CAPITOLO LXXIV.

_Politica di Cosimo de' Medici. — Guerra di Piombino tra il re

di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi de' Veneziani e di

Alfonso contro lo Sforza sostenuto dai Fiorentini. — Pace di

Lodi._

1447 = 1454.

Milano mai non sarebbesi conquistata da Francesco Sforza, nè la

Lombardia sarebbe diventata la preda di un ambizioso capo di mercenari

soldati, se la repubblica di Firenze, quella che aveva fatte fiorire le

arti, le lettere antiche, la filosofia e la poesia, non avesse

antecedentemente mutato governo. Per lo spazio di cinquant'anni si era

veduta quest'illustre città diretta da uomini di stato patriotti, che

risguardavano il mantenimento della libertà italiana, come il nobile

ufficio della loro repubblica. Giammai non avevano temporeggiato a porsi

nella prima linea per opporsi alle usurpazioni di Barnabò e di Galeazzo

Visconti, di Ladislao di Napoli, e di Filippo Maria. Maso degli Albizzi

e Nicolò d'Uzzano credevano fermamente che la libertà fosse la sola

guarenzia della pace e della prosperità d'Italia; che sollevandosi un

tiranno non solo schiacciava i proprj suoi sudditi, ma minacciava tutti

i vicini; che i vizj e la bassezza di una corte corrompevano col loro

fatale esempio i cittadini di uno stato libero chiamati a trattare con

lei. Si credevano per dovere obbligati e per coscienza ad abbracciare le

difese di un popolo che prendeva le armi per mantenere o per ricuperare

la libertà; essi calcolavano meno l'interesse della loro repubblica, di

quello che si affidassero alla nobiltà de' loro proprj sentimenti; e

perchè non erano meno illuminati che giusti, avevano sentito e fatto

riconoscere ai loro concittadini che la più alta prudenza si trova nella

più alta virtù, e che una condotta nobile e generosa conduce alla

grandezza ed alla gloria.

Sgraziatamente questa memorabile aristocrazia, una delle più brillanti

per i talenti, delle più commendevoli per le virtù, delle più scrupolose

a favorire la libertà dei popoli, provò, siccome tutto ciò che

s'avvicina alla perfezione, la fatale influenza de' tempi. Rinaldo degli

Albizzi, meno abile e più prosontuoso di suo padre, abusò di un'autorità

che i suoi rari talenti più non rendevano benefica. Venne esiliato co'

suoi vecchi amici della libertà, che in tempo della loro amministrazione

avevano dato un così nobile carattere alla loro repubblica. Cosimo de'

Medici aveva ereditata la loro gloria e la loro autorità: egli raccolse

i frutti di tutto quanto essi soli avevano fatto pei progressi dello

spirito umano, per lo sviluppo del pensiere e dell'immaginazione,

sebbene egli fosse lontano dall'uguagliarli. Eppure Cosimo de' Medici è

il solo conosciuto dalla posterità; mentre sono dimenticati gli Albizzi,

perchè noi siamo più tocchi dallo splendore che circonda un grand'uomo,

che da quello di cui egli stesso è la causa, o perchè possiamo ancora

leggere le adulazioni di coloro che incensarono il primo Medici, di

Ambrogio Traversari, di Poggio Bracciolino, d'Argirogilo, di Lapo da

Castiglionchio, di Benedetto Accolti, di Flavio Biondo, di Giannozzo

Manetti e di Leonardo Aretino, che tutti vissero a lui famigliari, che

vennero sostenuti dalla sua borsa, e gli dedicarono le scritture colle

quali maggiormente contribuirono al rinnovamento delle lettere; ma il

governo virtuoso che fece nascere e che formò tutti quegli uomini

distinti, e lo stesso Cosimo con loro, non trovò alcuno che lo

celebrasse, perchè fu rovesciato nell'istante in cui questi scrittori,

di già arrivati al perfezionamento delle loro facoltà, potevano rendere

gloria in ricompensa della ricevuta protezione, e perchè la riconoscenza

anche tra i più celebri autori sopravvive poche volte al credito dei

loro benefattori.

Cosimo de' Medici era non per tanto un grand'uomo, e non ha usurpata la

riputazione con cui attraversò i secoli futuri. Questo mercante di

Firenze, che in mezzo alla luminosa sua carriera non abbandonò mai il

traffico de' suoi padri, che sparse intorno a sè il ben essere ed animò

l'industria coll'immensa sua ricchezza, questo mercante era uno de' più

destri politici d'Europa, un uomo di squisito gusto nelle arti, d'una

vasta erudizione letteraria, di un giusto e profondo giudizio in

filosofia, di cui fu uno de' principali ristauratori.

La ricchezza di Cosimo de' Medici, prima cagione della sua potenza e

della sua gloria, non apparve senza limiti che perchè questo grand'uomo

ebbe la saviezza di rimanersi sempre cittadino. Anche calcolando, non

solo le sue entrate, ma i profitti del suo commercio al maximum; egli

non dispose mai di più di cinquanta mila fiorini all'anno, circa 600,000

italiane, ed il suo capitale non oltrepassò mai i dugento cinquanta mila

fiorini. Questa somma sarebbe stata ben poca cosa pel bellicoso suo

amico Francesco Sforza, che ancora prima di essere duca di Milano spese

diverse volte più di trecento mila fiorini all'anno. Ma i calcoli degli

ambiziosi gl'ingannano sempre; il danaro, che prodigalizzano ai loro

soldati per innalzare la loro potenza, li renderebbe veracemente più

grandi se lo erogassero nelle arti della pace. Cosimo de' Medici non

conobbe il lusso nè nella pubblica nè nella privata sua vita, e nell'una

e nell'altra fu veramente grande. Non profuse il suo patrimonio

nell'assoldare armate, o nel fomentare intrighi presso le straniere

potenze, non cercò d'abbagliare i suoi concittadini nè collo splendore

delle vesti e degli equipaggi, nè colla magnificenza della tavola, nè

con numerosi servi riccamente vestiti; ma innalzò monumenti alle arti

non uguagliati da verun principe d'Europa, estese le sue beneficenze a

tutti gli uomini illustri del suo secolo, e coi capi d'opera creati col

di lui favore, e coi monumenti dell'antichità ch'egli ci ha conservati,

farà sentire i benefici effetti delle sue ricchezze fino alla più

lontana posterità[383].

[383] La sostanza di Cosimo de' Medici ci viene fatta conoscere da

due inventarj riportati ne' _Ricordi di Lorenzo de Medici Ap.

Roscoe, App. III, p. 41-44_. Il primo fu dato alla morte di Lorenzo,

fratello di Cosimo, di quattro anni di lui più giovane. La sostanza

d'ogni fratello ammontava allora a 235,137 fiorini d'oro. Dopo 29

anni si fece del 1469 un inventario dell'eredità di Pietro, figlio

di Cosimo, e la sua sostanza ascendeva allora a 237,989 fiorini, di

modo che non aveva nè aumentato nè diminuito. I prodotti del

commercio, calcolati al 20 per cento su questo capitale, non sono

che 46,000 fiorini. Conviene ricordarsi che il fiorino fu

costantemente l'ottavo d'un'oncia d'oro, o la 64ª parte del marco,

mentre il Luigi d'oro nuovo n'è la 32ª.

Cosimo de' Medici illustrò la sua munificenza, aprendo al pubblico vaste

raccolte di preziosi manoscritti in un'epoca in cui ogni libro era

considerato quasi come un tesoro. In occasione del suo esilio a Venezia

lasciò per pegno della sua riconoscenza allo stato, che gli avea dato

asilo, una pubblica biblioteca nel convento di san Giorgio, che vi si

mantenne fino al 1614[384]. Uno de' suoi compatriotti, Niccolò Niccoli,

poco ricco cittadino, aveva adunati ottocento manoscritti latini, greci

ed orientali, molti de' quali erano stati da lui copiati ed arricchiti

di utili commenti. L'aveva, morendo, legata al pubblico sotto la cura di

sedici deputati; ma fu Cosimo che procurò ai Fiorentini il godimento

della liberalità del Niccoli, pagando tutti i suoi debiti, e stabilendo

a sue spese questa biblioteca nel convento di san Marco, che aveva fatto

magnificamente fabbricare[385]. Nello stesso tempo la privata sua

collezione fu il primo fondo della biblioteca, che da suo nipote ebbe

poi il nome di Laurenziana[386].

[384] _Vita di Lorenzo de' Medici di Roscoe, t. I. — Ginguené Hist.

Litter. d'Italie, chap. XVIII, t. III, p. 255._

[385] _Poggi Orat, parentalis Nicolai Nicoli, p. 276. — Ginguené,

chap. XVIII, p. 258._

[386] _Vita di Lorenzo de' Medici, t. I._

Cosimo de' Medici, alzandosi tra i primi contro il primato che la

filosofia d'Aristotile aveva ottenuto nelle scuole, seguì le lezioni di

Gemistio Pleto, uno dei greci teologi del concilio di Firenze; acquistò

da lui un vivissimo gusto per la filosofia platonica, e destinò uno

degli scolari di Pleto, Marsilio Ficino, ad essere il ristauratore

dell'accademia. Gli fece dare un'educazione tutta diretta a questo

scopo, ed egli, più ancora che l'allievo da lui scelto, fu il padre dei

nuovi Platonici[387]. Le sue immense ricchezze, le sue corrispondenze,

che abbracciavano tutto il mondo conosciuto, erano costantemente

impiegate in servigio dell'erudizione; dietro inchiesta del Poggio o del

Traversari egli incaricava i commessi delle sue case di commercio di

comperare, o di far copiare i manoscritti che altri dotti avevano

scoperti in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Grecia ed in Siria.

Palazzi, conventi, chiese, venivano innalzati a sue spese in ogni città

nel territorio, ed egli faceva in tal modo godere del lusso delle belle

arti i poveri cittadini d'uno stato libero, mentre incoraggiava il genio

del Michelozzi e di Filippo Brunelleschi. Egli fu l'amico ed il

protettore di Donatello e di Masaccio, ai quali la scultura e la pittura

devono i rapidi loro progressi. In mezzo alla protezione ch'egli

accordava a tutti i lavori eleganti o utili, non dimenticò

l'agricoltura, ed i suoi due poderi di Careggi e di Caffagiuolo, di cui

tanto amava il soggiorno, vennero arricchiti dalle cure e

dall'intelligenza di questo agricoltore consolare.

[387] _Ginguené, chap. XVIII, t. III, p. 262._

Non pertanto è come uomo di stato che Cosimo de' Medici ottenne la più

grande riputazione, ed in questa carriera, in cui sparse così luminosi

raggi, la sua gloria non va esente da ogni rimprovero. Conoscendo

profondamente gli uomini e l'arte di guidarli, egli si mostrò in

particolar modo fermo ne' suoi progetti, paziente, coraggioso,

irremovibile; ma la di lui politica, invece di essere mossa da superiori

considerazioni, tutta si riferiva a lui solo; e le viste del personale

interesse sono più corte di quelle dell'amore della patria o della

libertà. Cosimo, volendo internamente ed esternamente assicurare il

poter suo e quello della sua famiglia, fece perdere a Firenze ciò che

formava la sua gloria e la sua grandezza; volendo farsi al di fuori un

potente alleato, che gli fosse personalmente affezionato, ruppe le

antiche alleanze della sua patria, e la fece rinunciare a massime, che

non erano state meno savie che generose. Cosimo de' Medici conservò

Firenze libera, senza mostrare troppo attaccamento per la libertà. Sotto

colore d'impedire le sommosse popolari ristrinse l'oligarchia tra le

mani del minor numero possibile; nel 1452 fece attribuire il diritto di

nominare la signoria a cinque soli cittadini, non senza eccitare la

diffidenza e le lagnanze degli amici della patria[388]. Impiegò contro i

suoi nemici severe e violenti misure, che scossero dai fondamenti la

costituzione, ed egualmente ferirono gl'individui; sostituì allo spirito

di corpo, che animava gli Albizzi, uno spirito di famiglia che

riferitasi soltanto ai Medici; si sforzò d'uscire dall'eguaglianza

repubblicana, mentre i suoi concittadini sforzavansi di mantenervelo.

