno. O _Il borgo degli
Ortolani_? Quest'è del '94; e non è del Porta. _L'ombra del Balestrieri
in cerca de la veritaa_, ch'è del 1800? _El servitor de la bon'anema
del pover poeta Balestrieri_, del 1804? _El Caffè de la Reson_, del
1805? Oppure _Meneghin Peccenna_?
Rimane assodato che i primi tentativi del Porta nel patrio dialetto
furono due almanacchi. «Ma (narra il Grossi) essendo stato fieramente
e scurrilmente satirizzato in un altro almanacco scritto pure in
dialetto, e credo da un parrucchiere — almanacco il quale, quantunque
privo affatto d'ogni merito, godeva però a quei tempi qualche favore
a motivo dello sfacciato e plateale ardimento con cui era scritto —
il Porta s'indispettì talmente che depose il pensiero d'esser poeta,
e stette molti anni fermo nel proponimento che aveva fatto di non
prender mai più la penna per scrivere un verso; ed ecco come le goffe
e petulanti contumelie d'un ciarlatano pervengano qualche volta a
soffocare il genio e a stornarlo dalla sua via.»
Più tardi nell'ardore della battaglia a favore del Romanticismo, un
almanacco d'un classicista dottor Paganini, lo attaccava, ma di ciò a
suo luogo.
Nei brillanti bagordi di Venezia d'allora, al _Caffè Florian_, covo
d'implacabili eleganti maldicenti, o alla trattoria del _Salvàdego_,
a San Marco (vi pendeva per insegna un pelosissimo selvaggio dipinto),
Carlo Porta avrà incontrato il maggiore dei poeti veneti dialettali, il
terribile satirico Pietro Buratti, anch'egli giovane allora, elegante
nella veste, mordace nella parola; tanto mordace che pose in satira
persino il proprio padre, commerciante ricchissimo, il quale, irritato,
lo diseredò, privandolo d'una rendita annua di tremila e più ducati e
d'un palazzo a Bologna.
Carlo Porta deve avere conosciuto a Venezia un altro poeta, Camillo
Nalin, ch'era impiegato computista in un ufficio governativo. E vi
conobbe, forse, il patrizio democratico Iacopo Vincenzo Foscarini, che
si firmava _el barcariol_. Il Nalin sereno, scherzoso; il Foscarini
ardente d'affetto per la sua Venezia. E il Porta si sarà incontrato
nell'autore della famosissima _Biondina in gondoleta_ che, musicata dal
maestro Mayr, si cantava al chiaro di luna sotto il ponte di Rialto,
lungo il Canal grande e nelle sale più aristocratiche delle capitali
d'Europa, tanto piacque quella maliziosa, voluttuosa cantilena, scritta
per la briosa corrottissima Marina Querini-Benzon; laddove Antonio
Lamberti compose poesie, se non più graziose, ben più rilevanti di
quella barcarola, che lo rese celebre.
Pietro Buratti, come poi Carlo Porta, compose poesie oscene; ma egli si
servì dell'oscenità per frustare vizi ridicoli, brutture morali. Egli
le recitava in una allegra società detta _Corte busonica_, nella quale
sedette, per qualche tempo acclamatissimo, Gioachino Rossini, vero
re dei buontemponi giocondi. La _Corte busonica_ era sorella maggiore
della portiana _Società della ganassa_; banchetti, e celie sboccate,
e risa, e scherzi pepati la rallegravano. Le studiate, raffinate
corruzioni, i sapienti e complicati piaceri, le aberrazioni, proprie
di questo nostro tempo avido di sensazioni artificiali e perverse,
non solo non erano compiute da quei gaudenti del giorno per giorno e
dell'occasione grossolana e chiassosa; ma il Buratti, che non avea peli
sulla lingua, lanciava le sue impetuose satire atroci contro coloro che
imbestialivansi in immonde aberrazioni. Le sue strofe contro una ebrea
pervertita, contro una cantante degna di lei, contro rammolliti patrizi
degenerati, giravano pei caffè, suscitavano risate, scandali; e intanto
i rei erano inchiodati alla gogna.[19]
Quelle poesie devono essere piaciute, per affinità di gusti, a Carlo
Porta, come piacevano al Rossini, come andavano a sangue allo Stendhal
che loda il Buratti nel volume _Rome, Naples et Florence_.
