CAPITOLO LXX.

_Carattere d'Eugenio IV. — Concilj di Basilea, di Ferrara e di

Firenze. — Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso d'Arragona

l'acquisto del regno di Napoli. — Egli perde la capitale ed

abbandona l'Italia._

1436 = 1442.

Accade talvolta che un uomo innalzato a grandi dignità esercita sul suo

paese, sul suo secolo, su tutta l'Europa un'influenza non proporzionata

ai suoi talenti, alle sue virtù, alla sua capacità, ma alla sola

inquietudine del suo carattere. Si vede prendere parte in tutte le

rivoluzioni, veggonsi gli effetti de' suoi maneggi ne' più lontani

paesi, ed in tutti gli avvenimenti che sembrano avere meno relazione con

tutti gli altri. Dopo averlo incontrato in ogni luogo, si fissa

finalmente lo sguardo sopra di lui, e siamo compresi da maraviglia

trovandolo tanto piccolo proporzionatamente agli effetti da lui

prodotti, finchè non siamo ben convinti che le grandi catastrofi non

indicano spesse volte vera grandezza in colui che le cagionò. Tale fu in

particolar modo papa Eugenio IV, il quale alla metà del quindicesimo

secolo scosse senza interrompimento colle sue passioni ed i suoi maneggi

l'Italia, la Chiesa e tutta la cristianità; che prese parte in tutte le

controversie religiose, in tutte le guerre politiche del suo tempo; che

ancora, dopo morto, fece lungamente sentire l'influsso quasi sempre

funesto del suo regno; e che non pertanto quando ci facciamo a

considerarlo attentamente non ci sembra così forte per eccitare i

movimenti che vediamo continuamente partire dal suo trono.

Si videro in sul declinare dei quindicesimo secolo sedersi sulla

cattedra di san Pietro alcuni papi, la di cui riputazione è talmente

screditata, che gli stessi scrittori ecclesiastici non hanno pur tentato

di difenderli. Ma Eugenio IV non trovasi in questa categoria. Per quanto

sia fatale l'influenza ch'ebbe il suo regno sull'autorità della Chiesa,

per quanti errori abbia commessi in tempo del suo pontificato, gli

annalisti della corte romana hanno preso a giustificarlo, opprimendo

tutti i suoi nemici coi loro anatemi, ed in ogni controversia

risguardando un partito come giusto o come empio, secondo che fu da lui

abbracciato o abbandonato. Enea Silvio, che durante il suo regno era

ambasciatore di Sigismondo presso la santa sede, e che più tardi salì

sul trono pontificio, delineò il ritratto d'Eugenio da quel profondo

politico ch'egli era, eppure non gli attribuisce pressochè altro difetto

che quello della sua leggerezza. «Egli aveva l'animo elevato, dice egli,

ma il suo maggior vizio fu di non aver misura in alcuna cosa, e

d'intraprendere sempre ciò che voleva, non ciò che poteva[170].» Il

Vespasiani, contemporaneo di questo papa, di cui ne scrisse la vita, lo

descrive poco meno che un santo[171]. Infatti Eugenio, regolare fino

allo scrupolo in tutte le discipline monastiche, austerissimo nelle

domestiche abitudini, si asteneva quasi da tuttociò che l'uomo volgare

risguarda come piaceri; ma egli non seppe mai porre limite alle passioni

ond'era agitato, nè la sua cupidigia era frenata dal timore de' falsi

giuramenti.

[170] _Oratio Aeneæ Silvii de morte Eugenii papæ IV. Vitæ Roman.

Pont., t. III, p. II, p. 891._

[171] _Vespasiani Vita Eugen. IV, t. XXV. R. I. p. 255._

Nella distanza in cui oggi lo stiamo osservando, dopo che gli odj di

parte si sono spenti, che i pregiudizj più non hanno impero, e che i

papi, come gli altri sovrani, sono particolarmente giudicati per conto

delle azioni pubbliche, pare che pochi pontefici fossero meno meritevoli

d'Eugenio IV di occupare il primo rango tra i Cristiani. Nelle violenti

rivoluzioni in cui si vede sempre avviluppato, nella guerra col suo

clero, co' suoi sudditi, co' suoi benefattori, manca quasi sempre di

buona fede e di politica. A pochi tiranni si possono imputare tanti atti

di perfidia e di crudeltà, pochi monarchi imbecilli hanno date più

aperte prove d'incapacità e di leggerezza. Così quando si osserva, nel

principio del suo regno, vacillante sul suo trono per gli attacchi,

provocati da lui medesimo, dei popoli, dei sovrani e degli stessi

prelati, non sappiamo comprendere come abbia potuto sostenersi tredici

anni, e trionfare quasi sempre di avversarj forniti di maggiori virtù, e

di più singolari talenti.