Cercò nell'amicizia di Francesco Sforza un appoggio di cui conoscevasi

bisognoso, assai più per sè stesso che per la repubblica; talvolta, se

dobbiamo prestar fede al Simonetta, diede a questo amico tali consiglj,

che ben dimostrano che la sua politica non era frenata da verun

principio di lealtà[389]. Persuase all'ultimo Firenze a secondare lo

Sforza nell'oppressione dei Milanesi, mentre le inclinazioni non meno

che l'interesse de' Fiorentini dovevano preferire in Lombardia uno stato

libero, che servisse di contrappeso all'ambiziosa oligarchia veneziana,

ed alla militare monarchia di Napoli.

[388] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud. Tosc., t. XX, p. 300._

[389] Consigliò Francesco Sforza, i di cui affari in primavera del

1447 parevano affatto disperati a rifare la sua armata scoraggiata

coll'abbandonarle a sacco Pesaro, sola delle città del suo dominio

conservatasi fedele, e nella quale trovavasi inallora chiuso;

soggiugnevagli che omai non doveva altro consultare che il proprio

interesse, e non cercare ajuti che in se medesimo, rinunciando

all'alleanza delle repubbliche, che non potevano amare gli uomini

educati nella militare disciplina. Dice il Simonetta che lo Sforza

rigettò quest'iniquo consiglio, e che si maravigliò d'aver ritrovato

in così riputato uomo tanta barbarie. _Joan. Simonetae, l. VIII, p.

388._ _NB._ Questo aneddoto, raccontato dal solo storico di

Francesco Sforza, intento ad allontanare dal suo eroe ogni sospetto

di slealtà, ci darebbe una idea troppo svantaggiosa di un uomo che i

suoi coetanei e la posterità collocarono fra i più illustri

personaggi del 15.º secolo, e che ebbe per le sue virtù il nome di

_padre della patria_. _N. d. T._

Vero è che i Fiorentini non erano rimasti oziosi durante la guerra di

Milano, nè affatto liberi nella scelta del partito cui dovevano

appigliarsi. In sul cominciare della state del 1447, mentre ancora

viveva Filippo Maria, e che i Fiorentini, uniti ai Veneziani, cercavano

di terminare nel congresso di Ferrara la loro guerra con questo

principe, Alfonso, re di Napoli, fece ribellare la piccola fortezza di

Cennina, in val d'Arno di sopra, e vi mandò guarnigione per aprirsi

l'ingresso della Toscana, qualunque volta vi volesse condurre l'armata

che in allora aveva adunata a Tivoli. Per altro non prese le opportune

misure per difendere questo castello, lasciando che i Fiorentini lo

ripigliassero dopo quindici giorni[390]. Le rivoluzioni di Lombardia e

la morte di Filippo lo tennero senza dubbio incerto per qualche tempo

intorno alla condotta che doveva tenere; per altro seppesi alla fine di

settembre, che aveva sotto i suoi ordini sette mila cavalli, quattro

mila fanti e quattro mila foraggeri; che si era innoltrato fino a monte

Pulciano, ai confini dello stato di Siena, e che aveva cercato di

guadagnarsi quest'ultima repubblica. Gli ambasciatori Giannozzo Pitti e

Bernardo Medici, che gli furono mandati, riferirono che voleva staccare

i Fiorentini dall'alleanza di Venezia, e difendere così la Lombardia, al

di cui possedimento aspirava essendovi chiamato dal testamento di

Filippo Maria[391]. Entrò in fatti nel territorio fiorentino per la

provincia di Volterra; colà come pure nelle Maremme di Pisa occupò

alcune castella di non molta importanza, e fermossi in dicembre innanzi

a quello di Campiglia, che gli oppose un'ostinata resistenza. Dal canto

loro i Fiorentini avevano nominati i decemviri della guerra; avevano

chiamato al loro soldo Federico, conte di Montefeltro, ed in appresso

Sigismondo Malatesta; gli avevano rappattumati l'uno coll'altro, e non

avevano perduto tempo nel levare un'armata, e porsi in istato di

difesa[392].

[390] _Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. XXII, p. 54. — Nicc.

Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 207._

[391] _Scip. Ammirato, l. XXII. p. 55. — Barthol. Facii, l. IX, p.

144._

[392] _Nicc. Mach. Ist. Fior., l. VI. p. 208. — Comm. di Neri di

Gino Capponi, t. XVIII, p. 1204._

La vigorosa resistenza di Campiglia costrinse il re a levare l'assedio,

ed a prendere i quartieri d'inverno nelle Maremme presso alle ruine

dell'antica Populonia. Non era in allora lontano che tre miglia da

Piombino, e si propose d'assicurarsi di questo forte castello. Piombino,

altravolta povera borgata in mezzo a campagne quasi abbandonate, era

diventato nel 1399 un piccolo principato, ov'erasi ritirata la casa

d'Appiano, dopo avere tradita la repubblica di Pisa. Giacomo I d'Appiano

aveva afforzato il castello, aveva sparso qualche danaro nella

coltivazione di quelle fertili ma insalubri campagne, e renduto alquanto

mercantile il suo piccolo porto. Egli morì, e sua figlia Catarina portò

come dote il principato di Piombino a suo marito Rinaldo Orsino. Questi

aveva precedentemente avuto qualche contesa coi Fiorentini, ma aveva

imparato dall'esempio del conte di Poppi quanto fosse pericolosa cosa

l'abbracciare contro la repubblica il partito d'un lontano monarca, che

non mancherebbe in appresso di abbandonarlo e di sagrificarlo. Chiuse

dunque il proprio castello ad Alfonso ed ai suoi soldati, ricusò loro i

viveri, ed eccitò in modo lo sdegno del re, che questi, nel seguente

marzo, dopo avere nuovamente minacciata Campiglia, si ripiegò

bruscamente sopra Piombino, e ne intraprese l'assedio[393]. L'Orsini

erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, e colla frase

di quel tempo, chiamavasi suo _raccomandato_; ma Siena non era

abbastanza forte per proteggerlo, onde s'addirizzò a Firenze, e Lucca

Pitti, che in allora era gonfaloniere di giustizia e pareggiava di

credito Cosimo de' Medici, promise che la repubblica lo difenderebbe

come se fosse uno stato suo.

[393] _Poema d'Antonio degli Agostini sull'assedio di Piombino, t.

XXV Rer. It., p. 321-324. — Scipione Ammirato, l. XXII, p. 57. —

Nicc. Machiavelli, l. VI, p. 209. — Comm. di Neri di Gino Capponi,

t. XVIII, p. 1205. — Barth. Facii Rer. gest. Alphonsi, l. IX, p.

146._

In fatti le galere fiorentine condussero a Piombino l'otto luglio

trecento fanti ed un approvvigionamento di polvere e di piombo[394].

Questo convoglio doveva bentosto essere seguito da un altro più

considerabile, ma Alfonso, che risguardava l'acquisto di Piombino come

cosa di molta importanza, perchè il suo porto poteva in ogni tempo

aprirgli la Toscana, fece venire in quelle acque una flotta napoletana

per assediarlo ancora dalla banda del mare. In pari tempo questa flotta

assicurava ai Napoletani abbondanti convoglj di provvigioni, mentre

un'armata fiorentina, ch'erasi avanzata fino alle alture di Campiglia,

si vedeva chiusa la strada dall'armata d'Alfonso, e trovavasi mancante

di provvigioni d'ogni sorta e particolarmente di vino, necessario ai

soldati in un clima insalubre, ove le acque sono infette e l'aere

pestilenziale[395].

[394] _Ant. degli Agostini Poema dell'assedio di Piombino, p. III,

c. 3, p. 339. — Barth. Facii, l. IX, p. 148._

[395] _Scip. Ammir., l. XXII, p. 57. — Comm. di Neri di Gino

Capponi, t. XVIII, p. 1205._

Le due armate napoletane e fiorentine, poste sulle alture come sopra un

anfiteatro, e gli abitanti di Piombino dall'alto delle loro mura

consideravano inquieti il vasto mare di dove potevano giugnere tutti i

loro convoglj. Dieci galere napolitane, comandate da Garcilasso di

Requesens, stavano presso la riva. I Fiorentini non ne avevano che

quattro; ma o perchè confidassero nella grandezza e nella superiorità

de' loro movimenti, o perchè tentar volessero ad ogni costo la

liberazione di Piombino, essi non temettero di attaccare la flotta reale

la sera del 15 luglio 1448. La battaglia durò cinque ore protraendosi

fino a notte avanzata. La presenza delle due armate, che non levavano

gli occhi da una battaglia per loro decisiva, e le grida dei soldati,

che cercavano d'incoraggiare i loro ausiliari, rianimavano la pugna

quando era in sul punto di terminarsi per la spossatezza de'

combattenti; ma dopo prodigj di valore, i Fiorentini furono vinti. Due

galere caddero in mano de' nemici e le altre due, gravemente danneggiate

nei loro attrezzi e dopo avere perduta molta gente, si salvarono a

stento[396].

[396] _Comment. di Neri Capponi, p. 1205. — Nicc. Machiavelli Ist.

Fior., l. VI, p. 210. — Barth. Facii, l. IX, p. 149._

Dopo la perdita di queste navi, Neri Capponi, che comandava l'armata

fiorentina col titolo di commissario, risolse di ritirarsi.

Allontanandosi da Piombino andò ad assediare alcuni castelli delle

Maremme, che il re aveva occupati nel precedente autunno e li prese

tutti. Intanto persuase i suoi compatriotti a rifiutare le proposizioni

di pace di Alfonso, perchè il primo articolo richiedeva l'abbandono del

signore di Piombino.

Questi già da oltre tre mesi difendevasi vigorosamente; l'armata di

Alfonso era indebolita dalle malattie; in quella pestilenziale campagna

erano omai periti più di mille soldati napolitani di febbre maremmana, e

quasi tutti gli altri n'erano affetti. Frattanto l'artiglieria d'Alfonso

avendo rovesciata una delle torri che sostenevano le mura di levante,

egli risolse di dare un ultimo assalto alla piazza alla metà di

settembre. Divise l'armata tra Pietro di Cordova ed Inigo di Guevara,

facendo nello stesso tempo avvicinare la flotta comandata da

Berlinghieri Barili, e dopo di avere incoraggiati i suoi soldati con

tutto ciò che poteva risvegliare l'orgoglio e la cupidigia loro, o il

desiderio della vendetta, spinse le sue truppe all'assalto, e in questo

i Catalani rivalizzarono coi Napolitani, dispiegando agli occhi del re

tutta la loro bravura. Dall'altra parte Rinaldo Orsini, avendo adunati

gli abitanti di Piombino e la sua piccola guarnigione, fece loro sentire

che se soccumbevano, non caderebbero in mano d'Italiani, ma di barbari

soldati, che non intendevano il loro linguaggio, e che non conoscevano

nè le leggi della guerra nè quelle dell'umanità. Fece porre le femmine

dietro i loro mariti e fratelli per somministrar loro munizioni e

rinfreschi; ed egli stesso, precedendo gli altri col suo esempio, fu

maravigliosamente secondato dagli abitanti e dai soldati. Gli assediati

aggiugnevano alle armi comuni dei fiumi d'olio bollente e di calce viva,

che, penetrando sotto le armature degli assalitori, cagionavano loro

insopportabili dolori. Nello stesso tempo i vascelli catalani si

avanzavano dalla banda della Rocchetta; alcuni battelli, pieni di gente

armata, ed innalzati con carrucole fin all'altezza degli alberi,

dovevano trovarsi a livello delle mura, attaccarvisi con uncini, e dare

in tal modo un facile passaggio agli assalitori. Ma un avventurato colpo

di bombarda, partito dalla Rocchetta colpì, nel mezzo uno de' battelli,

e tutto lo fracassò; gli altri, sebbene avessero più volte lanciati i

loro arpesi, mai non riuscirono ad afferrare la muraglia. La battaglia

durava già da più ore con uguale accanimento, quando i Napolitani si

videro improvvisamente alle spalle alcuni squadroni di cavalleria

fiorentina. Credettero fermamente che il Capponi riconducesse tutta la

sua armata per attaccarli a' piedi di quelle medesime mura, ove omai

sentivansi oppressi da soverchia fatica: non vollero esporsi all'incerta

sorte di una nuova battaglia, e si ritirarono al loro quartiere[397].

