CAPITOLO LXXIII.

_Francesco Sforza abbandona i Milanesi, e passa colla sua armata

al servigio dei Veneziani. — Furore del partito popolare a

Milano, blocco, ed angustie di questa città; i Veneziani gli

accordano la pace, ma Francesco Sforza continua i suoi attacchi,

e finalmente costringe i Milanesi a riconoscerlo per loro duca._

1448 = 1450.

La vittoria di Caravaggio pareva che dovesse condurre bentosto quella

pace, che tanto era sospirata dalla Lombardia; tale vittoria doveva

disingannare i Veneziani, e ridurli ad abbandonare gli ambiziosi loro

progetti di conquista, poichè le forze che essi credevano irresistibili

erano state distrutte da così subiti rovesci. Piacenza, la più forte

delle loro città, era stata presa d'assalto; la più bella flotta, che

mai rimontasse il Po sotto lo stendardo di san Marco, era stata

bruciata; e la più bella armata, che avesse tentato la conquista del

Milanese, era stata fatta tutta prigioniera. Dopo tante perdite,

dovevansi finalmente credere i Veneziani animati dal desiderio della

pace, come lo erano anche i Milanesi. La loro repubblica trovavasi

smunta dagli inauditi sforzi ch'ella faceva per mantenere così numerose

armate; sentiva il bisogno di godere della sua esistenza, di

riconoscersi, di organizzarsi; essa temeva una terza campagna, ed il

senato, invece di continuare le sue vittorie nello stato veneziano,

avrebbe soltanto voluto allontanare il nemico dalle piazze più vicine

alle sue mura, ed entrare nello stesso tempo in negoziazioni di pace.

Egli esortava Francesco Sforza a dividere le sue forze per attaccare

nello stesso tempo Bergamo e Lodi; ma questi per lo contrario insisteva

per condurre la sua vittoriosa armata sotto Brescia, onde conquistare a

spese dei Milanesi una città, che doveva restargli in piena sovranità.

Egli omai sentiva avvicinarsi il termine de' suoi voti; ma temeva le

conseguenze delle proprie vittorie, e non voleva così bene assecondare i

Milanesi, che fossero poi in grado di fare senza di lui; temeva la pace,

oggetto degli ardenti desiderj del popolo, e resa facile dalle sue

vittorie, onde omai si rimproverava d'aver troppo abbattuti i Veneziani,

la di cui opposizione era necessaria ai suoi disegni. Questo mutamento

ne' suoi progetti fu la principale cagione della generosità con cui

trattò i prigionieri di Caravaggio, mettendoli tutti in libertà. I

Piccinino, gelosi della sua autorità e della sua gloria, osservavano i

suoi passi, ed eccitavano la diffidenza del senato di Milano. Lo Sforza

credette conveniente di separarsi da loro; li distaccò coi tre

Sanseverini, Ventimiglia e tutti i soldati della scuola di Braccio,

mandandoli sotto Lodi, mentre ch'egli stesso, tre giorni dopo la sua

vittoria, prese la strada di Brescia, e fissò il suo campo nel piano a

piedi delle mura[331].

[331] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 481. — Cristof. da Soldo Ist.

Bresc., p. 852._

I Veneziani non ismentirono la riputazione loro di costanza ne' rovesci;

si affrettarono di rimontare la loro armata; ma prima di tutto ne

levarono il comando a Michele Attendolo di Cotignola. Questo antico

soldato, compagno e parente del primo Sforza, venne assoggettato ad una

processura intorno alla condotta da lui tenuta nella battaglia di

Caravaggio. Se non cadde in sospetto di criminosa intelligenza col suo

avversario, perchè apparteneva alla di lui famiglia, fu fatto per altro

risponsabile della sua cattiva fortuna. Una deliberazione del senato,

del 19 di novembre, lo rilegò a Conegliano, che gli era prima stato dato

in feudo, e lo ridusse ad un'annua pensione di mille ducati[332].

Pasquale Malipieri e Giacom'Antonio Marcello vennero nei Veronese per

raccogliere tutti i fuggiaschi del campo di Caravaggio, e render loro

armi e cavalli. Nello stesso tempo chiamarono da ogni banda nuovi

condottieri al servizio della repubblica, ed ottennero dalla repubblica

di Firenze, in virtù dell'antica loro alleanza, un sussidio di due mila

cavalli, e mille fanti, sotto gli ordini di Sigismondo Malatesti, e di

Gregorio d'Anghiari[333].

[332] _Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1113. — Marin Sanuto Vite

dei Duchi, p. 1131. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190._

[333] _Jo Simonetae, XIV, p. 483. — Nicc. Machiavelli, l. VI, p.

218. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190._

Ma Pasquale Malipieri cercava nello stesso tempo di procurare alla sua

repubblica un assai più potente appoggio. Uno de' suoi segretarj,

prigioniero nel campo del vincitore, aveva intavolato un segreto

trattato con Angelo Simoneta, segretario dello Sforza e zio dello

storico. Mentre i Milanesi offrivano la pace ai Veneziani, e si

obbligavano a garantir loro il possedimento di Brescia, Malipieri

offriva allo Sforza la stessa sovranità di Milano, se voleva passare al

servigio dei Veneziani. L'amico ed il segretario dello Sforza, che ci

lasciò la migliore storia de' suoi tempi che posseda l'Italia, quando

giugne a questo enorme tradimento, cerca di far credere che il suo eroe

vi fu strascinato dalle circostanze, e provocato dall'ingratitudine dei

Milanesi. Ma tutta la condotta dello Sforza fu così destra, così

costantemente diretta al medesimo scopo, che mal si può credere che

tutto non fosse antecedentemente preveduto e meditato, fin dall'istante

che entrò al servigio dei Milanesi. Per innalzarsi alla sovranità,

ch'egli mai non perdette di vista, non poteva dispensarsi dal procurarsi

l'appoggio, ed i sussidj d'un altro popolo. Egli doveva egualmente

temere i Milanesi ed i Veneziani; gli conveniva valersi degli uni per

indebolire gli altri, combattere alternativamente per tutti e due,

risparmiare i proprj soldati, esporre i loro, strascinarli di spese in

ispese, e non gettare in ultimo la maschera per combattere in proprio

nome, che quando sarebbe egli solo l'arbitro dei loro soldati e delle

loro ricchezze[334].

[334] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 484. — Jos. Ripamontii Hist. Urb.

Mediol., l. V, p. 619. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 846. —

Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1130._

Il trattato tra Venezia e Francesco Sforza, che fu soscritto il 18

ottobre del 1448, trentatre giorni dopo la rotta di Caravaggio, portava

che lo Sforza porrebbe in libertà tutti i prigionieri, che evacuerebbe

tutte le piazze conquistate negli stati di Bergamo e di Brescia, che

rinuncerebbe ai diritti dei Visconti e dei Milanesi sopra il Cremasco e

sopra la Ghiaja d'Adda, cedendo queste due province ai Veneziani, i

quali dal canto loro si obbligavano ad ajutare Francesco Sforza a

conquistare gli stati già posseduti da Filippo Maria; gli promettevano

perciò quattro mila cavalli, e due mila fanti, e si obbligavano inoltre

a pagargli tredici mila fiorini al mese, finchè Milano fosse ridotto in

poter suo; in allora Venezia ed il nuovo duca dovevano rimanere alleati,

e darsi vicendevolmente ajuto in tutte le loro guerre, sul piede

dell'eguaglianza[335].

[335] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 486. — M. A. Sabellico Dec. III, l.

