CAPITOLO LXXII.

_Sforzi de' Milanesi per ricuperare la libertà; Francesco Sforza

si obbliga al servigio della nuova repubblica; sue vittorie sui

Veneziani a Piacenza, a Casal Maggiore ed a Caravaggio._

1447 = 1448.

Da oltre quindici anni l'Italia era sconvolta da rivoluzioni di nuovo

genere; vedevansi guerre incominciate senza motivi, trattate senza

vigore, e sospese senza che la pace arrecasse verun vantaggio, alleanze

contratte, rotte, rinnovate, e mille volte violate; la perfidia in tutti

i rapporti politici era diventata la morale di moda; un pericoloso

credito veniva accordata ai comandanti delle armate, mentre l'arte

militare più non era nobilitata dal sacro motivo della difesa della

patria; per ultimo ogni giorno nuovi capitani s'innalzavano ad un potere

indipendente, trattavano coi principi da piccoli sovrani, ed in appresso

perivano quasi tutti sul patibolo senza formalità di giudizio. Ma questo

stato d'Italia così straordinario, così diverso di tutto ciò che lo

aveva preceduto, da tutto ciò che seguì, apparecchiava la grande

rivoluzione ch'ebbe compimento alla metà del quindicesimo secolo. Videsi

in allora e per tutte queste cagioni il più avventurato di tutti questi

avventurieri collocarsi sul primo trono d'Italia, gli Sforza succedere

ai Visconti, un nuovo sistema d'equilibrio riunire il poter militare al

civile, ed il condottiere, che conseguì la più magnifica ricompensa,

fare scomparire tutti gli altri.

Lo Sforza ottenne con una insigne perfidia di succedere a suo suocero;

ma il secolo era talmente corrotto ed abituato alla mancanza di fede

della casa Visconti, di tutti i piccoli principi d'Italia, e dei papi,

che questa mala fede più non risguardavasi come una macchia dalla

maggior parte degli uomini. Quando Machiavelli diceva dello stesso

Sforza, che non era trattenuto da timore o da vergogna di mancare ai

suoi giuramenti, perchè i grandi uomini si vergognavano di perdere, non

di guadagnare coll'inganno[279], egli esprimeva il sentimento di tutti i

suoi contemporanei, più ancora che il suo proprio, e lo Sforza, che in

cotal modo egli scusava, aveva nome d'essere anzi uno de' più generosi,

de' più fedeli nell'amicizia fra tutti i principi del suo secolo.

L'intima sua amicizia con Cosimo de' Medici, che i Fiorentini

intitolarono il padre della patria, e che gli amici delle lettere

risguardano come il ristauratore della filosofia platonica, faceva

egualmente onore all'uno ed all'altro. L'amicizia dello Sforza veniva

nello stesso tempo ricercata da Federico di Montefeltro, in appresso

duca d'Urbino, da Lionello e da Borso d'Este, marchesi e duchi di

Ferrara, e da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, allievo di Vittorino

da Feltre. Il nome di questi principi venne illustrato dalla benefica

protezione accordata alle lettere in sul declinare del quindicesimo

secolo, ed a costoro può attribuirsi la scoperta della bella antichità,

il risorgimento delle arti e della poesia. Francesco Sforza era degno

d'essere loro associato, e noi avremo pur troppo frequenti occasioni di

vedere che questi illustri principi in fatto di onore e di moralità non

vanno meno di lui soggetti a censura. Non possiamo non compiangere un

secolo in cui il sentimento del giusto e del vero era talmente

indebolito, che un uomo di elevato carattere più non arrossiva della

falsità e del tradimento; ma conservando tutto l'orrore che nutrir

dobbiamo per il vizio e per la bassezza, dobbiamo guardarci di addossare

ad un solo uomo il biasimo e la vergogna che appartengono a tutta la sua

generazione.

[279] _Niccolò Machiavelli Stor. Fiorent., l. VI, p. 212._

Non è già che le pretese di Francesco Sforza all'eredità di Filippo

Maria fossero ingiuste: i suoi diritti non erano meno fondati che quelli

di qual si fosse altro pretendente; o a dir meglio fra tutti coloro che

l'ambivano non vi aveva diritto che la repubblica milanese. I Visconti

altro non erano che i capi della fazione seguita dai popolo innalzati al

potere sovrano ora dal tacito assenso della nazione, ora dall'intrigo e

dalla forza delle armi. Giammai essi non avevano fondata una monarchia

regolare e costituzionale, nella quale fossero riconosciuti i diritti

ereditarj. Dopo Ottone Visconti che nel 1277 diede cominciamento alla

grandezza della sua casa fino a Filippo in cui si spense, non si vide in

cento settant'anni una sola successione regolare. Talora tutt'i fratelli

avevano regnato assieme, talvolta eransi divisi gli stati, ed ora si

erano succeduti gli uni agli altri a pregiudizio de' figli; il

cominciamento di qualunque regno era stato notato da qualche

rivoluzione. La sola forza decideva del diritto, il timore teneva luogo

dell'affetto, ed il sovrano della Lombardia non sarebbe rimasto meno

sorpreso del suo popolo, se gli si fosse parlato dei diversi gradi di

eredità che aprivano la successione al trono.

Nelle famiglie dei signori d'Italia i bastardi stavano quasi a livello

coi figli legittimi, e se si acconsentiva che la successione dei

Visconti potesse passare alle femmine, la nascita di Bianca non era una

sufficiente cagione per escluderla. Nella divisione degli stati di

Giovan Galeazzo, padre dell'ultimo duca, il suo bastardo Gabriele aveva

avuta una parte press'a poco eguale a quella dei figli legittimi;

Lionello d'Este, allora regnante, e dopo di lui Borso, l'uno e l'altro

bastardi di Niccolò III, vennero chiamati alla signoria di Ferrara e di

Modena in pregiudizio de' loro fratelli maggiori nati da legittimo

matrimonio; e la successione della casa della Scala erasi trasmessa dal

principio fino alla fine da bastardo in bastardo. Santi Cascese era

stato di fresco chiamato al governo di Bologna come figlio adulterino di

un Bentivoglio, mentre che Federico di Montefeltro, che sapevasi non

essere figliuolo del conte Guido, di cui portava il nome, veniva

riconosciuto per signore d'Urbino. Effettivamente il popolo non

considerava in verun modo i diritti di successione come sono regolati

dalle leggi per le private proprietà, ma soltanto la garanzia che il

nuovo capo poteva dare per la sua età, per i suoi talenti, al partito di

cui la di lui famiglia era stata capo.

I diritti che la casa d'Orleans pretendeva avere acquistati da Valentina

Visconti, sorella dell'ultimo duca, erano fondati sull'ipotesi che la

Lombardia fosse un feudo femminino; ma la Lombardia non era nè un feudo,

nè una successione aperta alle femmine. I diritti che gl'imperatori

fecero in appresso valere sul ducato di Milano, come ricaduto alla

diretta dell'impero per l'estinzione della linea Visconti, non erano più

legittimi degli altri, perchè Milano, avanti la fondazione del ducato,

ed anche prima della grandezza della casa Visconti, era uno stato libero

sebbene membro dell'impero, nè mai aveva appartenuto all'imperatore. La

corona ducale poteva ritornare a quello che l'aveva accordata, ma la

sovranità non doveva uscire dalle mani dei Lombardi, di cui questi duchi

non erano che i mandatarj. I diritti d'Alfonso V, re d'Arragona e di

Napoli, appoggiati ad un vero o supposto testamento di Filippo Maria a

suo favore, erano egualmente invalidi, perchè al duca di Milano non era

mai stato accordato di disporre per testamento del governo dei suoi

popoli. Finalmente i diritti di Francesco Sforza, come sposo dell'unica

figlia dell'ultimo sovrano, in un paese in cui le figlie non erano mai

succedute, dipendeva totalmente dall'assenso del popolo. Se gli amici

dei Visconti, se i nobili ghibellini, che avevano voluto dare e

conservare un capo al loro partito, credevano che l'educazione di Bianca

fra di loro, che la di lei successione ai beni patrimoniali, che il

reciproco affetto fra di lei ed i servitori di suo padre, loro

assicurassero la sua persistenza e quella del suo sposo nelle massime

del governo di cui essi avevano cercata la guarenzia, erano padroni di

considerare Francesco Sforza, dopo il suo matrimonio con Bianca, come il

rappresentante d'una famiglia, cui essi avevano consacrate le loro spade

e le loro sostanze. Era in conseguenza di questo stesso diritto ch'essi

renduto avevano a Filippo Maria quell'ubbidienza che ritirata avevano a

Giovan Maria suo fratello, che precedentemente avevano sostituito Giovan

Galeazzo a Barnabò ed ai suoi figliuoli, e che più anticamente scelto

avevano a vicenda Azzo, Lucchino e Giovan Visconti, senza giammai

attenersi alla diretta linea di successione. Ma se Bianca non portava

allo sposo l'affetto d'una fazione, e l'attaccamento della maggiorità

della nazione, non aveva verun diritto legale da far valere. La sola

repubblica milanese avea giustissimo titolo per riclamare la sua

sovranità. Non solo quando spontaneamente si era assoggettato alla

signoria de' Visconti non aveva acconsentito che la sovranità passasse

ad un'altra famiglia, ma non aveva pure riconosciuta altra eredità nella

famiglia Visconti, che quella ch'essa sanzionava co' suoi suffragi in

ogni cambiamento di regno. Una deliberazione dei consiglj aveva sempre

deferiti ad ogni Visconti, l'uno dopo l'altro, il titolo ed i diritti di

_perpetuo signore di Milano_; e quand'anche questa deliberazione fosse

stata più volte estorta colla forza, non pertanto questa sola dava al

titolo di signore qualche apparenza di legalità.

Ma quando venne a morte Filippo Maria, i Milanesi erano ben lontani dai

cercare un nuovo capo di parte, e dal sottomettersi a nuovi signori.