Alfonso, scoraggiato da quest'ultimo tentativo, levò l'assedio di

Piombino. In pari tempo abbandonò la Maremma, ove la febbre gli aveva

tolta assai più gente che il ferro nemico: ricondusse la sua armata a

Roma, ed in appresso a Napoli per rifarla durante l'inverno; e sebbene

minacciasse la repubblica di vendicarsi contro di lei nel susseguente

anno, più non tornò a fare triste sperimento della funesta influenza di

un clima mortifero, contro il quale spesso non vale il coraggio del più

valoroso soldato[398].

[397] _Poema dell'assedio di Piombino, p. IV, c. V, p. 362. — Scip.

Ammirato, l. XXII, p. 60. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p.

1206. — Barthol. Facii, l. IX, p. 151._

[398] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 211. — Pandolfo

Collenuccio Comp. delle Istor. del regno di Napoli, l. VI, f. 197._

Edit. Ven. 8.º, 1557. — _Poema dell'assedio di Piombino, p. IV, c.

6, p. 365._ Antonio degli Agostini di Samminiato, autore di questo

poema, trovavasi alla corte del principe di Piombino in tempo

dell'assedio. Pare che fosse una specie di trovatore, o di poeta

cortigiano, addetto a Rinaldo Orsini, di cui celebrò in terza rima

il valore e la morte. Trovansi in questi versi alcuni curiosi

dettagli intorno alle costumanze del tempo; ma le invocazioni degli

Dei, i discorsi, le similitudini, finalmente tutta la parte poetica

di queste cronache rimate ne rendono la lettura faticosissima.

Questo poema trovasi, _t. XXV, Rer. Ital., p. 319-370._

Poichè si fu il re ritirato, i Veneziani fecero istanze ai Fiorentini di

mandar loro soccorsi in forza dell'alleanza tra loro esistente, e di

ajutarli a rialzarsi dalla loro disfatta di Caravaggio. Effettivamente i

Fiorentini mandaron loro Sigismondo Malatesta con due mila cavalli è

mille pedoni; questa è la sola parte che scopertamente essi presero

nella guerra del Milanese, nella quale fin allora avevano voluto

mantenersi neutrali. Ma quando in sul finire di settembre del 1449 i

Veneziani fecero una pace parziale coi Milanesi, il conte Sforza,

rimasto solo in guerra contra questi due popoli, fece calde istanze alla

repubblica fiorentina perchè gli accordasse quella protezione, cui andò

debitore della propria salvezza nelle guerre della Marca. Nello stesso

tempo eccitò Cosimo de' Medici a non mancare all'antica loro amicizia, e

Cosimo gli fece rendere venti o venticinque mila scudi, che gli erano

dovuti dalla repubblica per un reso conto per lo meno controverso[399].

Inoltre gli prestò del proprio più grosse somme; egli avrebbe pur voluto

far entrare la repubblica in un'alleanza aperta collo Sforza, ma ne fu

impedito dall'opposizione di Neri Capponi. Neri, il miglior negoziatore

ed il più bravo guerriero che avessero i Fiorentini, uomo di grandissima

autorità per i meriti del padre e pei proprj, era stato a vicenda

incaricato d'importantissime ambascerie, e del comando delle armate col

titolo di commissario. La di lui riputazione erasi accresciuta per la

vittoria riportata ad Anghiari sopra il Piccinino, e per la negoziazione

del precedente anno, colla quale aveva saputo rappattumare ed armare in

favore della repubblica Sigismondo Malatesta e Federico di Montefeltro,

e più recentemente per avere comandata l'armata che costrinse Alfonso a

levare l'assedio di Piombino. Egli solo tra gli uomini di stato di

Firenze aveva conservato lo stesso rango e lo stesso credito in tempo

dell'amministrazione degli Albizzi e dei Medici. Egli non amava Cosimo,

nè da questi era amato; aveva motivo di credere, che in odio suo

avessero i partigiani di Cosimo fatto perire Baldaccio d'Anghiari,

capitano dell'infanteria e suo amico, e dal canto suo temeva l'appoggio

che poteva dare ai Medici l'amicizia di un gran generale; ma

indipendentemente da questi personali motivi egli credeva che Firenze,

come repubblica, avesse obbligo di sostenere la repubblica di Milano;

che per l'equilibrio d'Italia fosse necessario che due stati liberi si

dividessero la Lombardia; che un soldato avventuriere, diventato sovrano

degli stati di Filippo, sarebbe le mille volte più formidabile di quello

che lo fosse stato lo stesso Filippo, o quel medesimo soldato non

essendo che condottiere; che nella lotta tra lo Sforza ed i Veneziani,

il primo, qualora uscisse vincitore, dimenticherebbe bentosto la sua

riconoscenza per tener dietro ai progetti de' suoi predecessori; che se

per lo contrario i Veneziani ottenevano di ridurre i Milanesi a porsi

tra le loro braccia, sarebbero in breve padroni di tutta l'alta Italia,

e che omai conoscevasi quanto si doveva temere dalla politica e

dall'ambizione loro. Da lungo tempo Neri Capponi avrebbe voluto che

Firenze avesse impiegata la potente sua mediazione a condurre una pace

che assicurasse la repubblica milanese. Credeva per altro che si fosse

ancora in tempo di soccorrerla; la salute della patria sembravagli

attaccata all'indipendenza di questa repubblica, e parevagli che si

dovesse ad ogni patto impedire che stati così potenti e formidabili ai

loro vicini passassero da un governo civile, che rispetta le leggi ed i

trattati, ad un governo militare che non conosce altre regole che i

capricci d'un uomo.

[399] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 62. — Poggio Bracciolini Hist.

Flor., t. XX, l. VIII, p. 425._

Dall'altra parte Cosimo de' Medici sosteneva che una repubblica non

poteva formarsi nè mantenersi che presso popoli virtuosi; ch'era assurdo

il fondare speranze sopra coloro ch'erano corrotti dal despotismo, che i

Milanesi e gli altri Lombardi eransi sempre mostrati poco gelosi d'una

libertà tante volte da loro sagrificata; che le fazioni che laceravano

la nuova repubblica, ed il sangue di già versato, indicavano la prossima

sua caduta; e che, dovendo i Fiorentini avere per vicini in Lombardia un

governo assoluto, meglio era che fosse quello del conte loro amico, che

non quello de' Veneziani loro rivali, o d'un tiranno che si solleverebbe

colle proprie forze, e ch'essi ancora non conoscevano[400]. I consiglj,

divisi fra due uomini di tanta autorità nella repubblica, non sapevano a

quale partito appigliarsi, e Cosimo si adoperava per accrescere la loro

lentezza. Finalmente, dopo avere molto tardato, spedirono ambasciatori

al conte con ordine di esaminare le stato delle forze sue e di quelle

dei Milanesi, e di non sottoscrivere con lui trattati d'alleanza che nel

caso che vedessero apertamente non essere possibile che Milano si

salvasse. Questi ambasciatori non erano per anco giunti a Reggio, che

seppero essere il conte salito sul trono di Filippo Maria[401].

[400] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 229._

[401] _Ivi, pag. 231._

Qualunque si fosse l'incertezza de' consigli il popolo di Firenze mostrò

la più sincera gioja per la vittoria di Francesco Sforza. Egli vedeva

sottentrare alla casa Visconti, sua acerba nemica da oltre un secolo,

una casa che in certo modo gli doveva la propria grandezza, e sua antica

alleata. Lusingavasi di trovare finalmente de' fedeli amici in que'

Milanesi, le di cui forze tutte e tutte le ricchezze erano state

costantemente impiegate a danno suo. Per ciò vollero i Fiorentini

presentare con magnifica ambasciata le loro felicitazioni a Francesco

Sforza; e gli vennero deputati gli stessi capi della repubblica. Furono

scelti Pietro, figlio di Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Lucca Pitti e

Diotisalvi Negri. Tranne Cosimo, questi quattro uomini erano i più

riputati cittadini di Firenze; l'accoglimento loro fatto da Francesco

Sforza corrispose a così onorevole scelta. Egli espresse loro con

vivacità la costante sua intenzione di vivere e di morire amico dei

Fiorentini, e di mostrar loro una riconoscenza proporzionata agli ajuti

che nel corso di vent'anni aveva ricevuti dalla repubblica[402].

[402] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 63. — Jo. Simonetae, l. XXI, p.

608. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 235._

Francesco Sforza stava in allora occupato a celebrare il suo coronamento

con feste e tornei, a sorprendere il popolo, ad affezionarsi la nobiltà

coi favori che le accordava, a rialzare le fortezze, ed in particolare

quella di Porla Zobia ch'era stata atterrata in tempo della libertà,

finalmente ad assicurarsi coll'esilio o colla prigione di coloro che si

erano mostrati più affezionati al governo da lui distrutto[403].

[403] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 607._

Il nuovo duca era stato senza difficoltà riconosciuto da tutti gli stati

d'Italia; ma gli oltramontani parevano più disposti a contestargliene i

diritti. L'imperatore Federico III riclamava la prerogativa sua propria

di creare i duchi nelle terre dell'impero: a' suoi occhi il ducato di

Milano aveva cessato colla linea dei Visconti, i di lui stati erano

ricaduti alla diretta dell'impero, e lo Sforza era un usurpatore: dal

canto suo Carlo VII, re di Francia, non conosceva altro duca di Milano

che suo nipote, il duca d'Orleans, figliuolo di Valentina Visconti[404].

Per altro veruno di questi sovrani sembrava apparecchiato a far valere

le proprie ragioni colle armi, nè lo Sforza prevedeva alcun movimento

militare per parte della Francia o della Germania. Propriamente parlando

non trovavasi l'Italia nè in pace nè in guerra. L'armata veneziana aveva

ripassata l'Adda, ed afforzava il ponte conservato a Rivalta, senza però

commettere veruna ostilità[405]. Una stanchezza, uno spossamento

generale, forzavano al riposo queste potenze, che avevano così lungo

tempo combattuto. Altronde una calamità d'un altro genere bastava in

allora per opprimere i popoli, ed occupare i governi; la peste,

conseguenza di tanti patimenti e privazioni, era scoppiata in Lombardia.

Manifestassi prima a Milano, ove la fame avevale apparecchiata la

culla[406]; ed il giubileo, accordato pel 1450 da Niccolò V, fu cagione

che i pellegrini la diffondessero di città in città. Il contagio fece

perdere a Milano trenta mila abitanti; a Lodi venne di buon'ora fermato

dalla vigilanza del governo; ma Piacenza rimase pressochè diserta; altre

città soffrirono egualmente assai, e non fu risparmiata Roma, dove i

pellegrini portavano il suo veleno. Il papa si ritirò prima a Spoleti,

poi a Foligno, indi a Fabriano, ma i suoi sudditi, che non potevano

imitarlo furono vittima di una immatura divozione[407].

[404] _Ivi. — Bern. Corio Istor. Milan., p. 938_, Ediz. Ven. 1565.

[405] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610._

[406] _Bern. Corio Istor. Milan., p. VI, p. 941._

[407] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610. — Ant. de Ripalta Ann,

Placent., t. XX, p. 901. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p.

867. — Ann. Foroliv., t. XXIII, p. 223._

Prima di ricominciare la guerra, gli stati d'Italia avevano inoltre

bisogno di conoscere quali fossero i veri loro interessi, di sapere

quali alleanze loro fossero più utili, quale sistema di politica

dovevano seguire dopo che le precedenti loro combinazioni erano tutte

mutate. Per lungo tempo le due repubbliche avevano fatto testa al re di

Napoli ed al duca di Milano; ma dacchè Firenze, abbandonando il suo

antico sistema, si associava al duca, la repubblica di Venezia doveva

accostarsi al re di Napoli. Ne' precedenti anni però avevano avuto luogo

alcune ostilità tra Alfonso ed i Veneziani a cagione di qualche vascello

mercantile predato dai corsari di Napoli. Luigi Loredano, ammiraglio

della repubblica, incaricato di vendicarsi, aveva bruciate quarantasette

navi nel porto di Siracusa in sul finire del 1449, ed aveva guastate le

coste della Sicilia e di Napoli[408]. Ma un odio comune contra lo Sforza

riconciliò queste due potenze, mentre i Veneziani perdonare non sapevano

ai Fiorentini il loro rifiuto di ajutarli nell'ultima guerra, nè i

secreti sussidj che sospettavano essere stati da loro mandati a

Francesco Sforza. Lo stesso popolo che aveva ajutato Venezia a

conquistare Verona, Brescia, Bergamo, e tanta parte della Lombardia,

mostravasi ormai geloso della sua grandezza e si era scopertamente

rallegrato dei vantaggi del suo nemico. Il senato de' Veneziani,

profondamente offeso da tale abbandono di un'antica alleanza, mostrava

verso i Fiorentini tant'odio, e tanta diffidenza, quant'era stata in

addietro la sua confidenza in loro.

