_Alfonso di Napoli, Eugenio IV ed il duca di Milano si uniscono
contro lo Sforza per torgli la Marca d'Ancona. — Le repubbliche
di Firenze e di Venezia prendono le sue difese. — Rivoluzioni di
Bologna. — Morte di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti._
1443 = 1447.
Le due lunghe e sanguinose guerre che avevano straziato il nord ed il
mezzodì dell'Italia erano terminate: la pace di Capriana, che aveva
ristabiliti i rapporti di buona vicinanza tra il duca di Milano e le due
repubbliche di Venezia e di Firenze, non era per anco stata violata. La
ritirata di Renato d'Angiò lasciava Alfonso V d'Arragona pacifico
possessore del regno di Napoli, che aggiugneva a quelli della Sicilia e
della Sardegna. La Lombardia, le due Sicilie e lo stato della Chiesa,
spossati da tante guerre, sospiravano il riposo. Ma in mezzo ai
principi, che governavano questi stati, il figlio di un contadino,
Francesco Sforza, aveva fondata una Monarchia militare, che inspirava
diffidenza a tutti i suoi vicini. Egli medesimo non aveva verun
interesse di turbare la pace d'Italia; anzi il proprio vantaggio lo
chiamava a conservarne la tranquillità, onde più solidamente stabilire
il suo principato della Marca; e come condottiere preferiva di fare la
guerra per conto d'altri, non per sè medesimo. Coloro che lo
qualificavano come usurpatore, e che pretendevano che il riposo
dell'Italia non potesse conciliarsi col mantenimento della sua autorità,
non avevano per avventura diritti assai più legittimi di quelli di
Francesco. Alfonso non regnava in Napoli che pel diritto di conquista;
Filippo Maria aveva allargato in Lombardia il suo dominio con una lunga
serie di slealtà, ed Eugenio IV era un prete decorato della tiara
malgrado il voto de' suoi elettori medesimi; ma tutti erano persuasi che
una più pericolosa usurpazione per loro sarebbe quella sanzionata dai
talenti e dal carattere; che un soldato, salito sul trono, ne
indicherebbe la strada a tutti i valorosi, e che il paragone d'un tal
uomo comprometterebbe la sicurezza di tutti coloro che dovevano il loro
rango all'eventualità della nascita.
L'accanimento contro Francesco Sforza pareva accrescersi in ragione
della diffidenza che ogni sovrano aveva diritto di concepire di lui
medesimo. Alfonso V, cui le vicendevoli offese, e la rivalità di parte
tenuta lungo tempo, avevano poste le armi in mano, era non pertanto il
più disposto a riconciliarsi collo Sforza, perciocchè, conscio del
proprio valore, egli non temeva di spogliarsi delle insegne del
principato, e pareggiarsi uomo per uomo con un eroe. Il Visconti, ch'era
suocero dello Sforza e che talvolta trovava nel suo cuore l'affetto
paterno per la figlia e pei nipoti, era per lo contrario divorato da
estrema gelosia, e vedeva nel nuovo signore, ch'era riuscito ad unire il
sangue dei Visconti al sangue del contadino di Cotignola, un successore
che oscurerebbe la sua gloria, e forse un formidabile rivale
apparecchiato a spogliarlo. Non pertanto il più acerbo nemico dello
Sforza era Eugenio IV. Era in su le porte di Roma, e nelle sue stesse
province che un soldato insegnava ad uomini effeminati quale ricompensa
possa ottenere il coraggio, e che a lato alla carriera percorsa dagli
ecclesiastici, ne apriva un'altra che in mezzo a maggiori pericoli ed
alla gloria conduceva agli stessi onori ed allo stesso potere. Lo Sforza
riconosceva dallo stesso Eugenio IV l'investitura della Marca, come
giusto premio de' suoi servigi, e come prezzo del sangue che aveva
versato per la santa sede. Ma Eugenio era determinato di ritogliergli
questa provincia a qualunque costo. Egli aveva sagrificato il suo
alleato Renato d'Angiò a questo ardentissimo desiderio, e si accostò per
soddisfarlo ad Alfonso d'Arragona, che aveva sempre risguardato come suo
nemico. Per istabilire con lui un'alleanza, mandò a Napoli il suo nuovo
favorito, il patriarca d'Aquilea, e pochissimi mesi dopo avere
accordata, così mal a proposito, l'investitura del regno a Renato, firmò
un trattato con Alfonso col quale lo riconosceva re di Napoli, e si
obbligava a mantenergli la corona, guarentendone l'eredità a suo
figliuolo naturale, don Ferdinando. Ma il prezzo di tale alleanza fu
l'obbligo, assuntosi da Alfonso, di portare la guerra nella Marca
d'Ancona, e di continuarla finchè ne avesse scacciato lo Sforza, e
rimesso il papa nella piena sovranità di tutto quanto vi possedeva
questo capitano[209].
[209] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 324. — Rayn. Ann. Eccl. 1443, §. 1,
p. 273. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1108. — Barth.
Facii, l. VIII, p. 111._
Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, trovavasi in allora al
soldo del papa, e comandava l'armata destinata alla conquista della
Marca, mentre Alfonso faceva avanzare le sue truppe verso la stessa
provincia. Lo Sforza, abbandonato da molti suoi luogotenenti, vedevasi
attaccato da ventiquattro mila uomini di cavalleria pesante, cui non
poteva opporre che otto mila. In verun modo non poteva dare battaglia
con forze tanto sproporzionate, onde risolse di destinare la metà circa
de' suoi soldati a formare le guarnigioni di tutte le principali città
della Marca, affidandole a governatori che gli erano legati per
matrimoni o per sangue. Mentre loro ordinava di stancare la pazienza de'
nemici col sostenere lunghi assedj, giudicò opportuno di tenersi al
largo da ogni attacco con circa quattro mila uomini, che formerebbero il
nucleo d'una nuova armata, in testa alla quale gli sarebbe libero di
marciare a disturbare gli assedj delle sue fortezze, qualunque volta
credesse di poterlo fare con vantaggio[210]. Scelse per luogo di sua
residenza la città di Fano, posta negli stati di Sigismondo Malatesti,
suo genero, e la fortificò in modo da potervi, ove fosse d'uopo,
sostenere un lunghissimo assedio. In pari tempo non cessava di
affrettare i soccorsi delle repubbliche di Firenze e di Venezia, e la
sua ritirata in Romagna gli agevolava il modo di riceverli più
sollecitamente. Le due repubbliche sentivano che la sicurezza loro
richiedeva che fosse salvo il generale solo capace di salvarle a vicenda
in un istante di pericolo; pure i loro apparecchi non si facevano colla
dovuta diligenza. Fortunatamente per lo Sforza Filippo, che aveva bensì
voluto indebolirlo, ma non ruinarlo interamente, in sul finire di
quest'anno fece istanza ad Alfonso di desistere dalle ostilità contro il
suo genero, e dietro le sue preghiere, questo re vittorioso abbandona
un'impresa che sembravagli sicura[211].
[210] _F. Adami Frag. de Reb. Gest. in Civ. Firmana, l. II, c. 85,
p. 61._
[211] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 331. — Annales Forolivienses, t.
XXII, p. 222. — Barth. Facii Rer. Gest. Alphonsi, l. VIII, p. 117._
Rivoluzioni assai più vicine avevano tenute inquiete Firenze e Venezia,
e ritardati i soccorsi che le due repubbliche destinavano allo Sforza.
Dopo che Niccolò Piccinino aveva tolta Bologna alla Chiesa, questa città
aveva richiamati i suoi esiliati, e reso al suo governo press'a poco
l'antica forma repubblicana, ma sotto la sopravveglianza di Francesco
Piccinino, figliuolo di Niccolò, che aveva il comando della guarnigione.
Questi non tardò a concepire qualche diffidenza di Annibale Bentivoglio,
pel di cui richiamo egli stesso aveva operato, ma che adesso vedeva
rapidamente riacquistare il credito della sua famiglia, in altri tempi
sovrana. Parevagli inoltre che i Bolognesi si ponessero troppo
pienamente in possesso della libertà loro promessa, e questi per lo
contrario lagnavansi, che andasse troppo ristringendo i privilegj
ch'erasi obbligato a conservare. In tali circostanze Francesco Piccinino
andò a prendere i bagni a Castel san Giovanni, facendovisi accompagnare
da Annibale Bentivoglio, da Gaspare e da Michele Malvezzi, e da più
altri gentiluomini bolognesi. Nell'uscire dal primo pranzo che aveva
fatto con loro, fece arrestare i primi tre, che furono all'istante
tradotti in tre lontane fortezze. I Bolognesi s'addirizzarono al duca
Filippo ed a Niccolò Piccinino per far rilasciare i loro tre illustri
concittadini; ma vane tornarono tutte le loro istanze. Galeazzo
Marescotti preferì in allora di tentare egli stesso la liberazione di
Annibale Bentivoglio, suo amico, piuttosto che ricorrere ad un ingiusto
padrone. Recossi a Varano, nello stato di Parma, ove sapeva ch'era
chiuso Annibale, sedusse un fabbro ferrajo impiegato nel castello, che
gliene fece conoscere tutte le uscite ed i luoghi in cui venivano poste
le sentinelle. Il Marescotti si associò in allora cinque gentiluomini
bolognesi, entrò con loro, scalando le mura, in Varano, uccise la
sentinella che incontrò in sul suo passaggio, sorprese mentre dormiva il
comandante della fortezza ed i cinque o sei soldati che vi si trovavano,
e, facendosi consegnare Annibale Bentivoglio, partì con lui
immediatamente alla volta di Bologna. I loro amici, che gli aspettavano,
procurarono loro l'ingresso in città nella susseguente notte del 5
giugno 1443 con scale di corda che loro gettarono dall'alto delle mura,
mentre nelle loro case eransi segretamente adunati moltissimi loro
partigiani. Tutt'ad un tratto uscirono chiamando ad alte grida il popolo
alle armi ed alla libertà, e facendo nello stesso tempo suonare a stormo
nella chiesa di san Giacomo; una folla di cittadini venne a
raggiugnerli, e fecero prigioniero nel pubblico palazzo Francesco
Piccinino ed i soldati che dovevano difenderlo[212].
[212] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 325. — Comm. di Neri di Gino
Capponi, p. 1200. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 840. — Marin
Sanuto Vite dei Duchi, p. 1108. — Hieron. de Bursellis Ann. Bonon.,
t. XXIII, p. 879. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 667-670._
Avendo Bologna ricuperata la libertà e posto Annibale Bentivoglio alla
testa del suo governo, fece tosto chiedere ai Fiorentini ed ai Veneziani
di riceverla nella loro alleanza, che sembrava destinata ad accogliere
tutti gli amici della libertà. Malgrado il pericolo di questa
associazione, i due popoli non si mostrarono difficili. I Fiorentini
spedirono a Bologna Simoneta di Campo san Pietro con quattrocento
cavalli, ed i Veneziani Tiberto Brandolini con cinquecento. Questi due
generali, uniti ai Bolognesi, il quattordici agosto riportarono sopra
Luigi del Verme, ufficiale del Piccinino, una vittoria che assicurò
l'indipendenza di Bologna. Il primo uso che Annibale Bentivoglio fece
degli ottenuti vantaggi, fu quello di procurare la libertà ai due
Malvezzi ch'erano stati con lui arrestati, come pure ai due Canedoli,
capi di una contraria fazione, ch'egli sperava di rendersi amici coi
beneficj. Furono tutti quattro rilasciati in cambio di Francesco
Piccinino, che Annibale restituì al padre[213].