Avevano provate tutte le disgrazie che la tirannide di ambiziosi padroni

può chiamare sopra un popolo, ed accusavano dolendosene la memoria de'

loro antenati, che, sedotti dalle pratiche dell'arcivescovo Ottone,

avevano acconsentito che la di lui famiglia riducesse la patria in

servitù[280]. Si era loro tenuta segreta la malattia di Filippo Maria.

Questo principe, che si era sempre renduto invisibile ai suo popolo, e

che non aveva mai accordate agli ambasciatori stranieri che udienze

assai rare, aveva languito otto giorni per una dissenteria, cui dovette

finalmente soggiacere, senza che alcuno, in fuori de' suoi più intimi

familiari, avesse soltanto sospettato che avesse qualche indisposizione

di salute. Il consiglio di Milano volentieri avrebbe ancora lungo tempo

nascosto quest'avvenimento, onde non accrescere il coraggio o dei nemici

che di già si trovavano alle porte della città, o delle diverse fazioni

pronte a scoppiare. Ma l'ambizione ed un antico spirito di parte avevano

fatto abbracciare queste determinazioni a questi consiglieri troppo

egoisti per pensare ai diritti della loro patria. L'antica rivalità

delle scuole militari di Sforza e di Braccio dividevano il consiglio.

Francesco Landriano e Broccardo Persico, addetti alla milizia di

Braccio, volevano far passare al re di Napoli la sovranità della

Lombardia. Alfonso, essi dicevano, era il più ricco ed il più potente

principe d'Italia, egli era stato con lunga alleanza unito a Filippo

Maria, e ne aveva ricevuti beneficj che non aveva dimenticati; onde

trasporterebbe ai consiglieri del duca la propria riconoscenza.

Dall'altro canto Andrea Birago cogli amici dello Sforza, e coloro che

avevano servito nella di lui milizia, facevano valere i legami del

sangue che univano alla casa Visconti il conte Francesco, le promesse

dell'ultimo duca, e la naturale successione di una figlia a suo

padre[281].

[280] _Joseph. Ripamontii Hist. Urbis Mediol. ap. Graevium. Thesaur.

Hist. et Antiquitatum Italiae, t. II, l. X, p. 609._

[281] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 397._

La vinsero i partigiani d'Alfonso, i quali pretesero di eseguire in tal

modo la volontà manifestata da Filippo Maria negli ultimi istanti di

vita, e consegnarono la cittadella ed il castello a Raimondo Boile,

luogotenente del re, che di fresco era giunto dalla Puglia con una

piccola armata ausiliaria. Le insegne arragonesi, che si videro spiegate

sul castello del duca, indicarono ai Milanesi la morte del loro sovrano,

e la rivoluzione che pretendeva di fare un consiglio di ministri; ed i

capi del partito popolare furono avvisati di prendersi cura della

libertà del loro paese.

Quattro cittadini egualmente distinti per nascita, per ricchezze, per

talenti, e pel loro zelo per il ben pubblico, Antonio Trivulzio, Teodoro

Bossi, Giorgio Lampugnani ed Innocenzo Cotta, si adunarono per

provvedere alla libertà della loro patria, giurando di non permettere

che ricadesse in servitù. Allo spuntare del giorno tutta la città fu

informata della morte del Visconti, tutte le botteghe si tennero chiuse,

si barricarono le strade con catene, e quelle che conducevano al

castello vennero tagliate con profonde fosse. Trivulzio, Bossi,

Lampugnani e Cotta si divisero i quartieri della città, fecero adunare

il popolo alle sei porte, e furono da ogni porta nominati quattro

deputati. Un supremo consiglio formato da queste sei deputazioni doveva

rappresentare la repubblica, ed essere rinnovato ogni due mesi, come la

signoria di Firenze; i quattro promotori della rivoluzione vennero

nominati i primi a questa nuova magistratura. Nello stesso tempo

Raimondo Boile, cogli antichi consiglieri del duca, aveva chiamati in

castello tutti i condottieri che trovavansi allora in città, cioè Guido

Antonio Manfredi di Faenza, Carlo Gonzaga, Luigi del Verme, Guido

Torello ed i fratelli Sanseverino, e gli aveva tutti persuasi a giurare

ubbidienza ad Alfonso: ma appena furono usciti di castello, che,

strascinati dal movimento popolare, riconobbero il nuovo governo, e si

posero al soldo della repubblica, che veniva allora costituita[282].

[282] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 398._

Questa nuova magistratura aveva permesso che l'ultimo duca si portasse

al sepolcro colle consuete cerimonie; e la marcia del corteggio non

venne sturbata da verun popolare movimento; ma si agitavano in allora

così grandi interessi, timori così vivi, così variate speranze, notizie

così contraddittorie succedevansi con tanta rapidità, che i cittadini,

dopo essersi uniti alla pompa funebre, l'abbandonarono successivamente,

e gli stessi preti se ne allontanarono, onde a stento si potè portare il

corpo di Filippo fino al sepolcro che gli era stato destinato, dietro

all'altar maggiore della cattedrale[283].

[283] _Josephi Ripamontii, l. V, p. 610. — Jo. Simonetae, l. IX, p.

398._

Il primo affare che doveva trattarsi dal nuovo governo doveva essere

l'acquisto delle cittadelle, perchè i soldati forestieri che le

occupavano potevano essere tentati di venderle ai Veneziani, ed aprir

loro in tal modo la città. Gli equipaggi di Raimondo Boile vennero

abbandonati al popolo per punirlo d'avere occupato il castello. I

soldati, spaventati da quest'esecuzione, divisi da molte centinaja di

miglia dalle armate del re di Napoli, e non avendo fatto alcun

apparecchio per sostenere un assedio, aprirono le porte quasi subito

dopo. Quelli del castello di porta Zobia pareva che si disponessero a

fare maggiore resistenza; ma perchè non formavano in tutto che tre

compagnie, ascoltarono proposizioni di accomodamento. Venne loro

permesso di dividersi diciassette mila fiorini rimasti nella cassetta

del principe, ed a tale condizione consegnarono il castello. All'istante

queste due formidabili fortezze furono atterrate dal popolo, ed il

grosso de' cittadini più non abbandonò il lavoro, finchè non furono

uguagliate al suolo.

Ne' precedenti mesi, ad istanza di Niccolò V, nuovo papa, erasi

cominciato a trattare di pace. Si era aperto un congresso a Ferrara

sotto la presidenza del marchese Lionello, e di un legato del papa; gli

ambasciatori de' Veneziani, dei Fiorentini e del duca di Milano, che

trattavano ancora per parte di Alfonso, vi si erano di già recati. Le

varie proposizioni, o di una tregua fondata sullo stato attuale di

possedimenti, o di una pace con reciproca restituzione, erano state

discusse, indi lasciate alla scelta di Filippo Maria, e l'opera del

congresso poteva in qualche modo risguardarsi come terminata[284]. I

magistrati della nuova repubblica di Milano, che bramavano di essere in

pace con tutti, dichiararono che volevano proseguire la negoziazione, e

che accetterebbero le condizioni convenute col loro duca: ma i

Veneziani, che vedevano affacciarsi alla loro cupidigia nuove conquiste,

rigettarono quest'offerta quasi con derisione. Prima di restituire ai

Milanesi gli stati che avevano appartenuti a Filippo Maria, chiesero il

pagamento di tutte le spese della guerra, e di tutti i danni loro dalla

medesima cagionati[285]. Ruppero così ogni trattato, e ritiraronsi dal

congresso, ad altro più non pensando che a dividersi le spoglie

dell'ultimo Visconti[286].

[284] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 206. — Barth. Facii, l. IX, p.

141._

[285] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 188. — Marin Sanuto Vite

dei Duchi, p. 1126._

[286] _Platina Hist. Mant., t. XX, l. VI, p. 843._

Il doge Francesco Foscari, uomo ambizioso, che amava la guerra, e che

lusingatasi d'illustrare il suo regno colle conquiste, trovavasi in

allora dominante nei consiglj di Venezia. Egli strascinò la repubblica a

tener dietro a progetti d'aggrandimento, che parevano favoriti dalle

circostanze. Per altro ella sagrificò le sue antiche massime di

giustizia e di libertà ad una falsa politica. I Veneziani non dovevano

supporre che gli altri stati d'Italia, nè gli stessi loro alleati gli

acconsentissero giammai di soggiogare la Lombardia. Ostinandosi a

combattere, senz'esserne provocati, la repubblica di Milano, la spinsero

sotto il giogo dello Sforza, si procurarono un più pericoloso vicino che

non lo erano i Visconti, e per un necessario concatenamento, furono la

prima cagione delle guerre de' Francesi e de' Tedeschi alla fine del

secolo pel possedimento dello stato Milanese; mentre che se tre potenti

repubbliche, Milano, Venezia e Firenze, si fossero divisa l'Italia

superiore, e ne avessero mantenuto l'equilibrio, questa contrada, assai

più forte e più ricca sotto una paterna amministrazione, non sarebbe mai

più diventata preda dagli stranieri.

Il governo di Milano, in guerra con Venezia, incerto rispetto ai suoi

rapporti con Firenze ed alla condotta che terrebbe il conte Sforza, non

era neppure succeduto a tutta la potenza che aveva esercitata l'ultimo

Visconti. In tutto il ducato un'eguale oppressione aveva fatto nascere

un eguale desiderio di libertà; in tutte le città era stato proclamato

il nome di repubblica, ma in quasi tutte l'amore dell'indipendenza

nazionale pareggiava per lo meno l'amore della libertà politica. Il

giogo dei Milanesi detestavasi quanto quello dei Visconti, ed ogni

città, ch'era stata repubblica, voleva esserlo ancora. Pavia aveva lungo

tempo conteso a Milano il primo rango tra le città lombarde; era stata

la favorita residenza di Giovanni Galeazzo, il più grande dei Visconti;

il suo orgoglio fortificava il suo amore per l'indipendenza, ed ella era

determinata di tutto soffrire, piuttosto che di ubbidire ai Milanesi. Il

popolo di Pavia nominò i suoi magistrati, si costituì in repubblica, ed

intraprese subito l'assedio della fortezza che signoreggiava la città.