Le credenze religiose, che formavano il suo appoggio, conservavano in

allora sugli spiriti un'influenza la di cui natura ed i limiti sembrano

inesplicabili. Esse si erano compiutamente sciolte, almeno rispetto alla

maggior parte degli uomini, da ogni superstizione, da ogni calore di

opinione, da ogni entusiasmo; esse non appoggiavansi ad alcuna idea

morale, più non erano preferite a verun calcolo d'interesse privato; ma

inspiravano tuttavia un allontanamento invincibile da tutto ciò che

portava il nome d'eretico o di scismatico. Gli spiriti che avevano

rigettato ogni legislazione morale, ogni freno alle loro passioni, ogni

principio indipendente dai loro interessi, avevano ribrezzo d'entrare in

disamine religiose; essi sollevavansi contro la libertà di pensare, e

non contro i nuovi dommi. Vedevansi senza scandalo accusare il papa o i

suoi prelati di atroci delitti, e vedevansi colla medesima indifferenza

i loro nemici ricorrere contro di loro ad una insigne perfidia[172].

L'indegna condotta del Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, non sembrò

più odiosa in ragione della elevata sua dignità ecclesiastica, come non

fu cagione di scandalo il tradimento con cui il papa fece perire il suo

antico amico, il suo ministro. Risguardavasi come una legittima astuzia

della regnante politica l'artificio del Piccinino, che si era dal papa

fatto anticipare il danaro, col quale gli aveva tolto gli stati; com'era

pure un calcolo affatto semplice quello con cui papa Eugenio voleva

togliere allo Sforza la Marca, che gli aveva dato egli medesimo e

garantita con mille giuramenti: egli non era più legato al suo difensore

poichè più non gli abbisognavano i suoi servigi. Sarebbe pure stato

senza difficoltà scusato il principe o il prelato, che si fosse alleato

coi Turchi e cogli eretici, purchè ciò fosse tornato a suo utile e non

fosse stato fatto senza motivo. Ma ancora coloro che ponevano sì poco

freno all'ambizione ed alle passioni politiche, fremevano al solo nome

degli Ussiti. Essi non esaminavano se la loro dottrina fosse

riprovevole, o s'era in opposizione coi dommi primitivi sui quali è

fondata l'umana società, o co' suoi rapporti verso il creatore; bastava

loro che fosse condannata per desiderare ardentemente che fosse

distrutta col ferro e col fuoco. Lo scopo delle crociate, predicate

sotto Eugenio IV, nella Sassonia, nel Brandeburghese nell'Austria,

nell'Ungheria, non tendeva, come nel dodicesimo secolo, a soccorrere i

fratelli oppressi, ma ad esterminare i dissidenti. Non volevansi

convertire i Boemi, ma strascinarli sul rogo. Questo desiderio erasi

fatto nazionale presso popoli sui quali la religione esercitava

pochissima influenza. L'intera Cristianità non aveva allora un solo

uomo, nemmeno tra i più vantati filosofi, che credesse permesso ai

Cristiani il convivere coi miscredenti, e che non rigettasse con orrore

l'idea della tolleranza.