[213] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 327._
I Fiorentini medesimi non andarono affatto immuni da interne turbolenze.
Gli è vero che Cosimo de' Medici non cercava di governare la città come
principe; ma come capo di partito non sapeva soffrire veruna
opposizione. Neri, figlio di Gino Capponi, lo pareggiava di riputazione
e quasi di potere; egli solo in Firenze aveva saputo mantenersi in
eminente dignità sotto i due governi. Egli non erasi punto legato agli
Albizzi, onde non era stato strascinato nella loro caduta; ma non
tenevasi nemmeno obbligato a fare la sua corte ai Medici. Tenuto in
molta considerazione da' suoi concittadini, non era meno stimato dai
soldati. Più volte aveva comandate le armate fiorentine, ed egli solo
tra i magistrati aveva fatte brillare ai loro occhi le virtù militari.
Dovevasi a suo padre l'acquisto di Pisa, a lui la vittoria d'Anghiari
sopra il Piccinino e l'acquisto del Casentino. Quanto più l'intera città
stimava il Capponi, altrettanto Cosimo de' Medici rendevasi di lui
geloso. Di già in settembre del 1441 aveva cercato d'umiliarlo col più
sanguinoso affronto. Tra gli amici di Neri Capponi, uno de' più zelanti
era Baldaccio d'Anghiari, fedele condottiere della repubblica, che
sempre aveva comandata l'infanteria, e che si era acquistata grandissima
riputazione in quest'arma, di cui cominciavasi a sentire l'importanza.
Baldaccio poteva all'occasione di un tumulto popolare dare importanti
soccorsi al Capponi, e fare a lui raccogliere il frutto d'una vittoria
che il Medici non voleva dividere con chicchefosse. Così vaghi sospetti
bastarono ai capi del partito dominante per determinarli a disfarsi d'un
uomo eminentemente distinto. All'odiosa loro politica s'aggiunse il
risentimento del gonfaloniere di giustizia, Bartolomeo Orlandini, quello
stesso che aveva tanto vilmente abbandonato Marradi nel 1440. Sapeva
costui che Baldaccio aveva parlato con disprezzo della sua condotta, che
lo aveva accusato di viltà in presenza della magistratura e dell'armata,
e lusingavasi di ricuperare la propria riputazione col far perire il suo
accusatore. Fece un giorno chiamare Baldaccio in palazzo, il quale
v'andò senz'ombra di diffidenza. Il gonfaloniere lo intrattenne alcun
tempo intorno ad affari relativi al soldo delle truppe, passeggiando
lungo i corridoj che guardano la pubblica piazza. Tutto ad un tratto
alcuni soldati appostati dall'Orlandini lanciaronsi sopra Baldaccio, lo
pugnalarono e gettarono il suo cadavere dalle finestre del palazzo sulla
piazza, presso la dogana, ove rimase tutto il giorno esposto alla vista
del popolo. Un così violento atto di tirannia, eseguito in una
repubblica, non venne seguito da veruna procedura o giudizio;
imperciocchè per una strana imprudenza i Fiorentini, tanto gelosi della
loro libertà, niente avevano fatto per guarantirsi dall'abuso del potere
giudiziario. Baldaccio d'Anghiari venne dalla folla risguardato come
colpevole di qualche segreto tradimento, poichè lo vedeva punito; gli
amici di Cosimo insuperbironsi, vedendo che niuno ardiva opporsi alla
loro autorità, quelli di Neri Capponi tremarono, e per qualche tempo non
fu notata ne' consiglj veruna opposizione[214].
[214] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior., l. VI, p. 190. — Scip.
Ammirato, l. XXI, p. 37._
Quando dopo tre anni di pace i rivali dei Medici cominciarono a
riprendere fiato, Cosimo li percosse con un nuovo spavento, con un mezzo
veramente più conforme agli usi della repubblica, ma non perciò meno
sovversivo della libertà. La signoria, che sedeva in maggio del 1444, si
fece accordare dai consiglj il potere dittatoriale della balia in
compagnia di dugento cinquanta cittadini che vennero prescelti a tale
effetto[215]. Quest'arbitraria magistratura, che le stesse leggi
ponevano al di sopra delle leggi, limitò il numero di coloro che
potevano entrare nella signoria, tolse l'impiego di segretario di stato,
ossia di cancelliere delle riformagioni, a Filippo Peruzzi e lo esiliò,
prolungò l'epoca del richiamo di tutti coloro ch'erano di già esiliati,
ne condannò altri senza nuovo processo, privò d'ogni parte alle
magistrature tutte le famiglie che potevano essere sospette al partito
dominante, e concentrò in tal modo il governo nelle mani della ristretta
oligarchia, che lo aveva usurpato[216].
[215] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 44._
[216] _Niccolò Machiavelli. Istor. Fior., l. VI, p. 193._
Dopo essersi in tal modo internamente assicurati del loro potere, e
averlo rassodato al di fuori col rinnovamento della loro alleanza col
duca di Milano[217], i capi della repubblica fiorentina pensarono a dare
più efficaci soccorsi al loro alleato, Francesco Sforza. Di già avevano
essi stipulato un trattato con Filippo Maria Visconti, pubblicato in
Firenze il 18 ottobre del 1443, in forza del quale il duca obbligavasi a
mandare a suo genero tre mila cavalli e mille fanti[218]; e bentosto
ordinarono a quello stesso Simoneta, che aveva difesi i Bolognesi, di
avanzarsi a traverso la Romagna per unirsi allo Sforza.
[217] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 43._
[218] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 1111._
Intanto il conte Francesco aveva avuti nuovi disastri; era stato
abbandonato da Troilo di Rossano e da Pietro Brunoro, sebbene il primo,
essendo vecchio ufficiale, educato nella scuola di suo padre, e già in
età di sessant'anni, sembrar dovesse inaccessibile alle seduzioni della
cupidigia o all'incostanza. Molti altri ufficiali avevano nello stesso
tempo abbandonate le insegne dello Sforza per passare sotto quelle
d'Alfonso; essi avevano seco trascinati quasi tutti i loro soldati, e
l'incostante popolo della Marca d'Ancona si era ovunque ribellato,
senz'avere altro scopo o altra speranza, che quella di mutar padrone.
Francesco Sforza, esulcerato da tante indegnità, ne fece ancor esso
un'indegna vendetta. Mentre il re Alfonso avvicinavasi a Fermo con
Troilo, Brunoro e gli altri fuggiaschi, che formavano la maggior parte
della sua armata, lo Sforza scrisse a' primi per avvisarli che
finalmente era giunto l'istante di fare quanto essi gli avevano
promesso. Affidò questa lettera ad un messo, che egli sapeva dover
essere preso nel recarsi al campo nemico, e nello stesso tempo fece
spargere incerte voci nel proprio accampamento di una grande rivoluzione
che non doveva tardar molto, e che darebbe ai suoi soldati sommo
contento e ricchezze. Il messo dello Sforza venne infatti fermato, e fu
portata ad Alfonso la lettera addirizzata ai due capitani. Il re
arragonese fu preso da grandissimo terrore, credendosi tradito dai due
disertori; le relazioni delle spie ch'egli teneva nell'armata dello
Sforza accrebbero la sua diffidenza. Fece all'istante armare tutti i
suoi più fedeli soldati, e prendere, spogliare e caricare di catene
Troilo e Brunoro, ch'eransi recati al suo padiglione; e mentre egli
abbandonava i loro soldati all'avarizia ed alla vendetta de' suoi, fece
tradurre i due capitani prima a Napoli, poi in un castello del regno di
Valenza ove languirono in prigione più di dieci anni[219].
[219] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 328. — Giornali Napoletani, t. XXI,
p. 1128. — Barthol. Facii, l. VIII, p. 123._ Questo scrittore giunse
nel campo lo stesso giorno.
Pietro Brunoro aveva rapita nella Valtellina una fanciulla, detta Bonna,
che lo seguiva vestita da soldato, e che sempre combatteva al suo
fianco. Questa donna, affezionatissima al suo padrone ed amante, si fece
a procurargli la libertà. Andò di città in città a cercare tutti i
capitani, tutti i magistrati, tutti i principi pei quali Brunoro aveva
combattuto; chiese loro certificati di fedeltà, e commendatizie per
Alfonso; passò anche in Francia, onde ottenere dalla compassione o dalla
galanteria de' principi francesi un'assistenza ch'essi non vollero
ricusare ad una donna. Con queste commendatizie tornò presso Alfonso, lo
commosse collo zelo e colla costanza con cui aveva raccolte tante
raccomandazioni, ed ottenne da lui la libertà di Brunoro. Passarono
insieme al servizio dei Veneziani con un soldo di venti mila ducati, e
Bonna, diventata consorte di colui che aveva salvato, continuò a
combattere al suo fianco, lo seguì in Grecia, ove Pietro Brunoro perì a
Negroponte nel 1466, non potendo sopravvivergli, morì ancor essa lo
stesso anno[220].
[220] _Muratori Ann. d'Italia all'anno 1443_. Dietro l'autorità di
_Cristoforo da Costà, Elogi delle donne illustri_. — Porcelli vide
nel 1453 Pietro Brunoro, che in allora serviva nell'armata di
Giacomo Piccinino, dopo avere ricuperata la libertà. Dice che questo
capitano era in allora vecchio, losco ed offeso in un fianco da
paralisia; che Bonna, che lo accompagnava, portava un turcasso in
ispalla, un arco in mano e stivaletti da soldato, con un caschetto
in capo. «È, soggiugne, una donna piccola, vecchia, gialla e
magrissima; ma è sincera, fedele al suo amico, ed ha più volte
attraversato l'Oceano per vederlo e procurargli la libertà.» _De
Gest. Scip. Piccinini, t. XXV, Rer. Ital., p. 43._
Il re Alfonso, dopo avere sbandati egli stesso i disertori che aveva
ragunati, ritirossi nel proprio regno, vinto dalle istanze del duca di
Milano. Dopo di ciò lo Sforza si trovò di avere press'a poco eguali
forze del Piccinino; ed altronde si andava adunando nella Romagna
un'armata sussidiaria di circa quattro mila cavalli, mandata dai
Veneziani e dai Fiorentini. Erano cominciate le piogge dell'autunno, ed
i nemici, che avevano veduto tutta l'estate lo Sforza condannato
all'inazione, non credevano di doverlo temere al ritorno della cattiva
stagione. Alfonso aveva poste le sue truppe ne' quartieri d'inverno, e
Niccolò Piccinino, fortificatosi a monte Lauro, presso Pesaro, non aveva
bisogno di uscire dal suo campo per togliere la comunicazione tra
l'armata delle due repubbliche, che sotto gli ordini di Taddeo d'Este
erasi innoltrata fino a Rimini, e quella che si era chiusa in Fano. Ma
Francesco Sforza era impaziente di ristabilire la propria riputazione
compromessa da tanti rovesci; segretamente chiamò presso di sè i corpi,
che sotto il comando di Alessandro, suo fratello, e di Sarpellione,
avevano difesa la Marca d'Ancona; riunì sotto le sue bandiere molte
compagnie d'infanteria licenziate da Alfonso, quando prese i quartieri
d'inverno; fece avvisare Taddeo d'Este di avanzarsi verso monte Lauro, e
l'8 di novembre si mosse per avvicinarsi al Piccinino. Mentre
avanzavasi, incontrò un araldo d'armi, che questi gli mandava sotto
qualche pretesto per riconoscere i suoi movimenti. «Va a dire al tuo
padrone, gli disse lo Sforza, che andiamo a bere al suo fiume.» Infatti
per giugnere al Piccinino era d'uopo passare la Foglia, l'antico
Pisauro, che copriva il campo posto tra monte Lauro e monte all'Abate.