Una parte del tesoro del duca e delle munizioni di guerra era stata

deposta in questa fortezza, ma Matteo Bolognini, che ne aveva il

comando, rispinse con ostinazione tutti gli sforzi degli assalitori. Le

città di Como, Alessandria e Novara, ch'erano attaccate ai Milanesi più

per affetto che per ubbidienza, dichiararono di seguire la sorte della

nuova repubblica; ma Lodi, che pei suoi rapporti di commercio, e per la

maggioranza della fazione Guelfa, era unita ai Veneziani, rispinse i due

Piccinini, e li costrinse a rifugiarsi a Pizzighettone, dopo di che la

città mandò a chiedere a Michele Attendolo una guarnigione veneziana,

ch'entrò il 16 agosto, cinque giorni dopo la morte del duca[287]. Il

castello di san Colombano, posto tra Lodi e Pavia, si unì pure

volontariamente ai Veneziani. Piacenza trovavasi divisa in quattro

fazioni, dirette da quattro potenti famiglie. Quella degli Anguissola

era la sola affezionata ai Ghibellini, e le tre altre, riunite dal

medesimo amore per la parte Guelfa, si decisero all'ultimo, per metter

fine alla lite, a sottomettersi ai Veneziani. Taddeo d'Este, uno de'

generali di Venezia, prese possesso di Piacenza il 20 d'agosto con mille

cinquecento cavalli, ed in pochi giorni sottomise ancora tutto il suo

territorio[288]. Parma e Tortona si eressero in repubbliche; Asti aprì

le sue porte a Rinaldo di Dresnay, che ne prese possesso a nome di

Carlo, duca d'Orleans, in conseguenza dei trattati cominciati pochi mesi

prima tra Filippo e Carlo VII, e come dote di Valentina Visconti. In

tutte le città si videro rientrare gli esiliati ed i proscritti, e

riprendere dovunque il possesso de' loro beni, che il fisco si era

appropriati, o aveva venduti, cacciandone colla spada alla mano i nuovi

proprietarj[289].

[287] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843._

[288] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843. — Plat.

Hist. Mant., t. XX, p. 843. — Ann. Placent. Anton. de Ripalta, t.

XX, p. 892._

[289] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 399. — M. A. Sabellico Dec. III, l.

VI, f. 188._

I capi della repubblica milanese, attaccati dai Veneziani, abbandonati

dalla metà dei popoli ch'erano stati prima governati dal duca, e male

ubbiditi dall'altra, qualunque volta volevano mantenere l'ordine, levare

soldati e fare regolarmente pagare le imposte, minacciati dal re

Alfonso, dai Savojardi e dai Francesi, che tutti annunciavano varie

pretese sull'eredità dei Visconti, credettero di dover chiedere

l'assistenza di Francesco Sforza, per non dover contare tra i suoi

nemici anche questo condottiere. Lo Sforza aveva di già condotta la sua

armata ai confini per soccorrere il principe di cui essi erano rimasti i

rappresentanti, e quest'armata formava l'unica loro speranza.

Scaramuccio Balbo offrì a questo grande capitano, in nome della

repubblica milanese, di mantenere il trattato che con lui aveva fatto il

Visconti, continuandogli pure il medesimo pagamento e le condizioni

medesime per combattere gli stessi nemici e difendere lo stesso paese.

Bentosto Antonio Trivulzio si recò presso al generale, ed aggiunse a

tali offerte, la cessione dei diritti dei Milanesi sopra Brescia, o

sopra Verona, se riusciva allo Sforza di togliere ai Veneziani l'una o

l'altra di queste città. Lo Sforza, che erasi avanzato fino a Cremona

per vedere quale partito potesse tirare dalle turbolenze della

Lombardia, accettò senza difficoltà le offerte condizioni, sebbene gli

paresse dura cosa il dover ubbidire a coloro cui aveva sperato di

comandare. Apparecchiossi dunque alla guerra, ma senza deporre la

speranza di costringere un giorno i Milanesi a riconoscere un'autorità,

che per ora abbassavasi innanzi alla loro[290].

[290] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 401. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior.,

l. VI, p. 205. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 611._

Il primo servigio che rese alla repubblica, dalla quale riceveva il

soldo, fu d'intimidire i Parmigiani, avanzandosi fin sotto le loro mura.

Questi per evitare le ostilità si obbligarono a seguire senza eccezione

la sorte di Milano, ed a riconoscere sempre gli stessi amici e

nemici[291]. Lo Sforza rinnovò in appresso la sua alleanza con Rinaldo

Palavicini, che gli accordò un libero commercio ne' suoi feudi. Trovò a

Cremona mille cinquecento cavalieri di Guid'Antonio Manfredi, ch'erano

stati scacciati dal Lodigiano dai Veneziani, e ch'egli riunì sotto le

sue insegne. Recandosi quindi con una piccola scorta a Pizzighettone,

presso ai due Piccinini, si guadagnò il loro affetto con questa prova di

confidenza; li trovò disanimati nella universale rivoluzione, e disposti

a trattare coi Veneziani, che di già gl'invitavano a dividere le future

loro conquiste, offrendo loro in ricompensa della loro _defezione_,

Cremona in sovranità al primogenito, Crema al secondo. Lo Sforza seppe

così destramente maneggiarli, che malgrado l'antica rivalità tra le due

scuole militari, e malgrado le vicendevoli loro offese, li persuase a

restare ancor essi attaccati alla repubblica milanese, ed a rinnovare

con Luigi Bossi e Pietro Cotta, deputati della repubblica, il trattato

che avevano fatto col duca[292]. Lo Sforza passò in appresso l'Adda con

Francesco Piccinino, il 30 di settembre, ed entrò nel territorio di

Lodi. Il generale veneziano Michele Attendolo, suo parente, che si era

indebolito per le molte guarnigioni ch'era stato obbligato di staccare

dalla sua armata, e per la vasta estensione del paese che occupava, non

si trovò in istato di fargli testa, e lasciò che assediasse il castello

di san Colombano, che si arrese il 15 dello stesso mese[293].

[291] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 401._

[292] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 403. — Marin Sanuto Vite dei Duchi,

t. XXII, p. 1126._

[293] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843._

I Veneziani, disperdendo le loro forze, avevano perduta quella

superiorità che conservata avevano fino a tale epoca sopra Filippo dopo

la battaglia di Casale, e la moltiplicità delle conquiste ebbe per loro

quasi le conseguenze di una disfatta. Per rifare la loro armata,

radunarono quanto fu possibile di gente con nuove leve in Bergamo ed in

Brescia; dall'altro canto i Milanesi erano stati abbandonati da diversi

loro condottieri, tra gli altri da Alberto Pio, signore di Carpi, il

quale, saccheggiati il palazzo del duca ed i castelli che trovaronsi a

lui più vicini, passò, carico di preda, al proprio paese[294]. Per altro

lo Sforza fece un ragguardevole acquisto, prendendo al soldo de'

Milanesi Bartolomeo Coleoni di Bergamo, che, dopo essersi fatto qualche

nome, era stato nel precedente anno arrestato per ordine di Filippo

Maria, e chiuso nelle prigioni di Monza. Il Coleoni trovò modo di

fuggire, quando la morte del duca rese il suo custode meno rigoroso; ed

i suoi antichi soldati, accantonati a Landriano, avendolo riconosciuto

in tempo della sua fuga, si erano nuovamente adunati sotto le sue

insegne. Lo Sforza richiamollo da Pavia, ov'erasi rifugiato, per

incorporarlo all'armata milanese[295].

[294] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 403._

[295] _M. A. Sabellico Ist. Ven. Dec. III, l. VI, f. 189. — Marin

Sanuto, Vite dei Duchi, p. 1127. — Ant. Cornazzani de Vita et gest.

Barthol. Coleionis, l. IV, p. 18, ap. Burmannum Thesaur., t. IX, p.

VI._

Tutti i principi che avevano qualche diritto all'eredità del Visconti, o

soltanto desiderio di approfittare della rivoluzione accaduta ne' suoi

stati, eransi sforzati di guadagnare a prezzo d'oro partigiani nelle

diverse città della Lombardia. Quella di Pavia, assai più bramosa di

sottrarsi al dominio dei Milanesi che non di conservare la sua libertà,

trovavasi in allora divisa in più fazioni. Vi si contavano i partigiani

di Carlo VII, re di Francia, del Delfino suo figlio di que' tempi in

guerra col padre, di Luigi, duca di Savoja, di Giovanni, marchese di

Monferrato, e di Lionello, marchese d'Este. Tutti gli abitanti

convenivano che per non soggiacere ai Milanesi era d'uopo darsi un

padrone straniero; ma se l'interesse, la corruzione, l'egoismo rendevano

i loro consiglj unanimi in questa assurda determinazione, i medesimi

motivi dividevano i loro suffragi intorno alla scelta del principe. In

mezzo a tali pratiche, Francesco Sforza non perdeva di vista questa

città, ed uno de' suoi agenti, chiamato Sceva Curti, cercò di

procurargli i voti dei Pavesi. Nello stesso tempo Agnese del Maino,

madre di Bianca Visconti, ch'erasi rifugiata nella fortezza di Pavia,

cercò di guadagnare al genero Matteo Bolognini, che ne aveva il comando.