[172] Il lettore cattolico potrà rettificare le sue idee intorno a

queste generali osservazioni leggendo i primi capitoli della Storia

del Concilio di Trento del cardinale Pallavicino. _N. d. T._

Nella forza dell'educazione, dell'esempio, delle abitudini radicate da

più secoli, ed il di cui esame mai non era permesso, può solo trovarsi

la spiegazione delle grossolane contraddizioni, nelle quali vediamo

cadere l'intelletto umano. Non conviene attribuire il nostro modo di

ragionare a que' secoli che si erano formati un'altra logica, nè ricusar

di credere all'impero delle passioni che regnavano allora perchè ci

sembrano non conciliabili. La storia prova pur troppo evidentemente, che

lo sragionamento umano non ha limite, quando credesi appoggiato ad

un'autorità d'un ordine superiore. A questa mescolanza di perfidia e di

fanatismo, d'indifferenza per la morale e di zelo per la fede, i

crociati d'Eugenio IV andarono debitori de' loro prosperi avvenimenti

contro gli Ussiti. Riuscirono a dividerli per distruggerli, ad

ingannarne una parte con false promesse, ad arruolarli sotto i loro

stendardi, ad armare gli uni contro gli altri. Niuno degli artifici più

condannati della più corrotta politica venne risparmiato; e quando

ebbero ottenuto l'intento loro, credettero dovuto alla gloria di Dio il

distruggere gli strumenti di cui si erano serviti. «In fine della

guerra, dice lo storico Cocleo, rimanevano tuttavia tra le mani dei

vincitori molte migliaja di prigionieri, che Mainardo di Casa Nuova

voleva distruggere per liberarsi da questa colpevole razza. Ma perchè

temeva di confondere cogli eretici innocenti contadini, che forse erano

stati forzatamente arruolati, fece pubblicare tra i prigioni che la

guerra non era ancora terminata, che Czapchon era fuggito, e che voleva

inseguirlo; che perciò abbisognava di que' valorosi soldati che avevano

militato sotto i due Procopj; che confidava nel loro coraggio e nella

loro esperienza della guerra; che in conseguenza, diceva egli, aveva

fatto assegnar loro un soldo sul pubblico tesoro, finchè il regno fosse

perfettamente tranquillo; faceva perciò invitare tutti coloro che

volevano servire a passare ne' vicini casolari che faceva aprire,

raccomandando loro di ben guardarsi d'ammettere in loro compagnia

contadini non accostumati alle armi, i quali dovevano anzi essi medesimi

rimandare all'aratro. Dietro tale invito alcune migliaja di Taboriti e

d'Orfanelli entrarono nelle capannine, che secondo l'uso di Boemia erano

tutte coperte di stoppie. Si chiusero subito le porte, ed appiccatovi il

fuoco, questa feccia, questo rifiuto della razza umana, dopo avere

commessi tanti delitti, pagò finalmente tra le fiamme la pena del suo

disprezzo per la religione[173].» Tale era nel quindicesimo secolo la

sensazione che faceva il racconto d'una perfidia, quando n'erano vittima

gli eretici; tale era ancora in Italia verso la metà del diciasettesimo

secolo. Rainaldi, l'annalista della Chiesa, adottando il racconto di

Cocleo, vi aggiugne soltanto, che «queste vendicatrici fiamme fecero

passare gli Ussiti da un fuoco terrestre ad un fuoco eterno[174][175].»

[173] _Coclaeus Hist. Hussitarum, l. VIII._

[174] _Rayn. Ann. Eccles. 1434, § 23, t. XVIII._

[175] Eppure il Rainaldi non era italiano! ed in Italia nel 17.º

secolo si avevano da molti le stesse opinioni di tolleranza che aver

si potevano altrove tra i più colti cattolici degli altri paesi; e

per tacere di tanti altri, ne fanno prova le scritture di F. Paolo

Sarpi, e di altri teologi e canonisti, che dovettero assumere le

difese di qualche stato contro le pretese della corte pontificia.

_N. d. T._

Fu a cagione di quest'orrore per ogni esame della fede, che la riforma

predicata in Boemia con tanto fervore, e spesso accompagnata da tanta

ferocia, non guadagnò un solo partigiano in Italia, nè fece nascere il

menomo dubbio sui sacri diritti d'un papa, o di chi rappresentava la

Chiesa, e de' quali vedevasene così da vicino la corruzione. Per la

stessa ragione un'altra assai più stretta riforma e più limitata, che il

concilio di Basilea intraprendeva nello stesso tempo in seno

all'ortodossia, venne parimente disapprovata; Felice V, che sotto tutti

i rapporti era superiore ad Eugenio IV, fu screditato come antipapa, e

la prodigiosa scossa che ricevette la Chiesa in tempo di questo

agitatissimo pontificato non rendette la libertà agli spiriti.