Ma Pietro Buratti ebbe momenti grandiosi. Spiegò un civile e non immune
coraggio, come poeta satirico, che Carlo Porta, prudente, non ebbe mai;
e in un'ode per la morte d'un suo bambino, tentò nell'angoscia paterna
di scrutare il perchè degli strazi inflitti da un destino crudele a
poveri bambini infermi e morenti: ardita filosofia, alla quale non
arrivò mai Carlo Porta; che tuttavia superava il Buratti nella vivezza
dei profili comici, nell'espressione del linguaggio pittoresco,
nell'arte, soprattutto: arte, che nel poeta milanese sembra la stessa
natura che parla, che agisce.
Il 3 novembre 1813, le lagune erano bloccate dagli Austriaci e
dagl'Inglesi alleati, che prendevano la rivincita su Napoleone, contro
il quale ormai tutta la Germania allora si sollevava. Il principe
Eugenio Beauharnais era respinto dagli Austriaci vittoriosi sino alle
rive dell'Adige. E, intanto, a Venezia, il generale Serras, successogli
al governo, imponeva, con un tratto di penna, ai cittadini un prestito
di due milioni, da pagarsi entro ventiquattro ore. I commerci, già
consunti, precipitavano a rovina, famiglie già agiate erano ridotte a
elemosinare all'ombra, sui ponti; miseria, fame, sete; mancava l'acqua
nei pozzi; il tifo mieteva le vittime a centinaia. Discordie tra il
prefetto di Venezia, barone Francesco Galvagna, col Serras, baruffe
da piazza; per cui le condizioni della città diventavano, se pur era
possibile, più penose. E Pietro Buratti, buon veneziano, ne fremeva.
A un pranzo, dato dal prefetto Galvagna, egli lesse e recitò una sua
ode fulminea contro gli stranieri invasori e ladri, contro la feccia
democratica francese e contro gl'inganni di Napoleone. Il Buratti si
buscò tre mesi d'arresto per quella satira, che rimane la più possente,
la più alta nella letteratura civile dei dialetti d'Italia.
E quel poeta civile e filosofico, e satirico implacabile, componeva
anche canzonette veneziane, piccoli capolavori di malizia sorridente
e di grazia; e riempiva quaderni e quaderni di versi fluenti, sgorgati
da un estro ridanciano inesauribile, saettando contro questo e contro
quello. Il suo crudo poemetto L'omo ha parti mirabili.
Tale il poeta maggiore che il Porta deve avere conosciuto a Venezia
e che, a quanto pare, gli servì d'esempio, come vedremo nei confronti
parziali; eppure nè di lui, nè d'altri poeti veneti nessuna traccia,
nessun ricordo resta nelle carte del poeta milanese.
Nel carteggio colla famiglia, nemmeno una parola sulle singolarità,
sulla magìa di Venezia. Neppur una! E nessun cenno altrove. Come mai
un giovane poeta poteva rimanere insensibile a tanta bellezza? Egli si
abbandonava alla gastronomica società della «ganassa» e mostra di non
accorgersi degl'incanti dell'arte e della natura che lo avvolgeva? Sono
eclissi estetiche, che, nei temperamenti portati alla satira, possono
avvenire. Ma il peggio è che il giovanotto mostra di non accorgersi
delle splendide formosità e delle caratteristiche grazie femminili di
Venezia!
Carlo Porta, giovane, libero, non ebbe per amante a Venezia una giovane
bella; ma una donna matura.
Il Grossi dopo aver detto che l'amico suo fece a Venezia «la conoscenza
di alcuni coltivatori di quel dialetto, ed ebbe occasione frequente
di ascoltare poesie vernacole», soggiunge: «Ivi fu che per la prima
volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi: ne
scrisse di fatto alcuni in veneziano sopra argomenti festevoli, ma non
furono da lui conservati; egli solea dire che non valevano la pena di
esserlo».
