_Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo. — Ciò che portò
via e ciò che lasciò Napoleone nel tornare in Francia. — La
«fiera» dei pubblici saccheggiatori. — Il bozzetto storico del
Porta: _Desgrazi de Giovannin Bongee_. — Documenti che ne provano
la verità. — Giudizi francesi sulle soperchierie francesi.
— Stendhal. — L'irruzione degli Austro-Russi. — Suvaroff. —
Suoi costumi. — La feroce reazione controllata dal Porta. — Il
racconto della contessa Cicognara. — La battaglia di Marengo. —
Napoleone di nuovo padrone della Lombardia. — Rialza la Repubblica
cisalpina._
Carlo Porta era, dunque, tornato da Venezia nella sua Milano, e intanto
gli avvenimenti politici incalzavano. Qui bisogna chiarirli.
Dopo che, nel 5 luglio 1797, il ministro della polizia, generale
Porro, ordinava che a tutte le bandiere sparse nel dipartimento
dell'Olona fosse «tolto il color bleu e sostituito il verde» (la
bandiera, che doveva diventare più tardi quella di tutta Italia); dopo
la celebrazione dell'anniversario del quinto anno della Repubblica
francese, celebrazione svoltasi nella piazza del Duomo, con infernale
tuonare d'artiglierie, che infransero molti vetri degli artistici
finestroni colorati del tempio, e con la mostra spettacolosa delle
immagini dei due Bruti (il primo non bastava più!) e di Publicola e di
Catone, buonanime (ritratti, s'intende, tutti dal vero.... e che il
popolo ambrosiano conosceva di vista benissimo); dopo, infine, aver
firmato il trattato di pace di Campoformio, per il quale l'Austria
riconosceva la Repubblica cisalpina, Napoleone tornò rapido in Francia.
E, in Francia, lo avevano preceduto i nostri cimelii più preziosi:
il famoso papiro della _Storia giudaica_ di Giuseppe Flavio, una
_Divina Commedia_, manoscritti figurati di Leonardo da Vinci, e
insigni capolavori d'arte, fra cui il cartone della scuola d'Atene di
Raffaello; ma questo fu il destino di tutte le terre italiane, per le
quali il liberatore passò. L'orgoglio francese veniva accarezzato da
quelle ruberie, gabellate per trofei di vittoria.
Napoleone ci lasciò un Direttorio e due Corpi legislativi, ben lontano
dal riflettere che non erano adatti al carattere, allo spirito, ai
bisogni dei Lombardi.
Il Direttorio cominciò a sopprimere, per volontà di Napoleone, una
folla di monasteri, di monache, di frati. I beni delle mense vescovili
vennero avocati alla nazione. La chiesa votiva di San Sebastiano,
eretta per la cessata peste del 1577, fu trasformata in circolo
politico, assordante.
Ma la Repubblica cisalpina era destinata a non lunga vita, come tutte
le improvvisazioni senza logica base. Invano, fetidi giornali, che già
conosciamo, vomitavano velenose ingiurie e diffamazioni per intimidire
e imperare. Invano, nel detto gran giorno della festa del quinto anno
della Repubblica francese, un carro tirato da sei cavalli inghirlandati
e con piume tricolori in testa, aveva condotto in clamoroso trionfo una
giovane seminuda col berretto frigio in capo, appoggiata a un'asta, che
simboleggiava la Francia; mentre, a' suoi piedi, sei Genii spargevano
rami d'alloro. E ciò per abbagliare il popolo. Ma il popolo milanese ne
aveva abbastanza di quei buffoni e di quelle buffonate. Già Napoleone
aveva frenato più volte gli eccessi dei demagoghi, facendo, ad esempio,
strappare dalle cantonate un proclama del giornalista Lattanzi,
che bestemmiava Cristo e la religione; di quel Lattanzi nato nella
Campagna romana, e che il Monti chiamò nella _Mascheroniana_ «del rubar
maestro....».