Una maggiore indipendenza d'opinioni ed in pari tempo un più vero zelo

per i sentimenti religiosi pareva che di quest'epoca avessero dominato

nella Germania. Sebbene il concilio di Basilea avesse invitato alle sue

deliberazioni i deputati di tutte le nazioni cristiane, aveva non

pertanto ricevuto il suo carattere dai principi e dai prelati tedeschi

che vi si trovavano in numero assai maggiore, e sentiva lo spirito

popolare della nazione, in seno alla quale era adunato. Tutte le sue

deliberazioni, tutti i suoi decreti, malgrado l'amore del bene, della

libertà, della religione, ond'era animato, annunciano una mancanza di

precisione nelle idee, che doveva impedire di giugnere giammai in

quest'assemblea ad un'utile riforma, il concilio aveva approvato nel

1436 le _compactata_ dei Boemi col re Sigismondo. Per il bene della pace

e perchè Sigismondo salir potesse sul trono paterno, erasi in qualche

modo convenuto d'ingannarsi vicendevolmente, d'ammettere reciprocamente

una nuova professione di fede, i di cui vocaboli erano così vaghi ed

oscuri, che ognuno poteva intenderli a modo suo, e che i Boemi sembrando

oramai ortodossi, i cattolici non sarebbero più obbligati in coscienza a

far loro la guerra. Sarebbe per avventura stato savio consiglio il

riconoscere per cristiane tutte le sette che sarebbersi accordate

intorno ai dommi fondamentali del cristianesimo, malgrado qualche

dissidenza su cose di minore importanza; ma l'avviluppare con ambigue

parole quelle stesse quistioni che formavano l'oggetto della disputa,

dare una espressione comune ad opinioni diametralmente opposte,

pretendere di andare d'accordo con una professione di fede

inintelligibile intorno a ciò che nè l'una nè l'altra parte voleva

abbandonare, era lo stesso che acconsentire ad ingannarsi

reciprocamente, e mancare nello stesso tempo di buona fede cogli uomini

e col cielo[176].

[176] Vedansi queste _Compactata in Lenfant Hist. du Concile de

Bâle, l. XVIII, p. 43_, ed in _Rayn. Ann. 1436, § 16, p. 158._

Questo trattato, sebbene assai diffettoso, fu non pertanto il più

giudizioso atto del concilio, non essendo tutti gli altri decreti che

vane declamazioni contro l'incontinenza, contro la simonia, contro gli

errori di alcuni sconosciuti eretici. Non era possibile di applicare al

governo della Chiesa idee così vaghe, nè di prevedere un risultamento

probabile o possibile da veruno de' suoi decreti. I prelati sinceramente

desideravano la riforma degli abusi, ma non volevano dal canto loro

trovarsi angustiati nella propria diocesi rispetto alla libertà o

all'autorità, e perciò non pensavano a stabilire una più ferma

organizzazione, che potesse comprimere i vizj, che essi condannavano

nelle loro declamazioni.

Il concilio mostrava una più giusta conoscenza degli affari nei suoi

piani d'attacco che ne' suoi stabilimenti permanenti. Per soppiantare il

papa i prelati attaccavano successivamente le annate, le collazioni de'

beneficj, le nuove contribuzioni e tutte le altre sorgenti della

pontificia ricchezza. Denunciavano le une dopo le altre nelle loro

grandi assemblee tutte le usurpazioni della corte di Roma, per le quali

avevano individualmente sofferto[177]. Il concilio trovavasi diviso in

quattro deputazioni, o sia camere, nelle quali i suffragi del clero

inferiore sembrano essere stati ritenuti eguali a quelli dei

prelati, e questa mescolanza faceva in tutte dominare le opinioni

democratiche[178]. Lo spirito di corpo che s'andava sviluppando in

queste assemblee fortificavasi per la persuasione in cui erano i loro

membri, che i loro suffragi riuniti esprimevano la stessa volontà dello

Spirito Santo. Perciò non ponevano verun limite alle loro pretese; si

sforzavano di tutto concentrare nel concilio, e volevano sottomettere la

Chiesa all'autorità popolare della loro assemblea, che agli occhi loro

era l'autorità di Dio. Ogni giorno essi toglievano qualche prerogativa

alla santa sede per attribuirsela; disputavano in pari tempo intorno al

fondo ed alla forma di tutte le questioni; ogni concessione del papa

rendevali più arditi ad esprimere qualche nuova inchiesta; in somma la

tattica loro era quella stessa delle grandi assemblee legislative che

furono viste lottare coi re nelle monarchie che cambiavano costituzione.

Avrebbero infatti mutata la costituzione della Chiesa, se non avessero

spinta troppo lontano la loro ambizione. Ma i padri del concilio

credettero avere una missione dallo Spirito Santo per governare le

potenze temporali egualmente che la Chiesa di Dio; si eressero arbitri

de' principi della Germania e de' re, e le orgogliose loro pretese

terminarono coll'alienare gli animi dell'imperatore Sigismondo e de'

loro più zelanti protettori.