Per altro lo Sforza non era intenzionato d'attaccare il nemico la stessa
sera del suo arrivo, perchè una leggiere pioggia, che rendeva più
sdruccievole il declivio dell'eminenza su cui stava il nemico,
accresceva lo svantaggio dell'attacco; voleva soltanto accamparsi in
faccia al Piccinino, ed aspettare colà Taddeo d'Este. Ma le scaramucce
ch'ebbero luogo nel passaggio del fiume resero la battaglia generale. I
soldati dello Sforza di già occupati nel formare il loro campo
sull'altra riva, vennero respinti da un numero superiore; essi
presentavansi continuamente al generale per chiedere rinforzi e nuovi
cavalli, e lo Sforza li ricondusse contro il nemico, rinfacciandoli di
poca fermezza; nello stesso tempo aveva staccato Sarpellione con un
ragguardevole corpo, che, girando l'armata del Piccinino alla sinistra,
comparve improvvisamente sopra della medesima sull'alto della collina. A
tale vista il Piccinino più non potè contenere i suoi soldati, e fu egli
stesso strascinato dai fuggiaschi nel campo. Sperava di potervisi
difendere, e molti de' suoi più valorosi sostennero alcun tempo la
battaglia alle porte, ma in ultimo i suoi trincieramenti furono forzati
dall'impeto del vincitore. Un immenso bottino cadde in potere dei
soldati dello Sforza, i quali, mentre si appropriavano le armi ed i
cavalli, facevano fuggire i prigionieri; questi, approfittando della
notte, si rifugiarono nelle città e ne' castelli del vicinato; e lo
stesso Piccinino, errante tutta la notte per aspre montagne, giunse a
stento all'indomani a monte Sicardo, ove si pose in sicuro. Lo Sforza,
per non perdere i vantaggi della vittoria, voleva subito condurre la sua
armata nella Marca d'Ancona, che avrebbe castigata per la sua
ribellione, e tutta sottomessa in pochi giorni; ma Sigismondo Malatesti,
suo genero, lo trattenne colle sue importunità, facendosi pagare
l'ospitalità, che gli aveva accordata, coll'impiegare le di lui truppe a
riconquistare Pesaro[221].
[221] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 338-343. — Ann. Forolivien., t.
XXII, p. 222. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1112. — Barth.
Facii, l. VIII, p. 126. — Franc. Adami Frag. de Reb. Gest. in Civit.
Firmana, l. II, c. 97, p. 66._
Il Piccinino, ajutato dai tesori della Chiesa, trovò modo, durante
l'inverno, d'adunare i suoi soldati; mentre lo Sforza, senza danaro,
poteva difficilmente impedire nuove diserzioni. I sussidj che gli pagava
la repubblica di Venezia furono tutti ritenuti da Sigismondo Malatesti,
che vantava vistosi arretrati. Quelli di Firenze furono mandati al suo
luogotenente Sarpellione, che sosteneva la guerra con molto valore ne'
territorj d'Osimo e di Recanati, ed il grosso dell'armata, che trovavasi
sotto gl'immediati ordini di Francesco Sforza, non riceveva il suo
soldo, onde non poteva rifare i perduti equipaggi. Questa guerra provava
la debolezza della piccola monarchia militare fondata dallo Sforza; il
suo paese era divorato dai soldati, le stesse contribuzioni che
spingevano i popoli alla ribellione, non bastavano al mantenimento del
quarto della sua armata. Colui ch'erasi mostrato così formidabile al
duca di Milano, quando guerreggiava per gli altri, non poteva ne' proprj
stati e per la propria causa, nè approfittare delle sue vittorie, nè
rialzarsi da una disfatta[222].
[222] _Jo. Simonetae Hist. F. Sfortiae, l. VII, p. 349._
Ma Filippo Maria Visconti, di cui non potevansi mai prevedere le
risoluzioni dettate a vicenda dalla sua incostanza, o da una sottile
politica, venne un'altra volta in soccorso di suo genero. Dietro le
istanze di Venezia e di Firenze mandò Francesco Landriani, uno dei suoi
consiglieri, ai due generali, che combattevano nella Marca, per
invitarli ad una tregua. Nello stesso tempo fece dire a Niccolò
Piccinino, che doveva comunicargli cose di somma importanza, onde lo
invitava a recarsi subito a Milano. Il Piccinino e lo Sforza parevano
egualmente disposti a firmare un armistizio, ma il legato del papa
ricusava di acconsentirvi[223]. Non pertanto il Piccinino, sia per
vaghezza di conoscere i nuovi progetti del duca, sia per ubbidienza,
diede la sua armata al figlio Francesco, e recossi a Milano. Lo Sforza,
ridotto alle ultime estremità, risolse di affidare la sua sorte alle
vicende di una battaglia, mentre trovavasi lontano il suo emulo; impiegò
il poco danaro che aveva a provvedere la sua armata di vittovaglie per
otto giorni; richiamò i soldati da tutte le guarnigioni, ed andò a
cercare il nemico. Francesco Piccinino trovavasi in allora in una
posizione inattaccabile presso di Macerata, ma ebbe l'imprudenza di
abbandonarla, e di avanzarsi fino a Mont'Olmo, luogo per altro forte, ma
non quanto quello che abbandonava. Colà fu dallo Sforza attaccato il 19
agosto del 1444.
[223] _Ivi, p. 353._
Il legato del papa, che seguiva l'armata del Piccinino esortò i soldati
alla battaglia, promise la vita eterna a coloro che morirebbero per la
santa romana Chiesa, e minacciò ai loro avversarj l'eterna dannazione.
«Ma questi discorsi del legato, dice il Simonetta, storico presente alla
battaglia, non erano ascoltati, o venivano disprezzati, come sempre
accade fra gli uomini accostumati alle armi ed alla guerra, i quali poco
si occupano della religione e della salvezza delle anime loro[224].» Il
quadro della passata miseria, dell'opulenza che seguirebbe la vittoria,
che lo Sforza presentò ai suoi soldati, fece maggiore impressione.
Mentre essi dovevano vincere nello stesso tempo la superiorità del
numero e lo svantaggio del luogo, il loro capitano fece comparire sulle
vette tutti i servitori della sua armata con una lancia in mano, per far
credere ch'egli aveva un corpo di riserva affatto fresco, pronto ad
entrare in battaglia. Questa sola vista decise della vittoria. Giacomo
Piccinino, il più giovane de' figli di Niccolò potè fuggire fino a
Recanati; ma Francesco, suo maggior fratello, fu fatto prigioniere in un
pantano, ove cercava di nascondersi, e dove lo manifestò lo scudiere che
lo accompagnava. Il legato del papa, Capranico, che si era spogliato
degli abiti prelatizj, fu, prima d'essere conosciuto, lungo tempo
maltrattato dai soldati che lo fecero prigioniero. Furono presi la
maggior parte dei capitani e dei centurioni, con tre quarti dei soldati.
Il castello di Mont'Olmo, ove trovavansi tutti gli equipaggi
dell'armata, si arrese all'indomani al vincitore[225].
[224] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 355._
[225] _Jo. Simonetae, t. VII, p. 357. — Ann. Foroliv., l. XXII, p.
222. — Marin Sanuto, p. 1115._
In pochi giorni Francesco Sforza sottomise le città di Macerata, di
Sanseverino, di Cingoli, di Jesi, e molte altre che si affrettarono di
mandargli i loro deputati, e di aprirgli le porte. Ma egli era assai più
sollecito di fare la pace col papa che di tentare nuove conquiste. Fece
sapere ad Eugenio, che lungi di voler approfittare de' presenti vantaggi
per ispogliare la Chiesa, nulla più desiderava che di dargli prove della
sua sommissione, e chiedeva caldamente l'apertura di un congresso per
trattarvi della sua riconciliazione. Il papa, che trovavasi non senza
timore a Perugia, luogo di sua residenza, acconsentì ad aprire una
conferenza. Gli ambasciatori di Venezia e di Firenze secondarono lo
Sforza coi loro buoni ufficj e la pace venne sottoscritta il 10 di
ottobre. Per altro le ostilità dovevano durare fino al giorno 18,
essendosi accordati allo Sforza otto giorni per ricuperare, se lo
poteva, le perdute città. Ciò che possederebbe a tale epoca doveva
rimanergli in feudo, col titolo di marchesato, ed il rimanente della
Marca doveva ritornare sotto l'immediato dominio della Chiesa romana. Le
città d'Ancona di Osimo, Fabbriano, e Recanati, furono le sole che in
questi otto giorni non vennero in mano dello Sforza; ma queste ancora
furono obbligate di pagargli in avvenire i tributi ch'elleno pagavano
per lo innanzi alla camera apostolica[226].
[226] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 361. — Ann. Eccles. Raynal. 1444, §
22, p. 197. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1115._
Niccolò Piccinino, che dietro la domanda del Visconti erasi recato a
Milano, venne ricevuto in questa capitale coi più grandi onori. Non si
seppe poi quali motivi avesse avuto il duca per chiamarlo alla sua
corte. Suppone il Machiavelli che non avesse che quello di liberare suo
genero Sforza dall'imbarazzo in cui si trovava; ed assicura che il
dolore, che provò il Piccinino d'essere stato la vittima di così
grossolano artificio, fosse la prima cagione d'una malattia che bentosto
lo sorprese[227]. Se questa fu cagionata da rammarico, questo rammarico
raddoppiossi senza dubbio, quando egli ebbe notizia della disfatta della
sua armata a Mont'Olmo, e della prigionia del figliuolo primogenito. Il
Piccinino, in età già avanzata, non sapeva darsi pace di non aver potuto
con tante battaglie, con tante vittorie, acquistarsi una terra ove
riposare il suo capo. Tutti i grandi capitani del suo secolo si erano
successivamente innalzati al sovrano potere; egli pareva avervi più
diritto d'ogni altro, poichè avrebbe dovuto ricevere a titolo ereditario
il principato di Braccio come ricevette la sua armata; pure egli solo
non era in sul finire della sua lunga gloriosa carriera nè più ricco, nè
più potente di quello che lo fosse in principio. Aveva perduta Bologna
quando credeva di farne la sua capitale; due rotte avute in brevissimo
tempo avevano dissipate le sue ricchezze e dispersi i suoi soldati; uno
de' suoi figliuoli era prigioniero, l'altro fuggiasco, ed egli non
poteva collocare le sue speranze che nella generosità di un principe
accusato d'incostanza da tutta l'Italia, e spesso di perfidia. Questo
principe attualmente, ingannandolo, aveva cagionata la sua ruina.