Nei manoscritti di lui non trovo, infatti, traccia di poesie veneziane.
Nemmeno nella raccolta del Cicogna, conservata al Museo Correr di
Venezia, dove quel diligentissimo radunava tutto ciò che di notevole
gli cadeva sotto gli occhi, ho trovato ombra di ricordi portiani.
Venezia non conserva memoria del soggiorno ivi tenuto dal Porta.
Le ricerche, per sapere dove abitasse il poeta lombardo riuscirono
vane. Il registro d'anagrafe non poteva, in quel tempo, che essere
irregolarissimo per i continui mutamenti di governo, per il tumultuario
irrompere e scomparire di gente nuova. D'altra parte, il poeta
milanese, allora giovane oscuro, non attirava la speciale attenzione
de' concittadini del Goldoni.
O povera Andriana Diedo-Corner! Che amore fu il tuo per il bel
giovanotto milanese fiorente nella freschezza de' suoi giovani anni!
Egli aveva aspetto simpatico: i capelli nerissimi, ricciuti, e gli
occhi neri, vivi, sormontati da sopracciglia lunghe e vellutate, e
denti come perle. Al modo dell'Alfieri, del Foscolo e del Manzoni
(il quale, a diciotto anni, per dirla di volo, s'innamorava egli pure
d'una signora veneziana), il Porta cominciò in un sonetto a ritrarre
sè stesso: è un frammento nel quale egli si dipinge qual era, nè troppo
breve di statura, nè tanto sottile, di tinta pallida e delicata:
Sont on omm nè tropp nan, nè tropp gugella,[20]
Sto per dì più ben faa, che nò malfaa,
Sont magher, senza vess ona sardella,[21]
Sont palid de color, e delicaa.
Ghoo la faccia bislonga e gho i zij negher,[22]
E ghoo negher i cavij, la barba negra,
Negher i œugg anca lor....[23]
La Diedo, vedova d'un patrizio Corner, apparteneva ad una delle
undici nobili famiglie Corner che, al cadere della Repubblica,
erano disseminate in diverse parrocchie di Venezia. Abitava a San
Paterniano, presso la casa che fu poi del glorioso dittatore Daniele
Manin nel 1848. Non ricchissima, viveva peraltro con agiatezza. Non
era più giovane, ma si lasciava corteggiare, e i cavalieri non le
mancavano. Dell'insigne cultura della sua contemporanea Cecilia Corner
non possedeva briciolo: aveva in compenso cuore capace di buoni e
durevoli sentimenti. Ella amava il bel Porta con quella tenace e pur
troppo spesso funesta passione con cui le donne mature, appassionate,
s'avvincono come edere ai giovani.
Ignorasi quale soprannome gli oziosi maldicenti del _Caffè Florian_ le
appioppassero. Un codice della Marciana[24] reca i soprannomi inflitti
a parecchie dame d'allora. Una Romilde Bon era chiamata addirittura «la
fiera di Sinigaglia». Una Fontana Vendramin era detta «lo scheletro
di santa Maria Maddalena». E una Teresa Corner-Duodo «le affumicate
immagini de' suoi maggiori», e via via. La Diedo-Corner è risparmiata.
Questa buona dama veneziana incontrò il Porta in casa dell'amico conte
G. Pozzi, marito d'una contessa Secchi. Al Pozzi cui si doveva, a
Venezia, l'impianto degli uffici delle finanze, fu raccomandato Carlo
Porta, e non invano, poichè questi non tardò a ottenere impiego in
quegli uffici e a frequentare la casa del protettore.
Fu il Pozzi stesso che si affrettò a presentare il simpatico giovane
milanese alla Corner; la quale lo invitò a visitarla, e lo avvolse ben
presto nella sua fiamma amorosa.
Ma questa passione, mentre deliziava i due amanti, irritò al sommo il
povero conte, il quale accampava diritti nel cuore della Corner, e non
soffriva rivali. Ecco ciò che Carlo Porta confidava al fratello Gaspare
in una lettera:
«Pozzi si è avveduto della mia amicizia colla nota dama, ad onta di
tutti i riguardi usati per celargliela; ed è diventato una vera bestia.