[177] _Concil. General., t. XII, sess. VIII, p. 499, 500, sess. XII,

p. 509, sess. XXXI, p. 601 ec_. Può vedersi una rapida enumerazione

dei loro attacchi in una Bolla d'Eugenio IV, _Raynal. Ann. Eccles.

1435, § 7, p. 141, e di nuovo 1436, § 2, p. 147._

[178] _Ann. Eccles. 1436, § 8, p. 152._

Quest'imperatore, che aveva riaccesa la guerra in Boemia, non osservando

verso gli Ussiti le convenzioni che aveva giurate avanti d'essere

coronato, morì l'otto dicembre del 1487. Col suo testamento chiamò, per

quanto da lui dipendeva, suo genero, Alberto II d'Austria, all'eredità

delle sue corone. Era questo l'istante in cui la contesa tra il concilio

ed Eugenio era più viva. Eugenio, che diffidava dello spirito

indipendente dei Tedeschi, che aveva già più volte cercato di traslocare

il concilio per istancheggiare i padri coi viaggi e colle eccedenti

spese, e costringerli in tal maniera a tornare volontariamente a casa

loro, aveva acquistato un ausiliario, sul quale non aveva potuto contare

prima d'allora. Era questi l'imperatore di Costantinopoli, Giovanni VI

Paleologo, che stretto nella sua capitate dalle armi dei Turchi, e

minacciato della vicina distruzione della sua nazione, veniva a chiedere

agli Occidentali una protezione, che la greca fierezza aveva lungamente

ricusata. Egli si sottometteva a rientrare col suo clero in seno della

romana Chiesa, ad abiurare le credenze ed i riti, pei quali i suoi

antenati avevano sparso tanto sangue, e sperava a tale prezzo di

ottenere dai Latini, invocandoli come fratelli, maggiori soccorsi.

Il Paleologo misurava la loro riconoscenza sulla grandezza del

sagrificio che egli loro faceva. Nulla poteva costargli di più quanto

l'unione delle due chiese, cosa da lui sempre giudicata empia e

sacrilega. Voleva in allora farvi acconsentire i suoi sudditi, onde

ottenere a tale prezzo una potente crociata; ma s'egli avesse preveduto

quante poche braccia si sarebbero per sua difesa armate in Occidente,

non sarebbesi al certo assoggettato ad un passo, che a' suoi occhi

feriva l'onor suo e la sua coscienza. Ma anche facendolo egli volle pur

conservare qualche dignità, e rendevasi difficile intorno alle

condizioni. Non voleva trasportarsi ne' lontani e sconosciuti paesi

della Germania e della Francia, ed i suoi prelati vi si sarebbero

rifiutati più di lui. Sebbene mosso dalle offerte del concilio di

Basilea, ed incerto tra il papa e questa assemblea, egli protestò che

non recherebbesi a Basilea; e ricusò egualmente Avignone, come tutte le

città della Savoja, ove i prelati del concilio avevano offerto di

traslocarsi per incontrarlo[179]. Desiderava particolarmente di piacere

al papa, e di corteggiarlo, perchè sembravagli che il papa fosse

tuttavia il dominatore del cristianesimo; le sue ricchezze, l'estensione

de' suoi stati, e la loro prossimità alla Grecia, davano maggior prezzo

alla sua alleanza. Eugenio dal canto suo, che sentiva il vantaggio

grandissimo che l'unione de' Greci darebbe alla sua causa, procurava di

compiacere l'imperatore, e giunse perfino a proporre di adunare in

Costantinopoli il concilio ecumenico progettato, sotto la presidenza di

un suo legato[180], sperando senza dubbio di scoraggiare in tal modo i

vescovi latini, e di sciogliere il concilio di Basilea. In quest'ultimo

si dava pure grandissima importanza all'unione delle due chiese, e gli

ambasciatori greci eranvi trattati con que' riguardi, che più non si

accordavano ad Eugenio IV[181].

[179] _Labbe Conc. Gen., t. XII, p. 578, 580, sess. 25. — Ann.