Quest'ufficiale aveva altre volte militato sotto le insegne di Braccio,

onde contavasi tra i nemici del suo rivale; ma Agnese seppe lusingare la

di lui vanità, promettendogli di farlo adottare nella famiglia dello

Sforza, e di ottenergli il titolo di conte di sant'Angelo, e la

sovranità di quel castello dove il Bolognini era nato. In conseguenza di

questo duplice trattato arrivarono al campo sforzesco otto deputati del

senato di Pavia nell'istante medesimo in cui Francesco rispingeva

vigorosamente un attacco di Michele Attendolo, diretto a liberare san

Colombano; essi gli offrirono la sovranità del loro stato, trasmissibile

ai suoi discendenti, col titolo di conte di Pavia, e gli chiesero la

conferma di privilegi che il nuovo principe accordò in sull'istante. Lo

Sforza accolse con gioja tale proposizione; la cittadella gli fu data in

pari tempo che la città, ed egli si recò con magnifico corteggio alla

chiesa di san Siro, per rendere grazie a Dio di così fausto

avvenimento[296].

[296] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 407. — Niccolò Machiavelli Ist.

Fior., l. VI, p. 212._

I Milanesi avevano avuto sentore di questo trattato, ed avevano

inutilmente cercato di stornarlo, rappresentando allo Sforza che la sua

convenzione colla città di Milano l'obbligava a conservarle tutti gli

stati che appartenevano al precedente duca. Rispose il generale, che se

avesse esitato ad accettare le offerte fattegli da Pavia, questa città

sarebbesi data nelle mani di qualcuno de' potenti sovrani che se ne

disputavano l'acquisto. Soggiugneva di non avere alcun mezzo di ridurla

colla forza, e tornare meglio ai Milanesi che ella si fosse

volontariamente sottomessa ad un amico e ad un alleato, che unita coi

loro avversarj. Nello stesso tempo per acquietarli fece loro la cessione

di san Colombano che aveva allora conquistato. Per altro i suoi

ambiziosi progetti cominciavano allora a manifestarsi scopertamente: ma

i Milanesi, che avevano creduto d'impiegarlo, sebbene di lui

diffidassero, non vollero alienarlo col mostrargli che la loro

diffidenza andava crescendo, poichè durava tuttavia il bisogno della sua

assistenza. Dall'altra parte lo Sforza, ponendo di guarnigione le

proprie truppe ne'castelli del territorio pavese, ordinò di non

molestare quelli di cui eransi di già impadroniti i Milanesi o il duca

di Savoja nella Lomellina, e di mantenersi possibilmente in pace con

quest'ultimo vicino. Fece inoltre armare a proprie spese, a Pavia,

quattro galeoni che mandò giù per Po per attaccare Piacenza, onde

guadagnarsi in tal modo la benevolenza della signoria di Milano[297].

[297] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 408. — Jos. Ripamontii Hist. Med.,

l. V, p. 611._

Quand'ebbe avviso dell'occupazione di Pavia, il governo di Milano

mandò nuovamente a chiedere la pace ai Veneziani, loro offrendo

vantaggiosissime condizioni, ma di nuovo le sue proposizioni vennero

rigettate con imprudente arroganza. Lo stato dei duchi di Milano

sembrava in allora abbandonato al sacco; tutti i suoi vicini volevano

arricchirsi colle spoglie di colui che gli aveva così lungo tempo

fatti tremare. Lionello, marchese d'Este, si era impadronito di Castel

nuovo e di Cupriaco, ed i san Vitali che gli erano ligi, tenevano in

Parma segrete pratiche per fargli aprire le porte della città. I

Correggi avevano occupato Bressello, i Genovesi, lungo tempo lacerati

da intestine fazioni che loro avevano fatto perdere ogni influenza sul

rimanente dell'Italia, si erano opportunamente riuniti sotto il nuovo

doge, Giano di Campo Fregoso, per occupare Voltaggio, Novi e molti

castelli, e per minacciare Tortona. Il duca Luigi di Savoja, figliuolo

dell'antipapa Felice V, sollecitava le borgate dei territorj di

Alessandria, Novara e Pavia ad aprirgli le porte, offrendo loro per

ricompensa la minorazione delle imposte, ed anche una totale

esenzione. Giovanni, marchese di Monferrato, poneva in opera gli

stessi allettamenti ai confini de' proprj stati; ma un più formidabile

attacco di tutti gli altri era quello di Rinaldo di Dresnay,

governatore d'Asti pel duca d'Orleans, che invadeva i confini del

Milanese, in nome del suo padrone, con un'armata francese.

Carlo d'Orleans era figliuolo di Valentina Visconti, maggiore sorella

dell'ultimo duca. Se il ducato di Milano fosse stato ereditario per

linea femminile, se il loro diritto di successione fosse stato in Italia

riconosciuto per le sovranità fondate dalle città, Carlo sarebbe in

fatti stato il naturale erede di Filippo: ma la sua pretesa non si

accordava nè colle leggi dello stato, nè colla pubblica opinione[298].

Per altro aveva a suo favore l'antica alleanza dei Guelfi colla casa di

Francia, e la potenza del re Carlo VII. Asti, offerto ai Francesi da

Filippo Maria, dopo la rotta di Casalmaggiore, per ottenere soccorsi a

tale prezzo, era stato dato a de Dresnay il giorno precedente alla morte

del duca, forse dietro un ordine carpito alla sua debolezza, quand'era

già oppresso dalla malattia[299]. Questo luogotenente del duca d'Orleans

aveva approfittato della posizione di Asti alle porte della Lombardia,

per adunarvi tre mila cavalli chiamati dal Lionese e dal Delfinato, e

per attaccare in appresso il territorio d'Alessandria. Molte fortezze di

questa provincia, e lo stesso sobborgo di Bergoglio al di là del Tanaro

erano di già venuti in suo potere. I Milanesi avevano gettato in quella

città un migliajo di cavalli, aspettando che l'inverno scoraggiasse i

Francesi prima di attaccarli[300].

[298] Non trovasi in tutta la storia d'Italia verun esempio di una

_signoria_, o _principato_ (e con tal nome indicavasi una sovranità

non feudale innalzata in seno ad una repubblica) che sia passata ad

una donna. Il Monferrato era bensì passato per le femmine dalla casa

degli antichi marchesi ai Paleologhi, ma era da lungo tempo un feudo

imperiale, non una signoria, e com'era diversa la sua origine,

diverse n'erano ancora le leggi. Il regno di Napoli, egualmente

retto dalle leggi feudali, passava in eredità alle femmine. Il primo

diploma per l'instituzione del ducato di Milano non regola l'ordine

della successione, onde sembra confermare le leggi di già stabilite:

ma un secondo diploma, emanato in Praga da Wencislao il 13 ottobre

del 1396, ristringe la successione ai maschi, figli di maschi, nati

di legittimo matrimonio, ed in mancanza loro, ai discendenti

naturali di sesso maschile di Giovan Galeazzo, qualora solennemente

legittimati dall'imperatore. Veruna femmina non viene chiamata in

qualsiasi caso alla successione. _Ann. Med., t. XVI, c. 158, p.

828._

[299] _Jo. Simonetae, l. X, p. 411. — Enguerrand, de Monstrelet

Chron., v. III, p. 5._

[300] _Jo. Simonetae, l. X, p. 413._

Frattanto Francesco Sforza, che segretamente aveva accettato l'omaggio

di Tortona, intimò a de Dresnay di rispettare il territorio di questa

città e di quella di Pavia che a lui appartenevano. Dichiarò di essere

determinato a difendere i suoi nuovi stati contro qualunque attacco; ma

che non poteva ridursi a credere che la corte di Francia avesse

intenzione di spogliare un generale, che aveva in sull'esempio di suo

padre combattuto trent'anni per la casa d'Angiò, e perduti per cagion

sua tutti i proprj stati nella Puglia e nella Marca d'Ancona[301].

[301] _Ivi, p. 414._

In tal maniera lo Sforza evitò di misurarsi coi Francesi, lasciando che

s'indebolissero nell'assedio di Bosco, castello vicino ad Alessandria,

che loro aveva chiuse le porte, mentre egli andava gagliardamente

stringendo l'assedio di Piacenza. Ma quando Bosco, dopo una lunga

resistenza si vide vicino a dover capitolare, i Milanesi mandarono

Bartolomeo Coleoni ed Astorre Manfredi, figliuolo di Guid'Antonio, a

soccorrere la fortezza con circa mille cinquecento cavalli. Un corpo

press'a poco della medesima forza era uscito d'Alessandria, sotto il

comando di Giovanni Trotti, e di concerto furono addosso ai Francesi

l'undici ottobre sboccando da diverse strade, mentre ancora la

guarnigione di Bosco faceva una sortita. Dal canto loro i Francesi,

costretti a dividersi per tener testa ai loro nemici, rovesciarono il

corpo del Trotti, inseguendo senza dar quartiere i suoi soldati, ed

uccidendo, invece di far prigioni, coloro che si arrendevano. Contaronsi

quattrocento morti sul campo, locchè, per corpi così piccoli, e quando

le guerre si trattavano quasi sempre senza spargere sangue, parve una

spaventosa carnificina ed un disastro senza esempio. Ma intanto il

Coleoni ed Astorre Manfredi avevano attaccata l'ala comandata in persona

da de Dresnay; l'avevano rotta e spinta fino ne' suoi trinceramenti, e

costretta a deporre le armi, rimanendo de Dresnay prigioniero con tutti

i suoi soldati. Quando i prigionieri entrarono in Alessandria, trovarono

tutta la città desolata per la disfatta del battaglione di Trotti.

Estremo era il desiderio della vendetta contro barbari, che, calpestando

le leggi della guerra, non avevano voluto dar quartiere; furono

strappati dalle mani dei vincitori i prigionieri di Coleoni e di

Manfredi, e quasi tutti uccisi[302].

[302] _Jo. Simonetae, l. X, p. 429. — M. A. Sabellico Ist. Ven. Dec.