Buono per me ch'egli non fu lusingato d'altro dalla medesima che d'una
pura amicizia, e che siamo perciò in grado di riderci delle di lui
insolentissime stravaganze. Egli mi ha scritto una lettera impertinente
con cui, rinfacciandomi le obbligazioni che avevo verso di lui, mi
tacciava d'ineducato sovvertitore della di lui amicizia e m'imponeva di
guardarmi d'ora innanzi dal porre più piede nella di lui casa. L'eguale
intimazione l'ebbe pure la mia compagna; e noi siamo entrambi decaduti
dalla sua grazia per il delitto d'averlo tollerato con mille riguardi
e sacrifizi durante il tempo ch'egli si studiava d'inspirare amore
all'una, col tentare di scacciarne l'altro, che godeva sopra di lui una
simpatica preminenza ed una anteriore amicizia. Martedì vi compiegherò
un plico di lettere dal medesimo dirette alla dama, e viceversa; dal
quale rileverete a chiare note quale animo cattivo egli copra col velo
d'una insinuante bonomia. Io gli ho risposto per le rime.»
Il Pozzi, pover'uomo, avrà capito che compariva ridicolo colle sue
furie da Otello arrivato in ritardo. Deluso, non gli restava che
mostrare indifferenza. Ma andò più in là: si mostrò pentito delle
feroci gelosie, e continuò a invitare a pranzo la Corner e il proprio
rivale, a farli padroni della sua casa e della sua tavola. Non poteva
mostrarsi più celestiale.
Per il Porta, ogni nube non era dissipata. Egli ebbe la debolezza di
confidare i propri amori a un falso amico, a certo F. Busto, il quale
lo rese ridicolo nelle brigate: peggio ancora, arrivò al punto di
calunniarlo, forse per invidia. Sentiamo lo stesso poeta in un'altra
lettera espansiva a Gaspare; lettera che rivela quanto era ingenuo e
poco corretto allora.... anche nello scrivere l'italiano:
«Carissimo fratello,
Tutti li guai col C. P. (conte Pozzi) sono ottimamente terminati. La
sua condotta presente è quella dell'uomo ravveduto, e per conseguenza
la più consolante tanto per me quanto per la nota dama. Noi siamo
entrambi padroni della sua casa, della sua tavola: ci visita spesso
con la più grande cordialità ed amicizia, ed io vi scriverei forse da
casa sua, se un preventivo impegno non mi avesse fatte rifiutare oggi
le di lui grazie. Credevo insomma il tutto a buon porto, quando invece
mi trovo in faccia a tutto il paese un nemico più feroce nel F. B.
(Busto). Una sincera confessione dell'avvenuto fra me e la dama, che
la mia soverchia delicatezza ha voluto fargli, e che era stata da lui
accolta con una superiorità ed indifferenza estrema, m'aveva lusingato
che non avrei incontrato più alcun ostacolo ne' miei amori, ma mi sono
ingannato: invece che all'uomo di mondo io ho fatte le mie confidenze
al primo minchione, ed alla prima bestia che si possa conoscere. Sono
tre giorni ch'egli parla di me, e della dama in una maniera che non
si parlerebbe di una prostituta a prezzo, e del più vile ruffiano
di questo mondo, ed ha l'impudenza di fare con chiunque li capita un
trionfo del di lui ineducato e mal onesto procedere. Tutte le accuse
che mi fa sono un impasto di menzogne, di contraddizioni e frivolezze.
Fortuna mia che quanto è superiore ad ogni eccezione in paese la dama,
altrettanto è desso conosciuto e distinto in stravaganza di cervello
e di operato; per il resto, guardimi il Cielo, io sarei l'uomo più
infame del mondo, se si badasse alle sue dicerìe. Che volete dippiù?
