_Sconce pubblicazioni volanti. — Carlo Salvador e il suo
_Termometro_. — Vien bastonato e messo in prigione. — Sua tragica
fine. — L'eteroclita figura del «terrorista» Ranza. — Sue geste,
suoi opuscoli, suoi giornali, e il suo perfezionamento della
ghigliottina. — E anche lui va in prigione. — L'economista Pietro
Custodi: da demagogo a barone. — Melchiorre Gioja qual era. — Il
giornale _Senza titolo_ e i suoi carnevaleschi collaboratori. — Il
giornale di Ugo Foscolo. — I due giornali di Napoleone._
Una delle prime libertà portate da Napoleone fu quella di stampa, senza
alcun freno contro gli abusi. Tutti potevano scrivere e pubblicare
tutto, infamie comprese. Si arrivò al punto che, per tre mesi continui,
si vendettero per le strade di sant'Ambrogio e di san Carlo, da
cenciosi strilloni, gl'indirizzi delle pubbliche meretrici «ad uso
della gioventù cisalpina».
_Gli amici della libertà_ fu il primo giornaletto apparso sull'Olona; e
_Il termometro_ di Carlo Salvador fu il secondo.
Costui l'abbiamo già incontrato; ma è necessario tornare ancora su
codesta figura di rivoluzionario nefando e ridicolo.
Era nato a Milano. Per evitare i castighi meritati dalle sue
ribalderie, fuggì a Parigi, dove si cacciò fra i terroristi della Senna
al tempo delle esecuzioni furibonde e sommarie degli aristocratici.
Quali atroci accuse pesassero sopra di lui abbiamo detto più addietro.
Appena Napoleone ebbe l'ordine di conquistare la Lombardia si mosse da
Parigi e, qualche giorno prima dell'ingresso dell'esercito francese,
percorse le strade della sua città eccitando frenetico il popolo a
rendersi libero da nobili, preti, frati, sovrani, e gettando a destra
e a sinistra coccarde tricolori. La conoscenza del dialetto di Carlo
Porta gli agevolava l'ufficio. Si vendette anima e corpo ai comandanti
francesi, e per giustificarne le violente ruberie e iniquità d'ogni
genere fondò _Il termometro_, che faceva spavento ai passeri. Ma era
tale l'eccesso delle parole di quell'eroe della mannaia che, più di
qualche volta, fu battuto come la lana. Gli stessi suoi protettori, che
lo pagavano, furono costretti a strappargli di mano la penna maledetta
e lo cacciarono in prigione.
Ridotto alla miseria più squallida, Carlo Salvador fu visto, più tardi,
errare, come un mendicante reietto, per le vie di Parigi. Disperato,
alla fine, si annegò nella Senna.
Peggiore persino del Salvador, parve un buffo omiciattolo dalla lunga
zazzera rossigna svolazzante, scialbo e magro, mezzo sepolto sotto
un enorme cappellone decorato d'una maiuscola coccarda sfacciata.
Strascinava uno sciabolone più lungo di lui, e, declamando contro
i principi d'Italia, ai quali minacciava coltellate in abbondanza,
agitava le braccia come due fruste da carrettiere irritato. I buoni
ambrosiani, vedendolo sulle piazze dove irruiva contro i «tiranni», lo
stavano a osservare come un «fenomeno» da baracca.
Chi era? Donde veniva? Era il «cittadino» Antonio Ranza, professore
e tipografo. Si chiamava modestamente da sè «capo dei rivoluzionari
piemontesi».
Nato a Vercelli, nella cui agitazione popolare del 1790-91 era sorto
quale «amico del popolo» e nemico dei nobili, avversava con altri
rivoluzionari la Casa Savoia: voleva strapparle il Piemonte per
gettarlo fra le braccia della Francia. Evitò il carcere con la fuga. A
Lugano, in Corsica, a Nizza, continuò l'apostolato; finchè Napoleone
gli aprì con le sue vittorie il varco alla massima scena delle sue
geste clamorose: la Lombardia.
Negli orrendi giorni, quando Binasco e Pavia osarono ribellarsi
all'invasione francese e furono perciò il primo, per cenno del
Bonaparte, orribilmente incendiato, e Pavia abbandonata al saccheggio
e alla strage, il Ranza, che a Pavia aveva piantato l'albero della
libertà, eccitava alle vendette, alle carneficine, vantandosi d'aver
trovato un perfezionamento alla ghigliottina che, secondo lui, doveva
essere il tocca-e-sana dei ribelli lombardi.[13]
Il Ranza stampò giornali sterminatori e opuscoli analoghi; alcuni
de' quali si possono leggere nella raccolta Custodi, nella Biblioteca
Nazionale di Parigi.[14]
Col giornale _Il rivoluzionario_, che il Ranza pubblicò per isfamarsi,
trascese a tali eccessi contro i nuovi magistrati, che non potè
arrivare al terzo numero. E anche il Ranza fu cacciato nel Castello, in
prigione. Morì nell'aprile del 1801.