III, l. VI, f. 189. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p.

1127. — Ant. Cornazzani de Vita et Gestis Bart. Colei., l. IV, p.

20._

Lo Sforza, ch'erasi tenuto lontano dai Francesi, apparecchiavasi in

questo tempo a riconquistare Piacenza. Aveva da prima inutilmente

tentato di venire a battaglia con Michele Attendolo, generale dei

Veneziani, e credette di ridurlo ad accettarla, intraprendendo un

assedio di tanta importanza. Piacenza era, dopo Milano, la più grande

città di Lombardia; grosse erano le sue mura, fiancheggiate di torri,

circondate da doppia fossa ed afforzate di tratto in tratto da balovardi

innalzati di fresco. La guarnigione consisteva in due mila uomini di

cavalleria, ed in altrettanti fanti, oltre sei mila cittadini che

avevano prese le armi. e la di cui fedeltà era guarantita dal loro odio

contro i Milanesi e dal timore di essere severamente puniti. Lo Sforza,

come genero e rappresentante del Visconti, aveva, gli è vero, moltissimi

partigiani nel corpo della nobiltà, tra i quali gli Anguissola, i Landi,

gli Araceli colla fazione ghibellina; ma questi eransi quasi tutti

ritirati in campagna ne' loro feudi[303]. L'armata con cui questo

generale attaccò così grande città non era molto più numerosa di quella

che la difendeva. Le piogge dell'autunno, che avevano di già cominciato,

rendevano più difficili le operazioni dell'assedio; altronde a Venezia

si armavano dei galeoni, per farli rimontare il fiume e portare soccorsi

a Piacenza.

[303] _Jo. Simonetae, l. X, p. 419 — Ann. Placent. Ant. de Ripalta,

t. XX, p. 894._

L'assedio di una città a que' tempi facevasi principalmente consistere

nel privarla di ogni comunicazione colla campagna; e perchè Piacenza

aveva quattro porte, lo Sforza divise la sua armata in quattro corpi,

collocandone uno ad ogni uscita in ridotti ben fortificati, e si limitò

a colmare i fossi in tutto lo spazio che separava un ridotto dall'altro,

e ad appianare il terreno, onde questi corpi staccati potessero

facilmente comunicare tra di loro. Al di sotto della città fece ancorare

in mezzo al fiume i quattro galeoni equipaggiati a Pavia, i quali

sventarono il progetto che aveva Michele Attendolo di far giugnere

rinforzi a Taddeo d'Este, che comandava in Piacenza, opponendo una

vigorosa resistenza all'attacco de' Veneziani.

Di que' tempi l'uso dell'artiglieria non era meno conosciuto dell'arte

d'attaccare una piazza; d'ordinario veniva diretta contro le file

nemiche piuttosto che contro le mura; pure lo Sforza fece battere con

tre delle sue più grosse bombarde la torre sostituita all'antica porta

Cornelia, e la cortina che comunicava colla vicina torre. Per più di

trenta giorni continuò a battere in breccia il muro e le due torri, ed

ognuna di queste bombarde faceva ogni notte perfino sessanta colpi, lo

che in allora risguardavasi come cosa affatto prodigiosa[304].

[304] _Ant. de Ripalta Ann. Placen., p. 895. — Jo. Simonetae, l. X,

p. 432._

Michele Attendolo non aveva nulla ommesso in questo tempo per fare una

potente diversione: spinse le sue bande ne' territorj di Milano e di

Pavia, ove facevano orribili guasti, sperando che le lagnanze di queste

due città obbligherebbero il conte Francesco a recarsi in loro soccorso.

Non potendo con ciò smuoverlo, andò ad assediare san Colombano;

perlocchè lo Sforza fece gettare un ponte di battelli sul Po, al di

sotto di Piacenza, onde agevolarsi il modo di sorprendere

improvvisamente l'armata di Attendolo, quale si vide perciò costretto a

ritirarsi. Lo Sforza teneva eccellenti spie, che lo avvisavano

fedelmente de' movimenti del nemico, spesso ancora de' suoi progetti,

onde trovavasi sempre apparecchiato ad impedirli[305].

[305] _Jo. Simonetae, l. X, p. 422, 425._

Le due torri, e la cortina che le univa, erano state finalmente

rovesciate dai replicati colpi delle bombarde; ed i rottami delle torri,

cadendo nelle fosse, le avevano in parte colmate, e resa la breccia

praticabile; onde lo Sforza risolse di dare l'assalto il giorno 16 di

novembre. Affidò la direzione della sua flotta a Carlo Gonzaga; e perchè

le piogge avevano gonfiate le acque del Po e della Trebbia, i galeoni

accostaronsi alle mura presso la fontana d'Augusto o Forusta che serve

di porto a Piacenza. Manfredi e Luigi del Verme furono incaricati

d'attaccare le mura tra porta san Raimondo e porta Sublata; lo Sforza

per approfittare dell'emulazione tra le sue truppe e quelle di Braccio,

unì i suoi soldati a quelli dei fratelli Piccinino, ed unitamente a loro

si propose di montare la breccia[306].

[306] _Jo. Simonetae, l. X, p. 433. — Platinae Hist. Mant, l VI, p.

844._

Lo Sforza si era riservati tutti i suoi più vecchi corazzieri, e tutti

quelli che credeva meno agili per aspettare in vicinanza della breccia

l'istante in cui potrebbero attaccare, o respingere una sortita. I più

giovani e più lesti erano scesi di sella e marciavano alla testa degli

assalitori. Oltre le due fosse esterne che coprivano il muro, e ch'erano

state quasi colmate dai rottami delle torri, Taddeo d'Este, comandante

della piazza e Gherardo Dandolo, provveditore veneziano, ne avevano

fatta scavare un'altra. Gli assalitori, trattenuti da quest'ostacolo,

ebbero ordine di portarvi tutti una fascina; ma n'erano tenuti lontani

da una tempesta di pietre e di palle, e pochi poterono avanzarsi fino

alla fossa col loro carico.

Per altro una grondaja fatta il giorno prima per mettere al coperto i

lavoratori, e che non era stata atterrata, forse perchè il lavoro che

copriva non era per anco ultimato, formava quasi una specie di ponte,

sul quale avrebbero potuto passare due uomini di fronte al di là del

fosso; ma questo ponte veniva difeso dai più valorosi tra gli assediati,

ed un angolo del muro copriva gli archibugieri, che lo scopavano coi

loro colpi; già da lungo tempo si combatteva presso questo ponte, e lo

Sforza, che trovavasi assai vicino, ebbe un cavallo ucciso sotto di lui

da una colombrina; i suoi soldati, vedutolo cadere, lo credettero morto,

e cominciavano a dare a dietro; ma lo Sforza ricomparve subito sopra un

altro cavallo e li rincorò. Nello stesso tempo fece appuntare un cannone

contro l'angolo della muraglia che copriva gli archibugieri, ed essendo

stato rovesciato al primo colpo e schiacciati molti de' suoi difensori,

gli assalitori approfittarono di quest'istante di spavento per

precipitarsi a traverso al ponte, munire il parapetto ed estendersi dai

due lati della breccia nella strada coperta che si prolungava lungo le

mura; in breve giunsero alla porta di san Lazzaro che fecero aprire. Lo

Sforza vi entrò a cavallo in testa ai suoi corazzieri, e Taddeo d'Este,

Gherardo Dandolo ed Alberto Scotto, vedendo la città perduta,

ritiraronsi colla guarnigione nella cittadella, che non fece lunga

resistenza. I cittadini, scoraggiati dalla loro ritirata, abbandonarono

la difesa delle mura, e due ore avanti sera, la città fu in ogni lato

aperta ai vincitori[307].

[307] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfor., l. X, p. 436. — Cristof. da

Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 845._

Nello stato in cui trovavasi allora l'arte militare, la presa d'assalto

di così grande città era un avvenimento affatto straordinario. Non erasi

mai creduto che fortissime mura potessero venire scosse e rovesciate dal

cannone, che si potessero superare le fosse in faccia ai difensori, e

per ultimo che un'armata potesse essere forzata a combattere, non solo

in una città, ma ne' semplici trinceramenti d'un campo. Quando

rammentiamo l'infelice situazione cui videsi ridotto lo Sforza nel

precedente anno per non essersi trovato a portata di forzare le porte

del più piccolo castello, ci figuriamo quale dovette essere il di lui

trionfo per essere entrato per la breccia in una città, che per

estensione e forza di mura era tenuta la seconda di Lombardia. Ma questo

memorabile avvenimento, che atterrì l'Italia, mostra sotto un aspetto

assai odioso quelle leggi di guerra di cui gl'Italiani vantavano

l'umanità. Mentre il mestiere del soldato omai altro non era che un

giuoco, nel quale appena si esponeva la vita, i cittadini nelle loro

disfatte rimanevano esposti alle più terribili calamità. Piacenza fu

abbandonata al sacco, e non solo vennero spogliate tutte le case, ma

inoltre si permise ai soldati di strappare ai proprietarj con isquisiti

tormenti il segreto de' nascosti tesori, di oltraggiare le mogli e le

figlie dei vinti, di ridurre in ischiavitù dieci mila cittadini, e di

venderli al migliore offerente; per ultimo d'impiegare i quaranta giorni

che l'armata passò in Piacenza a spogliare le case de' loro mobili, de'

loro ferramenti e de' loro legnami, per caricarli sul Po, e venderli

nelle vicine città. Così fu posto il colmo alla ruina di questa grande

città, la quale dopo tanto disastro non potè mai rialzarsi al rango che

gli avevano fatto prima occupare la sua popolazione e le sue

ricchezze[308].

[308] Antonio di Ripalta, autore degli Annali di Piacenza, dopo

avere perduti i suoi beni, i suoi libri e le sue proprie scritture,

fu fatto schiavo; ma il suo padrone, il generale delle galere, lo

rese libero in vista della sua celebrità letteraria. I suoi figli,

dopo essere stati venduti, riuscirono a fuggire. _Ann. Piacent., t.