Altronde il Visconti era omai vecchio, e pareva aver designato per suo
successore il più acerbo nemico del Piccinino. La salute di questo
capitano già da lungo tempo alterata non si era fin allora sostenuta che
per la forza della sua anima; essa finalmente soggiacque alle tristi
riflessioni suggerite dalla presente sua situazione. Morì di cordoglio
piuttosto che di malattia il 15 ottobre del 1444. Il Piccinino
dev'essere annoverato tra i più illustri capitani che abbia prodotto
l'Italia; perciocchè fu il più rapido nelle sue esecuzioni, il più
audace, il più fertile ne' ripieghi, il più pronto a riparare le
perdite, il solo che dopo una totale disfatta fosse ancora in istato di
far tremare i suoi nemici[228]. Filippo Maria, che non l'aveva giammai
degnamente ricompensato ne pianse amaramente la perdita. Egli aveva
bisogno di un uomo sempre ubbidiente ai suoi bizzarri capricci, e sempre
intraprendente; di un uomo cui potesse esclusivamente affidare
l'amministrazione militare de' suoi progetti, senza aver bisogno
d'iniziarlo negli andirivieni della sua politica. Nel medesimo istante
in cui gli era tolto il suo più fidato generale, ne perdeva un altro che
sarebbe stato degno della sua confidenza: Giovanni Francesco Gonzaga,
marchese di Mantova, quello che lo aveva così valorosamente servito
nella guerra di Brescia, era morto l'8 settembre del 1444; e suo
figliuolo Luigi, che gli successe, cercò bentosto di attaccarsi alla
repubblica di Venezia[229].
[227] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior., l. VII, p. 194._
[228] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, p. 831. — Giornali
Napoletani, t. XXI, p. 1128. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p.
1115._
[229] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1116._
Francesco Sforza, genero del Visconti, non sembrava disposto ad ubbidire
a suo suocero con quel cieco attaccamento che gli aveva mostrato sempre
il Piccinino. Aveva ancor esso i suoi progetti e la personale sua
ambizione di cui non sapeva scordarsi. Le sue alleanze con Firenze e con
Venezia, dalle quali non voleva staccarsi, rendevano Filippo diffidente.
Il duca di Milano, cui la figliuola, moglie dello Sforza, aveva dato un
nipote[230], approfittò di questo nuovo legame, e della memoria degli
ultimi servigj che aveva renduti a suo genero, per ottenere da lui la
libertà di Francesco Piccinino. Egli lo chiamò a Milano egualmente che
suo fratello Giacomo, e li pose alla testa delle truppe di Braccio, loro
somministrando danaro, armi e cavalli per rimontare quest'antica
milizia, che voleva poter sempre opporre a quella dello Sforza; e cercò
in ogni modo di sdebitarsi con loro di quanto doveva al padre[231].
Frattanto, siccome non aveva per anco riposta in loro l'intera sua
confidenza, desiderò pure d'avere al suo servigio un capitano già
sperimentato, e dal quale potesse trarre miglior partito: gettò perciò
gli occhi sopra Sarpellione, il migliore luogotenente dello Sforza, cui
fece segrete offerte, e Sarpellione, dopo una negoziazione che non
rimase ignota alla vigilanza del suo capo, chiese un congedo per andare
a Milano. Sapeva lo Sforza che s'egli somministrava un generale a suo
suocero, verebbe bentosto impiegato contro di lui medesimo; conosceva
Sarpellione per uomo avido e crudele, ma aveva sperimentati i suoi
talenti militari e la sua fedeltà in un'epoca in cui tutti gli altri
suoi luogotenenti l'avevano abbandonato; Sarpellione aveva difesa la
Marca d'Ancona con non minore abilità che costanza contro Alfonso e
contro il Piccinino. Era forse difficile il provvedere agl'interessi
dello Sforza, rispettando i diritti del suo luogotenente; ma il partito
cui si appigliò questo generale, tanto celebrato per la sua generosità;
mostra troppo apertamente in quale grado di depravazione fosse caduta la
pubblica morale, e quali esempj avesse il Machiavelli innanzi agli
occhi, quando dettava il suo trattato del Principe. Lo Sforza fece
imprigionare Sarpellione nella fortezza di Fermo, lo atterrì
coll'apparecchio d'un processo criminale, colla prova, o almeno colla
minaccia della tortura, e gli strappò, o almeno si pretende che gli
strappasse di bocca, la confessione di colpevoli trame in forza della
quale lo fece appiccare il 29 novembre del 1444[232].
[230] Galeazzo Maria, figlio di Sforza e di Bianca Visconti, nacque
il 14 gennajo del 1444. Suo avo parve allora tutto lieto vedendosi
rivivere nel nipote. _Jo. Simonetae Hist., l. VI, p. 348._
[231] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 362._
[232] _Jo. Simonetae, l. VII 3 p. 362. — Franc. Adami Frag., l. II,
c. 98, p. 67._
Ma Francesco Sforza dovette bentosto pentirsi di questa non meno
impolitica che crudele azione. Filippo Maria Visconti se ne sdegnò
fieramente; pubblicò l'innocenza di Sarpellione, che non aveva perduta
la vita, che per aver voluto passare in tempo di pace dal servizio d'un
genero a quello di suo suocero; giurò di farne vendetta, e da
quell'istante cominciò gli apparecchi per una nuova guerra.
Di già alcuni intrighi in Romagna preparavano la vendetta del Visconti e
di Sarpellione. Sigismondo Malatesti, signore di Rimini, che durante la
guerra della Marca aveva dato asilo a Sforza, suo suocero, non possedeva
che parte degli stati di sua famiglia. Mentre che suo fratello Domenico
regnava a Cesena, Galeazzo Malatesti, suo cugino, era signore di Pesaro
e di Fossombrone; e perchè questi non aveva figliuoli, Sigismondo
sperava di raccogliere l'eredità. Ma Galeazzo aveva per consigliere e
per unico ministro Federico, secondo figliuolo del conte Guido da
Montefeltro, il quale non era favorevole a Sigismondo. Questo Federico,
che in appresso fu l'onore della casa di Montefeltro, passava per un
figliuolo adulterino. Credevasi figlio di Bernardino della Carda degli
Ubaldini, uno de' più valenti condottieri del principio del secolo.
Frattanto il suo legittimo padre, Guido, era morto il 20 febbrajo del
1442. Oddo Antonio, primogenito di Guido, gli successe ed ottenne dal
papa, in aprile dello stesso anno, il titolo di duca d'Urbino. Ma il suo
governo si rese in breve insopportabile al popolo, ed egli fu ucciso in
un ammutinamento il 22 luglio del 1444. Federico venne chiamato da
Pesaro, ed ebbe la sovranità di Montefeltro e di Urbino[233]. Poco tempo
dopo si attaccò a Francesco Sforza, onde imparare l'arte della guerra
sotto così egregio capitano. Entrò al suo servigio in agosto del 1444,
con lance quattrocent'una e d'un egual numero di pedoni[234]; sposò in
appresso una figlia dello Sforza, e negoziando in suo nome con Galeazzo
Malatesti acquistò le sue due signorie pel prezzo di venti mila
fiorini[235]. Francesco Sforza, che aveva somministrato il danaro, si
riservò Pesaro per formare un piccolo principato a favore del proprio
fratello, Alessandro Sforza, e lasciò Fossombrone a Federico da
Montefeltro come premio dell'abilità da lui mostrata in questa
negoziazione. Sigismondo Malatesti vedeva con estremo rammarico uscire
dalla sua famiglia questi piccoli principati, ed il Visconti si prese
cura d'inasprire il suo sdegno. Fece entrare Sigismondo al soldo
d'Eugenio IV, e lo persuase a tenersi apparecchiato pel momento in cui
lo Sforza potrebb'essere spogliato di quella Marca d'Ancona, che gli era
tanto invidiata[236].
[233] _Guernieri Bernio Istoria d'Agobbio, t. XXI, p. 981, 982. —
Ann. Forol., t. XXII, p. 222._
[234] _Guern. Bernio Ist. d'Agobbio, p. 983._
[235] _Ivi. — Ann. Foroliv., p. 222._
[236] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 364._
Nello stesso tempo il Visconti condusse un'altra pratica contraria ai
suoi trattati, la quale doveva riaccendere la guerra. Egli aspirava alla
sovranità di Bologna di fresco tolta a Niccolò Piccinino, e lusingavasi
di averla coll'ajuto delle fazioni ch'egli manteneva in questa
repubblica. La sua alleanza con Eugenio IV gli aveva agevolato il modo
di unire il partito della Chiesa a quello degli antichi fautori della
casa Visconti; l'uno e l'altro opposti egualmente ai partito
dell'indipendenza, in allora dominante. Annibale Bentivoglio, capo di
questo ultimo, era in pari tempo il capo della repubblica bolognese.
Questo virtuoso cittadino per conservare la pace nella sua patria aveva
cercato coi beneficj di affezionarsi coloro che dirigevano l'opposta
fazione: aveva redenti dalle prigioni del Piccinino due gentiluomini
della casa de' Canedoli, e gli aveva con matrimonj vincolati alla
propria famiglia[237]. A questa stessa famiglia dei Canedoli
s'addirizzarono gli agenti del duca di Milano e del papa per far
assassinare il Bentivoglio. Venne loro promesso l'ajuto della santa lega
di fresco rinnovata tra i due sovrani. Taliano Furlano con mille
cinquecento cavalli del duca di Milano, Carlo Gonzaga e Luigi di
Sanseverino colle truppe della Chiesa dovevano avvicinarsi a Bologna per
assecondarli, tostocchè sarebbe scoppiata la congiura, la quale secondo
lo spirito allora dominante de' prelati pontificj, fu condotta sotto il
sacro manto della religione.
[237] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 196. — Scip. Ammirato, l.
XXII, p. 47. — Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 881._
Francesco Ghisilieri, uno de' congiurati, pregò Annibale Bentivoglio di
levare al sacro fonte un fanciullo che gli era nato due mesi avanti. Il
Bentivoglio, che non trascurava occasione di ravvicinare le due fazioni,
accettò con piacere un offerta che stabiliva una specie di religiosa
parentela tra lui ed i suoi antichi avversarj. Vennero fissati per la
cerimonia il giorno 24 giugno e la chiesa di san Pietro. Dopo il
battesimo Annibale Bentivoglio uscì di chiesa col Ghisilieri per recarsi
al banchetto apparecchiato nella casa dell'ultimo. I Canedoli e molti
loro partigiani formavano il corteggio. Quando giunsero alla casa del
Ghisilieri, Baldassar Canedolo cogli assassini circondarono il
Bentivoglio e sguainarono i loro pugnali. Questi pose la mano sull'elsa
della spada per difendersi, ma Francesco Ghisilieri, afferrategli per di
dietro le braccia, gli disse: «Compare, Compare, conviene che tu abbi
pazienza.» E mentre lo teneva in tal modo fa pugnalato[238]. I Canedoli
ed i Ghisilieri corsero subito le strade di Bologna, gridando _viva il
popolo e la santa lega_, ed uccisero tutti i Bentivoglio che caddero
nelle loro mani. Ma Annibale, che avevano assassinato pel primo, era
amato dai suoi concittadini, i quali si felicitavano d'aver veduto
rinnovarsi sotta la di lui amministrazione l'antica repubblica di
Bologna, e non eravi alcuno che desiderasse di ritornare sotto il giogo
del duca di Milano o della Chiesa. Altronde gli ambasciatori di Firenze
e di Venezia che stavano in Bologna, eransi, udito il tumulto, recati
presso ai magistrati, tutti partigiani dei Bentivoglio, loro offrendo
l'assistenza di Tiberio Brandolini e di Guido Rangoni, generali delle
truppe delle repubbliche, i quali fecero subito avanzare. Nella città
medesima gli amici dei Bentivoglio, sottrattisi alla prima furia dei
congiurati, eransi adunati in piazza. Andarono ad attaccare i Canedoli
nel quartiere in cui si erano trincerati, e gli oppressero col loro
numero; saccheggiarono e bruciarono più di cinquanta loro case, e non
perdonarono nemmeno a Battista Canedolo, capo della famiglia, che non
aveva preso parte nella congiura; avendolo trovato in un sotterraneo,
ove si era nascosto, lo fecero in pezzi. I soccorsi promessi ai
congiurati dal duca e dal papa non giunsero in tempo per salvarli.