VI, f. 190 v. — Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 219._

Dopo di aver segnato questo trattato, Francesco Sforza fece adunare la

sua armata per informarla dell'accaduto. Nel suo discorso dichiarò ai

suoi soldati, che i Milanesi, dimenticando gli obblighi loro, avevano

voluto tradirlo; che, non contenti di volere far la pace coi Veneziani,

ciò ch'era per la sua armata una potente ingiustizia, non tendevano le

negoziazioni loro a nulla meno che all'intera sua ruina; che il senato

di Milano aveva proposto a quello di Venezia un'alleanza per togliergli

Pavia e Cremona, e che il solo desiderio di difendersi coi suoi

figliuoli e compagni d'armi lo forzavano a mutare partito[336]. Non

abbisognavano troppo convincenti argomenti per persuadere i soldati, i

quali, facendo del battersi un mestiere mercenario, non avevano giammai

posto mente alla giustizia o alla iniquità delle guerre, e che

volentieri abbracciavano una nuova spedizione, il di cui prezzo essere

doveva il sacco delle ricche campagne milanesi. Risposero pertanto al

loro generale con clamorose acclamazioni, ch'erano apparecchiati a

seguirlo dovunque. Pure lo Sforza seppe con sommo suo dispiacere che

Lodi, che doveva essere a lui consegnato dalla guarnigione veneziana,

erasi arreso ai Milanesi lo stesso giorno 18 ottobre[337], e che Carlo

Gonzaga aveva abbandonato il suo campo durante la notte con mille

duecento cavalli e cinquecento fanti, per mantenersi fedele ai

Milanesi[338].

[336] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 486. — Jos. Ripamontii Hist., l. V,

p. 619._

[337] _Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 856._

[338] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 490._

Ogni memoria di libertà non era per anco spenta in Lombardia;

nell'istante in cui erasi spezzato l'antico giogo, erasi cercato di

rialzare dovunque il governo repubblicano, come il solo felice e

legittimo. Ma gli animi erano stati indeboliti da lunga servitù, e

questa razza effemminata sentiva che l'avere una volontà propria, dei

progetti ed una condotta a suo arbitrio, era un sottomettersi ad una

grande fatica. Tostocchè un uomo di genio pretese di comandare a'

Lombardi, trovò una folla di schiavi, che domandavano di ubbidire. Le

città e le borgate, gelose della grandezza di Milano, mostraronsi

disposte ad abbracciare il partito dello Sforza. Quella di Piacenza,

ch'egli stesso aveva così crudelmente trattata nel precedente anno, si

dichiarò a lui favorevole, o perchè non volesse esporsi un'altra volta

alla sua vendetta, o perchè egli vi avesse fatti entrare molti de' suoi

partigiani, o che finalmente l'odio contro i Milanesi vincesse la

memoria de' più sanguinosi oltraggi. Ella chiuse le sue porte a Giacomo

Piccinino, ed il conte Sforza ardì d'entrarvi senza guardie per

prenderne possesso, ponendosi senza difesa tra le mani di coloro cui

aveva saccheggiati i beni e disonorate le figlie: e non ebbe motivo di

pentirsene[339]. I tre fratelli Sanseverino abbandonarono pure le

insegne dei Milanesi per unirsi allo Sforza. Figli naturali d'uno de'

principi dell'illustre casa di Napoli, che possede il feudo di

Sanseverino, erano stati arricchiti da Filippo Maria Visconti, e si

credevano obbligati da una tal quale lealtà ad attaccarsi a suo genero,

sebbene lasciassero in Milano le loro spose ed i loro figli. Essi gli

condussero circa otto cento cavalli[340]. Il condottiero Luigi del Verme

si pose pure sotto gli ordini dello Sforza, e raffermò questa nuova

alleanza col matrimonio dell'unica sua figlia con un figlio naturale del

conte Francesco. Guglielmo di Monferrato trattò altresì con lui,

chiedendo per prezzo dei servigj, che gli renderebbe, la cessione

d'Alessandria. Lo Sforza, dopo essersi acquistati nuovi alleati con

questi trattati, condusse in principio di novembre la sua armata nella

campagna milanese che confina col pavese; occupò i castelli di Rosate e

di Binasco, che non fecero resistenza, e pose i suoi soldati ai

quartieri d'inverno nelle più ricche e fertili campagne della Lombardia.

[339] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 491. — Ant. de Ripalta Ann.

Placent., p. 898._

[340] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 493. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

620._

Due volte i deputati Milanesi eransi recati presso al conte per ridurlo

a rinunciare a così inaspettate ostilità, e per testificargli,

conservando sempre alcuni riguardi, il dolore che il suo tradimento

cagionava alla repubblica, e per offrirgli di fargli giustizia se voleva

esporre le sue lagnanze. Ma quello stesso Sforza, che fino a tale epoca

aveva tenuto col senato di Milano il linguaggio di un servitore

ubbidiente, prese tutt'ad un tratto verso i suoi superiori il tuono di

un padrone verso i sudditi ribelli. Era il suo avere, rispose egli, che

chiedeva ai Milanesi, era una sovranità che gli apparteneva, e loro

soltanto prometteva indulgenza pei passati errori, ed un'amnistia per

coloro che prontamente rientrerebbero in dovere[341].

[341] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 496. — Jos. Ripamontii Hist.

Mediol., l. V, p. 620._

Non contento di rispondere in tale maniera ai deputati milanesi, mandò

Benedetto Riguardati a Milano per tenere al popolo adunato lo stesso

linguaggio. Ma appena quest'inviato era sceso dalla tribuna delle

arringhe, che vi salì Giorgio Lampugnani. Questi esortò i Milanesi ad

esporsi a tutto, a tutto soffrire piuttosto che perdere la libertà

comune, piuttosto che piegare la cervice sotto il giogo un uomo che gli

aveva ingannati con sì nera perfidia, di una donna che degl'illegittimi

suoi natali facevasi un titolo, perchè in qualunque modo procedevano dal

sangue dei loro tiranni. In questa famiglia dello Sforza, che sembrava

non conoscere i sacri nodi del matrimonio, vedevasi, disse loro, un

infinito numero di fratelli, di quasi fratelli e di figliuoli legittimi,

bastardi ed adulterini. Se il conte conseguiva lo scopo della sua

ambizione, un solo non vi sarebbe de' suoi parenti che non si

risguardasse quale padrone dei Milanesi, un solo che spegnere non

volesse la sete del comandare, l'avarizia, il lusso, le vergognose

dissolutezze, a spese dei cittadini. Che ascoltassero il conte Sforza,

coloro che potevano risolversi ad abbandonare le loro spose, le loro

figlie, alla seduzione ed all'adulterio, le loro case, i loro campi, le

borse loro, alle fiscali estorsioni ed alle confische, i loro figli al

capriccio d'un capo di soldati; coloro che non temevano di rassodare di

nuovo coi loro sudori e col sangue quella cittadella quell'antimurale

della tirannide, ch'essi avevano atterrato. In quanto a sè ed ai suoi,

viverebbero liberi o saprebbero morire per la libertà[342].

[342] _Jo. Simonetae, l. XV, p, 497._

Il popolo, strascinato da questo discorso, più non contenne la sua

collera contro lo Sforza, ed i titoli di traditore, di disertore erano

associati al suo nome in ogni bocca; più niuno eravi che si rifiutasse

ai sagrificj di danaro, che potevano salvare la libertà. Francesco

Piccinino fu nominato generalissimo, Carlo Gonzaga comandante della

piazza, e la milizia della città somministrò numerose truppe di

fucilieri. Non vedevasi ancora che raramente questa nuova arma negli

eserciti, ma la ricchezza di Milano aveva permesso di moltiplicarla.

Furono mandate guarnigioni a Monza, ad Abbiate, a Busto Arsiccio, a

Cantù; e corpi di milizie andarono a Como ed a Novara, mentre i

magistrati chiamavano al loro soldo tutte le lance spezzate[343], che

andavano allora vagabonde per l'Italia. Scrissero pure a Federico III,

re dei Romani, al re Alfonso, al duca Luigi di Savoja, a Carlo VII di

Francia, al Delfino, al duca di Borgogna, per denunciar loro il

tradimento dello Sforza, e chiedergli soccorso[344].

[343] Chiamavansi allora _lance spezzate_ i corazzieri che

trattavano individualmente pel loro soldo, e non facevano parte

della compagnia di un condottiero.