Ben altro cervello vantava Pietro Custodi, nato nel 1771 a Galliate
Novarese, caro a Pietro Verri per l'amore che portava agli studii
severi. Nella tormenta della Repubblica cisalpina, il Custodi si
esaltò, e unitosi a un chirurgo Buzzi, demagogo da dozzina, fondò
la settimanale _Tribuna del popolo_, dove non esitò a investire lo
stesso Bonaparte. Immaginarsi se il vittorioso permetteva d'essere
vilipeso dalla libera stampa, ch'egli stesso aveva elargita al popolo
redento!... Ordinò che anche il Custodi fosse arrestato e gettato in
un carcere, ma il giovane eroe sfuggì ai gendarmi nascondendosi in un
solaio.
Chi mai gli avrebbe detto allora che, solo pochi anni dopo, sarebbe
stato creato cavaliere della Corona ferrea e barone del Regno italico?
Che sarebbe assunto qual segretario a lato del ministro delle finanze
Prina? E avrebbe lasciato nome chiarissimo per la classica sua raccolta
degli _Economisti italiani_?... Morì nel 1842.
Un altro dotto, celebre economista, Melchiorre Gioja, seguiva la manìa
del giornalismo polemico e del pubblico oltraggio, egli che doveva
comporre più tardi un _Galateo_ delle belle creanze! I suoi giornali
_Il censore, La gazzetta nazionale_ e _Le effemeridi politiche_
morivano anch'essi, strangolati dalle mani delle autorità offese.
Il Gioja subì il carcere a Parma e a Milano, poi l'esilio. La sua
opera _Del merito e delle ricompens_e è una miniera di erudizione. Ma
egli era un'anima ignobile. La rivela nella rivoltante scritturaccia
contro Bianca Milesi, che, illusa e pietosa, lo aveva assistito in
carcere.[15]
Sbocciò anche _Il giornale rivoluzionario_ e _Il conciliatore_; il
primo fu soppresso, il secondo morì d'inedia.
Ma anche un giornale a tratti briosi ebbe l'allegra repubblica:
_Il senza titolo_; anch'esso ampio al pari degli altri.... come un
fazzoletto da naso d'educande.
Un furbo libraio francese, Barelle, lo fondò, rimanendo prudentemente
fra le quinte, nell'ombra, e cacciando, invece, innanzi quale direttore
(_estensore_ dicevasi allora) un suo commesso di negozio, certo Nova,
che andava alla messa ogni mattina e che finì in prigione anche lui,
per le ingiuriose escandescenze dei suoi anonimi collaboratori, fra
i quali (una vera carnevalata!) frati sfratati, preti spretati e
un Calderini di Gallarate, soprannominato il «granatiere teologo».
Molta prosa v'inserì il Bernardoni, il grande amico di Carlo Porta,
propugnandovi persino l'unità d'una Italia repubblicana.
Un avversario detto l'«ulano legislatore» scriveva amabilmente
così: «Sapete in che modo discuto io le mie questioni personali? A
cazzotti!». E lo chiamavano legislatore!
In un certo numero si legge che un tale comasco (e qui è spiattellato
nome e cognome) fa l'incettatore di grano ed è l'amante della moglie
del signor tal'altro pure di Como (e qui ancora nome e cognome: mancava
soltanto il numero della porta). Come mai la faccia dell'ignoto
rivelatore non veniva illustrata da un corteo di pugni? E i pugni
fioccavano fra quei gentiluomini. Niente duelli: fior di cazzotti, come
insegnava l'«ulano legislatore»!
Benchè svillaneggiato e messo in ridicolo dal _Senza titolo_, il Ranza
vi fa allegramente i conti addosso al piacentino Poggi, estensore
dell'_Estensore cisalpino_, sussidiato dal Direttorio; ma è tutta
invidia di quei sussidii!...
Un arguto «associato» domanda al «caro Nova» perchè certo comandante
di certa piazza, mentre qualche giorno fa si lamentava d'avere in
tasca sole cinquanta miserabili lirette, ora esce con tanto di vestito
_nuovo_ e su un cavallo _nuovo_?
Questa l'alba radiosa della libera stampa sull'Olona, promulgata da
Napoleone Bonaparte!
Ma pochi anni passeranno, e nella stessa Milano sorgerà _Il
conciliatore_ di Silvio Pellico, di Luigi Porro, di Federico
Confalonieri, di Giovanni Berchet, a far dimenticare con le gloriose
sue audacie liberali quella effimera, fracida, velenosa fungaia,
spuntata sotto gli scrosci di pioggia delle innovazioni rivoluzionarie
frettolose; e, più tardi ancora, sorgeranno la. _Rivista europea_ del
Battaglia, _Il politecnico_ di Carlo Cattaneo, _Il crepuscolo_ di Carlo
Tenca.