Furlano Taliano non comparve nel territorio bolognese che all'indomani
26 giugno, e Carlo Gonzaga col Sanseverino il 2 luglio. Vedendo di non
poter giovare ai loro estinti partigiani, si ritirarono, dopo avere
saccheggiate le campagne intorno alla città[239].
[238] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 676._
[239] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 678. — Jo. Simonetae, l. VII,
p. 365. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 841. — Cristof. da Soldo
Ist. Bresciana, t. XXI, p. 833._
La vittoria, che i vindici dell'ultimo capo dello stato ottenuta avevano
sui Canedoli, non assicurò affatto nè il loro partito, nè la repubblica,
perchè più non trovavansi uomini nella famiglia Bentivoglio che fossero
capaci di stare alla testa del governo. Annibale non lasciava che un
figliuolo di sei anni; e non presentavasi alcuno che volesse assumere
l'amministrazione, onde si temeva di qualche divisione nella fazione
regnante, che sarebbe cagione della sua ruina e di quella dello stato.
Ma mentre durava quest'incertezza l'antico conte di Poppi, Francesco di
Battifolle, che trovavasi allora in Bologna, disse ai magistrati,
ch'egli metterebbe alla loro testa un prossimo parente d'Annibale, che
loro poteva indicare. Sono più di vent'anni, soggiunse il conte, che
Ercole, cugino d'Annibale, trovandosi a Poppi, si affezionò ad una
giovane del paese, maritata ad Angelo Cascese, della quale ebbe un
figlio chiamato Santi: questo figlio rassomiglia talmente ad Ercole, che
non può dubitarsi della sua origine, ed in fatti Ercole mi disse più
volte questo fanciullo esser suo. I magistrati di Bologna mandarono a
Firenze, chiedendo a Cosimo de' Medici ed a Neri Capponi di far loro
conoscere questo giovane. Santi, che perduto aveva il suo padre
putativo, si era posto sotto la sopravveglianza d'uno zio, chiamato
Antonio Cascese, uomo ricco ed amico di Neri Capponi. Niuno di sua
famiglia pareva formare sospetti intorno alla legittimità di Santi
Cascese, ed egli stesso mai non avevane concepito alcuno. Pure Capponi e
Medici fecero che i deputati di Bologna si scontrassero in Santi. Questi
gli mostrarono tutto il calore dell'attaccamento che lo spirito di parte
poteva far nascere; lo invitarono a recarsi nella loro città a
partecipare degli onori, della ricchezza e della considerazione
riservate al capo di una potente repubblica ed al sangue dei
Bentivoglio. Santi ricusò in sulle prime, arrossendo, queste offerte che
supponevano il disonore di sua madre, e la propria illegittimità. Si
durò molta fatica a persuaderlo di riflettere maturamente. I pericoli
del rango cui veniva chiamato, d'un seggio ancora bagnato del sangue de'
suoi predecessori, facevano pure sul di lui animo una viva impressione.
Cosimo de' Medici, che vedeva il di lui turbamento ed irresoluzione, gli
disse alfine nell'ultima conferenza: «Tu non puoi prendere consiglio che
da te stesso; tu devi dirigerti secondo i suggerimenti del tuo cuore. Se
tu sei figliuolo d'Ercole Bentivoglio, ti sentirai trasportato verso le
azioni degne di tuo padre e della tua casa; se tu sei figlio d'Angelo
Cascese, ti rimarrai in Firenze, consacrandoti alle tue manifatture di
lana e ad un vile riposo.» Queste parole, che mostravano la gloria là
dove Santi non aveva fin allora veduto che il disonore, troncarono
all'improvviso ogni dubbiezza. Accettò le offerte dei Bolognesi ed il
nome di Bentivoglio; fu provveduto d'armi, di cavalli e di copiosa
servitù; i principali cittadini di Firenze lo accompagnarono a Bologna,
ove, sebbene non avesse più di ventidue anni, gli venne
contemporaneamente affidata la tutela del figlio di Annibale, e
l'amministrazione della città. Vi si condusse con tanta prudenza, che
mentre tutti i suoi antenati erano periti sotto il pugnale de' loro
nemici, egli visse sedici anni onorato della pubblica stima, e morì in
pace[240]. Fece il suo ingresso in Bologna il 13 di novembre, nel qual
giorno i capi dello stato, che lo stavano aspettando in palazzo, gli
conferirono l'ordine della cavalleria[241].
[240] Neri, figlio di Gino Capponi, uno dei principali attori di
questo singolare avvenimento, lo racconta assai circostanziatamente.
_Comment., t. XVIII, p. 1207-1211_. Veggasi inoltre il _Machiavelli,
Ist. Fior., l. VI, p. 199._
[241] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 682. — Hieron. de Bursellis
Ann. Bonon., p. 883._
Frattanto il duca di Milano aveva preso motivo dalle turbolenze di
Bologna per ricominciare la guerra. Taliano Furlano, che aveva invaso il
Bolognese nella circostanza della congiura dei Canedoli, erasi limitato
ad attraversarlo ostilmente, ed aveva continuata la sua strada verso la
Romagna per concertare le sue operazioni con Sigismondo Malatesti ed
attaccare la Marca. Luigi Sanseverino e Carlo Gonzaga erano dopo di lui
entrati nel Bolognese con cinque mila cavalli. I Fiorentini loro
opposero Simoneta di Campo san Pietro, che frenò le loro scorrerie[242].
Ma il grosso della guerra doveva portarsi nella Marca d'Ancona. Filippo
Maria Visconti e Sigismondo Malatesti avevano associate le loro
animosità per perdere Francesco Sforza, il quale, per una strana
disgrazia, trovavasi perseguitato con eguale accanimento da suo genero e
da suo suocero. Erasi contro di lui formata una formidabile lega:
Eugenio IV ed Alfonso di Napoli eransi fatti solleciti di assecondare la
collera del duca di Milano. Ambidue avevano fatta la pace collo Sforza
da meno di un anno, e dopo tale epoca niuna offesa, niuna nuova pretesa
aveva dato luogo a nuove ostilità; ma Eugenio IV credeva fermamente che
la sua spirituale potenza gli dava diritto di sciogliersi quando voleva
da tutti i trattati, da tutti i giuramenti.
[242] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 48._
Siccome pareva a Francesco Sforza che il più attivo de' suoi nemici
fosse Sigismondo Malatesti, egli volle attaccarlo prima degli altri,
sperando forse di forzarlo a fare la pace prima che potesse essere
soccorso dagli alleati. Lo Sforza assediò la Pergola, la prese il 22 di
luglio, e la saccheggiò crudelmente[243].
[243] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 364._
Ma bentosto Ascoli nella Marca si ribellò, e Rinaldo Fogliano, suo
fratello uterino, che ne aveva il comando, fu fatto in pezzi dagli
abitanti. Nello stesso tempo Taliano Furlano, generale del duca di
Milano, Luigi, patriarca d'Aquilea, legato e generale del papa, e
Giovanni di Ventimiglia generale del re Alfonso di Napoli, si avanzarono
da diverse parti in un piccolo principato, troppo debole per fare testa,
non che a tutti assieme uniti, a cadauno separatamente.
Francesco Sforza, che aveva ricevute ragguardevoli somme dalla
repubblica di Firenze e dalla privata borsa di Cosimo de' Medici, non
trovavasi però in istato di resistere a così violento turbine. Egli
aveva posto suo fratello Alessandro a Fermo con una forte guarnigione
per tenere in dovere quella fortezza, la più importante di tutte. Egli
stesso erasi collocato col suo campo innanzi a Fano per impedire
l'unione di Taliano Furlano colle truppe del papa e del re[244]; lungo
tempo con destre marcie aveva saputo impedirla, ma la ribellione di
Rocca Contratta, fortezza che assicurava una comunicazione colla
Toscana, distrusse il suo piano di campagna. Costretto di avvicinarsi ai
paesi da cui sperava soccorsi, prese all'ultimo il partito di
abbandonare la Marca alla naturale incostanza di que' popoli, di portare
fino a mille cinquecento corazzieri la guarnigione di Fermo ove
comandava suo fratello, di lasciarne un'altra non meno forte in Jesi, e
di ritirarsi colla sua armata nel territorio del suo alleato, il conte
d'Urbino e di Montefeltro. Ebbe appena presa questa risoluzione, che i
suoi propj stati si ribellarono dovunque, e tutte le città aprirono le
porte al papa, mentre ch'egli credeva vendicarsi di loro attaccando ed
incendiando i castelli di Sigismondo Malatesti[245]. Giunse finalmente
l'inverno a mettere fine a tanti guasti ed alle reciproche barbarie.
Allora lo Sforza si chiuse in Pesaro colla moglie e coi figliuoli,
distribuendo la sua cavalleria in Toscana e nelle parti meno montuose
del contado d'Urbino e dello stato d'Agobbio[246].
[244] _Jo. Simonetae l. VIII, p. 369. — Barth. Facii, l. VIII, p.
134._
[245] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 373. — Franc. Adami Firmani, l.
II, c. 102, p. 70._
[246] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 374. — Franc. Adami Firmani, l.
II, c. 105, p. 70._
Ma lo Sforza provava la sorte che pareva attaccata alle sovranità
fondate dai soldati a punta di spada. I loro popoli, sempre sagrificati
alla milizia, sospiravano l'istante di scuotere il giogo militare; non
risguardavano come legittima l'autorità cui erano costretti di
sottomettersi, e credevano di soddisfare ad un loro dovere, congiurando
contro la medesima in favore de' loro antichi padroni. Gli abitanti di
Fermo, cui lo Sforza credeva di potersi interamente fidare, sorpresero
il 26 di novembre la cavalleria ch'era alloggiata presso di loro, la
spogliarono delle loro armi e de' loro cavalli, e spiegarono sulle loro
mure le insegne del papa. Alessandro Sforza ebbe appena tempo di
salvarsi nella cittadella, e bentosto s'accorse che non aveva ne'
magazzini sufficienti viveri per aspettare la primavera. Allora
capitolò, a condizione che gli abitanti gli sborserebbero mille fiorini,
e ch'egli sarebbe libero di condurre all'armata del fratello la
cavalleria che aveva seco nella fortezza. Dopo quest'ultima perdita
nulla più non restava a Francesco Sforza in tutta la provincia che gli
era stata tanto tempo subordinata fuorchè la città di Jesi[247].
[247] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 374. — Barth. Facii Rer. Gest.