[344] _Jos. Ripamontii, l, V, p, 621._

Ma la grande rivoluzione dell'arte militare, che si terminò ai nostri

giorni, aveva di già avuto cominciamento; i mezzi di difesa delle piazze

più non erano proporzionati coi mezzi d'attacco. Risguardavasi in

addietro come capace di sostenere un assedio ogni borgata circondata di

buone mura, sebbene non sostenute da terrapieni. Per altro queste mura

più non potevano resistere al cannone; le pretese fortezze de' Milanesi

più non potevano trattenere un'armata provveduta d'artiglieria ed una

breccia praticabile fa fatta in tre giorni nelle mura di Abbiate Grasso.

Lo Sforza desiderava di risparmiare gli estremi disastri a questa

borgata per compiacere Bianca Visconti, che vi aveva passata la sua

infanzia. Ma gli abitanti, sebbene perduti senza rimedio, non volevano

conoscere il loro pericolo, e non acconsentirono a capitolare che a

stento, per evitare l'assalto ed il sacco[345]. Un'altra parte

dell'armata dello Sforza svolse il canale o _naviglio_, che dal Ticino

conduce a Milano, per impedire il trasporto delle vittovaglie alla

città, e privare i borghesi dell'uso de' loro mulini; ma in Milano

eranvi tuttavia sufficienti provvigioni di frumento, ed i mulini a

braccia supplirono a quelli mossi dall'acqua.

[345] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 499. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

622._

Il rinforzo di quattro mila cavalli, promesso dal senato di Venezia, fu

condotto nel Milanese da Giacomo Antonio Marcelli, Pasquale Malipieri e

Luigi Loredano. Quando lo Sforza l'ebbe ricevuto condusse la sua armata

verso i laghi, ed occupò i castelli di Busto Arsiccio e di Varese.

Questo paese era tuttavia abitato da molti membri della famiglia

Visconti, parenti degli antichi duchi, ma la di cui agnazione rimontava

a tempi anteriori alla grandezza di questa casa. Tutti si dichiararono a

favore di Francesco Sforza. Tutte le rive del lago maggiore, di Lecco e

di Lugano, seguirono quest'esempio, ma le città di Arona, di Como e di

Bellinzona si mantennero fedeli ai Milanesi[346]. Lo Sforza, disceso

dalle montagne in sul piano, cagionò tanto terrore ai Novaresi, che si

fece aprire le loro porte il 20 di dicembre. Luigi del Verme prese in di

lui nome Romagnano, ch'era occupato da tre mila Savojardi; lo Sforza

mandò cinquecento cavalli a Tortona, e la città gli fu data dalla

fazione a lui favorevole, mentre Alessandria dietro le sue istanze

apriva le porte a Guglielmo di Monferrato[347]. Per compensare tanti

disastri i Milanesi non avevano ottenuti che insignificanti vantaggi.

Francesco Piccinino aveva saccheggiate le campagne di Pavia, ma senza

osare di trattenervisi lungamente, e suo fratello Giacomo era stato

introdotto in Parma, perchè questa repubblica, in allora alleata di

Milano, aveva scoperta entro le sue mura una trama di alcuni cittadini,

che volevano darla ad Alessandro Sforza.

[346] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 501._

[347] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 503. — Crist. da Soldo Ist.

Bresciana, p. 857._

Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, ed uno degli allievi di

Vittorino da Feltre, era stato nominato comandante di Milano. Questo

ambizioso principe cercava di rendersene assoluto padrone. Doveva, gli è

vero, sentirsi troppo debole per isperare di rimanervi sovrano; ma forse

al desiderio di comandare aggiugneva qualche segreto pensiero di vendere

in seguito vantaggiosamente ai Veneziani, od allo Sforza un potere che

andava dilatando colle sue perfide pratiche. Scelse i suoi partigiani

tra i membri della fazione Guelfa, si fece riconoscere per loro capo, e

cercò che avessero parte nel governo. I nobili Ghibellini, che fin

allora vi avevano avuta la parte principale, ed in particolare il conte

Vitaliano Borromeo, Teodoro Bossi, e Giorgio Lampugnani, costretti a

difendersi contro questi nuovi avversarj, cominciarono a volgere i loro

sguardi allo Sforza, sperando d'impegnarlo a dare le basi alla

costituzione della loro patria, conciliando la loro libertà colla sua

ambizione, in caso che fossero costretti a riconoscerlo per duca[348].

[348] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 506. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

622._

Il conte Sforza, giunto a Landriano; vi accolse i segreti deputati dei

capi ghibellini della repubblica, ma trovò inammissibili le loro

proposizioni; pretese che il volerlo sottomettere alle leggi fosse un

trattarlo da vinto piuttosto che da vincitore. Pure, siccome la

negoziazione non era rotta, restò presso di lui un segretario di questi

magistrati. Poco dopo un dispaccio da lui scritto in cifre cadde in mano

di Carlo Gonzaga, e fu denunciato alla parte guelfa, come prova d'un

tradimento dei nobili e dei Ghibellini. Il Gonzaga, invece di attaccare

questi magistrati ne' consiglj, fece nominare coloro di cui più

diffidava ambasciatori presso Federico III. Diede loro una scorta per

accompagnarli fino a Como, ma furono appena usciti dalle porte, che la

scorta li fermò, e li condusse nelle prigioni di Monza. Colà Giorgio

Lampugnano perdette la testa sul patibolo; Teodoro Bossi, assoggettato

alla tortura, nominò molti suoi compagni nelle negoziazioni collo

Sforza, che furono subito imprigionati. Il rimanente de' nobili

ghibellini salvossi colla fuga; i più trovarono asilo nel campo del

conte Francesco, mentre il Gonzaga, di concerto con Ambrogio Trivulzio

ed Innocenzo Cotta, diede nuova forma al governo di Milano. La

superiorità venne data ai Guelfi ed alla fazione democratica; plebei

dell'ultima classe, come un Giovanni d'Ossa ed un Giovanni d'Appiano,

furono innalzati alle prime magistrature; la confisca de' beni dei

nobili fuorusciti empì il pubblico tesoro, ed il governo prese un

aspetto rivoluzionario. Carlo dichiarò ne' suoi editti che piuttosto che

dare Milano al conte Sforza, era disposto a darsi al Gran Turco, o al

gran demonio dell'inferno[349]. Ma l'armata milanese andava scemando con

nuove diserzioni: il conte Ventimiglia, che aveva il comando di Monza,

passò nel campo dello Sforza con cinquecento cavalli e quattrocento

pedoni; Francesco Piccinino, ch'era accampato presso Landriano, e che

cominciava a mancare di vittovaglie, aprì dal canto suo un trattato per

essere ricevuto nell'armata nemica, e quando fu sicuro di esserlo a

vantaggiose condizioni, disertò ancor esso. Forse, come lo accusarono i

partigiani dello Sforza, aveva fin d'allora intenzione di tornare, in

primavera, al servigio dei Milanesi, dopo essersi nutrito nella cattiva

stagione coi granai del suo nemico[350]. Suo fratello Giacomo, che

allora trovavasi a Parma, cambiò pure partito, ed uscì da quella città

per passare nel campo d'Alessandro Sforza, che l'assediava; ma Parma non

aprì le porte che in febbrajo a questo fratello del conte Sforza. Questa

città aveva resistito alle pratiche del conte Rossi, che entro le sue

mura secondava gli assalitori, agli attacchi di Alessandro, ed alla

diserzione del Piccinino. L'avvicinamento di Bartolomeo Coleoni con due

mila corazzieri e mille cinquecento fanti, la ridusse all'estremità:

allora volle darsi al marchese Lionello, ma la repubblica di Venezia non

permise che Lionello accettasse l'offerta; onde i Parmigiani dovettero

finalmente cedere alla loro cattiva fortuna[351]. Lo Sforza accordò

vantaggiose condizioni, e trovò modo di riconciliarsi con quelle stesse

famiglie che fin allora gli si erano mostrate più nemiche[352].