Eppure, dalla baraonda dei gazzettieri cisalpini, spuntava qualche
cosa di lodevole. Il _Monitore italiano_ va, infatti, citato,
a titolo d'onore, a parte. Il manifesto steso da Ugo Foscolo,
e la collaborazione del grande poeta, gl'imprimeva un carattere
d'altera indipendenza. Il Foscolo vi pubblicava i processi verbali
dell'Assemblea legislativa della Repubblica cisalpina; e vi aggiungeva
con tono tribunizio (il tono allora comune) severi commenti.[16] Il
cittadino Somaglia, nel Consiglio dei Seniori perora a favore dei
poveri, dicendo che gli aggravi maggiori dovevano pesare sui ricchi. E
Ugo Foscolo a tal proposito prorompe:
«Legislatori! badate che le tacite orme degli opulenti non vi sbalzino
da quel seggio, ove rappresentate una nazione costretta a comperare
colle proprie sostanze una libertà, che calò dalle Alpi accompagnata
dalle desolazioni e dal terror della guerra e seguìta dall'orgogliosa
avidità della conquista; una nazione, la quale, colpa forse de' tempi,
non peranco ha partecipato dei beni della libertà. Legislatori! mentre
voi ritardate il rimedio, il male va crescendo in ragione progressiva:
l'onnipotenza dei sacerdoti, l'ambizione dei grandi, l'avarizia del
ministero, l'attaccamento alle antiche abitudini, la miseria del
popolo, tutto congiura al soqquadro d'una troppo nuova Costituzione.»
Immaginarsi se tali parole potevano piacere ai dominatori! Ma esse,
meglio di tutte, compendiavano uno stato di cose infermo e malfermo.
Una sera, per le vie di Milano, un vecchio e un figlio giovinetto
cadono travolti sotto una carrozza a due cavalli. Il Foscolo li trae
dalle ruote in istato miserando, arresta il cocchiere che vuol fuggire
coi cavalli spaventati, e pubblica sul _Monitore italiano_ una fiera
lettera al ministro della polizia, Sopransi, invocando provvedimenti e
pene.
Ancora più bello è l'atto (oggi si dice gesto) del Foscolo, quando sul
_Monitore_ si offre spontaneo al Capitano di Giustizia, in luogo del
cittadino Breganza, collaboratore del giornale, assente e inquisito,
autore d'un articolo che feriva il Governo.
Il _Monitore italiano_ fu fondato da giovani patriotti; vi convenivano
verso un'unica meta e settentrionali e meridionali d'Italia; quasi
preludio dell'unità della patria. Vi appartenevano scrittori del
Veneto, di Napoli, del Piemonte, del Piacentino. Tre soli, alla
fine, rimasero redattori: Foscolo, Gioja, Custodi. Al 42mo numero
il giornale, costante censore del Governo, fu soppresso; e sulla sua
tomba precoce, sorse il _Monitore cisalpino_, composto da rifugiati
politici, a capo dei quali stava il romagnolo Giovanni Compagnoni,
politico, giornalista, romanziere, poeta, scienziato, autobiografo,
autore delle _Veglie del Tasso_, stese in italiano e in francese, che
ottennero voga; negazione della verità e del buon gusto. Nel _Monitore
cisalpino_, lavorò un conte, avventuroso giramondo: Bartolomeo
Benincasa di Sassuolo, che servì da spione agli inquisitori di Stato
negli ultimi anni della Repubblica di Venezia. Insieme con l'amica
Giustina Winne, contessa di Rosenberg, il conte Benincasa compose, fra
altro, un romanzo _Les Morlaques_; suonata a quattro mani, che deve
aver divertito solamente i due innamorati suonatori.
Napoleone volle esser tutto; fu anche giornalista. Fondò e ispirò
due giornali: _Le Courrier de l'armée d'Italie_ e _La France vue de
l'armée d'Italie_. Quest'ultimo per preparare l'opinione pubblica
all'assassinio di Campoformio. Lo dirigeva un Jullien; laddove
figurava quale direttore un ignoto presta-nome: Iacopo Rossi; e così il
_Courrier_.
Il Jullien non potè tacere neppur lui davanti all'infamia perpetrata
dal suo padrone col mercato di Campoformio; cagione di tante guerre,
compresa l'ultima nostra. Non con l'asprezza spiegata dal _Monitore
italiano_ del Foscolo, ma non senza coraggio, il Jullien si mostrò
contrario nel _Courrier_ a quell'iniquità; e fu licenziato. Il giornale
passò allora nelle mani dello stato maggiore francese. Si stampava
a Milano, nella così detta patriottica tipografia di Via San Zeno
«dietro al palazzo di giustizia» dove, più tardi, l'Austria alloggiò il
boia.[17]