Alphonsi, l. VIII, p. 135._
I Fiorentini ed i Veneziani non vennero meno al loro alleato in tanta
calamità. Ognuna di queste repubbliche gli mandò durante l'inverno
sessanta mila fiorini. Nello stesso tempo Cosimo de' Medici lo consigliò
di mutare la difesa in attacco, di penetrare presto nell'Umbria, di
avvicinarsi a Roma per unirsi al conte dell'Anguillara, segreto nemico
del papa[248], di approfittare del malcontento che aveva eccitato il
patriarca d'Aquilea in tutti gli stati d'Eugenio per farli ribellare,
finalmente di tentare un colpo ardito, e tale da ravvivare le speranze
di tutti i suoi partigiani. Effettivamente tutti i feudatarj romani
erano oppressi, tutti avevano manifestato il loro malcontento ai
Veneziani ed ai Fiorentini, e avevano implorata la loro assistenza.
Inoltre le città di Todi, d'Orvieto, di Narni avevano promesso d'aprire
le loro porte quando si avvicinasse un'armata. Ma lo Sforza non seppe
fare i suoi apparecchi colla necessaria prestezza[249]. Per non
iscontentare i suoi soldati, solo elemento della potenza che gli
restava, egli era costretto di dipendere quasi affatto da loro; nulla
osava di ricusar loro; ed era obbligato per pagare gli arretrati
d'impiegare tutti i sussidj che riceveva. Perciò non fu pronto ad
entrare in campagna ed a passare gli Appennini avanti il cominciare di
giugno. A tale epoca la sua posizione era omai disperata; coloro ai
quali offriva il suo ajuto vedevano apertamente che, poichè non aveva
potuto difendere i proprj stati, difenderebbe ancora meno le città
lontane dai suoi confini, se le faceva ribellare; e per tali
considerazioni Todi, Orvieto, Viterbo non vollero aprirgli le porte,
quando si presentò loro, nè somministrargli vittovaglie; e lo Sforza era
così male provveduto di macchine d'assedio, che non potè incutere almeno
tanto timore agli abitanti da ridurli a pagargli qualche contribuzione.
Videsi in allora ciò che forse non si era mai veduto, nè si vedrà in
appresso, un'armata di cavalleria pesante alimentarsi per tre giorni di
fragole colte nelle montagne[250]. Dopo avere crudelmente sofferta la
fame, ed essere stato respinto da tutte le città, lo Sforza ricondusse
la sua armata a traverso dello stato di Siena nel paese d'Urbino, indi a
Fano.
[248] _Guern. Bernio Cron. d'Agobbio, p. 985._
[249] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1201._
[250] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 376. — Guernieri Bernio Cron.
d'Agobbio, p. 985._
Per altro l'ingresso dello Sforza nell'Umbria e nel patrimonio di san
Pietro aveva gagliardamente intimidito il papa; onde si era affrettato
di adunare tutti i suoi capitani, Taliano Furlano, i fratelli Malatesti,
e gli altri suoi migliori soldati; aveva chiesto soccorso al re
d'Arragona; e questa ragguardevole armata, che aveva allestita per sua
difesa, tenne dietro allo Sforza nel contado d'Urbino ed in Romagna,
quando vi si fu ritirato. Fece un inutile tentativo sopra Jesi, ma la
Pergola si arrese in pochi giorni all'armata pontificia; Ancona fece
pure la pace con Eugenio, e lo stesso Alessandro Sforza, che andava
debitore al fratello della sovranità di Pesaro, credendo affatto perduto
il capo della sua famiglia, pensò di salvarsi nel suo disastro. Egli
fece un trattato parziale colla Chiesa, spiegò in Pesaro le insegne del
papa, fornì alla sua armata viveri e munizioni, e rifiutò ogni soccorso
al fratello, il quale dovette credersi abbastanza fortunato, che
Alessandro non ritenesse presso di sè come ostaggi la consorte ed i
figli, siccome lo consigliava di fare il patriarca d'Aquilea[251]. Il
solo Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, si mantenne costantemente
fedele allo Sforza; rigettò ogni proposizione di separata pace che gli
fece la Chiesa, si accontentò di vedere portata la guerra ne' proprj
stati, lasciando che l'armata pontificia andasse inutilmente consumando
tutta la bella stagione nell'assedio delle sue fortezze[252].
[251] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 377. — Cristoforo da Soldo Ist.
Bresciana, p. 835._
[252] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 379. — Guernieri Bernio Stor.
d'Agobbio, p. 984._
I nemici dello Sforza sembravano determinati a non lasciargli un solo
palmo di terra. Tutti i suoi feudi del regno di Napoli erano stati
occupati da Alfonso, quelli che aveva nello stato della Chiesa dal papa,
e per ultimo quelli che Filippo gli aveva dati in Lombardia, come dote
della consorte, erano nello stesso tempo attaccati da suo suocero. Il
duca di Milano pretendeva in allora di non essersi obbligato a dare a
sua figlia che una dote di cento mila fiorini, di cui gli stati di
Cremona e di Pontremoli non erano che la guarenzia. Offriva di pagare
questa dote a Venezia, e nello stesso tempo faceva assediare le due
città dotali consegnate al genero[253]. Prima che terminasse la campagna
era presumibile l'intera distruzione della potenza dello Sforza, la
quale, dopo l'intima alleanza del duca di Milano col re di Napoli,
sembrava necessaria all'equilibrio dell'Italia. Questo generale in così
pressante pericolo invocava i pronti soccorsi delle due repubbliche sue
alleate. Cosimo de' Medici, che gli era personalmente affezionato,
appoggiava vivamente le sue istanze, ed i Fiorentini abbracciarono con
calore la di lui causa. Mandarono Neri Capponi e Bernardo Giugni a
Venezia per ottenergli più efficaci soccorsi[254]; e questi conchiusero
tra le due repubbliche un nuovo trattato, fondato sull'infrazione fatta
dal Visconti a quello di Capriana. In fatti le città di Cremona e di
Pontremoli erano state cedute al conte Sforza sotto la loro guarenzia,
onde attaccando queste due città il Visconti violava la pace fatta colle
due repubbliche. Per far rispettare la loro autorità, si obbligarono ad
accrescere di quattro mila cavalli, da levarsi a spese comuni, la loro
armata di Lombardia, ed a costringere colle armi il duca di Milano a
mantenere i suoi precedenti obblighi.
[253] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1121. — Cristof. da Soldo
Istor. Bresc., p. 834._
[254] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1201._
Le prime negoziazioni dei Fiorentini portarono il disordine nella stessa
armata dei loro nemici; essi entrarono in trattati con Taliano Furlano,
e con Giacomo da Caivano, due condottieri che parvero disposti ad
abbandonare le insegne del patriarca d'Aquilea, per entrare al loro
servigio. Ma questi, avutone sentore, li fece imprigionare e tagliar
loro il capo[255]. Un trattato dello stesso genere si era intrapreso nel
medesimo tempo presso due capitani del duca di Milano, che guastavano il
territorio di Bologna, Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, e
Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i quali erano fra loro
discordi. I Fiorentini approfittarono delle loro dissensioni per sedurre
Guglielmo, e sorprendere il Gonzaga. Tiberto Brandolino attaccò
l'ultimo, il 6 di luglio, a Castel san Giovanni, fece prigionieri la
maggior parte de' soldati di lui, e lo costrinse a fuggire quasi solo a
Modena[256]. Quest'avvenimento decise la sorte della campagna; Bologna
si trovò liberata; una parte dell'armata fiorentina potè allora passare
nella Marca sotto il comando di Guid'Antonio Manfredi e del Simoneta,
mentre che Guglielmo di Monferrato, entrando al soldo della repubblica
di Venezia, s'unì nello stato di Brescia a Michele Attendolo di
Cotignola, quello stesso che aveva tanto contribuito a guadagnare la
battaglia d'Anghiari e che dopo il 1441 era generale dei Veneziani.
Quest'esperto capitano, trovandosi così rinforzato, fu in istato di fare
una potente diversione in Lombardia.
[255] _Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 842. — Comment. di Neri
Capponi, p. 1202. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 681. — Scipione
Ammirato, l. XXII, p. 50. — Barth. Facii, l. VIII, p. 136._
[256] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 50. — Jo. Simonetae, l. VIII, p.
382. — Cron. d. Bolog., t. XVIII, p. 681. — Cristof. da Soldo Istor.
Bresc., p. 835. — Benvenuto da san Giorgio Ist. di Monferrato, t.
XXIII, p. 710._
Non pertanto prima di spingere più avanti le ostilità, i Fiorentini
cercarono nuovamente di mettere fine a questa lunga guerra con una pace
generale. Spedirono ambasciatori al re di Napoli, che era stato a loro
unito in forza di un trattato, ma che il papa aveva poi sciolto dai suoi
giuramenti con una bolla del 23 aprile del 1446, obbligandolo a
rinnovare i suoi attacchi[257]; ne mandarono altri al papa ed al duca di
Milano, che vennero dovunque ricusati. A Puccio Pucci, ch'era passato da
Venezia a Milano per comunicare al duca le loro proposizioni, si andò da
un giorno all'altro dilazionando l'udienza, perchè il Visconti aspettava
il momento che gli astrologi gli avrebbero indicato favorevole. Quando
finalmente fu invitato all'udienza, il Pucci, mal soffrendo questa
mancanza di riguardi per la sua repubblica, rispose a vicenda, che non
era apparecchiato, e che se l'ora era buona pel duca di Milano, non lo
era altrimenti per la repubblica di Firenze[258].
[257] La bolla viene riportata dal _Raynald. Ann. Eccles. 1446, §
12, p. 326._
[258] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 51._
Il duca di Milano aveva incaricato Francesco Piccinino di attaccare
Cremona, ed in pari tempo si era guadagnati dei partigiani entro la
città per mezzo di Orlando Palavicino, che vi si trovava alla testa del
partito ghibellino. Ma Giacomo di Salerno, luogotenente dello Sforza,
sventò tutte le trame contro di lui ordite, e coll'ajuto di alcuni
squadroni, mandati da Venezia, rispinse ancora la forza aperta.
Dall'altro canto Pontremoli era stato attaccato da Luigi da Sanseverino,
e difeso dai Fiorentini[259]. Intanto Michele Attendolo, generalissimo
dei Veneziani, adunò tutte le sue truppe, passò l'Oglio a Ponte Vico,
riprese i castelli cremonesi che si erano ribellati, e venne a cercare
il Piccinino. Quest'ultimo pose il suo campo in un'isola del Po, al di
sopra di Casal Maggiore, fra gli stati di Cremona e di Parma. Un ponte
sopra ogni ramo del fiume gli dava comunicazione colle due rive. Michele
Attendolo, giunto il 29 settembre del 1446 in faccia al nemico, tentò di
ridurlo ad entrare in battaglia con alcune scaramucce sul ponte, mentre
una parte della sua cavalleria mostrava di voler guadare il fiume nel
luogo più largo. Ad una notabile distanza da questo luogo alcuni
cavalieri avevano scoperto un altro guado, che non era custodito;
Attendolo lo fece attraversare in silenzio da un grosso corpo di
corazzieri, che tutti portavano un pedone in groppa. Tutt'ad un tratto
coloro che custodivano il ponte e la riva del fiume vennero attaccati
alle spalle dalla truppa veneziana, sorpresi nel vedere i nemici
nell'isola, abbandonarono il posto con grandissima confusione. Tutta
l'armata di Francesco Piccinino si pose in fuga senza quasi avere
combattuto, ed il suo generale, dando alle truppe un vile esempio di
pusillanimità, passò il secondo ponte che comunicava collo stato di
Parma, poi lo fece subito tagliare, lasciando sull'altra riva quattro
mila de' suoi soldati, che furono fatti prigionieri[260].
[259] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 380. — Cristof. da Soldo Istor.