[349] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 510. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

623._

[350] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 507. — Ant. di Ripetila Ann.

Placent., p. 899._

[351] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 514. — Cron. di Bologna, t. XVIII,

p. 692._

[352] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 518._

Durante l'inverno gli affari dei Milanesi avevano sempre peggiorato. Lo

Sforza aveva stabiliti i suoi quartieri presso alle porte della loro

città, delle quali porte ne teneva cinque così strettamente bloccate

ch'era quasi impossibile il ricevere per mezzo di queste provvigioni

dalla campagna; ma in primavera alcuni più felici avvenimenti parvero

rianimare le speranze degli assediati. Luigi del Verme, Ventimiglia e

Dolce, che dallo Sforza erano stati mandati ad assediare Monza, e che di

già avevano aperta una breccia praticabile nelle mura di quella

fortezza, furono sorpresi da Carlo Gonzaga, e compiutamente rotti. Più

tardi attribuirono questo disastro a tradimento di Francesco Piccinino,

ch'erasi loro associato. Furono presi con tutta la loro artiglieria e

quasi tutti i cavalli. Il Dolce morì in conseguenza delle ricevute

ferite, e Luigi del Verme dovette per molti mesi guardare il letto[353].

[353] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 520. — Ann. Placent, t. XX, p.

899._

Dall'altra banda la vedova di Filippo Visconti, Maria di Savoja, che

stava sempre in Milano, dov'era rispettata dai magistrati ed amata dal

popolo[354], negoziò un'alleanza tra suo fratello Luigi, duca di Savoja,

e la repubblica milanese. Il duca di Savoja fece invadere il Novarese da

Giovanni Compeys, signore di Torrens[355], con un'armata di sei mila

cavalli. Il nome di barbari che i Greci davano altre volte a tutti i

popoli che non parlavano il loro linguaggio, veniva altresì dagli

Italiani del quindicesimo secolo prodigato a tutti gli oltramontani; e

con tal nome indicarono i Savojardi condotti da Compeys[356]. In fatti

questi montanari mezzo selvaggi trattarono con eccessiva crudeltà tutti

i villaggi e castelli di cui s'impadronirono, ma non poterono entrare in

Novara che avevano sperato di sorprendere[357].

[354] _Jos. Ripamontii, l. V, p. 625._

[355] _Cuichenon Hist. généalog. de la maison de Savoie, t. II, p.

85._

[356] _Ed erano da sei mila barbari_, dice Marin Sanuto, e gli altri

storici di quel tempo usano tutti le medesime espressioni. _Vite de'

duchi di Venez., p. 1131._

[357] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 526._

Un terzo avvenimento ancora più importante fu in sui punto di ruinare

l'armata dello Sforza; fu questo la diserzione dei due Piccinino, che,

incaricati di ricominciare l'assedio di Monza, abbandonarono Guglielmo

di Monferrato, cui si erano associati, e si gettarono in città con tre

mila cavalli. Giacomo, il più giovane, voleva sortire all'istante per

un'altra porta, attaccare Guglielmo, e, approfittando della sua

sorpresa, disfarlo affatto. Credeva di giustificare questa doppia

perfidia col carattere di colui contro al quale l'esercitava. Non è egli

per un tradimento, diceva, che Sforza rivolse contro Milano un'armata

pagata dai Milanesi? i suoi progetti per ridurre in servitù l'Italia non

sono forse conosciuti? si crede egli legato nella loro esecuzione dalle

leggi della buona fede? Francesco Piccinino, cui spettava il comando,

non lasciossi traviare da questi sofismi suggeriti dall'odio. «Nel

nobile mestiere del soldato, rispondeva egli, il sentimento dell'onore

non deve assoggettarsi alle sottigliezze della dialettica. Se in ogni

guerra io dovessi giudicare i potentati, a pro o contra de' quali io

servo, forse non ne troverei giammai un solo di giusto, un solo contro

il quale io non potessi, per la stessa ragione, autorizzare una

perfidia. In mezzo ai risentimenti ed agli odj che risveglia, il soldato

non dorme tranquillo che perchè non crede possibili le azioni infami. Io

senza dubbio non ispingo fino all'esagerazione lo scrupolo intorno alle

leggi della guerra, e la mia diserzione ne è una prova; ma se sullo

stesso campo di battaglia, ove sono stato posto dallo Sforza tra le sue

squadre, e nel giorno medesimo, io rivolgessi contro di lui le armi che

mi aveva affidate, se io abusassi della sua confidenza per iscannare i

suoi soldati, che si credevano miei fratelli, quand'ancora io ne fossi

applaudito a Milano per avere tradito un traditore, la posterità più

imparziale mi giudicherebbe, ed il nome di Piccinino non si purgherebbe

da questa macchia.» Questa discussione salvò il luogotenente dello

Sforza, che ritirassi, mentre il più giovane fratello disputava col

primogenito[358]. I Piccinino dopo essersi mostrati a Milano, ove furono

ricevuti con trasporti di gioja, marciarono contro una armata veneziana

che nello stesso tempo aveva cinto d'assedio Crema, e la forzarono a

ritirarsi. Tornando da questa spedizione sorpresero nel castello di

Melzi l'artiglieria che lo Sforza teneva colà apparecchiata per

l'assedio di Monza, e se ne impadronirono[359].

[358] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 532. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

625._

[359] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 534. — Crist. da Soldo Ist.

Bresc., p. 869._

Il popolo di Milano, sentendo da questi avvenimenti rilevarsi il suo

coraggio, formò compagnie di milizie più numerose di tutte quelle che da

lungo tempo si erano vedute nelle guerre d'Italia. Lo Sforza aveva

assediato Marignano, e la fortezza di questa terra dovevagli essere

consegnata il 1.º di maggio, se non era prima soccorsa. Per fargli

levare l'assedio i Piccinino ed il Gonzaga uscirono da Milano con sei

mila cavalli, e quasi tutta la milizia. Si dice che non avevano meno di

venti mila uomini armati di fucile. Quest'arma ancora poco in uso

ispirava grandissimo terrore anche ai più provetti corazzieri, mentre i

generali delle due armate sapevano egualmente che potevano cavarne poco

frutto. In fatti i fucili erano in allora fatti in maniera che

abbisognava quasi un quarto d'ora per caricarli, ed in tutto questo

tempo i fucilieri erano inabilitati ad agire o a difendersi dopo una

scarica. Non si erano per anco inventate le bajonette, che dovevano

trasformare queste bocche da fuoco in formidabili armi bianche; non

erasi nè meno inventato il fuoco non interrotto della colonna, e

l'evoluzione che, facendo passare le prime file in sul di dietro dopo di

avere tirato, oppone sempre nuovi fucilieri al nemico. I generali

milanesi, imbarazzati da tanta folla di soldati, avrebbero voluto far

levare l'assedio col solo terrore. Facevano circolare esagerate notizie

intorno al numero dei loro soldati, ed alla portata delle palle, contro

le quali, essi dicevano, la corazza non resiste. I corazzieri dello

Sforza, avvezzi a battaglie poco sanguinose, erano spaventati dall'idea

di un pericolo, contro il quale non giovavano nè il valore, nè la

destrezza. Invano il loro generale cercava di far loro comprendere che

una sola carica della cavalleria rovescierebbe questa truppa poco

agguerrita prima che potesse far fuoco. Difficilmente potè ispirare alla

sua armata sufficiente risoluzione perchè restasse al suo posto; ciò era

tutto quanto egli le chiedeva; in fatti i Milanesi non osarono

avanzarsi, e Marignano si arrese[360].