Ma non sempre arrivava, o voleva arrivare, per sopprimere gli oltraggi
alla religione e al pontefice, come quando nella sera del 25 febbraio
1797 al teatro della Scala si rappresentò il turpe _Ballo del Papa_,
ove si vide Pio VI gettar via il triregno, mettersi in testa il
berretto frigio, e ballare sconciamente con cardinali, preti, monache,
frati, fra le urla di _Viva!_ e di _Morte!_ dei demagoghi.[25]
Così il Bonaparte sapeva benissimo delle innumerevoli trufferie che
si commettevano nelle pubbliche amministrazioni. Un giorno scrisse al
Direttorio: «Tali orrori fanno arrossire d'essere francese». Ma faceva
capire ch'era inutile sottoporli al Consiglio di guerra, aggiungendo:
«Corrompono i giudici. È una fiera, e tutto si mercanteggia.» Si poteva
continuare così? Il generale Despinoy venne chiamato «il generale delle
ventiquattr'ore», perchè a ogni momento mandava alla Municipalità
l'ordine di consegnargli, «entro ventiquattr'ore», cavalli, buoi,
letti, coperte di lana, tela, stivali, sciabole. Pietro Verri lasciò
scritto ch'era un «saccheggio prolungato». E intanto, i «bosini»
beffardi delle vie cantavano:
Liberté, Fraternité, Egalité.
I Franzes in carroccia e nun a pè.
E qui dobbiamo mettere nella sua luce, che è luce storica pur troppo,
uno dei capolavori di Carlo Porta: le sestine _Desgrazi de Giovannin
Bongee._
È un vivo episodio delle brutali violenze che, durante la Repubblica
cisalpina, si commettevano a Milano, a danno de' cittadini pacifici e
troppo inoffensivi. In _Giovannin Bongee_ è rappresentato il popolano
scemo, debole, che mentre ostenta coraggio da leone, per emulare
forse nelle vanterie i demagoghi trionfanti, le piglia sode da quei
«prepotentoni de frances», i quali vanno a godere la moglie di lui
dopo d'averlo ben bene bastonato. E ancor lui fortunato, che è preso a
scappellotti soltanto! I soldati francesi erano avvezzi a ben altro!
Le cronache milanesi del tempo riboccano di furti e d'aggressioni a
mano armata da parte di malviventi fuorusciti, a' quali si mescolavano
quasi sempre soldati cisalpini. Nè i soli furti, ma e le risse che i
soldati accendavano coi cittadini, e gli omicidii. Il Porta scriveva
al fratello Gaspare a Galbiate: «Ieri notte (la lettera è senza data,
ma è di quel tempo) fu compromessa la sicurezza de' cittadini da una
numerosa ciurma di ubbriachi che scorreva armata per le contrade,
e tagliava a fette, bastonava e maltrattava quanti loro succedeva
d'incontrare. Entrarono anche in qualche casa a frastornarvi le
conversazioni ed a commettere degli eguali delitti. Ora tutto è
tranquillo mediante l'arresto che fu fatto di venti e più di questi
scellerati.» Tali le condizioni della pubblica sicurezza d'allora;
e questo il rispetto ai cittadini. Il _Bongee_, da buon meneghino,
servo fedele de' vecchi padroni, versa le proprie querimonie nel
seno di qualcuno di que' parrucconi illustrissimi, i quali odiavano i
rivoluzionari francesi e formavano ardenti voti per il ritorno degli
ordini aristocratici.
_Bongee_, in milanese, significava una volta «buzzone, uomo di gran
pancia», e il Porta ne fa un cognome.
«Questo è il primo lavoro (rammentava Tommaso Grossi) che abbia
acquistato al poeta celebrità durevole. Levò rumore grandissimo in
Milano e in ogni luogo ove il dialetto milanese è inteso. Fu copiato
a mano, più volte, anche dallo stesso Porta, e distribuito agli amici,
e stampato e ristampato.» Quel linguaggio meneghino, misto d'italiano
e di francese storpiati, che il _Bongee_ adopera narrando le proprie
disgrazie; linguaggio che il popolino allora, e in circostanze come
quelle, avrebbe usato, suscitava alte risa. Il Manzoni ammirava
la perfezione artistica del carattere di _Giovannin Bongee_. E Ugo
Foscolo, in una briosa lettera al Porta, che leggeremo più avanti, lo
chiamava scherzosamente «Omero dell'Achille Bongee». Ma nessuno avrebbe
pensato che il popolano milanese, bistrattato così vilmente dallo
straniero invasore, sarebbe divenuto, mezzo secolo più tardi, uno degli
eroi delle barricate nelle «Cinque giornate» contro un altro straniero.