XX, p. 896. — Jo. Simonetae, l. X, p. 438. — Cron. di Bologna, t.

XVIII, p. 688._ Non è già, com'è ben manifesto, attribuibile al solo

cristianesimo l'abolizione della schiavitù, poichè non ebbe intero

compimento che per la filantropia del 18º secolo.

Dopo avere spogliata Piacenza di tutto ciò che poteva meritare qualche

prezzo, Francesco Sforza accordò alla sua armata i quartieri d'inverno,

e venne egli stesso a Cremona in principio del seguente anno 1448

soltanto con due coorti. L'armata veneziana erasi accantonata tra

l'Oglio, il Mincio e l'Adige, e la flotta di trentadue galeoni, che il

senato veneto aveva fatta armare per liberare Piacenza, erasi ancorata

in vicinanza di Casal Maggiore[309]. Un breve riposo teneva in sospeso

le operazioni militari, mentre i maneggi e le negoziazioni si

continuavano con grandissima attività. La stessa armata di Bartolomeo

Coleoni, che aveva battuti i Francesi a Bosco, erasi avvicinata a

Tortona, e l'aveva costretta a rimandare il comandante datole da

Francesco Sforza, per riceverne un altro dal senato di Milano[310].

Francesco Sforza dissimulò il proprio risentimento: contro la fede del

suo trattato coi Milanesi egli aveva accettato per sè medesimo il

governo di Tortona, e con un atto di violenza glien'era stato levato il

comando. Questi due avvenimenti contribuivano ad accrescere la

vicendevole diffidenza; ma conveniva a questo generale il far uso del

danaro e dei mezzi dei Milanesi per resistere ai Veneziani ed ai

Francesi, che volevano avere l'eredità di Filippo Visconti; e conveniva

egualmente al senato di Milano d'impiegare in sua difesa i talenti e

l'armata del miglior generale d'Italia, sebbene avesse cagione di non

fidarsi di lui.

[309] _Jo. Simonetae, l. X, p. 440._

[310] _Jo. Simonetae, l. X, p. 431._

La pace sarebbe stata preferibile ad una tanto sospetta alleanza. I

Piccinini, sempre gelosi dello Sforza, tentarono di negoziarla

coll'intervento del provveditore veneziano, Gherardo Dandolo, che

tenevano prigioniere a Piacenza, e che lasciarono in libertà. Dopo

queste prime aperture la città di Bergamo fu scelta per conferire tra le

parti; il senato di Milano vi mandò Oldrardo Lampugnani, Giovanni Melzi,

Ambrogio Alciati e Franchi Castiglione per trattare coi Veneziani[311].

Questi erano stati scoraggiati dalla perdita di Piacenza, ed

acconsentirono a firmare preliminari che conservavano ad ogni potenza

ciò che aveva acquistato durante la guerra. Ma questo trattato per avere

forza di legge doveva a Milano passare nel consiglio degli ottocento; e

Francesco Sforza, che vedeva da questo trattato ruinate tutte le sue

speranze, approfittò della pubblicità che cominciava ad avere per

renderlo sospetto.

[311] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 442. — Crist. da Soldo Ist.

Bresciana, t. XXI, p. 816._

Tra i fondatori della libertà milanese, si vedevano di già formarsi due

fazioni. Il Trivulzio era dalle antiche sue alleanze addetto ai Guelfi,

il Bossi ed il Lampugnani ai Ghibellini. Il primo vivamente bramava un

trattato di pace, che proteggesse la repubblica sia contro il suo

generale, sia contro i suoi nemici; gli altri, sedotti dalle

insinuazioni dello Sforza, e dalle segrete sue pratiche, temevano

l'antica alleanza de' Guelfi con Venezia, ed il credito che la pace

darebbe ai loro avversarj. Essi rappresentarono tutto il pericolo di un

trattato, che lascerebbe ai Veneziani Bergamo da una parte, e Lodi

dall'altra, come pure la testa del ponte di Cassano, e molte altre

fortezze sulla destra dell'Adda. Allora, dicevano essi, Milano

rimarrebbe in balìa d'un senato ambizioso e perfido, che aveva più volte

mostrato di prendersi così poca cura della pubblica fede. Numerosi

agenti di Francesco Sforza andavano ripetendo fra il popolo, che

vergognoso riusciva un tale trattato dopo la vittoria di Piacenza, e che

una pace così poco sicura era peggiore della guerra. Il giorno che si

adunò il consiglio degli ottocento per disaminare il trattato, tutta

Porta Comasina, ossia la sesta parte della città, fu posta in movimento

da Teodoro Bossi e da Giorgio Lampugnani, e gl'insorgenti protestarono

con altissime grida contro la pace. Erasmo Trivulzio, atterrito, fu egli

stesso forzato a rinunciarvi, ed il consiglio degli ottocento, che

poteva salvare la Lombardia con un atto di moderazione, perdette la

repubblica votando per la continuazione della guerra[312].

[312] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 443. — Jos. Ripamonti, l. V, p.

613._

Per non somministrare nuovi argomenti a coloro che stavano per la pace,

Francesco Sforza si astenne dal chiedere gli arretrati considerabili

dovuti alla sua armata, e ciò poteva ben fare, dacchè i suoi soldati si

erano arricchiti col sacco di Piacenza, mentre per lo contrario il

tesoro di Milano trovavasi affatto esausto; ma varj altri condottieri

non tardarono a rappresentare ai Milanesi tutte le difficoltà della

presente loro situazione. Carlo Gonzaga ed Astorre Manfredi pretesero

ambidue d'avere terminato il tempo del loro servigio, e ricusarono di

contrarre nuovi impegni. Il primo si ritirò nel Mantovano, l'altro nello

stato di Faenza, con tutti i loro soldati.

Importava a Francesco Sforza di confermare i Milanesi con altri prosperi

avvenimenti nella presa decisione a favore della guerra. Egli adunò

adunque il primo di maggio la sua armata tra Cremona e Pizzighettone,

regalò a tutti i suoi soldati un fiorino del Reno e viveri per dieci

giorni, e li condusse ad assediare i castelli che i Veneziani

possedevano sulla destra riva dell'Adda. Treviglio, Cassano, Melzi e

Rivalta Secca vennero in suo potere dopo pochi giorni d'assedio[313]; ai

Veneziani più non restava tra l'Adda e Milano che Caravaggio[314] e

Lodi, ed i Milanesi ardentemente desideravano che s'investisse

quest'ultima città. Lo Sforza per lo contrario celatamente desiderava

che non fosse tolta ai nemici, onde così tenere il senato ed il popolo

di Milano in una continua agitazione. Alle istanze che gli si facevano

perchè ne intraprendesse l'assedio, rispondeva che doveva pensare a

porsi in istato di difesa contro la flotta veneziana, la quale era stata

armata nel precedente anno ed era composta di trentadue galeoni. Andrea

Quirini, che la comandava, aveva rimontato il Po da Casal maggiore a

Cremona, ed attaccato il ponte di battelli che copriva questa città e la

flotta milanese; queste erano state coraggiosamente difese da Bianca

Visconti, rimasta in Cremona, e che in tale occasione erasi mostrata

degna consorte di un eroe; ma era a temersi che il Quirini non

rinnovasse l'attacco; e rotto una volta il ponte di battelli, restava il

Po aperto ai Veneziani fino a Pavia, la flotta milanese era perduta, e

tutta la Lombardia meridionale esposta al saccheggio, Francesco Sforza

fece valere queste considerazioni in un consiglio di guerra da lui

adunato, e propose di condurre a Cremona la sua armata[315]. I fratelli

Piccinino stavano per la contraria opinione, dimostrando che un solo

distaccamento sarebbe bastante per assicurare Cremona; che un'armata di

terra non potrebbe mai sforzare una flotta a combattere nè meno sopra un

fiume, di modo che il Quirini, volendolo, potrebbe tenere in iscacco lo

Sforza per tutta la campagna, mentre sommamente importava ai Milanesi di

approfittare della loro superiorità per mettere in sicuro il loro

territorio. Fu dunque risoluto l'assedio di Lodi, e mandati intanto a

Cremona Roberto di Sanseverino, e Manno Barile con un corpo di

cavalleria. Si permise allo Sforza di prendere al servigio dei Milanesi

Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, in sostituzione di

Bartolomeo Coleoni, che aveva disertato il 15 giugno con mille

cinquecento corazzieri, passando al servigio de' Veneziani[316].

[313] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 444. — Crist. da Soldo Ist. Bresc.,

t. XXI, p. 847. — Jos. Ripamonti Hist. Urbis Med., I. V, p. 614._

[314] Caravaggio è posto per abbaglio, trovandosi sulla sinistra

dell'Adda, non tra questo fiume e Milano. _N. d. T._

[315] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 446._

[316] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 447. — Jos. Ripamontii Hist. Urb.

Mediol., l. V, p. 615._

La giusta diffidenza che i consigli di Milano concepita avevano dello

Sforza gli avevano mossi ad esigere da questo generale, che aspettasse i

loro ordini per le operazioni militari di qualche importanza; e lo

Sforza, che cercava di addormentarli in una falsa sicurezza, aveva loro

mostrata grandissima deferenza. Per altro i senatori milanesi mal

conoscevano l'arte della guerra, e la lentezza dei loro ordini poteva

riuscire fatale all'armata. Perciò quando in principio di luglio Michele

Attendolo passò l'Oglio, e poscia l'Adda, lo Sforza, vedendolo

avvicinarsi, chiese caldamente ed ottenne illimitati poteri[317].

[317] _Jo. Simonetae, l. XII, p. 449. — Jos. Ripamontii, l. V, p.