[360] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 537. — Marin Sanuto Vite dei

duchi, p. 1132. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 626._

L'ingresso de' Savojardi in Lombardia non aveva cagionati importanti

avvenimenti. Bartolomeo Coleoni era stato incaricato di tenerli di

vista, e perchè trovavasi al soldo della repubblica di Venezia, allora

in pace col duca di Savoja, non volle passare la Sesia, che separava il

Piemonte dalla Lombardia. Dal canto loro i Savojardi non facevano che

rapide scorrerie al di là dei confini, non si allontanavano mai, e le

frequenti loro scaramucce non erano mai decisive. In una di queste, gli

è vero, che fu fatto prigioniero Giovanni Compeys, generale dei

Savojardi, ma in molte altre il Coleoni, inferiore di numero, ebbe

qualche svantaggio; all'ultimo le due armate vennero a battaglia, il 20

aprile, presso Borgo Mainero. I Savojardi rinnovarono molte brillanti

cariche e sempre accompagnate da buon successo, ma perchè si erano

persuasi esservi qualche imboscata nella vicina macchia, non uscivano

dal campo di battaglia, e non approfittavano del loro vantaggio. Così

timida condotta rese arditi i nemici, i quali erano furibondi perchè

questi barbari, com'essi li chiamavano, non davano quartiere. Il

Coleoni, di già celebre per un'antecedente vittoria sugli oltramontani,

ricondusse i suoi corazzieri ad un'ultima carica ch'ebbe pieno effetto.

I Savojardi furono sbaragliati con grave perdita e posti in piena rotta.

Quelli che fuggirono ritiraronsi in Piemonte, e più non recarono

molestia alla Lombardia. Il campo di battaglia, coperto di morti, fece

non pertanto sugl'Italiani una profonda sensazione. I Savojardi, più

accostumati alle guerre della Francia che a quelle dell'Italia,

combattevano con un accanimento sconosciuto in quest'ultimo paese. Non

perdevano tempo nel fare prigionieri, uccidevano coloro che rovesciavano

da cavallo; ed i soldati dei condottieri, che nelle guerre ordinarie

credevano appena di arrischiare la vita, fremevano ancor dopo la

battaglia d'aver avuto a fare con tali nemici. Essi non temevano l'arte

militare, nè il valore de' Francesi, ma la loro ferocia, e conservarono

delle guerre francesi un cotale terrore, che, passato d'una in altra

generazione tra queste razze effemminate, apparecchiò le vittorie degli

oltramontani in sul finire del secolo, e le conquiste del re Carlo

VIII[361].

[361] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 541. — Ann. Placent. Ant. de

Ripalta, p. 899. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 191._

Un'altra diversione recò ancora maggiore sollievo ai Milanesi, e fu la

ribellione di Vigevano, grossa borgata della Lomellina, che cacciò il

comandante mandato dallo Sforza, e spiegò le insegne della repubblica.

Gli abitanti, dopo avere ottenute dalla metropoli alcune squadre di

cavalleria, cominciarono a guastare le campagne di Pavia, ed obbligarono

lo Sforza a ripassare il Ticino per venire ad assediarli. Nello stesso

tempo questo generale ricevette una segreta denuncia contro Guglielmo di

Monferrato, uno de' suoi luogotenenti, che si pretendeva apparecchiato a

passare dalla banda del nemico. Senza potere giustificare quest'accusa,

lo Sforza fecelo arrestare il 13 di maggio e sostenere nella cittadella

di Pavia; ma conservò sempre per lui tali riguardi, che manifestavano la

sua intenzione di riconciliarsi colla casa di Monferrato[362].

[362] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 544. — Ann. Placent. Ant. de

Ripalta, p. 900._

L'assedio di Vigevano fu uno dei fatti militari in cui gl'Italiani

mostrarono maggior valore e costanza. Desideravano i Milanesi che questo

tenesse lungamente occupato lo Sforza, per dar loro tempo di fare il

raccolto del frumento, che cominciava allora a fiorire. Ma lo Sforza,

che non isperava di prendere Milano che colla fame, desiderava di

avanzarsi a tempo per guastare la campagna. La guarnigione milanese e

gli abitanti di Vigevano gareggiavano di zelo e di attaccamento. In

pochi giorni consumarono tutta la polvere da cannone, ma impiegarono con

altrettanta bravura che buon successo le antiche armi per resistere alle

nuove. Quando l'artiglieria dello Sforza ebbe fatto nel muro una breccia

praticabile, vide alzato in sul di dietro un nuovo trinceramento formato

di terra e di concime, e legato con grosse travi. Impiegò di nuovo

l'artiglieria per rovesciarlo, ma tutt'ad un tratto le mura ed i

baluardi furono coperti di balle di lana, che ammorzavano i colpi delle

pietre lanciate dalle bombarde. Finalmente questo nuovo trinceramento

venne ancor esso aperto, e lo Sforza risolse di dare l'assalto il 3 di

giugno.

Conoscendo l'ostinazione ed il coraggio de' suoi nemici, s'avvide che

non potrebbe vincerli che colla fatica e lo spossamento. Divise la sua

armata in otto corpi; il primo cominciò a battersi all'alba del giorno,

e quando fu respinto dagli assediati, gli succedette un altro, poi un

altro ancora, sicchè l'attacco, rinnovato sempre con truppe fresche, non

fu mai interrotto. Dal canto loro Jacopo di Rieti, Enrico di Carreto, e

Ruggero Galli, che comandavano nella piazza, avevano a tutto preveduto.

I borghesi erano distribuiti lungo le mura, e sui terrapieni, oggetto

principale dell'attacco, la brava guarnigione; le donne della terra,

poste dietro i soldati, loro distribuivano i rinfreschi, o le pietre da

lanciarsi contro gli aggressori, mentre che i preti, radunati nella

chiesa principale con tutte le fanciulle, pregavano per i loro

concittadini che combattevano. Per altro tutta la guarnigione era stata

costretta fino dal principio ad opporsi tutt'intera al nemico, e mentre

vedeva avvicendarsi gli assalitori per combatterla, non poteva nè

sperare straniero soccorso, nè avere un istante di riposo. Malgrado il

vantaggio della sua posizione, ella andava pure facendo qualche perdita,

e le sue file diventavano sempre più rare; ma quando veniva rovesciato

un soldato, una donna si copriva subito colle insanguinate sue armi, e

prendeva il suo luogo. Gli assalitori, vedendo ricomparire guerrieri

caduti morti sotto i loro occhi, mentre il suono delle campane e le

processioni di immagini mischiavano la religione alla battaglia,

credevano di provare in questa resistenza qualche cosa di

soprannaturale, e si lasciavano abbattere da religioso terrore.

Finalmente dopo un assalto che aveva durato una lunga intera giornata di

giugno, i soldati dello Sforza all'avvicinarsi della notte si

stabilirono sul terrapieno. I borghigiani spaventati abbandonavano le

mura, e già la città era presa, quando sdrucciolando tre o quattro degli

assalitori cadono sul terreno in pendìo bagnato di sangue; coloro che li

seguono danno a dietro, tutta la colonna si rovescia spaventata, ed i

soldati precipitano uno sopra l'altro nelle fossa, seco strascinando

masse di ruine che gli schiacciano. Essi sono compresi di terrore

innanzi a quelle mura che credono incantate, e lo Sforza per non

compromettere di più la gloria della sua armata, fa suonare la ritirata.

Ma Vigevano più non poteva difendersi. Durante la notte gli assediati

proposero, ed a stento ottennero dal vincitore una capitolazione. Fu

ancora più difficile il farla rispettare dai soldati; risguardando

questi il saccheggio come un loro diritto, diedero ancora un assalto

alle mura dopo soscritto il trattato, e furono richiamati al loro dovere

con molta fatica da Francesco Sforza, il quale rinfacciò loro d'avere

rinculato in faccia alla breccia in tempo della battaglia, e di volervi

salire adesso contro la data fede. La città fu salva, e soltanto

obbligossi a ristabilire a sue spese il castello, ch'era stato distrutto

in nome della libertà[363].

[363] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 544-548._

Dopo la sommissione di Vigevano, lo Sforza, secondo il suo progetto,

cominciò a far tagliare le biade ancora verdi sul territorio di Milano.