[408] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 192, v. — Giorn.

Napolet., t. XXI, p. 1130. — Barth. Facii, l. IX, p. 152._

Le potenze che occupavano in Italia il secondo od il terzo rango non

erano meglio stabilite nelle loro alleanze. Il marchese di Mantova, i di

cui stati erano quasi da ogni banda circondati da quelli della

repubblica di Venezia, mostravasi sconcertato nella sua politica. Luigi

III era succeduto nel 1444 a suo padre Giovan Francesco di Gonzaga.

Vittorino da Feltre, chiarissimo professore di belle lettere, aveva

educato questo principe il di lui fratello e la sorella in una scuola,

dal maestro intitolata la casa del piacere, nella quale aveva ricevuti

sufficienti alunni per mantenere fra loro l'emulazione[409]. Luigi III

mostrossi degno della fama del suo maestro coi progressi che fece

nell'antica letteratura, e colla protezione che accordò ai dotti. Ma le

sue pubbliche e private virtù non corrisposero alle sue cognizioni ed ai

suoi talenti. Spogliò il fratello Carlo della sua parte della paterna

eredità; e si videro questi due Gonzaga, nemici l'uno dell'altro,

abbracciare opposte parti in tutte le guerre d'Italia. Carlo,

alternativamente attaccato allo Sforza ed ai Milanesi, aveva spesso dato

prove della sua mala fede. Era di nuovo ai servigj dello Sforza, quando

questi occupò Milano, e venne fatto comandante della piazza da quello

stesso principe, contro al quale pochi mesi prima aveva difesa la stessa

città; in premio de' suoi servigj ricevette dallo Sforza il governo di

Tortona: ma nello stesso tempo all'incirca Luigi Gonzaga, o perchè fosse

scontento de' Veneziani, o per servire alla propria incostanza, cominciò

a trattare col duca di Milano. I due fratelli non vollero trovarsi sotto

le medesime insegne. Troppo difficile cosa sarebbe oggi lo scifrare a

traverso delle reciproche loro accuse da qual parte stesse la ragione,

se pure stava da qualche parte. È noto soltanto che Carlo Gonzaga fu

arrestato il 15 novembre del 1450 per ordine di Francesco Sforza, e

chiuso nella fortezza di Binasco; che gli furono tolti nello stesso

tempo Tortona ed il comando delle truppe; che in appresso fu posto in

libertà pel prezzo di 60,000 fiorini d'oro, e relegato nella Lumellina;

ma che quando potè fuggire, lasciò il luogo del suo esilio per passare a

Venezia, ove prese servigio contro il fratello e contro il duca di

Milano, mentre Luigi Gonzaga erasi alleato collo Sforza contro i

Veneziani[410].

[409] _Ginguené Hist. Litteraire d'Italie, t. III, chap. XVIII, p.

251._

[410] _Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 849. — Cron. di Bologna, t.

XVIII, p. 700. — Jo. Simonetae, l. XXII, p. 609. — M. Antonio

Sibellico, Dec. III, l. VII, f. 194. — Marin Sanuto, p. 1140._

I marchesi di Ferrara erano più potenti che quelli di Mantova, ma erano

di più pacifica natura. I figli di Niccolò III erano stati educati da

Guarino di Verona, e questo dotto grecista aveva saputo ispirar loro il

gusto delle lettere e della poesia, la passione pei monumenti

dell'antichità, per l'eleganza, per il lusso. Sebbene Lionello, il

maggiore di questi principi, avesse in seguito, uscendo dalla scuola del

Guarino, imparata l'arte della guerra nella milizia di Braccio, portò

nel suo governo disposizioni affatto pacifiche, quando regnò dal 1441 al

1450. Fece fiorire gli stati di Ferrara e di Modena col commercio e

coll'agricoltura, si circondò, non di soldati, ma di dotti e di poeti,

coi quali rivalizzava egli medesimo, e cercò di ridurre i principi suoi

vicini a godere, com'egli, dei beni della pace[411]. Aveva adunato in

Ferrara il congresso che pareva in sul punto di pacificare l'Italia,

quando Filippo morì, e Lionello vi aveva con imparzialità e con

moderazione sostenute le parti di mediatore. L'ambizione de' Veneziani,

cui si apriva un nuovo campo, rendette allora vane le sue fatiche; ma

nel 1450 si offerse di nuovo per mediatore tra i Veneziani ed il re

Alfonso, di cui aveva sposata la figliuola Maria. Gl'interessi di queste

due potenze cominciavano ad essere gli stessi; le vicendevoli offese

vennero facilmente dimenticate, e Lionello ebbe la soddisfazione di far

loro sottoscrivere il 2 di luglio un trattato di pace[412]. Non

sopravvisse lungo tempo a questa negoziazione, essendo morto a

Belriguardo il primo ottobre del 1450. Ebbe per successore suo fratello

Borso, come lui illegittimo, a preferenza di Niccolò suo figlio, ancora

fanciullo, e de' suoi fratelli Ercole e Sigismondo nati di legittimo

matrimonio. Borso, non meno di Lionello affezionato alle scienze ed alle

arti della pace, si mantenne alleato dei Veneziani senza però prendere

parte nella guerra che stavano per cominciare; ed accettò la mediazione

dei Fiorentini, nemici de' suoi alleati, per troncare alcune ostilità

scoppiate tra i suoi sudditi delle montagne Modenesi, ed i

Lucchesi[413].

[411] _Ginguené Hist. Litter. d'Italie, t. III; chap. XVIII, p.

250._

[412] _Ann. Estens. Fr. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 457._

[413] _Annales Estenses, t. XX, p. 462._

Il duca di Milano confinava all'occidente col marchesato di Monferrato e

col ducato di Savoja. Lo Sforza aveva offesa la casa di Monferrato,

facendo imprigionare Guglielmo, che aveva lungo tempo militato sotto le

sue insegne, ed era fratello del principe regnante. Lo rilasciò il 26

maggio a condizione che questo generale gli restituirebbe la signoria

d'Alessandria. Egualmente aveva fatto imprigionare Carlo Gonzaga, cui

avea resa la libertà mercè la cessione di Tortona. Una tale condotta

tenuta verso due capitani, cui il duca aveva donate due città come

prezzo de' loro servigj, dà motivo di credere che il solo loro delitto

fosse quello d'avere richiesti troppo ricchi compensi. Ma tostochè

Guglielmo trovossi negli stati di suo fratello, egli protestò contro una

cessione estorta colla violenza, e persuase il marchese di Monferrato ed

il duca di Savoja ad allearsi coi Veneziani, prendendo di concerto le

armi contro il loro ambizioso vicino.

Mentre le pratiche degli ambasciatori, secondati dall'irritamento degli

spiriti, gettavano ovunque i semi di una nuova guerra, altre

negoziazioni tendevano altresì a ristabilire la pace. Ve n'ebbero di

dirette tra lo Sforza ed i Veneziani; il primo domandava soltanto la

restituzione dei due castelli di Brivio e di Rivalta, che la repubblica

voleva conservare per aprirsi l'ingresso nel Milanese, in caso che si

riaccendesse la guerra[414]. Altre si trattarono alla corte di Napoli da

due ambasciatori fiorentini, Franco Sacchetti, renduto celebre dalle sue

novelle, e Giannozzo Pandolfini. Parve che ottenessero un felice esito,

essendosi firmata la pace tra il re Alfonso ed i Fiorentini il 29 giugno

del 1450, a condizione che il signore di Piombino pagherebbe al re un

annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro[415]. Ma nel tempo medesimo

altre negoziazioni di ben diversa natura si continuavano tra la

repubblica di Venezia ed il re di Napoli, cui il desiderio di vendicarsi

delle loro precedenti disfatte, acciecava ugualmente sul vantaggio de'

loro stati e de' loro popoli. I Veneziani non ebbero appena firmata la

nuova loro alleanza col re, che cominciarono a far conoscere ai

Fiorentini il loro irritamento, aggravando di grosse gabelle i mercanti

forastieri che trafficavano nella loro città, e le stoffe che

importavano[416]. Matteo Vettori, ambasciatore veneziano, passò in

appresso a Firenze con Antonio di Palermo, il celebre segretario di

Alfonso, ed il 6 marzo del 1451 comunicarono alla signoria la nuova

alleanza dei due stati. Dichiararono che lo scopo loro non era stato

quello di riaccendere la guerra, ma bensì il desiderio di conservare la

pace d'Italia. Per altro il Vettori si valse di quest'opportunità per

rinfacciare ai Fiorentini il passaggio accordato ad Alessandro Sforza a

traverso alla Lunigiana nella precedente guerra, ed il danaro sovvenuto

a suo fratello. Cosimo de' Medici rispose a queste imputazioni, e

rintuzzò con molta nobiltà le indirette minacce che il Vettori aveva

frammischiate al suo ragionamento. Ricordò i soccorsi prestati dai

Fiorentini ai Veneziani dopo la rotta di Caravaggio, a quei medesimi

Veneziani che rifiutato avevano pochi mesi prima di soccorrerli contro

Alfonso; rinfacciò loro di avere strascinati i Fiorentini, senza

consultarli nella guerra collo Sforza, e d'avere, senza consultarli,

pure fatta col medesimo la pace. Per altro i Fiorentini avevano

accettata questa pace, colla quale si era rinnovata l'amicizia da lungo

tempo esistente fra essi e lo Sforza, e che il solo bisogno de'

Veneziani aveva potuto far loro dimenticare; egualmente senza

interpellarli, e senza neppure avvisarli, Venezia erasi in appresso

disgustata con questo generale. Ma l'incostanza de' consigli di san

Marco, o le variazioni della loro politica, che nemmeno erano state

notificate a Firenze, non bastavano ad alienare i Fiorentini dal loro

antico capitano, diventato duca di Milano[417]. Parve che l'ambasciatore

veneziano ammettesse la verità di queste allegazioni, e ch'egli si

ritirasse soddisfatto. Per altro il 20 giugno susseguente tutti i

Fiorentini ed i loro sudditi ebbero ordine di uscire dal territorio di

Venezia[418]; e lo stesso giorno si pubblicò in Napoli un'eguale

notificazione. I Veneziani tentarono di far emanare un somigliante

ordine da Costantino Paleologo, l'ultimo imperatore d'Oriente; ma questo

sventurato principe, omai vicino a vedersi tolti dalle armi turche

l'impero e la vita, non era disposto a crearsi nuovi nemici[419].

[414] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610._

[415] _Scip. Ammirato, l. XX, p. 64. — Bart. Facii, l. i IX, p.

154._

[416] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 65._

[417] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 66. — Niccolò Machiavelli, l. VI,

p. 237._

[418] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VIII, p. 426. — Platinae

Hist. Mant., l. VI, p. 849._

[419] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 240. — Marin Sanuto vite dei

duchi di Venezia, p. 1140._

I Veneziani si provarono altresì di sollevare contro Firenze le due

repubbliche più vicine. Cercarono prima l'alleanza de' Sienesi per

aprirsi la porta della Toscana, ma i Sienesi non accettarono la loro

alleanza che a condizione che non accorderebbero il passaggio ad

alcun'armata destinata a turbare il riposo di Firenze. Per istaccare

Bologna dai Fiorentini, i Veneziani credettero necessario di ricondurvi

la fazione dei Canedoli contraria a quella dei Bentivoglio. Fecero

gustare la loro alleanza ai signori di Coreggio e di Carpi, che

s'accostarono a Bologna il sette di giugno con circa tre mila cavalli.