615._

Era sua intenzione di sorprendere in vicinanza di Cremona la flotta

d'Andrea Quirini, ma questi, quando lo seppe vicino, si ritirò sotto

Casal Maggiore, in quello stesso braccio del Po che la flotta veneziana

aveva passato due anni prima, dando a Filippo una così compiuta

disfatta. La flotta veneziana in questo luogo pareva coperta da un canto

dalla stessa borgata di Casal Maggiore, che aveva grossa guarnigione,

dall'altro dall'isola. Il Quirini aveva inoltre fortificato l'ingresso

superiore del canale con palafitte e catene, di modo che questo bacino

era diventato per i suoi vascelli come un campo trincerato. Ma di que'

tempi i migliori generali non avevano per anco un'adequata idea della

portata dell'artiglieria: i bombardieri dello Sforza conobbero che alle

due estremità di Casal Maggiore potevano piantarsi due batterie, che

offenderebbero tutta la flotta. Furono infatti piantate, e cominciarono

bentosto a traforare i fianchi de' vascelli colle pietre e colle palle.

Nello stesso tempo la flotta milanese, facendo il giro dell'isola, erasi

posta, all'apertura inferiore del canale per chiuderlo ai Veneziani.

Biaggio d'Assereto, quello stesso genovese che aveva ottenuta la

memorabile vittoria di Ponza, aveva il comando di questa flotta.

Nell'atto di eseguire il movimento ordinatogli dallo Sforza, gli

rappresentò che i suoi vascelli erano troppo inferiori di grandezza e di

numero a quelli del nemico, e che sarebbero bentosto schiacciati, quando

il Quirini risolvesse di uscire. Ma lo Sforza fondava tutto il suo

attacco sull'apparente pericolo cui esponevasi egli medesimo, pericolo

che doveva impegnare i suoi avversarj ad aspettarlo, e sopra l'esatto

calcolo del tempo che gli era necessario per venire a capo della sua

intrapresa.

Michele Attendolo era stato richiamato dalla sua invasione nel milanese

per l'impreveduta marcia dello Sforza; egli affrettavasi di ripassare

l'Adda per soccorrere la flotta, ed in sul declinare del giorno,

trovandosi a sette sole miglia di distanza, mandò un messo ad Andrea

Quirini, esortandolo a conservare il suo posto malgrado il fuoco

dell'artiglieria nemica; perciocchè lo Sforza sarebbesi trovato tra

l'armata veneziana eguale di numero alla sua, il borgo di Casal

Maggiore, ove si trovavano otto mila combattenti, e la flotta, onde non

potrebbe sottrarsi alla sua distruzione. Quando nel campo dello Sforza

si ebbe avviso dell'avvicinamento di Attendolo, tutti i suoi generali,

ed in particolare i Piccinini, la di cui gelosia accresceva la

diffidenza, lo pregarono a ritirarsi in tempo da così imminente

pericolo. La stessa armata pareva atterrita; ma il solo Sforza, osando

prevedere la condotta de' suoi nemici dietro la perfetta cognizione

ch'egli aveva del carattere di Michele Attendolo e dei provveditori

veneziani che lo accompagnavano, assicurò il suo consiglio di guerra che

non azzarderebbero niente, e che i Veneziani non lo attaccherebbero

durante la notte per essere affaticati da così lunga marcia; onde contro

il comune parere non si mosse.

Poche ore prima Andrea Quirini avrebbe potuto uscire senza difficoltà

dal canale, ma vi restò sotto il fuoco delle batterie per trattenere lo

Sforza, e quando in appresso sentì la necessità di mettere la sua flotta

in sicuro, non potè più porla in movimento, perchè i migliori vascelli

erano disalberati, e traforati dalle palle, molti marinai e soldati

erano stati uccisi, altri molti fuggiti sulle rive, e l'esempio de'

primi scusando la viltà degli altri, in breve non rimasero che

pochissime persone sulle navi. Lo Sforza, conosciuto avendo lo stato

della flotta nemica, fece prendere due vascelli, che si lasciarono

condurre fino ai suoi, senza opporre resistenza. Questo fatto, eseguito

in sugli occhi dell'armata, le ritornò il coraggio; i soldati sforzeschi

passarono allegramente la notte sotto le armi, desiderando il giorno per

saccheggiare questa ricca flotta, che omai vedevano ridotta in loro

potere. Dal canto suo il Quirini, dopo di avere invano chiamato in suo

ajuto Michele Attendolo, ordinò la notte del 16 al 17 luglio a tutti

coloro che restavano a bordo di scendere a Casal Maggiore; e non vedendo

come poter salvare i suoi vascelli, perchè non venissero in mano del

nemico, prese finalmente la risoluzione di bruciarli. Ne fece tagliare

le gomene, sperando che dall'impeto della corrente sarebbero trasportati

addosso alla flotta milanese, che in sullo spuntare dell'aurora

avanzavasi per riconoscerlo, e che l'incendio si comunicherebbe ai

vascelli nemici. Ma Biagio d'Assereto, dopo aver presi a rimorchio due

galeoni veneziani, che non erano ancora danneggiati, si tirò da banda

per lasciar passare i vascelli che bruciavano. Il Quirini, tornato a

Venezia, fu chiamato in giudizio dagli avogadori del comune, e

condannato a tre anni di carcere per non avere difesa meglio la flotta

che gli era stata affidata[318].

[318] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 189. — Marin Sanuto Vite

dei Duchi, p. 1128. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 848._

Frattanto questo prospero avvenimento espose ben tosto l'armata dello

Sforza al più grande pericolo. Stava ordinata in battaglia,

apparecchiandosi a sostenere l'attacco di Michele da Cotignola, mentre

che i vascelli dei Veneziani, abbandonati e di già in preda alle fiamme,

scendevano lentamente a seconda dell'acqua lungo la sponda occupata

dall'armata. I servitori dell'armata ed i contadini adunati nel campo,

cercavano di raggiugnerli a nuoto o con piccoli battelli, onde

spogliarli. Trentadue galeoni, due grandi galere, due più piccole,

trentaquattro bastimenti da trasporto, in tutto settanta vascelli,

carichi d'immensi apparecchi di macchine militari, di vittovaglie e di

ricchezze d'ogni qualità, erano abbandonati al saccheggio. I soldati

vedevano tornare i loro servitori carichi de' più preziosi effetti, e

quasi niuno ebbe la costanza di resistere a così pericoloso

allettamento, e malgrado le minacce, e le calde preghiere dello Sforza,

deponevano le armi e si gettavano a nuoto per aver parte alla preda.

Invano lo Sforza fece pubblicare a suono di tromba su gli stessi

vascelli che punirebbe colla morte chiunque non raggiugnesse

immediatamente le sue insegne; invano fece spargere la notizia

dell'arrivo di Attendolo in faccia al campo; niente potè svellerli dalla

preda. Finalmente impiegò tutti quegli uomini che volevano ubbidirgli ad

appiccare il fuoco ai vascelli che ancora non bruciavano, e così

accrescere dovunque l'incendio. I suoi soldati, scacciati dalle fiamme,

si ritirarono allora presso alle loro insegne, ed egli stesso, dopo

avere compiuta la distruzione di così formidabile flotta, non volle

compromettere la sua vittoria attaccando Casal Maggiore, o aspettando

Michele, e ritirossi in buon ordine fino a Torre de' Picci a metà strada

di Cremona[319].

[319] _Jo. Simonetae, l. XII, p. 449-456. — Jos. Ripamontii Hist.

Urb. Med., l. V, p. 615. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 845. —

Ant. de Ripalta Ann. Placent., p. 897._

Dopo così grande avvenimento, lo Sforza contava di tentare la conquista

dello stato di Brescia, la di cui proprietà venivagli assicurata dal suo

trattato coi Milanesi; ma il senato, che conosceva palesemente le sue

intenzioni di trarre in lungo la guerra, o di volgerla soltanto a suo

profitto, rivocò i pieni poteri che gli aveva accordati, e gli ordinò di

assediare Caravaggio[320]. Questa terra, posta nella Ghiaja d'Adda, a

metà strada tra l'Adda e l'Oglio, era resa forte dalle sue mura, e dalla

quantità de' canali che la circondavano. Era, dopo Lodi, la conquista

de' Veneziani, che recava maggiore molestia ai Milanesi; e questi, se

potevano riacquistare queste due piazze, si proponevano di fare subito

dopo la pace. Per incoraggiare gli assedianti pagarono loro tutto il

soldo arretrato, e si obbligarono a mandare al campo abbondanti

vittovaglie. Si dolse lo Sforza, che prendevasi motivo da una vittoria

che gli avrebbe meritate delle ricompense, per ispogliarlo

dell'illimitata autorità accordatagli da un pubblico decreto. Non

pertanto si arrese agli ordini della signoria; perchè meditava di far

valere a miglior tempo queste lagnanze, intorno alle quali non parevagli

allora tempo d'insistere gagliardamente. Aveva ricevuto un rinforzo di

quattro mila cavalli sotto gli ordini dei tre fratelli Sanseverino, di

Jacopo Orsini, di Angelo Labello e di Fioravanti[321]. Ma per quanta

diligenza avesse fatta, non aveva prevenuti Matteo Campano e Luigi

Malvezzi, che con settecento cavalli ed ottocento fanti si erano gettati

in Caravaggio. Non pertanto disegnò il suo campo tutt'all'intorno di

questa borgata, la quale, sebbene avesse circa un miglio di giro,

trovossi circondata interamente dalle tende degli assedianti. Questo

campo venne fortificato con una doppia linea esterna ed interna, e rotte

le strade per cui gli si poteva avvicinare il nemico.