Protesta e giura che mai più mi vedrà di buon occhio, e che mai mi
sarà amico se campassi cent'anni: diffatti, mi fugge da per tutto, mi
guarda con occhio fiero, e mi fa accorgere che al finire dell'attuale
locazione di questa nostra casa, si determinerà a viver solo. Che il
Cielo lo faccia! Io vi giuro che non mi sento reo di nessun delitto
verso il medesimo, fuorchè di aver avvicinata una dama che merita
tutti i riguardi per tutti i rapporti, e da esso vilmente e fuor di
ragione maltrattata. Se questo è il titolo della nostra dissensione,
io ne sono tranquillissimo, perchè assai vantaggiosamente compensato
dalla amicizia della medesima. Io allora farò più a lungo con essa
la mia vita, e più da vicino, postochè nella di lei casa ho aperta da
un momento all'altro la mia. Questa è tutta la dolorosa istoria mia,
e della dama: esaminatela a fondo; datemi voi quei pareri di cui non
è capace in questo momento la mia testa riscaldata; e vi assicuro
che ne approfitterò con l'istesso trasporto col quale bramo ognora
giustificarmi presso di voi nelle mie vicende.»
La passione, come si vede, accecava il giovanotto; lo traviava, senza
ch'egli in quella calda febbre se n'accorgesse neppure. La Corner lo
invita nella vicina Padova in un'altra sua casa; ed egli vi accorre,
mentre pensa a rompere ogni laccio e a tornarsene a Milano. A Gaspare,
il quale era già entrato in corrispondenza colla Corner avendola
conosciuta in una gita fatta a Venezia, scrive premuroso:
«Favorito dalla dama Corner, mi trovo con essa in Padova da due
giorni.... La dama vi contraccambia i più cordiali saluti. Se le
scrivete, non ditele per carità ch'io bramo di ripatriare!»
A Venezia non celebravasi festa alla quale egli non accompagnasse
l'amica sua. Nella sera dell'8 febbraio 1799, le sale della Società
degli Orfei risonavano di musiche e di canti: qualche giorno dopo,
baldorie a Santa Maria Mater Domini per festeggiare la nomina del
vecchio cavalier Pesaro, commissario straordinario dell'imperatore
austriaco; il re dei coreografi e ballerini, Salvatore Viganò,
deliziava al teatro della Fenice tutti quanti.... Per codesti spassi,
occorrevano quattrini, e il Porta, al verde, si trovava costretto a
ripetere la solita malinconica cantilena:
«Caro Gasparino, nello scorso mese io ho provato la miseria più grande,
e se non avessi fatta la faccia franca coll'approfittare degli amici,
io sarei stato al duro caso di mangiare pane e acqua. Oggi ho scosso
il mio salario, ridotto già alla metà dai debiti pagati e da qualche
effetto disimpegnato. Insomma, credetemi che, anche colla più esatta
economia non mi è assolutamente possibile di vivere col solo mio
soldo.»
E più tardi, collo slancio esclamativo d'un futuro _bohème_ del Murger:
«Oh beati dodici zecchini! con quanta impazienza gli aspetto».
Ma i denari non venivano, la guerra degli Austro-Russi contro i
Francesi (ne parleremo presto) impediva le comunicazioni fra Milano e
Venezia. Le lettere erano violate, i corrieri saccheggiati.
Nel 31 luglio, dopo un lugubre cannoneggiamento che sentivasi in più
parti della vicina terraferma, il giulivo suono delle campane di tutte
le chiese di Venezia annunciava che Mantova «il baluardo d'Italia (così
esprimevasi il servile _Nuovo Postiglione_, giornale di allora) aveva
ormai ceduto all'immortale Kray». E, in quella sera, illuminazione del
teatro a S. Luca; dappertutto luminarie, dappertutto musiche e cene. Al
canto del _Te Deum_, sotto le cupole d'oro di San Marco, assistevano
per ringraziare il Dio degli eserciti austriaci gli ufficiali
dell'ex-esercito veneto! E a tali feste Carlo Porta partecipava colla
Corner a braccetto. «Sabato (scriveva al fratello) vi scriverò per
rapporto a B. Oggi, la festa pubblica per la resa di Mantova non mi
permette estendermi di più, dovendo accompagnare la nota dama a godere
della comune esultanza.»
Avvicinavasi il giorno che Carlo avea fissato di abbandonare Venezia
per Milano, dove lo richiamavano il desiderio di vita più agiata e
gli affetti domestici, e nel cuore della gentildonna tempestano vere
angosce, deliri. Fa pietà.