Un rastrello, destinato a chiudere un canale, venne di notte aperto ai

Canedoli, i quali entrarono in città ed occuparono la piazza maggiore.

Ma mentre i medesimi magistrati abbandonavano il palazzo pubblico, Santi

Bentivoglio, postosi alla testa dei partigiani della sua famiglia,

caricò vigorosamente i ribelli, li rispinse fuori delle mura, e mostrò

con questo primo fatto ch'era degno del nome che gli si era fatto

prendere. Spedì subito dopo un'ambasciata a Firenze per rinfrescare la

sua alleanza e quella di Bologna con questa repubblica[420].

[420] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 697. — Scip. Ammirato, l.

XXII, p. 68. — Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 238. — Anton. de

Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 902. — Ann. Bonon. Hier. de

Bursellis, p. 886._

I Fiorentini conobbero facilmente per così manifeste animosità, che

sarebbero attaccati tostocchè spirasse la loro alleanza con Venezia, val

a dire in principio del seguente anno. Si apparecchiarono perciò dal

canto loro a vicine ostilità; il 12 giugno nominarono i decemviri della

guerra, e posero tra questi magistrati Cosimo de' Medici, Neri Capponi,

Angelo Acciajuoli, e Luca degli Albizzi. Erano questi i più riputati

politici dell'Italia. Strinsero col duca di Milano un'alleanza, colla

quale guarentivansi reciprocamente i loro stati; assoldarono Simoneta di

Campo Sampiero, ch'era stato altre volte al loro servigio, ed

aspettarono gli avvenimenti[421].

[421] _Scip. Ammirato, l. XII, p. 69._

Il cominciamento delle ostilità venne inoltre ritardato da una

circostanza che ne' precedenti secoli avrebbe potuto essere cagione

d'importanti rivoluzioni. Era il viaggio in Italia di Federico III, che

veniva a cercarvi la corona dell'impero. Sigismondo, l'ultimo

degl'imperatori coronato dal papa, aveva mal sostenuta la dignità

dell'impero nelle ultime sue spedizioni d'Italia; pure vi era stato

aspettato e temuto come un potente monarca; ed i due suoi viaggi eransi

associati a grandi avvenimenti. Sigismondo aveva avuto per successore il

18 marzo del 1438 suo genero, Alberto II d'Austria, re d'Ungheria e di

Boemia[422], che i Tedeschi contano tra i loro migliori monarchi, ma che

non figurò in verun modo nella storia d'Italia. Alberto, occupato dalle

contese del concilio di Basilea col papa, persuase la Germania ad

un'esatta neutralità. Scacciò dalla Boemia, dalla Slesia e dalla Lusazia

il principe Casimiro, fratello di Ladislao V, re di Polonia, ch'era

stato elettore dagli Ussiti; ma non fu egualmente fortunato contro

Amurat II, che avendo conquistata la Servia, minacciava l'Ungheria. Fu

in mezzo ai suoi disastri in una campagna contro i Turchi, che Alberto

II morì a Langendorf tra Gran e Vienna il 17 ottobre del 1439[423],

lasciando la sua vedova Elisabetta gravida di Ladislao, in appresso re

d'Ungheria e di Boemia, che venne conosciuto sotto il nome di

Postumo[424]. Il 2 febbrajo del 1440 gli elettori nominarono suo

successore il di lui cugino Federico III, nato il 23 dicembre del 1415,

da Ernesto duca d'Austria e di Stiria. Questo debole principe, cui il

suo segretario Enea Silvio, che poi fu Pio II, cercò invano di dare

qualche celebrità, veniva nel dodicesimo anno del suo regno a chiedere

al papa la corona d'oro conservata a Roma, per aggiugnere il titolo

d'imperatore a quello di re dei Romani. Era sceso in Italia senz'armata,

sebbene risguardasse come suo nemico Francesco Sforza, il più potente

sovrano di quella contrada. Per non riconoscerlo come duca di Milano non

volle andare a Monza a prendere la corona di ferro di Lombardia. Passò

da Venezia a Firenze, ove fu ricevuto con grandissime onorificenze.

[422] _Spiegel der Ehren Buch IV, e. VIII, p. 465, edit. Nuremb.,

1668, in fol. — Thomae Ebendorffer de Haselbach Chron. Austriae. Ap.

Pez. Script. Rer. Aust., t. II, p. 853, l. III._

[423] _Spiegel der Ehren des Erzhauses Oesterreich B. IV, c. 13, p.

506. — Thom. Ebendorffer de Haselbach, p. 855, l. III._

[424] _Spiegel der Ehren, B. V, C. V, p. 516._

Federico III aveva dato appuntamento in Toscana alla principessa

Eleonora di Portogallo, figlia del re Odoardo, e sorella d'Alfonso V,

che aveva chiesta per sua sposa. Questo parentado, proposto tra le

famiglie sovrane d'Austria e del Portogallo, era un indizio dei

progressi dell'incivilimento, e delle relazioni che il commercio

cominciava finalmente a stabilire tra i diversi membri della repubblica

europea. Pure i paesi non Italiani erano ancora molto lontani dalla

civiltà e dall'ordine sociale che regnano nell'età nostra in Europa.

Niccolò Lanckman di Falkenstein, cappellano dell'imperatore, era uno

degli ambasciatori mandati in Portogallo per isposare Eleonora, e si è

fino al presente conservato il giornale del suo viaggio[425]. Non si

crederebbe, leggendolo, che appartenga al secolo dei Medici, perchè ci

rappresenta l'Europa così poco sicura pei viaggiatori, quanto lo

sembrarono pochi anni dopo agli ambasciatori Veneziani presso Ussum

Cassan la Turchia e la Persia. Questi ambasciatori recavansi, travestiti

da pellegrini, dalla Germania, passando per Ginevra, il Delfinato e la

Linguadocca, nella Catalogna, nell'Arragona, nella vecchia Castiglia e

nella Galizia. Nè il diritto delle genti nè la polizia li proteggevano

dagli assassini che spogliavano i passaggeri, o dai comandanti delle

città che li taglieggiavano. Soltanto dopo il loro disastro trovavano in

ogni luogo banchieri fiorentini, che loro somministravano danaro.

[425] _Historia desponsationis et coronationis Federici III et

conjugis ipsius Eleonorae, authore Nicolao Lanckmanno de

Valckenstein. Apud Pezium. Script. Austriac., t. II, p. 569-602._

Per altro i paesi abitati dai Mori conservavano tuttavia l'antica loro

civiltà. Formavano questi la più industriosa porzione della popolazione

di tutte le grandi città della Spagna, e queste città erano ancora

fiorenti. Dopo il suo matrimonio Eleonora s'imbarcò per passare in

Toscana, ma dovette dar fondo a Ceuta in Africa, città in allora, al

dire di Lankman, due volte più grande e più popolata che Vienna

d'Austria.

Eleonora arrivò dal Portogallo a Livorno il 3 febbrajo del 1452, e per

un singolare accidente era entrato quattro dì prima in Firenze Federico

il 30 gennajo. Essi si riunirono il 19 di febbrajo a Siena. I Toscani

osservavano con estrema curiosità un altro non meno illustre ospite che

viaggiava coll'imperatore. Era questi Ladislao il Postumo, figlio

d'Alberto II, che Federico III conduceva seco, dopo averlo ingiustamente

spogliato della sua eredità. Gli Ungari, che domandavano il loro re,

avevano formato il progetto di farlo rapire a Firenze; ma i Fiorentini

credettero di mancare ai doveri dell'ospitalità, se permettevano entro

le loro mura una violenza contro il loro ospite, sebbene tendente a

riparare un'ingiustizia. Per altro fecero presso l'imperatore nobili

rimostranze a favore di un re oppresso e di un pupillo tradito dal suo

tutore. Le loro istanze non ebbero effetto, ma non lasciarono d'ispirare

a Ladislao sentimenti di riconoscenza verso i Fiorentini.

Dopo avere attraversata la Lombardia e la Toscana come viaggiatore non

come monarca, senza riclamare sul governo le prerogative della sovranità

imperiale omai andate in dissuetudine, Federico III proseguì la sua

strada alla volta di Roma, ov'entrò colla sua sposa l'otto marzo; furono

sposati il 16 da Niccolò V, e coronati il 18[426]. Il 25 di marzo

partirono alla volta di Napoli, ove furono ricevuti da Alfonso, zio

della nuova imperatrice, col più splendido lusso. L'antica diffidenza,

che teneva d'occhio tutti i passi degli imperatori d'Italia, aveva fatto

luogo al desiderio di ostentare, in faccia ad un monarca che più non era

temuto, tutti i prodigi di questa contrada incantatrice. Tra le feste

celebrate a Napoli dalla magnificenza d'Alfonso la più sorprendente fu

una caccia illuminata coi fanali nel recinto della Solfatara, ove la

disposizione dei lumi in quel circolo fatto dalla natura, il numero

degli animali, la musica, e la vaghezza degli abiti de' cacciatori,

parevano realizzare i prodigi della magia. Il 20 aprile Federico III

lasciò Napoli per riunirsi a Roma a Ladislao il Postumo, dal quale non

separavasi senza inquietudine. Intanto l'imperatrice Eleonora imbarcossi

a Manfredonia per Venezia, ove fece il suo ingresso il 18 di maggio. E

soltanto il 19 di giugno arrivò coll'imperatore a Newstad, nella diocesi

di Salisburgo, luogo di sua residenza.

[426] La descrizione del suo ingresso in Roma fu scritta in tedesco

assai circostanziatamente da un autore contemporaneo e stampato da

Pez. _Scrip. Rer. Aust., t. II, p. 561-569. — Niccolò Machiavelli

Ist., l. VI, p. 241. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 698. —

Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1211. — Spiegel der Ehren, B.

V, c. VII, p. 476._

Mentre Federico III tornava da Roma a Venezia, passando per Ferrara

diede con grande cerimonia il titolo di duca di Modena e di Reggio, e di

conte di Rovigo e di Comacchio, al marchese Borso d'Este[427]. Questi

feudi dipendevano dall'impero; lo stato di Ferrara, che spettava

all'alto dominio della santa sede, non venne eretto in ducato a favore

della medesima famiglia che dopo altri diciannove anni[428].

[427] Il Muratori porta quest'investitura sotto il 18 di aprile; ma

dev'essere corso abbaglio nella data, poichè dietro il giornale di

Lankmann, Federico non partì da Napoli che il 20 aprile. Pare che

lasciasse Ferrara il 16 maggio, e che l'investitura sia stata data

la vigilia al nuovo duca.

[428] _Ann. Est. Frat. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 464. — Ist. di

Brescia di Cristof. da Soldo, p. 870._ Per altro nè l'uno nè l'altro

parlano del contado di Comacchio. Appoggiato all'autorità del

Muratori che esaminò questo punto di diritto con molta erudizione,

ma non senza parzialità, io credo il feudo di Comacchio dipendente

dall'impero piuttosto che dal papa.

Questa decorazione data alla casa d'Este, decorazione che per la

medesima diventò l'epoca di una nuova grandezza, non era dovuta che alla

venalità del monarca che attraversava allora l'Italia. Trovando tuttavia

in questo paese un popolare rispetto pel potere ch'egli aveva perduto,

egli pose all'incanto gli estremi avanzi della sua dignità. Vendette al

maggior offerente tutti i titoli e tutte le prerogative imperiali che si

vollero da lui comperare. Si moltiplicarono con profusione i diplomi di

nobiltà, di notariato imperiale: i diritti di legittimare i bastardi, e

quelli del perdono de' falsarj furono offerti a chiunque volle pagarli;

e la bassa venalità della camera imperiale terminò di distruggere tutto

quanto restava ancora in Italia di rispetto per gl'imperatori.