Nello stesso tempo ricondusse all'ubbidienza gli abitanti delle rive dei

laghi, e quelli di varie terre che si erano contro di lui ribellati.

Dall'altro canto i Milanesi, che rifacevano ogni due mesi la signoria,

scossero per breve tempo il giogo del popolaccio, che opprimeva la loro

repubblica, e che doveva essere cagione della sua ruina. Giovanni d'Ossa

e Giovanni d'Appiano, due plebei che avevano così crudelmente abusato

della loro autorità come capitani del popolo, furono imprigionati il 1.º

luglio, quando uscivano di carica, e loro furono surrogati uomini

superiori assai per nascita e per educazione, Guarnieri Castiglione,

Pietro Pusterla e Galeotto Toscani. Questi, nella breve loro

magistratura, cercarono la sola risorsa che ancora poteva restare alla

repubblica. Incaricarono Enrico Panigarola, mercante milanese, stabilito

in Venezia, d'entrare in trattato coi Veneziani; e trovarono il doge

Francesco Foscari ed il consiglio de' dieci più disposti per la pace di

quello che avevano sperato[364].

[364] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 552. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

627._

Finalmente i Veneziani cominciavano a sentire quanto in politica era

grande l'errore d'avere voluto abbandonare il ducato di Milano ad un

principe guerriero ed ambizioso, piuttosto che lasciarlo sussistere in

repubblica. Marcello, il procuratore di san Marco, che seguiva le

armate, aveva da lungo tempo cercato di far sentire ai suoi commettenti

il pericolo di questo sistema. Il trattato, agevolato da questo ritorno

alla moderazione, si continuò tra Milano e Venezia con profondo segreto,

per non lasciarlo traspirare al conte Sforza. Non era per anco terminato

al primo di settembre, quando una nuova signoria entrò in carica a

Milano, e tolse ogni potere al partito moderato per renderlo a feroci

demagoghi. Il senato di Venezia aspettava, per dichiararsi, il

risultamento di una pratica, di cui lo Sforza teneva il filo, e questa

scoppiò l'undici di settembre. Le città di Crema e di Lodi gli furono

date per tradimento. La prima spiegò l'insegna di san Marco, e l'altra

quella del conte. Questo fu il termine che i Veneziani pensarono di

porre alle sue conquiste. Siccome egli conduceva la sua armata sotto le

mura di Milano, il consiglio dei dieci gli partecipò di essere stato

sottoscritto un armistizio coi Milanesi; e richiamò nello stesso tempo

Bartolomeo Coleoni e la sua armata[365].

[365] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 226._

I deputati di Venezia, annunciando al conte Sforza che il loro senato

accettava la pace e che lo invitava ad accedervi, erano incaricati di

fargli sentire quanto fosse ancora incerto il fine della guerra, e

quanto doveva ancora credersi lontano da una piena vittoria, di modo che

avrebbe dovuto ritenersi ben fortunato di accettare le vantaggiose

condizioni, che i Veneziani gli avevano procurate. Per lo contrario egli

ben sapeva, che le rapide sue conquiste erano quelle che avevano

risvegliata la gelosia del senato, e che non gli si proponeva la pace

che per timore di vederlo in breve padrone di Milano. Le sue speranze

venivano rinforzate dall'arrivo al suo campo di moltissimi emigrati che

il governo rivoluzionario aveva cacciati di città, e dall'arrivo dello

stesso Carlo Gonzaga, fin allora comandante della piazza[366]. Frattanto

lo Sforza aveva dal canto suo fatte dolorose perdite, ed in particolare

di ufficiali generali: il conte del Verme, alla cui figlia aveva dato in

isposo un suo bastardo, era stato ucciso sotto Monza. Roberto di monte

Albotto, Cristoforo di Tolentino, Jacopo Catalani, ed il conte Dolce

dell'Anguillara gli erano stati tolti da una febbre pestilenziale, che

aveva travagliato il suo campo e quello de' Veneziani, ed in pari tempo

lo aveva privato di moltissimi soldati. Aveva ancora pianto di più Manno

Barile, vecchio capitano di settant'anni, che lungo tempo aveva militato

sotto suo padre, indi lo aveva costantemente servito con somma fedeltà,

ed erasi annegato nel Lambro[367]. Altronde Alfonso d'Arragona pareva

che volesse prendere la difesa dei Milanesi; egli aveva mandati in

diversi tempi due piccoli corpi d'armata, ch'erano entrati nello stato

di Parma, e colà poi dispersi da Alessandro Sforza. Queste medesime

disfatte potevano agli occhi d'Alfonso essere motivi per mandare in

Lombardia più imponenti forze.

[366] _Platina Hist. Mant., l. VI, p. 847._

[367] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 553. — Ant. de Ripalta Ann.

Placent., p. 900._

La pace fra le due repubbliche era stata sottoscritta in Brescia il 27

settembre, ed il 30 Pasquale Malipieri venne a parteciparne le

condizioni allo Sforza. Questa pace lo innalzava al rango de' primi

sovrani d'Italia, onde non poteva lagnarsi d'essere stato sagrificato

dalla sua alleata. Il territorio della nuova repubblica di Milano doveva

stendersi soltanto fra i tre fiumi Adda, Ticino e Po, senza nemmeno

comprendere la parte di questa penisola che un tempo appartenne ai

Pavesi. Lo Sforza doveva restituire Lodi, e rinunciare ad ogni pretesa

sopra Milano, Como ed il loro territorio; del rimanente veniva

riconosciuto sovrano di Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Piacenza,

Parma e Cremona, colle fertili loro province. Pasquale Malipieri

soggiunse soltanto, che accordava venti giorni al conte Sforza per

accedere ad un trattato che gli assicurava tanti vantaggi[368].

[368] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 565. — Crist. da Soldo Stor.

Bresc., p. 860. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 192. — Marin

Sanuto, p. 1135._

Ma l'ambizione dello Sforza era andata crescendo colle conquiste, e non

potev'essere soddisfatta che collo stato posseduto già da suo suocero;

soltanto egli sentiva la necessità d'opporre l'astuzia a questo

cambiamento di politica. Accordò ai Milanesi la tregua di venti giorni

che gli erano stati domandati, la quale loro non permetteva

d'approvigionare la città, e siccome propriamente arrivava alla stagione

delle semine, egli accortamente calcolava, che nella speranza di certa

pace, gli assediati affiderebbero alla terra quasi tutto il grano che

loro rimaneva. Mandò nello stesso tempo tre ambasciatori a Venezia, uno

de' quali era lo stesso suo fratello Alessandro, per recarvi la sua

adesione al trattato di pace; ma segretamente loro commise di tirare in

lungo il trattato, evitando, se possibile fosse, di apporre al trattato

le loro firme. In appresso allontanò da Milano le sue truppe, ma

conservando tutti i passi che potevano agevolarne il pronto

ritorno[369].

[369] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 552-572. — Cristof. da Soldo Istor.

Bresc., p. 861. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 192. — Nicc.

Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 228. — Platina Hist. Mant., l. VI,

p. 848._

Mentre ancora durava questa ingannatrice tregua, morì a Milano

d'idropisia il 16 ottobre 1449 Francesco Piccinino. Questo generale

aveva cagionato ai Milanesi più mali che beni. Inferiore al padre ed al

fratello di talenti, di coraggio, ed ancora di forza di corpo, perdeva

talvolta nell'ubbriachezza l'uso delle sue facoltà. I suoi falli avevano

apportato alla milizia di Braccio frequenti rotte, che l'avevano

umiliata e scoraggiata. Il comando in capo di questa milizia passò dopo

la sua morte a suo fratello Giacomo, capitano assai più rapido in ogni

movimento, e più valoroso in battaglia. Giacomo fu dai Milanesi

riconosciuto generalissimo, e proclamato dalle truppe. Queste per altro,

confessando la superiorità dell'ultimo, non lasciavano di sospirare

Francesco, il quale si affezionava il soldato colla sua prodigalità e

colla sua ingenuità, mentre il secondo veniva notato d'avarizia[370].