Bresc., p. 834._
[260] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 383. — Scip. Ammirato, l. XXII, p.
51. — Cristof. da Soldo Ist. Bresciana, p. 836. — Marin Sanuto Vite
dei Duchi, p. 1121._
Tutto il paese posto tra l'Adda e l'Oglio fu in conseguenza di questa
vittoria rapidamente conquistato; sottomettendosi tutte le fortezze, ad
eccezione di Crema, ove Filippo aveva mandata grossa guarnigione per
difendere il passo dell'Adda. Ma neppure questo fiume impedì gli
avanzamenti di Attendolo; vi si avvicinò, attraversando alcuni pantani
sopra un argine che credevasi abbastanza fortificato dalla natura, e vi
gittò un ponte il 6 novembre, e con tale mezzo portò le sue truppe nella
Martesana, e nella pianura di Milano, guastando quelle ricche campagne
che da lungo tempo non erano state visitate dai nemici[261].
[261] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 384. — Istor. Bresciana, p. 837. —
Scip. Ammirato, l. XXII, p. 52._
Il sacco dell'armata veneziana si stese intorno a Monza e fino alle
porte di Milano, ed alcune bande di prigionieri presi ne' villaggi
seguivano le mandre de' buoi tolti nelle stalle degli agricoltori.
Michele da Cotignola non si limitò a questa momentanea scorreria, ma
occupò Cassano, e vi fortificò una testa del ponte, lasciandovi due mila
cavalli con un corpo d'infanteria, per avere aperto il territorio
milanese, qualunque volta trovasse utile di tornarvi. Diede poi riposo
alla sua cavalleria in Caravaggio, senza che questa sua inazione
lasciasse il nemico tranquillo, perchè ad ogn'istante poteva di nuovo
spingere ancor più lontano le sue scorrerie ed i guasti[262].
[262] _Jo. Simonetae, l. VIII., p. 385. — Istor. Bresciana, p. 838.
— Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1123._
Francesco Sforza aveva approfittato di questa diversione per ristabilire
i suoi affari in Romagna e nel contado d'Urbino. Gli si erano uniti in
principio d'ottobre Guid'Antonio Manfredi e Simoneta di Campo San
Pietro, condottieri al soldo de' Fiorentini; onde trovandosi superiore
di forze, aveva sfidato a battaglia il patriarca d'Aquilea che non ardì
accettarla. Lo Sforza coll'intromissione di Federico da Monte Feltro
erasi riconciliato con suo fratello Alessandro, ed aveva in oltre
ricuperate colle armi varie fortezze del contado d'Urbino e dello stato
di Rimini. Non pertanto sopraggiunse l'inverno, avanti che ottener
potesse qualche decisivo vantaggio, e fu costretto a rimanersi inattivo
pel cattivo tempo, che pure procurò un poco di riposo ai sudditi del
duca di Milano in Lombardia[263].
[263] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 382. — Scip. Ammirato, l. XXII, p.
52. — Guern. Bernio Cronica d'Agobbio, p. 986. — Barthol. Facii, l.
VIII, p. 137._
I popoli di questa provincia non erano altrimenti affezionati al loro
sovrano; e perchè lo vedevano senza successori, pensavano assai meno a
difenderlo, che a guadagnarsi l'affetto de' nuovi padroni che potrebbe
dar loro la sorte delle armi; onde Filippo non aveva il sicuro
possedimento di veruno de' suoi stati. Perciò, durante l'inverno, si
rivolse a tutti i suoi alleati e vicini, caldamente loro chiedendo
potenti soccorsi. Ricordava ad Alfonso, re di Napoli, d'avergli posta la
corona in capo, e lo pregava a volere adesso sostenere la sua; lo
sollecitava a mandare in Lombardia Raimondo Boile, che fin allora aveva
a nome dei re guerreggiato nella Marca, ed a fare un'invasione nella
Toscana per costringere i Fiorentini a difendere sè stessi, invece di
lasciare le forze loro a disposizione dei Veneziani. Gli rappresentava
che il senato di Venezia, più costante che verun monarca ne' suoi
progetti ambiziosi, teneva dietro da oltre un secolo a quello di
conquistare tutta la Lombardia; che adesso era più vicino a conseguire
il suo desiderio, che mai lo fosse stato in addietro, e che se giugneva
una volta ad estendere la sua signoria dalle Alpi agli Appennini, questo
corpo, i di cui consiglj non venivano traviati da personali passioni, nè
i tesori dissipati da verun lusso, si assoggetterebbe facilmente tutto
il restante dell'Italia. Questi timori, che il Visconti faceva
vittoriosamente valere presso Alfonso, non lasciavano di avere altresì
qualche influenza sopra Cosimo de' Medici e sopra lo stesso Francesco
Sforza.
Il mantenimento dell'equilibrio d'Italia non avrebbe mosso l'animo di
Carlo VII, re di Francia, dal quale il duca di Milano sperava pure
soccorsi. Il monarca francese, occupato in una lunga lite
coll'Inghilterra, non poteva fermare lo sguardo sopra l'Italia, ed
avrebbe veduto con indifferenza le conquiste della repubblica di Venezia
e l'abbassamento di tutti i suoi rivali. E se pure la Francia
conservava, in forza delle antiche affezioni, qualche attaccamento ad
alcun partito, era a quello dei Guelfi, alle due repubbliche ed a
Francesco Sforza. Ciò non ostante il Visconti non disperava di averla in
sua difesa, onde mandò a Carlo VII Tomaso Tebaldi di Bologna, suo
segretario, e per prezzo dei corpi di truppe ch'egli domandava, gli
offrì la restituzione della città d'Asti, ch'era stata precedentemente
data alla casa d'Orleans, come dote di Valentina Visconti. Finalmente
un'ultima ambasciata fu spedita allo stesso Sforza, chiedendogli di
prendere le difese del suocero contro i Veneziani, che volevano
spogliarlo de' suoi stati. Gli faceva osservare, che di già oppresso
dalla vecchiaja, e da nuova infermità che quasi lo rendeva cieco, non
aveva altro appoggio naturale che il marito dell'unica sua figlia, cui
destinava la sua eredità, ond'egli almeno desiderare non poteva la ruina
di quegli stati, di cui doveva un giorno essere padrone[264].
[264] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 386. — Nicc. Machiavelli Istor.
Fior., l. VII, p. 202._
Lo Sforza assediava in allora il castello di Gradaria, dal quale fu
costretto di levare l'assedio dopo quaranta giorni per mancanza di
danaro e di polvere da cannone. Era egli giustamente adirato contro
Filippo, l'istigatore d'una guerra che sembrava avere avuto per oggetto
la totale sua rovina, e che di già lo aveva privato di tutti i suoi
stati. Sapeva quanta poca fede prestar doveva alle parole del suocero,
dalla di cui perfidia poteva tutto temere, se giammai si trovasse in sua
balìa, dopo avere abbandonata l'alleanza dei Fiorentini e de' Veneziani.
Dall'altro canto sentiva quanto gli sarebbe utile il riconciliarsi col
duca di Milano, potendo soltanto con tale riconciliazione nodrire la
speranza della successione dei Visconti, alla quale era ben lontano di
voler rinunciare. Egli sentiva che se i Veneziani conquistavano una
volta la Lombardia, non potrebbe poi in alcun modo strapparla dalle loro
mani; e la loro vittoria a Casal Maggiore, che in sulle prime lo aveva
colmato di gioja, non aveva lasciato in appresso di tenerlo
inquietissimo. Aspettando opportunità per decidersi senza pericolo,
andava guadagnando tempo con equivoche negoziazioni; per mezzo de' suoi
ambasciatori esponeva ai suoi alleati l'intera sua nudità, ed i sempre
rinascenti bisogni della guerra. I Fiorentini, che più non temevano la
potenza del duca di Milano, andavano più a rilento nell'accordare
sussidj, ed i Veneziani sempre facevano un amaro confronto dei continui
disastri della Marca, coi prosperi avvenimenti di Lombardia. Quando il
conte Sforza domandava nuovi soccorsi, rispondevano che il loro
generale, Michele Attendolo, impiegherebbe più utilmente il loro danaro
e le loro munizioni per la causa comune. L'assedio di Gradaria mal
riuscito, era loro costato, essi dicevano, più tesori che non sarebbero
abbisognati per conquistare metà della Lombardia[265]. Un'universale
diffidenza disanimava i suoi alleati, e lo Sforza, che la conosceva, e
che le dava motivo, non lasciava perciò di sollecitare sussidj, non solo
per conseguirli, ma ancora perchè il rifiuto de' suoi alleati fosse un
motivo per giustificarsi, qualunque volta si risolvesse di
abbandonarli[266].
[265] _Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. XXII, p. 53._
[266] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 388._
Il più intimo consigliere dello Sforza, il suo segretario Giovanni
Simonetta, cui andiamo debitori dell'eccellente storia che ci serve di
guida in tutto questo periodo di tempo, assicura che Cosimo de' Medici,
consultato dal suo padrone circa la condotta che tener doveva, lo esortò
segretamente a non seguire altra norma che quella del proprio interesse,
ed a non credersi totalmente legato verso le due repubbliche, che non
l'avevano ajutato pel solo suo vantaggio, ma per il proprio[267]. In tal
modo cominciava a manifestarsi quel piano di politica che in breve
vedremo adottato dal Medici, e quella gelosia contro Venezia, per la
quale mutò tutte le alleanze d'Italia. Lo Sforza accolse con infinito
piacere questo consiglio, risguardandolo come un indizio delle segrete
disposizioni de' Fiorentini, e si trovò incoraggiato ne' progetti che
aveva di già adottati; perciocchè i consiglj d'egoismo e di mala fede
non sono d'ordinario chiesti che da coloro i quali sono di già risoluti
di seguirli. Intanto questi contraddittori trattati tenevano tutti gli
animi sospesi; l'intera Italia si aspettava qualche grande avvenimento,
allorchè impreveduti accidenti mutarono di nuovo i calcoli e le opinioni
delle potenze belligeranti.
[267] _Ivi._
Papa Eugenio, la di cui inquieta attività era stata cagione di così
violenti scosse allo stato ed alla Chiesa, morì in Roma il 23 febbrajo
del 1447. Le austerità monacali, ch'egli rigorosamente sostenne, fecero
scordare agli scrittori ecclesiastici il suo scandaloso disprezzo pei
giuramenti più solenni, la sua cieca confidenza ne' suoi favoriti, e la
parte che prese in odiose perfidie; essi lo rappresentarono come un
santo[268], mentre la storia non può risguardarlo che come un cattivo
sovrano. Quando gli si accostò l'arcivescovo di Firenze per dargli
l'estrema unzione, Eugenio lo rispinse con vivacità, dicendogli «di
sentirsi ancora forte, che l'istante non era ancora giunto, e che gliene
darebbe avviso, a quando fosse tempo». Allorchè questo aneddoto fu
raccontato ad Alfonso, disse: «Dobbiamo esser noi maravigliati che abbia
voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro di
me, contro tutta l'Italia, colui che osò combattere contro la stessa
morte, e che appena ne fu vinto[269]?» Per altro questa morte poteva
variare tutta la politica dell'Italia meridionale, ed Alfonso, in allora
meno occupato della guerra dello Sforza, si affrettò di passare a Tivoli
sotto colore di occuparsi della sicurezza di Roma, ma in realtà per
esercitare maggior influenza nel conclave, e meglio conoscere le
disposizioni del futuro pontefice[270].