Il 16 maggio, giorno in cui l'imperatore lasciava Ferrara ed entrava

nello stato della repubblica veneta, questa dichiarava la guerra al duca

Francesco Sforza, e l'11 giugno il re Alfonso dichiarò la guerra ai

Fiorentini[429]. Quest'ultimo, che destinava suo successore nel regno di

Napoli suo figlio naturale Ferdinando, volle procurargli un'occasione

d'illustrarsi. Gli diede per consigliere e per guida Federico di

Montefeltro, conte d'Urbino, uno de' più esperti guerrieri e de' più

gentili sovrani dell'età sua: pose sotto i suoi ordini un'armata di otto

mila uomini d'armi, e lo mandò in Toscana, persuaso che questo principe

ne occuperebbe una gran parte. Ma, o sia che per qualche accidente

l'artiglieria non potesse tener dietro all'armata, come dice lo storico

d'Agobbio,[430] o sia che Ferdinando non avesse talenti per la guerra,

nè docilità pel suo Mentore, questa spedizione non ebbe felici

risultamenti. L'armata napoletana assediò da principio Fojano, piccolo

castello posto in val di Chiana, che chiudeva la comunicazione tra lo

stato di Siena e quello di Firenze. I suoi bravi abitanti, secondati da

una guarnigione di dugento uomini, fermarono Ferdinando per trentasei

giorni, e diedero tempo alla repubblica di raccogliere la sua armata

sotto gli ordini di Sigismondo Malatesta. Due case di campagna della

famiglia Ricasoli, Brolio e Cacchiano, che secondo l'usanza degli

antichi tempi erano circondate da alcune fortificazioni, fecero una

difesa ancora più sorprendente, poichè Ferdinando non potè

impadronirsene. Finalmente Ferdinando andò ad assediare Castellina,

piccolo castello lontano dieci miglia da Siena all'ingresso della valle

di Chianti, e vi stette quarantaquattro giorni senza rendersene padrone.

Finalmente le piogge dell'autunno lo costrinsero a levare l'assedio il 5

di novembre; ed allora uscì dal territorio fiorentino, dopo avere

incagliato con tutta la potenza del re di Napoli contro piccoli

castelli, che appena credevansi capaci di difesa[431].

[429] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 72._

[430] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 989._

[431] _Nic. Machiavelli, l. VI, p. 243. — Scip. Ammirato, l. XXII,

p. 73. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1212. — Poggio

Bracciolini Hist. Flor., l. VIII, p. 428. — Ann. Bonincontrii

Miniat., t. XXI, p. 156. — Pandol. Collenuccio Stor. di Napoli, l.

VI, f. 198 — Bart. Facii, l. X, p. 164._

La campagna di Lombardia non fu più memorabile; la prima operazione dei

Veneziani fu diretta contro Bartolomeo Coleoni, loro proprio generale,

di cui diffidavano, e che perciò tentarono di fermare disarmando i suoi

soldati. Il Coleoni, avvisato di quest'attacco dal tumulto del suo

campo, ebbe appena il tempo di fuggire presso lo Sforza che gli diede un

comando. I Veneziani gli sostituirono Gentile di Lionessa che posero

alla testa dell'armata che adunavano tra Verona e Brescia. Dall'altra

banda la signoria di Venezia aveva promesso a Lodovico, duca di Savoja,

la città di Novara, ed a Giovanni, marchese di Monferrato, quella

d'Alessandria, per ridurli a prendere con lei le armi contro lo Sforza;

l'armata che lo doveva attaccare da quella banda era comandata da

Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato[432].

[432] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 611. — Marin Sanuto vite de' duchi

di Venez., p. 1140. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII. f. 194. —

Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 868._

Ai confini dell'Alessandrino il duca di Milano oppose a Guglielmo suo

fratello Corrado Sforza. La fedeltà dei popoli verso il loro nuovo

sovrano non era abbastanza sicura; si aspettavano di essere dal loro

padrone ceduti al re di Francia o al duca di Savoja come prezzo di una

nuova alleanza, ed erano tentati di darsi da sè medesimi prima di essere

venduti. Molti castelli vennero in mano di Guglielmo senza combattere, e

la posizione di Corrado rendevasi sempre più difficile, allorchè

Sagramoro di Parma gli condusse un rinforzo di due mila cavalli, e lo

pose in istato di sorprendere il 26 di luglio Guglielmo nel suo campo

sotto le mura di Canina, mentre che i suoi soldati, oppressi dal calore

del giorno, eransi dispersi e disarmati per prendere riposo. Il principe

di Monferrato, dopo avere perduti tutti i suoi equipaggi, ritirossi

disordinatamente dall'Alessandrino, ed abbandonò le sue conquiste[433].

[433] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 619. — Plat. Hist. Mant., l. VI,

p. 851. — Crist. da Soldo. Ist. Bresc., t. XXI, p. 872. — Marin

Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1142._

Il duca di Milano aveva affidata la difesa de' confini orientali e

meridionali de' suoi stati a suo figlio Tristano ed al fratello

Alessandro. Aveva loro dato il comando di due corpi d'osservazione,

mentre che col grosso dell'armata, composta di 18 mila cavalli e 3 mila

pedoni, egli aveva passato l'Oglio ed invaso il territorio bresciano.

L'armata Veneziana di Gentile di Lionessa era di 15 mila cavalli, e di 6

mila fanti. Questa passò l'Adda per la negligenza di Tristano Sforza, ed

occupò Soncino ed altri castelli del Milanese[434]; piegò in appresso

sopra Cremona, mentre un'altra armata veneziana, capitanata da Carlo

Fortebraccio, figlio di Braccio da Montone, e da Matteo Campano, entrava

nel Lodigiano, dove in sul finire di luglio sorprese Alessandro Sforza,

uccidendogli o prendendogli circa ottocento soldati, e sforzandolo ad

abbandonare la campagna per chiudersi ne' castelli[435]. Le due

principali armate eransi in seguito ravvicinate, ma i due nemici

generali cercavano l'uno e l'altro di non venire a battaglia. Immensi

apparecchi ed un'eccedente spesa facevano stare i popoli in attenzione

di grandi avvenimenti, e di un sollecito fine della guerra; ma il

pericolo di tutto perdere ad un tratto, spaventava l'uno e l'altro

capitano assai più che la ruina di un lungo ritardo. Avrebbero

desiderato di parer valorosi senza nulla arrischiare, e credettero di

avere l'intento con vane rodomontate. Francesco Sforza mandò a sfidare i

Veneziani ad una battaglia generale nella pianura di Montechiaro. La

proposta fu dal Lionessa e da Jacopo Piccinino accettata. In uno de'

primi giorni del mese di novembre le due armate si adunarono in

battaglia su quel piano; erano ambedue coperte da densa nebbia, che loro

impediva di vedersi, ed in tale oscurità si andavano provocando colle

grida e cogli insulti, senza che nè l'una nè l'altra si risolvesse in

ultimo di attaccare. Le due armate mandavano a vicenda i loro trombetta

a suonare fin presso agli avamposti nemici; veruna pensava però a

battersi, aspirando soltanto all'onore di non avere ricusata la

battaglia. Finalmente, sciogliendosi la nebbia in una pioggia

agghiacciata, i soldati, dopo essere rimasti lungo tempo in presenza del

nemico, tornarono ai loro alloggiamenti. Così ebbe fine questa campagna

nella quale i migliori generali d'Italia erano alle prese, e facevano

sperare dagl'immensi loro apparecchi i più grandi risultamenti[436].

Porcelli, letterato napolitano, scrisse la storia di questa

insignificante guerra con tanta ampollosità, con così eccessiva

adulazione, che pare quasi derisoria. Per dare una maggiore apparenza

d'antichità al suo racconto lo scrisse in facile ed elegante latino,

chiamando il Piccinino Scipione ed il duca di Milano Annibale. Nell'atto

di adulare il primo, cui dedica la sua opera, credesi pure costretto ad

adulare il suo avversario. Erano potenti ambidue, e tali da poterli

giovare e nuocere; ma nè l'uno nè l'altro doveva mostrarglisi

riconoscente, perciocchè un vile adulatore si rende sospetto di

menzogna, anche quando loda il vero merito[437].

[434] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 615. — M. A. Sabellico Dec. III,

l. VII, f. 195. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 872. —

Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1142._

[435] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 622. — M. A. Sabellico dec. III,

l. VII, f. 194. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 873._

[436] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 629. — Crist. da Soldo Ist.

Bresciana, p. 876._

[437] La prima decade di questi commentarj è stampata nel _t. XX,

Rer. It. p. 66-154_, e la seconda _t. XXV, p. 1-66._

S'impiegò dall'una e dall'altra parte l'inverno non già nel ristabilire

la pace, ma nel procurarsi dei disertori nelle file nemiche. Evangelista

Sabello, ch'era stato nell'armata veneziana, passò ai servigi dello

Sforza con cinquecento cavalli, abbandonandogli il posto a lui affidato.

Tiberto Brandolini, generale di non comune riputazione, ebbe più

riguardi per l'onore militare in un trattato della stessa natura. Il suo

servigio coi Veneziani era ultimato, ed egli voleva abbandonarli; ma

prima di porsi sotto le insegne dei duca di Milano, andò a passare

l'inverno alla Mirandola con due mila cinquecento cavalli che gli

appartenevano, onde non battersi immediatamente contro coloro coi quali

aveva fin allora militato[438].

[438] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 631._

Se dobbiamo dar fede a Neri Capponi, la repubblica di Venezia era nello

stesso tempo entrata in più vergognosi trattati. Il senato tentò di fare

assassinare Francesco Sforza nella fortezza di Cremona, ed in appresso

di farlo avvelenare. Il veleno era stato portato dal Levante; doveva

essere gettato sul fuoco nella camera ove trovavasi il duca, ed

eccitarvi un così pericoloso fumo, che niuno di coloro che sarebbero

stati nell'appartamento avrebbero potuto sopravvivere dopo averlo

respirato. L'avvelenatore, cui il consiglio dei dieci aveva promessi

dieci mila fiorini di premio, manifestò il segreto a Francesco Sforza,

il quale ritenne questo veleno per adoperarlo quando lo trovasse

opportuno[439].

[439] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1212._ — Neri

Capponi, uomo pubblico, e che fu più volte ambasciatore presso i

Veneziani e presso lo Sforza, sembra degno di fede intorno ad un

avvenimento, che poteva per tante vie avere saputo. Pure il

Simoneta, segretario del duca, che mai non lo abbandonava, non ne fa

verun cenno.

Il duca di Milano era meglio provveduto di soldati che di danaro, ed i

Fiorentini avevano più danaro che soldati; onde i due alleati convennero

di giovarsi con vicendevoli cambi. Alessandro Sforza entrò,

attraversando la Lunigiana, in Toscana nella primavera del 1453 con due

mila cavalli, e raggiunse Sigismondo Malatesta che assediava Fogliano; i

Fiorentini invece si obbligarono di pagare a Francesco Sforza un

sussidio annuo di ottanta mila fiorini[440], e presero inoltre al loro

soldo Manello d'Appiano, nuovo signore di Piombino, con mille cinque

cento cavalli[441], Rinaldo Orsini era morto il 13 luglio del 1450, e

sua moglie Catarina lo aveva raggiunto nel sepolcro in marzo del

susseguente anno. Emanuele, zio di Catarina, aveva occupata la sua

eredità ad armata mano, e perchè aveva dato a conoscere di voler

continuare nelle alleanze della sua famiglia, era stato riconosciuto

dagli stati vicini per legittimo sovrano[442]. L'armata fiorentina era

più numerosa che non quella di Ferdinando; essa riprese Fojano, Rencina

e Vado, mentre che i Napoletani, costretti di campeggiare in luoghi

malsani, furono tormentati da febbri maremmane, ed indeboliti da più

pericolose malattie che non erano le armi de' loro nemici[443].

[440] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 634._

[441] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 76._

[442] _Ist. di Gio. Cambi, Delizie degli eruditi Toscani, t. XX, p.

274._

[443] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VIII, p. 431. — Barth.