[370] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 571._

Era appena spirato il giorno della tregua, e terminate le semine del

Milanese, quando Francesco Sforza dichiarò che non ratificava la pace

segnata in di lui nome dai suoi deputati. Per altro, per mettere il suo

onore e la sua coscienza in riposo malgrado la sua mala fede, fece ciò

che ancora generalmente si fa in Italia, quando vuolsi riconciliare

l'opinione pubblica ad un'azione immorale[371]; indusse de' teologi, che

ne fanno professione, a scrivere dissertazioni, che sparse in ogni

luogo, onde provare che non era tenuto ad osservare un trattato che la

sola forza delle circostanze gli avevano fatto conchiudere. Non trasse

per altro fuori le sue truppe dai quartieri d'inverno, i quali erano

così avvedutamente disposti, che senza abbandonarli poteva continuare il

blocco di Milano; ma fece uscire numerose squadre di cavalleria, che

guastavano le campagne, e che rompevano ogni comunicazione tra l'armata

veneziana e gli assediati.

[371] Lo stesso facevano i re di Francia colle adunanze de' loro

vescovi, poi colla università Parigina, ed in ultimo colla Sorbona.

In tutti i paesi e non nella sola Italia si abusò pure della

religione. _N. d. T._

Il senato veneto, ricevendo questa notizia, risolse di forzare colle

armi quest'ambizioso condottiere a stare alle condizioni accettate dai

suoi ambasciatori. La signoria ordinò a Sigismondo Malatesta, generale

in capo della sua armata, di aprirsi a forza una comunicazione con

Milano, e di vittovagliare quella città. Sigismondo passò l'Adda presso

Lecco, ed entrò in mezzo alle ridenti colline che separano il lago di

Como da quello di Lecco, dette _monti di Brianza_; colà doveva recarsi

il Piccinino, che infatti partì da Milano per raggiugnerlo. Ma lo Sforza

colla sua rapidità prevenne la loro unione; battè il Piccinino il 28 di

dicembre, respingendolo in Milano, e si portò subito dopo sopra

Sigismondo, cui costrinse a ripassare l'Adda dopo avergli fatti molti

prigionieri; e così terminò l'anno con una importante vittoria[372].

[372] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 576-579. — Jos. Ripamontii. l. V, p.

630._

Cominciò il seguente con un trattato non meno vantaggioso. I suoi

ambasciatori, uno de' quali era Bartolomeo Visconti, vescovo di Novara,

segnarono per lui il 20 gennajo con Luigi di Savoja un trattato di pace,

in forza del quale i due sovrani si guarentivano le vicendevoli loro

conquiste. Lo Sforza rinunciava a molti distretti e castelli, che il

Piemontese gli aveva tolti ne' territorj di Pavia, di Novara, e di

Alessandria; ma era troppo contento di liberarsi a tale prezzo da un

formidabile nemico, che avrebbe potuto fare contro di lui una potente

diversione, finchè trovavasi impegnato nella presente guerra[373].

[373] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 573. — M. A. Sabellico Dec. III, l.

VII, f. 193. — Ann. Placent., t. XX, p. 901. — Guichenon, Hist.

généal. de la maison de Savoie, t. II, p. 86._

La situazione dei Milanesi e quella dello Sforza erano egualmente

difficili e pericolose; l'uno e gli altri mancavano di vittovaglie; più

non trovavasi grano nelle esauste campagne, e quello che lo Sforza

faceva venire da Lodi, appena bastava al mantenimento del terzo della

sua armata. I Milanesi trovavano tuttavia de' contadini, che, sedotti da

un immenso guadagno, avventuravansi a portar loro vittovaglie con

pericolo della vita, mentre le sottraevano accortamente ai soldati dello

Sforza, che, le avrebbero prese senza pagarle. Niuna sanguinosa azione

affrettava la conchiusione della guerra; l'armata di Sigismondo

Malatesta e quella dello Sforza non tenevano la campagna, e gl'Italiani,

educati nella mollezza, non supponevano che in mezzo ai rigori

dell'inverno si potesse agire alla scoperta. Frattanto i due generali si

facevano ne' loro accantonamenti una guerra di scaramucce. Le truppe

dello Sforza, alloggiate nelle borgate del Milanese, battevano la

campagna per fermare i convogli di viveri; dall'altro canto il Malatesta

ed il Coleoni avevano adunati in Bergamo ragguardevoli magazzini, di

dove sforzavansi di approvigionare Milano.

Bartolomeo Coleoni, sperando d'aprirsi una comunicazione, passò di nuovo

l'Adda, e si avanzò fino a Como. Giacomo Piccinino vi si recò dalla

banda di Milano, ed altro non restava da farsi al Piccinino che di

tornare per la già fatta strada a Milano coi convogli che il Coleoni gli

aveva condotti a Como. Tutti i luogotenenti dello Sforza consigliavano

il loro capo a ritirarsi, ed a non ostinarsi a guardare accantonamenti

così pericolosi tra una grande città assediata ed un'armata nemica. Lo

Sforza si ostinò solo ne' suoi progetti, e senza trar fuori dai

quartieri tutta la sua cavalleria, seppe tagliare al Piccinino la strada

di Milano. Le ricche borgate del Milanese gli offrivano comodi

alloggiamenti, e la sua armata era non meno concentrata che se fosse

stata in un campo[374].

[374] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 590. — Crist. da Soldo Ist. Bresc.,

p. 862. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 193. v._

Il pericolo raddoppiavasi per le due parti per la slealtà di tutti i

capitani, che, non pensando che ad arricchirsi, mettevano continuamente

all'incanto l'onore e la fedeltà loro. Il Ventimiglia era entrato in

trattati coi Veneziani nello stesso tempo che il Piccinino collo Sforza;

ma il primo di cui fu scoperto l'intrigo, venne imprigionato dal conte,

e mandato a Pavia; il secondo, non osando di porsi in mano del suo

nemico sebbene lusingato dalle più larghe promesse, ruppe il trattato,

già condotto molto avanti, e fece morire come falsario il deputato che

aveva trattato con lui[375].

[375] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 592._

Intanto Milano trovavasi in preda a tutti gli orrori della fame: di già

i più ricchi avevano mangiati i loro cavalli, i muli ed i cani chiusi

con loro, mentre il popolo strappava le radici e le erbe che crescevano

lungo le mura, senza che avesse sostanze untuose per cucinarle. Migliaja

di poveri erano periti in mezzo alle strade, altri in maggior numero

tentavano rifugiarsi nelle campagne; ma lo Sforza, che aveva riposta

ogni speranza d'avere Milano nella sola fame, li faceva rientrare di

nuovo in città. Le fanciulle sole erano sottratte a così rigoroso

ordine, non dalla compassione, ma dall'incontinenza de' soldati[376].

[376] _Ivi, p. 594. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 863._

L'armata di Sigismondo Malatesta era più numerosa di quella dello

Sforza, ma credesi che questo generale, il quale non mancava nè di

abilità, nè di coraggio, non osasse di venire ad una battaglia

necessaria alla liberazione di Milano, per timore di soggiacere, quando

rimanesse perdente, alla meritata vendetta dello Sforza. Egli aveva in

addietro sposata Polissena, figliuola di Francesco, e poco dopo l'aveva

fatta perire per isposare un'amica; temeva la sorte d'una battaglia, che

poteva esporlo a restar prigioniero di suo suocero mortalmente

offeso[377].

[377] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 594. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior.,

l. VI, p. 232._

I capi del governo di Milano, disposti a tutto soffrire piuttosto che

venire sotto la tirannia dello Sforza, si adunarono nel tempio di santa

Maria della Scala, e proposero di assoggettare la città al governo di

Venezia, onde muovere questa repubblica a difenderla più potentemente.