[268] _Vespasiani Vita Eugenii IV, t. XXV, Rer. Ital., p. 255. —
Raynald. Ann. Eccles. 1447, § 13, p. 234._
[269] _Oratio Aeneae Silvii de morte Eugenii IV coram Federico III
habita, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 889._
[270] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 53. — Barth. Facii, l. IX, p.
139._
Dall'altro canto i Veneziani, omai più non dubitando che il conte Sforza
non mantenesse segrete corrispondenze col duca di Milano, vollero
prevenire l'istante in cui sarebbesi dichiarato contro di loro. Avevano
essi difesa la sua città di Cremona contro il Visconti, calcolando che
servirebbe di baluardo ai loro stati di terra ferma; ora avevano cagione
di temere che questa città medesima servisse di piazza d'armi per
attaccarli. Commisero dunque al loro generale, Michele Attendolo di
Cotignola, di occuparla. Gherardo Dandolo, ch'essi vi avevano posto per
loro commissario, doveva consegnargli una porta coll'ajuto dei Guelfi
Cremonesi. Ma il luogotenente dello Sforza, egualmente attento ai
progetti dei suoi alleati e de' suoi nemici, sventò questa trama, tenne
tutti gli abitanti in dovere, e quando il 4 marzo comparì l'Attendolo
sotto Cremona, lo sforzò a ritirarsi coperto della vergogna d'un
tradimento che non aveva saputo condurre a buon termine[271].
[271] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 389. — Cristof. da Soldo Istor.
Bresc., p. 839._
Francesco Sforza, che tuttavia mostravasi dubbioso nella scelta, più non
bilanciò dopo quest'attentato dei Veneziani; accettò le proposizioni di
suo suocero, il quale gli promise dugento quattro mila fiorini d'oro
all'anno pel mantenimento delle sue truppe, somma eguale a quella che i
Fiorentini ed i Veneziani gli avevano fin allora pagata. Nello stesso
tempo il Visconti gli diede la suprema autorità militare in tutte le
fortezze, e sopra tutti i soldati degli stati milanesi; gli mandò
danaro, e gli fece pagare altre somme in suo nome da Alfonso; onde lo
Sforza, sagrificando gli antichi suoi alleati al nemico, cominciò gli
apparecchi per entrar presto in campagna[272]. Ma fin allora non erasi
ancor veduto Filippo lungamente fedele a verun progetto. Non ebbe appena
conchiuso questo trattato col genero, ch'ebbe timore d'essersi
interamente posto tra le mani di questo ambizioso generale. Era
circondato da consiglieri e da generali formati nella scuola di Braccio,
ed attaccati a quella che chiamavasi fazione militare de' _Bracceschi_.
Tutti vedevano con estremo dolore l'ingrandimento dello Sforza e del suo
partito, che riguardavano come il segno della propria ruina. I due
fratelli Piccinino, Niccolò Guerrieri di Parma, Antonio da Pesaro e
Giacomo d'Imola, abituali consiglieri di Filippo, tostocchè si avvidero
di qualche principio di diffidenza nel principe, si presero cura di
accrescerla. Pretesero che lo Sforza apparecchiavasi ad entrare come
padrone nel Milanese, che di già prometteva anticipate ricompense ai
suoi soldati, terre agli ufficiali, come se fosse già sovrano degli
stati del suocero: e seppero a tal segno inasprire la gelosa anima del
Visconti, che questi fece sospendere i sussidj promessi allo Sforza, cui
ordinò in pari tempo di portarsi direttamente sopra Padova o sopra
Verona, senza avvicinarsi a Milano, e senza toccare i confini de' suoi
stati. E quando seppe che Francesco Sforza aveva mandati suo figlio e
sua figlia a Cremona perchè fossero presentati all'avo loro, lungi dal
mostrarsi desideroso di vederli, fece loro proibire di passare i confini
del Milanese[273].
[272] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 391. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p.
682. — Barthol. Facii, l. IX, p. 140._
[273] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 392._
Francesco Sforza, maravigliato da così subito cambiamento, temette di
avere perduti gli antichi suoi alleati, senza averne acquistato un
nuovo. Il piano di campagna, che gli si proponeva, era contrario a tutte
le regole dell'arte militare. Questo grande capitano, troppo povero per
equipaggiare la sua armata, reso troppo incerto da contraddittorj avvisi
per prendere qualche consiglio, trattenevasi irrisoluto ai confini dello
stato d'Urbino. Egli e suo suocero insieme perdevano in tal modo
l'istante di operare, mentre i Veneziani sapevano approfittarne. In
principio di primavera la loro armata guastò il Cremonese, che tutto
occupò ad eccezione della capitale. Passò in appresso il ponte di
Cassano, e Michele da Cotignola venne a porre il suo campo a tre sole
miglia da Milano. Mentre saccheggiava le campagne fino alle porte della
capitale, cui si presentò più d'una volta[274], teneva vive segrete
intelligenze con coloro ch'egli credeva avere maggiore influenza sul
popolo. I Veneziani annunciavano la vicina morte di Filippo, col quale
spegnevasi la casa Visconti, ed offrivano ai Milanesi o di passare sotto
il loro dominio, conservando tutti i loro privilegi, o pure di
ristabilire la loro repubblica, se volevano prendere le armi senz'altro
indugio, e porsi in libertà[275].
[274] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., p. 841._
[275] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1125. — M. A.
Sabellico Hist. Venet. Dec. III, l. VI, f. 187, v._
Filippo non ardiva arrischiare una battaglia per liberare la sua
capitale; ordinò al contrario ai suoi generali di tenere i loro soldati
chiusi in città. Altronde il pericolo e la ruina de' suoi stati gli
fecero sentire la necessità di ricorrere a suo genero. Questa volta pare
che mettesse affatto da banda la diffidenza ed i sospetti, non ponendo
veruna condizione alla sua marcia, e facendogli anticipare danaro da
Alfonso, perchè non si trovava in istato di somministrargli quanto gli
aveva promesso. Il re di Napoli, che desiderava liberare sè ed il papa
dall'incomoda vicinanza d'un condottiere, dichiarò di non voler pagare
il danaro chiesto dal Visconti finchè lo Sforza non restituiva a Niccolò
V, successore d'Eugenio IV, la città di Jesi, che tuttavia possedeva
nella Marca, rinunciando ad una sovranità per la quale erasi sparso
tanto sangue. Il conte, che non poteva far uso della sua armata per
mancanza di danaro, e che colla sua inazione correva pericolo di perdere
la sua riputazione militare, i soldati, egli stati, acconsentì
all'ultimo ad abbandonare una città fedele, che durante due anni
d'assedio, aveva per lui infinitamente sofferto. Rendette Jesi al papa,
ricevendo in ricompensa dalle mani di Alfonso trentacinque mila fiorini,
coi quali rifece la sua armata[276].
[276] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 394._
Fino dall'undici di marzo il conte Sforza, colla mediazione del duca
d'Urbino, aveva firmato una tregua con Sigismondo Malatesta, signore di
Rimini, in forza della quale aveva assicurato a suo fratello Alessandro
il pacifico possesso di Pesaro; ed egli abbandonava la Marca, senza aver
più alcun motivo di trattenersi negli stati della Chiesa. Si mosse il 9
agosto, prendendo la strada della Lombardia; ma giunto a Cotignola,
villaggio da cui prendeva origine la sua famiglia, e dove pensava di
lasciare riposare alquanto la sua gente, colà ricevette il 15 agosto un
segreto messo di Lionello, marchese d'Este, che gli annunciava la morte
di suo suocero. Il duca di Milano, sempre invisibile ai suoi sudditi, ed
appena accessibile ad un ristretto numero di consiglieri e di servitori
segreti, era stato il 7 agosto sorpreso da una dissenteria; la malattia
erasi tenuta scrupolosamente celata a tutto il mondo, ed egli era morto
il 13 dello stesso mese nel suo castello di Porta Zobia di Milano, senza
che alcuno lo sapesse tampoco in pericolo[277].
[277] _Ivi, p. 395. — Scipione Ammirato, l. XXII, p. 54. — Cron. di
Bologna, t. XVIII, p. 684. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia,
p. 1126._
Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, duchi di Milano, era grande di
statura, assai magro finchè fu giovane, assai grasso in età avanzata.
Aveva deforme viso e quasi spaventevole, grandissimi gli occhi, e lo
sguardo sempre incerto. Trascurava tutto quanto poteva contribuire a
rendere piacente la sua persona, l'eleganza e la politezza medesima
sembravangli odiose cose, e non ammetteva mai alla sua presenza coloro
ch'erano elegantemente vestiti: la caccia ed i cavalli erano l'unico suo
divertimento; altronde egli era sobrio, timido, e sopra modo lo
spaventavano i lampi, il tuono, e qualunque discorso tendeva a fargli
pensare alla morte; ed il suo carattere e la sua condotta parevano
principalmente spiegarsi per la continua diffidenza di se stesso e degli
altri[278]. Temeva il giudizio che pronuncierebbero intorno a lui coloro
che l'avvicinerebbero, e piuttosto che superare questa timidità per
vedere l'imperatore Sigismondo, in occasione del suo passaggio, si
espose a farsi di quel monarca un irriconciliabile nemico. Egli non
superò tale diffidenza, che quando fu posta in sua mano la sorte de'
principi introdotti innanzi a lui. Perciò vide egli Carlo Malatesti, ed
in appresso Alfonso d'Arragona, l'uno e l'altro suoi prigionieri, che
ricolmò di beneficj quasi per riconciliarli colla sua orribile faccia.
Egli si sottraeva egualmente allo sguardo dei forestieri, ed a quello
de' suoi sudditi d'ogni condizione, che non potevano essere introdotti
vicino a lui senza incontrare mille difficoltà; ma s'egli finalmente si
accontentava di ricevere qualche persona, sapeva mostrarsi dolce ed
affabile, e tutti coloro che giugnevano ad acquistarsi una volta la sua
confidenza, erano quasi sicuri d'avere sopra di lui una grande
influenza. Sospettoso all'eccesso verso coloro coi quali non aveva
domestichezza, cercava sempre anche in mezzo alla pace d'indebolirli, e
ruinarli celatamente colla più malvagia politica, ma era poi capace di
durevole confidenza per coloro che ammetteva alla sua familiarità;
perciò fu sempre veduto falso nelle sue promesse, perfido nelle
alleanze, e non pertanto fedele all'amicizia. Egli temeva, disprezzava,
ed odiava generalmente gli uomini; ma sapeva altresì scegliere coloro
che immediatamente dipendevano da' suoi ordini, ed adoperò quasi sempre
uomini di somma capacità come generali, come consiglieri di stato e come
ambasciatori. Nelle missioni che loro affidava, non limitava le facoltà
loro con gelosa diffidenza; ed in un secolo in cui l'onore e la buona
fede erano sbanditi, in cui egli stesso dava frequenti prove di
perfidia, non fu mai tradito dai suoi ministri o dai suoi generali.
Sovrano senza rispetto per l'umanità, senza amore per i suoi popoli,
flagello de' proprj stati e di quelli de' vicini, non fu così cattivo
uomo come era malvagio principe, e trovavasi in lui qualche mescolanza
di talenti, di virtù e di generosità.
[278] _Aeneas Sylvius in gestis imperat. Federici III. — Benvenuto
da san Giorgio, Histor. del Monferrato, t. XXIII, p. 711._