[320] _Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 616._

[321] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 459. — Marin Sanuto Vite dei

Duchi, p. 1128._

Erano appena passati tre giorni, da che lo Sforza trovavasi accampato

sotto Caravaggio, quand'ebbe avviso, il 1.º agosto, che Michele

Attendolo aveva passato l'Oglio, e pareva volersi stabilire a Morengo,

tutt'al più quattro sole miglia lontano dal suo campo. Lo Sforza volle

approfittare della confusione che di que' tempi era quasi sempre

inseparabile dallo stabilimento del campo, e fece attaccare le truppe

nemiche, quando ancora si trovavano cariche del loro equipaggio, e mal

disposte a combattere. Ma il maggiore dei Piccinino, geloso del generale

in capo, preferì di compromettere la propria riputazione e lasciare il

fratello in pericolo, che tener dietro al vantaggio che poteva

riportare[322]. I Veneziani approfittarono per loro difesa di un canale

che attraversa il piano a metà strada tra Caravaggio e Morengo, e

stabilirono il loro campo quasi in vista di quello dello Sforza. Le due

armate chiamarono in appresso in loro ajuto una quantità di fossajuoli;

s'innalzarono trinceramenti sopra trinceramenti, si tagliò con fosse e

baluardi tutto lo spazio frapposto ai due campi, e si diede loro

l'aspetto di due città le di cui mura si minacciavano, mentre che nella

spianata che le divideva, le due armate perdevano ogni giorno molti

uomini e cavalli[323].

[322] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 460._

[323] _Ivi, p. 465. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 849._

Non fu che dopo trentacinque giorni, impiegati nel fortificare il suo

campo, che lo Sforza cominciò a battere in breccia con quattro cannoni

le mura di Caravaggio, ed in pari tempo ad attaccarle sotto terra con

una mina. In pochi giorni una vasta estensione di mura fu abbattuta, e

la fossa abbastanza colmata dalle ruine perchè la breccia potesse

praticarsi. Ma lo Sforza temeva di dare l'assalto in presenza di

un'armata nemica, tanto più che aveva ogni ragione di dubitare, che i

soldati che destinerebbe alla guardia de' suoi trinceramenti, non gli

abbandonassero per partecipare al sacco della terra, sebbene si fosse

obbligato a far mettere tutta la preda in comune, ed a dividerla poi in

parti eguali[324].

[324] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 469._

Frattanto Matteo Campano, comandante di Caravaggio, cominciava a parlare

di capitolazione, ed i capi dell'armata veneziana, sebbene avvisati del

pericolo della piazza, temendo assai più quello, cui si esporrebbero, se

davano una battaglia per liberarla, non sapevano accordarsi intorno al

partito che loro convenisse di prendere. Dopo interminabili dispute nel

consiglio di guerra, convennero, che tutti i capi spedirebbero la

separata loro opinione ed i motivi della medesima a Venezia, ed

aspetterebbero la decisione del senato. Michele Attendolo, Luigi

Gonzaga, Bartolomeo Coleoni e Nicolò Guerrieri opinavano concordemente

di allontanarsi, ma non erano d'accordo intorno al luogo in cui

traslocherebbero il campo. Erano tutti di parere che la diffidenza de'

Milanesi, la discordia tra lo Sforza ed i Piccinino, e la mancanza delle

vittovaglie disperderebbero presto l'armata nemica. Aggiugnevano che il

sacco di Caravaggio, che più non si lusingavano di poter impedire,

accrescerebbe a dismisura il disordine e le cagioni di discordia tra i

vincitori. Ma Tiberio Brandolini, che, travestito da vendemmiatore, era

penetrato fino nel campo dello Sforza, e che credeva di aver trovata una

via facile e sicura per entrare in Caravaggio fece adottare la sua

opinione da altri otto generali[325]. Rappresentarono concordemente, che

la perdita di Caravaggio si trarrebbe dietro infallibilmente quella di

Lodi, che gli abitanti di quest'ultima città non vorrebbero esporsi a

sostenere un assedio, dopo aver veduto i Veneziani determinati a non

avventurare una battaglia per liberare i loro alleati. Aggiugnevano, che

avanzandosi pel cammino scoperto da Brandolino, non solo si salverebbero

gli assediati, ma inoltre si avrebbe il destro di rompere l'armata dello

Sforza. I due provveditori Veneziani, che avevano assistito al consiglio

di guerra, Ermolao Donato, e Gherardo Dandolo, mandarono questi diversi

avvisi al senato, e questi, contro il suo costume, si decise pel partito

più rischioso, dando a Michele di Cotignola l'ordine di attaccare[326].

[325] _M. A. Sabellico Dec. III, l. IV, f. 189. v._

[326] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 471. — Nicc. Machiavelli, Stor.

Fior., l. VI, p. 215. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 617._

Il campo dello Sforza era appoggiato dalla banda di mezzogiorno ad un

bosco pantanoso, il di cui passaggio erasi creduto impraticabile; questo

bosco accompagnava colla estremità un argine, che stendevasi fra i

trinceramenti ed il castello. In mezzo al bosco inondato, Tiberio

Brandolini aveva rinvenuto un passaggio, pel quale contava di prendere

l'accampamento dello Sforza alle spalle, e penetrare fino ai suoi

padiglioni, senza dover superare i trinceramenti. Ma egli non aveva

notato un fosso coperto da molti virgulti, che tagliava questo argine,

e, difendendo il campo, chiudeva gli assalitori in un angusto spazio,

circondato in ogni lato dai nemici. Questo fosso aveva in mezzo

all'argine un ponte chiuso da un catro a canto al ponte levatojo. Il

Brandolino comunicò il suo piano d'attacco a Michele Attendolo, e questi

lasciò alla guardia del suo campo Bartolomeo Coleoni con 1500 cavalli e

la maggior parte dell'infanteria, ordinandogli di tenere occupato il

nemico con frequenti scaramucce, come ne' precedenti giorni. In appresso

il 15 di settembre a mezzogiorno, quando potevano supporsi i soldati

dello Sforza occupati intorno al pranzo, fece uscire dal campo tutto il

rimanente dell'armata, vale a dire più di undici mila cavalli, e prese

in silenzio la strada di Mozzanica. Lo Sforza n'ebbe intanto avviso, e

senza sapere su qual punto il nemico potesse recarsi, fece ordinare ai

suoi soldati di tenersi apparecchiati a combattere. Incamminavasi già

egli stesso a cavallo dal lato cui dirigevasi l'armata veneziana, onde

discoprirne i disegni, quando alcuni vennero a dirgli che il nemico,

piegando subito a sinistra, aveva attraversato il bosco, ed era

penetrato nel suo campo. Allora mandò subitamente tutti i soldati di cui

poteva disporre alla difesa del fosso coperto di sterpi e del ponte,

ch'erano la sola difesa della sua armata; e perchè le truppe pesanti,

che si adoperavano in quest'epoca, lentamente si adunavano, e lentamente

si armavano, tutto il campo si trovò in grandissimo pericolo, finchè non

ebbe abbastanza genti per tener testa al nemico. Carlo Gonzago, ferito

in fronte da un colpo di spada, fuggì senza voltarsi addietro fino a

Milano, ove sparse il terrore[327]. Manno Barile, rovesciato da cavallo

e calpestato, venne fatto prigioniere. Michele da Cotignola e Luigi

Gonzaga, quando fu loro condotto avanti, gli dissero: «Barile, in verità

che più negare non potete di non essere stato battuto e posto in rotta.

Piuttosto siete voi altri, rispose, che siete entrati in una rete da cui

mal potrete sbrigarvi.» In fatti la cavalleria, chiusa in una metà

dell'argine, di già cominciava ad essere impedita ne' suoi movimenti,

quando lo Sforza, facendo abbassare il ponte levatojo, mandò contro i

Veneziani due coorti di cavalleria che li presero alle spalle. Vide in

allora le lance dei nemici incrocicchiarsi come un bosco agitato dal

vento; conobbe a tale movimento la loro irrisoluzione, e gridò subito:

«La vittoria è nostra;» indi, facendo aprire il rastrello del gran

ponte, precipitossi sull'armata veneziana, ch'era nello stesso tempo

attaccata alla coda. Il terrore si sparse di fila in fila; i corazzieri

gettavano le armi che più loro non servivano a combattere, e che

ritardavano la loro fuga. Essi precipitavansi verso il bosco pel quale

erano entrati in questo sgraziato recinto; ma la maggior parte, più non

trovando il solo stretto passaggio ov'era chiuso il terreno, cadevano

nel pantano e vi restavano immersi. Pochissimi in tutta questa folla

vennero uccisi[328], pochissimi dei capi o dei soldati poterono fuggire,

e tutto il rimanente fu preso a migliaja. Lo Sforza condusse allora il

rimanente della sua armata contro Bartolomeo Coleoni, che custodiva i

proprj trinceramenti, ed incoraggiando i suoi soldati a mostrarsi degni

dei loro compagni che combattuto avevano all'altra estremità del campo,

forzò le linee di Coleoni, che salvossi quasi solo a Bergamo[329].

[327] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 472._

[328] Marin Sanuto pretende, che rimase morto un solo. _Vite dei

Duchi, p. 1129._

[329] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 476. — Cristof. da Soldo Ist.

Bresc., p. 831. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190. — Plat.

Hist. Mant., t. VI, p. 846._

Contavansi dodici mila corazzieri e tre mila fanti nell'armata dello

Sforza, dodici mila cinquecento corazzieri e cinque mila fanti in quella

d'Attendolo. Di quest'ultima non si salvarono che mille cinquecento

cavalli, e niun fante. Immense ricchezze caddero in mano dei soldati, ed

i due procuratori di san Marco furono fatti prigionieri colla maggior

parte degli ufficiali generali. Rispetto ai soldati, lo Sforza preferì

di rimandarli dopo aver loro tolte le armi e gli abiti, piuttosto che

custodire una quantità di prigionieri, il di cui numero uguagliava quasi

quello de' vincitori[330].

[330] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 478. — Nicc. Machiavelli, l. VI,

p. 216. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 617._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 8 / 14 题