Facii, l. X, p. 167._

Il più notabile avvenimento di questa campagna, illustrata da pochi

fatti militari, fu la ruina di Gherardo Gambacorti, conte di Bagno. Era

costui figliuolo di Giovanni, l'ultimo capo di parte della repubblica

Pisana, il quale aveva venduta la sua patria ai Fiorentini nel 1406, ed

aveva ottenuto in premio del suo tradimento la sovranità feudale d'un

piccolo stato, posto presso le sorgenti del Tevere ai confini del

Casentino e dello stato della Chiesa. Gherardo era cognato di Rinaldo

degli Albizzi; lo spirito di partito gli fece ascoltare le proposizioni

d'Alfonso. Questi gli offriva, in cambio del feudo che aveva ricevuto

dalla repubblica fiorentina, un altro assai più ragguardevole feudo nel

regno di Napoli. I Fiorentini avendo avuto sentore di questo trattato,

il Gambacorti non esitò a dare ai capi della repubblica il proprio

figlio in ostaggio, per dissipare così ogni sospetto. Questo fanciullo

in età di quattordici anni fu condotto a Firenze, e dopo ciò la signoria

più non volle dar fede agli avvisi che le venivano dati intorno al

tradimento del Gambacorti. Pure non aveva questi rinunciato ai suoi

progetti; il 12 agosto del 1453 frate Puccio, cavaliere di san Giovanni

di Gerusalemme, luogotenente d'Alfonso, si presentò con quattro cento

cavalli e tre cento pedoni alle porte di Corzano, principale fortezza

del conte di Bagno. Il Gambacorti, disposto a darla ai nemici della

repubblica, fece abbassare il ponte levatojo, e s'innoltrò egli stesso

verso il cavaliere; ma un cittadino pisano, detto Antonio Gualandi, che

stava a canto al Gambacorti, osservando in viso a tutti i vassalli del

conte la costernazione pel cambiamento che facevano della protezione

della repubblica col dominio d'uno straniero padrone, spinse rapidamente

colle due mani il Gambacorti fuori del ponte levatojo, che fece poi

rilevare, abbassando il rastello e spiegando di nuovo lo stendardo de'

Fiorentini tra le grida _di viva la repubblica!_ Tutti i vassalli del

conte di Bagno seguirono l'esempio degli abitanti della fortezza, e

vennero riconosciuti per immediati sudditi di Firenze. Il conte

ritirossi colmo di vergogna coll'armata napoletana; e la repubblica ebbe

la generosità di ritornargli senza taglia il figlio, che egli aveva così

barbaramente dato in ostaggio; ma accordò magnifiche ricompense ad

Antonio Gualandi, ed a due giovani Pisani che lo avevano ajutato[444].

[444] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 77. — Machiavelli, l. VI, p. 249.

— Ann. Bonin. Miniat., p. 157. — Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 313._

I Fiorentini desideravano che non in Toscana ma in Lombardia si

continuasse la guerra con vigore; perciò fino dal precedente anno

avevano trattato col re di Francia per persuaderlo a mandare in Italia

Renato, conte d'Angiò e re titolare di Napoli: in principio del presente

anno rinnovarono le loro pratiche, e promisero a Renato, finchè

continuerebbe la guerra per loro in Lombardia ed in Toscana, l'annuo

assegnamento di cento venti mila fiorini, e quando questa sarebbe

terminata, si obbligavano unitamente al duca di Milano ad assistere

Renato con tutte le loro forze per riporlo sul trono di Napoli. Questo

trattato si negoziò in loro nome da Angelo Acciajuoli, ed a nome del

duca da Abramo Ardiccio di Vigevano[445].

[445] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 633. — Corio Stor. Mil., p. 946._

Ma Francesco Sforza, ritenuto dallo spossamento di tutti i popoli,

conseguenza di così lunghe guerre, dal timore di disgustare i suoi

sudditi poco avvezzi ad ubbidirgli, e dal timore ancora più grande di

far dipendere la sua corona dalla sorte di una battaglia, nulla fece,

siccome pure nulla fecero i suoi avversarj che degna fosse dei generali

che comandavano le armate e dei sagrificj che costava la guerra.

Gentile di Lionessa, generalissimo dei Veneziani, ferito da un colpo di

fucile sotto Manerbio, morì il 15 aprile, ed il senato gli sostituì

Giacomo Piccinino[446]. Questo generale occupò Ponte Vico e fece alcune

scorrerie nel Cremonese, prima che lo Sforza potesse trar fuori dai

quartieri d'inverno la sua armata. D'altra parte Carlo Gonzaga entrò nel

Mantovano, e cominciò a guastare le campagne: ma quando i primi prosperi

avvenimenti l'ebbero fatto più coraggioso, suo fratello Lodovico,

secondato da Tiberto Brandolini, lo sorprese il 15 giugno nelle

vicinanze di Godio, lo ruppe, e gli prese più di mille cavalli[447].

Francesco Sforza, avendo finalmente adunato il suo esercito, lo condusse

nello stato di Brescia per tirare colà il teatro della guerra; in fatti

il Piccinino gli tenne dietro. Frequenti furono le scaramucce tra gli

avanposti dei due eserciti, ed ebbe luogo un fatto generale presso Ledo,

di cui lo Sforza s'era impadronito; ma i due generali, temendo

egualmente un'azione decisiva, andarono poc'a poco ritirando le loro

truppe quando il sole acquistava maggior vigore, e l'uno e l'altro

evacuarono il campo di battaglia, senza che l'una parte fosse più

avvantaggiata dell'altra[448]. Gli Italiani d'allora non volevano

combattere che quando erano sicuri dell'esito; così Sagramoro Visconti

di Parma, luogotenente dello Sforza, sorprese il 15 agosto e disfece a

Castiglione presso di Lodi quattro mila cavalli del Piccinino; ma questi

parziali vantaggi non potevano mai decidere della sorte della guerra; e

questa, che sembrava ridotta a marcie, a scaramucce, ad assedj

insignificanti, ruinava interamente i sudditi senza esporre i

soldati[449].

[446] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 635. — Porcelli de Gestis Scip.

Piccinini, t. XXV, l. I, p. 5. — Ist. Bresc., p. 878. — M. A.

Sabellico dec. III, l. VII, f. 197. — Barth. Facii, l. X, p. 169._

[447] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 638. — Porcelli de Gestis

Scipionis Piccinini dec. II, l. II, p. 16. — Platina Hist. Mant., l.

VI, p. 853. — Ist. Bresc., p. 880. — Bart. Facii, l. X, p. 172._

[448] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 643. — Porcelli de Gest.

Piccinini dec. III, l. III, p. 19. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p.

852-855._

[449] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 647._

Lo Sforza aspettava con impazienza l'arrivo del re Renato per agire di

concerto con lui più vigorosamente; ma questo re veniva trattenuto nelle

Alpi dal duca di Savoja e dal marchese di Monferrato, che ricusavano

d'accordargli il passo. Renato, mal soffrendo ogni indugio, si recò per

mare a Ventimiglia, ed il Delfino, che poi fu Lodovico XI, tanto si

adoperò negoziando, che finalmente il duca di Savoja accordò all'armata

francese di passare nel mese di settembre in Lombardia[450]. Renato, che

ancora nella guerra portava la sua universale benevolenza e lo spirito

di conciliazione, si trattenne ancora qualche tempo alle falde delle

Alpi per trattare la pace tra il marchese di Monferrato ed il duca di

Milano. Le due parti lo lasciarono arbitro, e col suo lodo pronunciato

il 15 di settembre terminò le loro liti[451].

[450] _Niccolò Macchiavelli, l. VI, p. 253._

[451] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 649. — Ist. Bresc. di Crist. da

Soldo, p. 883. — Benvenuto da san Giorgio, Hist. Montisferrati, t.

XXIII, p. 731._

L'arrivo di Renato al campo dello Sforza portò la sua armata a più di

quindici mila uomini di cavalleria pesante; e dopo circa un mese

Alessandro Sforza lo raggiunse pure con quattro in cinque mila uomini

d'arme che riconduceva dalla Toscana. Ma il duca di Milano non seppe o

non volle approfittare di tanta superiorità di forze per isforzare il

nemico ad una battaglia generale. Si limitò a dare il 19 di ottobre un

assalto alla fortezza di Ponte Vico, in cui i vincitori entrarono per la

breccia. Ma i soldati di Renato non partecipavano in verun modo della

dolcezza o della bontà del loro capo; ossia che nelle loro guerre

cogl'Inglesi essi si fossero avvezzati alla ferocia, o che la diversità

delle costumanze e della lingua loro ispirasse per gl'Italiani

quell'odio e quel disprezzo, che sogliono spesse volte rendere le armate

più feroci verso i popoli che non conoscono; entrando in Ponte Vico essi

uccisero tutti coloro che scontrarono; non risparmiarono nè le donne, nè

i fanciulli; nè que' medesimi che di già si erano resi prigionieri ai

soldati dello Sforza. Questi, offesi da tanta barbarie, risguardaronsi

come insultati ne' loro prigionieri, videro nell'accanimento dei

Francesi l'effetto di un odio universale verso la nazione italiana, e

lungo tempo non sostennero tanto oltraggio; diedero addosso ai soldati

di Renato nelle strade, posero fuoco alle case in cui trovavansi

ritirati i Francesi, e gl'inseguirono con tanto furore, che Francesco

Sforza ottenne a stento di separare i combattenti[452].

[452] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 655. — Ber. Corio Stor. Mil. R.

VI, p. 947. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 884. — Marin Sanuto

vite de' duchi di Venez., p. 117. — Barth. Facii, l. X, p. 173._

Questa ferocia delle truppe francesi inspirò tanto terrore agli abitanti

di tutti i castelli e di tutte le borgate del Bresciano, che

s'affrettarono di mandare deputati al campo dello Sforza per offrirgli

le loro chiavi e domandargli salvaguardie. Anche que' castelli che

trovavansi un solo miglio lontani dal campo del Piccinino parteciparono

di cotale panico terrore. In breve si comunicò anche all'armata

veneziana, che fuggì disordinata fino alle porte di Brescia che le

furono chiuse in faccia[453]. Lo Sforza non ebbe avviso di questa fuga,

che quando più non poteva approfittare della confusione dei suoi nemici,

i quali si erano di già fortificati sotto le mura di Brescia; ma i

territorj, Bresciano e Bergamasco, si assoggettarono al duca di Milano.

Il castel di Roate alle falde della montagna di Brescia, e quello d'Orci

nel piano, l'uno e l'altro difesi da numerosa guarnigione, furono i soli

che sostenessero un regolare assedio. Dopo essersene impadronito lo

Sforza ridusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[454].

[453] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 657. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.

703. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1264. — Ist. Bresciana, p.

884._

[454] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 660. — M. A. Sabellico dec. III,

l. VII, f. 199. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 856. — Ist.

Bresciana, p. 885._

Frattanto gli uomini d'armi francesi, che avevano accompagnato Renato in

Italia, vi avevano appena passati tre mesi, che già premurosamente

domandavano di essere ricondotti ne' loro focolari. Si erano disgustati

per la loro contesa cogli uomini d'armi dello Sforza a Ponte Vico;

altronde sentivansi umiliati dalla loro inferiorità; vedevano che nelle

guerre d'Italia la destrezza era sempre avantaggiata sul valore, e che

la tattica italiana era in allora incontrastabilmente superiore alla

francese. Dal canto suo Renato, di già vecchio ed omai fuori di speranza

di conquistare Napoli, malvolentieri sopportava le fatiche della guerra,

e divideva l'impazienza de' soldati. Francesco Sforza andò a trovarlo a

Piacenza per trattenerlo; ma a tutte le sue istanze Renato opponeva

un'invincibile risoluzione, che per altro accompagnava colle proteste di

attaccamento e di confidenza. Promise soltanto che nella susseguente

primavera suo figlio Giovanni, che aveva il titolo di duca di Calabria,

e la di cui età era più atta agli avvenimenti delle spedizioni militari,

scenderebbe in sua vece in Italia. La partenza di questo vecchio

pretendente al trono di Napoli, rendendo debole lo Sforza, accrebbe in

esso il desiderio di fare la pace, e di godersi una volta

tranquillamente i suoi nuovi stati[455].

[455] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 664. — Niccolò Machiavelli Ist.