Era questo da lungo tempo l'oggetto della segreta ambizione de'

Veneziani e dell'ambasceria del Venieri. Ma mentre stavano deliberando,

la sera del 25 febbrajo cominciò un gravissimo tumulto tra la plebe

affamata del quartiere di Porta nuova. Il podestà, Domenico da Pesaro, e

Lampugnano Birago, uno dei magistrati, furono respinti a sassate.

Gaspare da Vimercate e Pietro Cotta si posero alla testa

degl'insorgenti, ed attaccarono il palazzo. Un'ala di questo edificio

era occupata dalla signoria, un'altra dalla duchessa Maria, vedova

dell'ultimo duca. Gl'insorgenti, respinti dalla guardia del primo corpo

dell'edificio, entrarono per il secondo e si precipitarono a traverso ai

suoi lunghi andatoj per giugnere alle sale del governo. Leonardo

Venieri, ambasciatore de' Veneziani, si presentò loro, cercando di

trattenerli, ma venne ucciso da que' furibondi. Allora i magistrati

fuggirono dal palazzo, che venne occupato dal popolaccio, e

l'insurrezione si estese ad altri quartieri della città. Ambrogio

Trivulzio, che comandava a porta Romana, cercò invano di resistere, e

togliere la patria dalle mani della plebe; all'ultimo si sottomise ancor

egli, per non accrescere i mali di Milano coi disastri d'una guerra

civile[378].

[378] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 597-599. — Nicc. Machiavelli Stor.

Fior., l. VI, p. 234. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 632._

Il tumulto aveva cominciato la sera, e si era continuato tutta la notte.

La mattina del 26 febbrajo i cittadini si adunarono nuovamente in santa

Maria della Scala per deliberare intorno a ciò che conveniva di fare;

perciocchè quegli stessi insorgenti, che avevano rovesciato il governo,

e manifestato tanto furore contro coloro che continuavano la guerra, non

avevano verun piano determinato, veruna speranza intorno ai mezzi di

farla finire. All'odio contro lo Sforza, radicato in tutti i cuori,

aggiugnevasi quello contro i Veneziani, de' quali i Milanesi erano

sempre stati gelosi, e che adesso accusavano di essere la cagione d'ogni

loro male. Piuttosto che cadere sotto il loro giogo, o sotto quello

dello Sforza, alcuni proposero in quest'assemblea tumultuosa di darsi al

re Alfonso, altri a quello di Francia, altri al papa, altri al duca di

Savoja; ma Gaspare da Vimercate, che prese la parola dopo tutti gli

altri, e che avendo lungo tempo servito sotto Francesco gli era

segretamente affezionato, non ebbe difficoltà a dimostrare, che il re di

Napoli, il re di Francia ed il papa erano così lontani, che il popolo di

Milano perirebbe di miseria, prima che potesse essere soccorso. Aggiunse

che il duca di Savoja era troppo debole per salvarli, come era stato

dimostrato dalla precedente campagna; all'ultimo dichiarò, che,

volendosi far cessare all'istante la fame e la guerra, non eravi che un

solo spediente possibile, quello cioè di darsi a Francesco Sforza, di

cui vantò la clemenza e la bontà, e di riconoscere il genero ed il

figliuolo adottivo dell'ultimo duca quale legittimo successore dei

Visconti. Questa speranza di così vicina pace, dell'immediata cessazione

d'insoffribili mali, produsse nella moltitudine una sorprendente

rivoluzione. Quegli che poc'anzi era oggetto di esecrazione, parve a

tutti il solo salvatore dei Milanesi, ed il Vimercate fu subito

incaricato di portare al conte Sforza le offerte ed i voti di tutto il

popolo[379].

[379] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 600. — Crist. da Soldo Ist. Bresc.,

p. 863. — Nicc. Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 235._

Lo Sforza, avvisato di questa rivoluzione, si era posto in cammino da

Vimercate, ov'era il suo quartiere, ed avvicinavasi a Milano alla testa

della cavalleria. Aveva ordinato ai suoi corazzieri di prendere seco

tanto pane quanto ne potevano portare. A sei miglia dalla città trovò la

folla dei Milanesi che gli si faceva all'incontro, e senza sospendere la

marcia fece dai soldati distribuire il pane che portavano agl'infelici

che soffrivano la fame, onde contrarre con loro un legame d'ospitalità

col primo beneficio. Giunto a Porta Nuova trovò Ambrogio Trivulzio con

un piccolo numero di fedeli cittadini, che prima di lasciargli libero

l'ingresso della città volevano imporgli alcune condizioni, e fargli

giurare l'osservanza delle leggi della libertà della loro patria; ma più

non era tempo di resistere, nè alla soldatesca insolente, nè al medesimo

popolaccio, che ad altro non pensava che al cibo ed alla pace di cui

voleva godere. Lo Sforza, incoraggiato dal Vimercate e da coloro che lo

seguivano, passò avanti senza volersi legare con veruna promessa[380].

Spinto e quasi portato col suo cavallo tra le braccia de' cittadini,

venne prima nel tempio di santa Maria a rendere grazie a Dio di questo

felice avvenimento, indi passò nella pubblica piazza, ove fu salutato

tra mille acclamazioni col nome di principe e di duca. Dispose guardie

in molti luoghi della città, occupò le mura e le porte, poi tornò fuori

di Milano immediatamente, onde affrettare l'arrivo d'altri convoglj di

vittovaglie. Fece pubblicare in tutte le campagne che tutti i

commestibili sarebbero ricevuti nella nuova sua capitale senza pagamento

di gabella, ed in pari tempo fece a proprie spese trasportare da Cremona

e da Pavia grandi convoglj di frumento e di pane da distribuirsi ai

poveri. Ne' due susseguenti giorni Monza, Como e Bellinzona, sole piazze

forti rimaste in potere dei Milanesi, gli aprirono le loro porte.

Sigismondo Malatesta, avvisato della seguìta rivoluzione dai fuochi di

gioja che vide farsi in città, ripassò l'Adda coll'armata veneziana; e

Francesco Sforza in possesso di tutto il ducato di Milano, pose, finchè

durò la cattiva stagione, le sue truppe ne' quartieri d'inverno[381].

[380] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 601._

[381] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 602-603. — Ant. de Ripalta Ann.

Placen., t. XX, p. 901. — Marin Sanuto, t. XXII, p 1137. — Navagero

Stor. Venez, t. XXIII, p. 1114._

Se nell'istante in cui Francesco Sforza conseguiva l'oggetto della sua

ambizione, delle sue guerre e della sua politica, egli avesse potuto

prevedere l'avvenire, non v'ha dubbio che la sua gioja sarebbesi

turbata, paragonando il valor reale dell'acquistato trono col prezzo che

gli era costato. «La corona, dice il Ripamonti storico milanese del

diciassettesimo secolo, non doveva arrivare fino al sesto erede, e le

cinque successioni, per le quali doveva trasmettersi, essere dovevano

accompagnate da altrettante tragiche vicende nella sua famiglia.

Galeazzo, suo figliuolo, fu, per i suoi delitti e per la sua

dissolutezza, ucciso da alcuni gentiluomini contro di lui congiurati in

presenza del popolo, innanzi agli altari, in mezzo alle feste

consacrate; e l'intera città fu in appresso insanguinata dall'uccisione

de' cospiratori. Giovanni Galeazzo, che gli successe, morì avvelenato da

Lodovico il Moro, e fu vittima dei delitti dello zio. Questi, fatto

prigioniere dai Francesi, morì di dolore in prigione. La sorte d'uno de'

suoi figli fu simile alla sua: l'altro, dopo un lungo esilio ed una

misera vita, ristabilito già vecchio e senza figli sopra un trono

vacillante, vide finire ad un tempo il suo impero e la sua vita. Tale fu

la ricompensa del tradimento che soggiogò Milano; e per questo Francesco

Sforza passò tutta la sua vita tra gl'inganni, le privazioni ed i

pericoli»[382].

[382] _Josephi Ripamontii Can. Sanctae Mariae ad Scalam Historia

Urbis Med., l. V, p. 620._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 9 / 14 题