Ella non può distaccarsi dall'amico, il quale le porta affetto, ma
non così serio che a lei debba sacrificare tutta la propria gioventù
e il proprio avvenire. Nel 10 settembre di quell'anno egli lo confessa
candidamente, a Gaspare, con questa lettera punto sentimentale:
«La Corner, che vi scrive, vi farà abbastanza capire, senza che io
parli, le novità del giorno. Essa ha saputo ch'io devo partire, ed è
nella massima desolazione. Io, per verità, le voglio bene; ma l'amore
anche per questa volta cede al mio interesse. Vorrei tranquillizzarla,
e non posso, e forse voi ne avrete sentita la di lei disperazione....
Io ho finito col prometterle, giurarle e stragiurarle che al morire
di mio padre ritornerò a Venezia per convivere con lei, e che lo
farò poi anche prima.... Voi, nel risponderle, potreste lusingarla
sull'effettuazione del progetto. Così essa non perderebbe la premura
per noi, che ci può essere utile, e non mi darebbe di quei disturbi
che cavano l'anima. Basta, tocca a voi, e mi raccomando. Vi abbraccio.
Addio.»
Ma, al momento del distacco, l'affetto in lui si ravviva; e lo fa
gemere.
«Vi confesso, caro Gasparino, che non mi sarei mai immaginato che il
distacco da Venezia mi dovesse costar tanto. Ogni dì che passo, mi
accorgo sempre più dell'attaccamento non equivoco della dama, per cui
non posso essere indifferente. Essa mi esibisce mantenermi a di lei
spese; vuol fare un testamento a mio favore se mi trattengo; promette
trovarmi impiego, piange, strilla, si dispera, ed io qualche volta, per
dirvi la verità, la imito perfettamente. Nullameno, sono duro nella
mia risoluzione come un marmo, e pretesto doveri imprescindibili per
partire. Infine, per acquietarla, ho dovuto giurarle e prometterle
quello che il tempo le farà dimenticare, ch'io le ho giurato e
promesso. Le ho detto che col diventare io padrone di me ritornerò
senza alcun dubbio da lei; che farò delle scappate di tanto in tanto
a Venezia, e che, in somma non vivrò che per lei. Succederà poi quello
che dovrà succedere.»
Egli illudevasi che «come donna e come veneziana» essa lo pregasse
presto di non mantenerle la promessa. Come si ingannava! Carlo lasciava
sul finire di quell'anno 1799 Venezia, e la infelice nel 17 maggio
scriveva irritata a Gaspare Porta:
«Signor Gasparo stim.mo,
Padova, 17 maggio 1800.
Rispondo all'istante alla stimatissima sua: s'intende della politica
di lei riposta, come il signor Carlo non vuol farmi tenere il mio
ritratto, e che ricerca le sue lettere. Ella, come organo esatto e
fedele, accetti di risponderle: che le sue lettere sono e saranno
sempre nelle mie mani: che non capisco come si voglia violentarmi di
tal maniera circa il mio ritratto, quando io esattamente le mandai ogni
cosa: che lo suppongo in pezzi, e per questo piglia il mezzo termine di
voler le sue lettere. Io però me ne burlo. Lo tenga, lo fracassi, ma le
sue lettere stanno nelle mani di me, unica vendetta e difesa al caso
di nuove sopraffazioni e vituperi. Mi ha tradito sulla fede in onore,
amicizia e amore. Io sono l'offesa, l'abbandonata, e quella che à
saputo amarlo e che l'amo, benchè meriti il mio odio. Le sue penultime
lettere lo confermano. S'immagini!... troppe cose contengono queste,
perch'io debba privarmene. Piccata di amore, di delicatezza, d'amor
proprio, non ho che il suffragio di queste. E sono certe volte così
romanzesca che non curo nulla che le mie soddisfazioni; e, se ne farò
cattivo uso, sarà sempre minor male di quello che lui fece a me. Venga
lui, parli con me, e le avrà.... Per ora, intanto, mi do il piacere di
rassegnarmi. Di lei sin.