Alte risa, sì, suscitava al suo tempo _Giovannin Bongee_, miserabile,
ignorante, cornuto, bastonato: non oggi, dotati come siamo d'una
coscienza più sensibile, con un sentimento più educato della giustizia,
quell'infelice ci fa ridere. Desta, anzi, sdegno e pietà; sdegno per
le violenze; pietà, per la vittima. Oggi, nel Porta, vediamo balenare
quasi un vendicatore, celato sotto il lepido verso, che mostra di quali
armi gli stranieri si servivano per conculcare ancor più gli oppressi
deboli e inermi. La stessa oppressione e lo strazio quanto ridestarono
il sentimento della dignità! Lo stesso infame bastone austriaco quanto
servì al sacro odio patriottico!
Famosi storici francesi (il Thiers ed altri) confessano le
soperchierie, le ribalderie dei soldati e degli ufficiali francesi,
commesse sugli abitanti di Lombardia, per il solo loro gusto, per il
loro divertimento. Lo Stendhal, nel libro _Rome, Naples et Florence_,
dove parla tanto di Milano, arriva a dire: «Quant à l'insolence du
soldat français, elle était superlative: faites-vous réciter un des
chefs-d'œuvre de notre poésie nationale». E alludeva al _Giovannin
Bongee_ del Porta.[26]
Ma un moscovita, Suvaroff, doveva rovesciare ogni baracca.
L'Austria e la Russia, di concerto con l'Inghilterra e con la Turchia,
nel maggio del 1799, erano pronte a dar guerra alla Francia, che la
prevenne e la intimò. I due eserciti si posero di fronte. Gli Austriaci
erano capitanati dal generale Melas; i Russi dal maresciallo Suvaroff,
che assunse poi il comando di tutti; i Francesi dal generale Schérer,
vecchio e debole.
Suvaroff! Quale tipo di capitano bizzarro, buffo e terribile! Piccolo,
magro, tutto nervi, occhi accesi, bocca enorme, grossi denti, faccia
piena di rughe con certi _tic_ spasmodici. Odia gli specchi, non vuole
carrozze, non letti. Dorme per terra, e, all'alba, emette un acutissimo
chicchirichì, come un gallo, per isvegliare i soldati. Comanda e
combatte in camicia, brandendo uno sciabolone enorme, su un cavallo
indemoniato come lui. Mangia carne cruda. Al campo porta una cappella
ambulante piena di reliquie e prega più volte il giorno, baciando la
terra; e, inginocchiato, bacia la bandiera russa; ma al solo nome di
«francese» balza in piedi tremendo, con gli occhi iniettati di sangue.
— Bajonetta! bajonetta! Carica alla bajonetta! — egli grida. — La
palla? È una vecchia pazza, che non sa quello che si fa. La bajonetta
è giovane, vigorosa, e non sbaglia. — «_En avant et frappe!_» è il suo
motto.
I Francesi non aspettano di essere attaccati. S'impadroniscono dei
forti di Rivoli. Ma lo Schérer viene battuto, e si ritira sbigottito
prima al Mincio, poi all'Oglio, poi all'Adda. Suvaroff passa l'Adda,
piomba sul generale Serurier, fa prigione lui e tutta la sua divisione.
A Cassano, il Melas irrompe contro i Francesi, e ne abbatte l'ala
sinistra. Ormai la via di Milano è aperta ai nuovi barbari.
I notabili austriacanti milanesi sono giubilanti. Muovono incontro
agli Austro-Russi nel villaggio di Crescenzago. L'arcivescovo Filippo
Visconti li guida, s'incontra nel Melas, e, quasi piangendo di
commozione, gli presenta le chiavi della città, quelle famose chiavi
dorate.... E usseri austriaci si schierano in piazza del Duomo,
dove, fra vituperii, si abbatte l'albero della libertà. Alcune dame
inghirlandano le bandiere austro-russe; si grida «evviva i liberatori!
evviva la religione!» Suvaroff è ricevuto in Duomo dall'arcivescovo in
mitria; bacia tre volte il pavimento, quindi l'altare. Il primate lo
incensa, lo benedice. Ed è allora che Carlo Porta vibra il suo verso
contro l'arcivescovo; il quale fa tutto l'opposto di sant'Ambrogio.