Fior., l. VI, p. 254. — Corio Stor. di Milano, p. IV, p. 948._

Uno spaventoso avvenimento, che colpì di terrore tutta la cristianità,

rendeva generale il desiderio della pace, ed esponeva ai rimproveri di

tutta l'Europa coloro che vi mettevano qualche ostacolo. Costantinopoli

era stata presa da Maometto II il 29 maggio del 1453; l'ultimo

imperatore de' Greci, Costantino Paleologo, era stato ucciso con

quaranta mila Cristiani; moltissimi mercanti italiani ed in particolare

veneziani, che soggiornavano in quell'antica capitale dell'Oriente,

avevano nel saccheggio perduta ogni loro proprietà, ed erano stati fatti

schiavi[456]; ed i Turchi, la di cui arroganza era cresciuta a

dismisura, minacciavano di assoggettare all'impero della mezza luna

tutta la cristianità. La città imperiale, risguardata come il baluardo

de' paesi ridotti a civiltà, pareva effettivamente che aprisse colla sua

caduta l'Occidente ai barbari. Quando questa notizia fu portata ai due

opposti campi dello Sforza e del Piccinino, eguale fu la costernazione;

i capi dei soldati si rimproverarono inique guerre, che invano tutte

consumavano le loro forze, nel momento in cui le loro armi avrebbero

dovuto essere soltanto consacrate alla difesa de' loro fratelli. Il

cardinale di sant'Angelo, nunzio di papa Niccolò V, loro rammentò i

soccorsi per così lungo tempo implorati dai Greci e così crudelmente

rifiutati dai Latini, e rigettò sull'ostinazione di quest'ultimi la

vergogna di questa grande calamità. Si adunò sotto la presidenza del

papa un congresso in Roma, e tutti gli stati manifestarono egualmente il

loro desiderio di fare la pace, per rivolgere tutte le forze d'Europa

contro i Turchi[457].

[456] Quarantasette, o secondo altri sessantatre gentiluomini

veneziani, membri del gran consiglio, erano nel numero degli schiavi

de' Turchi. _Cron. di Bol. t. XVIII, p. 701. — M. A. Sabellico dec.

III, l. VII, f. 198. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p.

1150._

[457] _Epist. card. sancti Angeli apud Porcelli de Gest. Scipionis

Piccinini dec. III, l. V, p. 35. — Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 645._

Ma questo così vivo pentimento, quest'obblìo de' più vicini interessi,

non ebbero lunga durata; ognuno conobbe, che la crociata, cui

rimproveravasi ognuno di non avere intrapresa, era fuori di stagione;

deboli soccorsi avrebbero difesa Costantinopoli, mentre sarebbero

abbisognate immense forze per riconquistarla. Ognuno adunque, portando

al congresso parole di pace, vi palesò così esagerate pretese, che

rendevano la pace impossibile. Voleva Alfonso che i Fiorentini gli

rimborsassero le spese della guerra, questi per lo contrario chiedevano

che Alfonso restituisse loro Castiglione della Pescaja in Maremma. I

Veneziani ripetevano dallo Sforza la restituzione di tutto quanto egli

aveva conquistato nel Bresciano e nel Bergamasco, la cessione di

Cremona, e le rive del Po e dell'Adda per confine dei due stati. Lo

Sforza invece d'acconsentire a tale cessione, ridomandava Crema, Bergamo

e Brescia, che i Veneziani più non potevano difendere, e che avevano in

addietro tolte ai suoi predecessori senza giusti motivi[458]. Finalmente

papa Niccolò V, che il primo aveva invitati i Cristiani a deporre le

armi, non procedeva neppure egli di buona fede. Se dobbiamo dar fede al

Simonetta ed allo stesso Giannotto Manetti, suo panegirista, «la di lui

prudenza gli aveva insegnato che le guerre tra i principi d'Italia

assicuravano la pace della Chiesa, e che per lo contrario la loro

concordia ne minacciava la tranquillità.» Cercò adunque soltanto di

piacere a tutto il mondo, a non rendersi sospetto a chicchefosse, ed a

protrarre le negoziazioni[459].

[458] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 665. — Niccolò Machiavelli, l. VI,

p. 255._

[459] _Vita Niccolai V a Janottio Manetio, t. III, p. II, Rer. It.,

p. 943. — Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 666._

I Veneziani finalmente si avvidero, che nelle conferenze di Roma

perdevasi il tempo ascoltando vani discorsi, che il papa nulla faceva

per conciliare gli spiriti, e che il re Alfonso, che stava per la

guerra, cercava di sventare ogni trattato. Spedirono dunque in qualità

di segreto messaggiero a Francesco Sforza certo monaco, chiamato Simone

da Camerino, per trattare direttamente con lui, e fargli ragionevoli

proposizioni[460].

[460] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VIII, p. 433._

I Veneziani rinunciavano ad ogni pretesa sopra Cremona, e domandavano la

restituzione del Bergamasco e del Bresciano. Lo Sforza domandava ancora

la cessione di Crema, che poteva diventare in mano dei suoi nemici un

posto avanzato troppo per lui pericoloso. Il consiglio dei dieci, che

voleva la pace era di già determinato a lasciare sorprendere questa

città dal Coleoni, onde il trattato non parlasse di restituzione. Ma

quando ne fu fatta l'apertura al Coleoni, si trovò che questo generale,

di già sollecitato da altro istigatore, meditava di passare dallo Sforza

ai Veneziani, di modo che egli gagliardamente dissuase il consiglio dei

dieci da una cessione, a suo credere, non necessaria.

Mentre che quest'accidente ritardava il trattato, lo Sforza fu avvisato

del tradimento del Coleoni, e di quello di Sigismondo Malatesti, ambidue

in sul punto di passare al nemico. Nello stesso tempo l'ambasciatore

fiorentino, Diotisalvi di Nerone Negri, cui aveva comunicate le fattegli

proposizioni, gli dichiarò a nome della sua repubblica, ch'ella non era

al caso di sostenere più a lungo una così ruinosa guerra, e che ad ogni

costo desiderava la pace. Lo Sforza adunque richiamò fra Simone da

Camerino, e gli disse di essere apparecchiato ad accettare le offerte

de' Veneziani senza apporvi cambiamento. Paolo Barbò, uno de' membri del

governo, andò presso di lui a Lodi, travestito da frate zoccolante. Per

otto giorni si discussero le condizioni del trattato col più profondo

segreto; indi la pace si pubblicò in Lodi, il 9 aprile del 1454, contro

l'universale aspettazione. Con tale trattato lo Sforza conservava la

Ghiara d'Adda; restituiva ai Veneziani le conquiste del Bresciano e del

Bergamasco; e stipulava soltanto l'impunità per coloro che avevano

abbracciato il suo partito. Se il duca di Savoja ed il marchese di

Monferrato volevano essere ammessi al beneficio della pace, dovevano

restituire le loro conquiste nel Novarese, nel Pavese e

nell'Alessandrino; se vi si rifiutavano era libero al duca di Milano di

far uso della forza. I signori di Coreggio ed i Veneziani dovevano

restituire al marchese di Mantova ciò che avevano usurpato del suo

territorio; e questi invece doveva rendere a suo fratello, Carlo di

Gonzaga, il suo appannaggio. Finalmente il Castello di Castiglione della

Pescaja, che Alfonso aveva conquistato in Toscana, gli doveva rimanere a

condizione che ritirasse le sue truppe dai rimanente del territorio

fiorentino. Tutte le potenze d'Italia erano invitate a ratificare la

pace di Lodi in un determinato tempo, se volevano goderne il

beneficio[461].

[461] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 669. — Bern. Corio Stor. Milan.,

p. VI, p. 948. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII, f. 199. — Niccolò

Machiavelli, l. VI, p. 256. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p.

1215._ — Alla pace di Lodi terminano i commentarj di Neri Capponi,

uno de' più destri politici e de' migliori militari che producesse

Firenze. In tutti i più importanti affari veniva incaricato di

stendere i dispacci della repubblica, perchè verun altro lo

uguagliava ne' consigli per la limpidezza dello spirito, o pel

vigore dello stile. Morì a Firenze il 23 di novembre del 1457, in

età di 69 anni. _Vita di Neri di Gino Capponi e Bart. Plantinensis

scripta, t. XX, Rer. It. p. 516._

Quest'inaspettato trattato col quale due potenze belligeranti dettavano

la legge al rimanente dell'Italia, ai loro alleati egualmente che ai

loro nemici, senza averli prima interpellati, fu cagione a principio di

altrettanto malcontento che di sorpresa. Fu d'uopo sforzare colle armi i

Correggi ad evacuare lo stato di Mantova, ed il marchese di Monferrato e

il duca di Savoja ad abbandonare le loro conquiste; ma ciò fu l'opera di

pochi giorni. In appresso questi sovrani ratificarono la pace, e la

Sesia fu riconosciuta per confine tra il Piemonte ed il ducato di

Milano[462]. Francesco Sforza si fece altresì rendere dal duca Borso

d'Este Castelnovo nello stato di Parma, che il sovrano di Ferrara aveva

occupato quando era morto Filippo Maria; così il nuovo duca,

riconosciuto da tutti i suoi vicini, rientrò in tutti i possedimenti del

suo predecessore. Ma mancava sempre al trattato di Lodi la ratifica del

re Alfonso, il quale perdonare non poteva ai Veneziani di avergli tenuta

nascosta la loro negoziazione. Come il più potente sovrano d'Italia,

credevasi chiamato a dettare la pace, e non a riceverla. Ricusò quasi

pel corso di un anno di ratificarla; e non vi si ridusse, che dietro i

caldi ufficj del cardinale Capranica mandatogli dal papa, e dietro la

notizia d'un'alleanza firmata il 30 agosto tra i Fiorentini, il duca di

Milano ed i Veneziani. Ratificò la pace di Lodi il 26 gennajo del 1455,

ma a condizione che i Genovesi, cui non aveva condonate le antiche

offese, e Sigismondo Malatesta, che lo aveva ingannato, dopo avere

ricevuto anticipato soldo, non sarebbero compresi nella pace

generale[463].

[462] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 672. — Istor. Bresciana, p. 888._

[463] _Guernieri Bernio Istor. d'Agobbio, p. 989. — Platina Hist.

Mant., l. VI, p. 857. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p.

1152. — Navagero Stor. Venez., p. 1117. — Jo. Marianae de reb.

Hispaniae, l. XXII, cap. 16, p. 50. — Poggio Bracciolini Hist.

Florent., l. VIII, p. 434._ — Coll'adesione del re di Napoli al

trattato di Lodi Poggio Bracciolini chiude la sua storia: questo

elegante scrittore, che col suo zelo per le antiche lettere ebbe

tanta parte al rinnovamento dei buoni studj, si limitò nella sua

storia di Firenze al racconto dei soli avvenimenti militari. Egli

passa tra le più importanti rivoluzioni politiche, senza chiamare

sulle medesime l'attenzione del lettore; e quantunque vivesse in

istrettissima domestichezza con que' celebri Fiorentini, che

dirigevano quasi tutta la politica d'Italia, non ci lasciò i loro

ritratti. Morì il 30 ottobre del 1459, quattr'anni dopo l'epoca in

cui termina la sua storia, in età di 79 anni.

Alla stessa epoca della lega d'Alfonso coi Veneziani, coi Fiorentini

e col duca di Milano, finisce pure la sua storia d'Alfonso

Bartolomeo Fazio, nato alla Spezia, e segretario della repubblica di

Genova (_Barthol. Facii Rerum gestarum Alphonsi Regis, l. X, t. IX.,

p. III, Thesauri Antiquit. Ital., p. 1-188._) Fu Fazio uno de' più

eleganti scrittori latini, che in così copioso numero fiorirono in

questo secolo. Egli vide assai da vicino parte degli avvenimenti

descritti, e non pertanto li rappresenta assai diversamente dal

Simonetta, altro testimonio oculare. Aveva preso servizio nella

corte d'Alfonso, il quale lo aveva assai caro, onde si sforza in

ogni circostanza d'ingrandire il merito d'Alfonso a pregiudizio di

Francesco Sforza. Si era già reso sospetto di storico poco veritiero

ne' suoi commentarj: _De Genuensium rebus adversus Venetos gestis._

Il Fazio, emulo di Lorenzo Valla, contro il quale sostenne una

guerra letteraria ad ambidue poco onorevole, morì pochi giorni dopo

il suo avversario nel 1447. — Vedasi _Paulus Jovius in Elogiis

Virorum doctorum_.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 10 / 14 题