Il fiero santo proibì all'imperatore Teodosio di entrare nel tempio,
perchè aveva le mani grondanti di sangue; invece, egli, suo successore
sul soglio ecclesiastico, lo accoglie in festa, dà la diritta a lui,
eretico, e lo incensa. I versi del Porta li abbiamo letti.
I cosacchi, a cavallo, galoppano intanto per le vie di Milano,
lanciando una corda a nodo scorsoio al collo dei supposti repubblicani,
e se li trascinano dietro. Carlo Porta li ricorda in una strofa del
_Brindes per un disnà alla Cassina di pomm_. Egli sogna:
Me pariva che on ulan
El me trass la corda al coll,
Strascinandem per Milan
A tœu su di brutt paroll.[27]
La contessa Massimiliana Cicognara, nata Cislago, veronese, coltissima,
graziosa, coraggiosa e un po' intrigante, benchè avesse visto i
soldati francesi spogliarle d'ogni ben di Dio il palazzo de' suoi avi,
partecipava alle idee repubblicane del marito, allora tanto famoso
quanto oggi dimenticato, Leopoldo Cicognara, morso dal Porta in un
sonetto.
La contessa Cicognara narrava in lettere confidenziali al marito le
avversioni al passato, da molti ostentate all'estremo, dopo le vittorie
degli Austro-Russi. «Tu non puoi immaginarti sino a che punto si spinga
la ostentazione di sentimenti avversi alle cose passate. I riguardi o
le paure di molti sono spinti all'eccesso, e si manifestano con vili
adulazioni e bassezze più vili. Che sperare da un paese e da una gente
di questa fatta?»
E il 1º febbraio 1800 gli scriveva ancora: «In questo momento, un terzo
di Milano è convulso d'entusiasmo per l'apertura d'un «Casino nobile»,
che fu istituito per espiare tante colpe democratiche; questa sera
dev'essere aperto con una festa di ballo di cui si dicono meraviglie.
Immaginati che sensazione fa codesta risurrezione delle gerarchie,
in questi momenti, a chi s'era abituato a non considerarle più come
il compendio di tutti i meriti! Io non posso proprio simpatizzare con
questi butirrosi semidei.»
E il 22, accennando a quella festa, scrive di bel nuovo al Cicognara:
«M'hanno raccontato cose meravigliose dello sfarzo, della ricchezza di
molte di quelle donne: una aveva intorno per più d'un milione e mezzo
di brillanti; e appena osavano intervenirvi quelle che non possono
tappezzarsene: la magnificenza tien luogo dell'eleganza. Sul corso
poi dei bastioni, non havvi meno di trecento superbe carrozze con
bellissimi cavalli e ricchissime livree: insomma, se il lusso è indizio
di abbondanza, qui v'è di certo più che il superfluo. Vedi che cosa
vuol dire l'essersi conciliati con la Chiesa e con l'Imperio! Gli eroi
repubblicani languiscono nella indigenza, e i «buoni cristiani» godono
di tutte le delizie della vita, a onore e gloria di Dio!»[28]
Qui abbiamo il quadro delle ricchezze che, non ostante i saccheggi
francesi, formavano di Milano, anche allora, una delle città più ricche
d'Italia. Giuseppina Bonaparte soleva dire che le gemme sfoggiate dalle
signore milanesi erano «male legate» e, forse, non aveva torto; ma
erano tante!
La feroce reazione austro-russa durò tredici mesi, nei quali furono
richiamate alcune corporazioni religiose (gli oblati), quand'ecco mutò
d'improvviso ancora la scena.
Napoleone, reduce dalle vittorie d'Egitto, vola verso gli Austriaci;
valica il Gran San Bernardo, fra le nevi, fra difficoltà indicibili;
con 60,000 uomini scende ai piani, piomba il 14 giugno 1800 sugli
Austriaci a Marengo, in una battaglia che lo rende una seconda volta
padrone della Lombardia. La salma dell'eroico generale Desaix, a cui
Napoleone deve quella vittoria, viene imbalsamata a Milano e spedita
in Francia. Le acclamazioni al vincitore vanno al cielo. Milano torna
in festa. Nel teatro «alla Scala», luminarie, inni, evviva. Napoleone
rialzerà la Repubblica cisalpina, ma per poco, volgendo in mente una
più razionale costituzione repubblicana. I poeti dal «servo encomio»
lo chiamano «Giove terreno»: il Cesarotti ed il Monti fra tanti altri
affascinati.