Eccles., p. 1434, § 15, p. 132._

[180] _Rayn. Ann. Eccles. 1435, § 8, p. 142._

[181] _Sess. 24, Conc. Gen. Labbe, t. XII, p. 567._

Ma il timore d'impedire la riunione dei Greci alla Chiesa Romana lasciò

luogo finalmente alla sempre crescente collera del concilio. Il papa era

stato da molto tempo citato a presentarsi a quest'assemblea, e perchè

non aveva ubbidito, venne dichiarato contumace nella 28.ª sessione il

1.º ottobre del 1487[182]. Eugenio, in quest'occasione, dovette la sua

salvezza alla precipitazione ed all'indecenza del procedere de' suoi

avversarj. Gli ambasciatori di quasi tutti i principi riclamavano contro

una rivoluzione, che non avrebbe mancato di strascinare il cristianesimo

in un nuovo scisma. Il papa, prendendo ardire da questa favorevole

disposizione de' sovrani, traslocò di propria autorità il concilio a

Ferrara; si trovò tra i padri di Basilea una debole minorità che si unì

a lui; esso accettò la traslazione con decreto che emanò in nome di

tutta l'assemblea, e venne subito a stabilirsi nella città ch'erale

stata assegnata. L'apertura di questo nuovo concilio ebbe luogo l'8

gennajo del 1438, quando non vi si trovavano ancora che cinque

arcivescovi, dieciotto vescovi, e dieci abati, quasi tutti sudditi del

papa[183]. Non pertanto l'imperatore di Costantinopoli vi andò subito

dopo col despota della Morea, suo fratello, il patriarca di

Costantinopoli, venti tra arcivescovi e vescovi greci, ed i veri e

supposti deputati degli altri patriarchi dell'Oriente. Venne a

presiedere il concilio Eugenio IV, e la prima sessione dell'assemblea

delle due chiese fu tenuta il giorno 8 di ottobre del 1488[184].

[182] _Ann. Eccles. 1437, § 18, p. 177. — Labbe, t. XII, sess.

XXVIII, p. 590._

[183] _Labbe Conc. Gen., t. XIII, p. 876._

[184] _Labbe, t. XIII, Conc. Flor. Hist., sess. I, p. 34. — Hist. du

Conc. de Bâle, l. XIX, p. 78._

In questo concilio italiano più non rimaneva nulla di quello spirito

d'indipendenza che animava sempre quello di Basilea: i prelati di

Ferrara non si mostrarono meno zelanti per la monarchia della Chiesa, di

quello che i padri di Basilea lo fossero pel suo governo repubblicano.

Condannarono il concilio de' loro avversarj, chiamandolo un

conciliabolo; pronunciarono sentenza di scomunica contro gli

ecclesiastici, che gli rimarrebbero attaccati, contro coloro che

avrebbero col medesimo corrispondenza, contro i mercanti che gli

porterebbero vittovaglie, o altro oggetto necessario alla vita, ed

invitarono i fedeli a dividersi l'avere di questi mercanti,

appoggiandosi a questa autorità evangelica, _justi tulerunt spolia

impiorum_[185]. Altronde ogni cura di riformare la Chiesa, di porre un

limite tra l'autorità della sede romana e quella de' vescovi, a Ferrara

fu abbandonata, e fu trattato esclusivamente il grand'affare dell'unione

delle due chiese. Le quattro quistioni, dell'uso del pane senza lievito,

dell'autorità del papa, del purgatorio e della processione dello Spirito

Santo, vennero trattate con tutta la sottigliezza che può essere

adoperata in argomenti superiori alla portata dell'umana ragione[186].

Il concilio fu come un campo di battaglia pei teologi scolastici: i più

riputati uomini della Grecia e dell'Italia vi vennero a far pompa

d'erudizione e di eloquenza. L'amore delle lettere si era rianimato

quasi con ardore eguale in Oriente ed in Occidente; la filosofia

platonica si studiava dal clero greco, che non ignorava l'antichità e

cercava d'imitare l'eloquenza e la dialettica dell'antica Accademia.

Bessarione, arcivescovo di Nicea, che fu poi cardinale, comunicò ai

Latini con quella sottile filosofia un gusto più puro, una ragione più

severa, cui i suoi compatriotti erano giunti i primi collo studio di una

più vasta letteratura. Ma mentre fu giudicato in Occidente come colui

che si era reso sommamente benemerito delle lettere, ebbe la taccia di

disertore presso i suoi fratelli d'Oriente, poichè si lasciò sedurre

dalle dignità e dalle ricchezze della corte di Roma; egli abbandonò il

partito nazionale e la sua _defezione_ decise della sommissione della

Chiesa greca. Il patriarca di Costantinopoli era morto il 10 giugno dei

1439[187], tutti i vescovi che l'avevano seguito erano stati privati

della piccola pensione loro promessa; volevasi domarli colla cattività e

colla miseria, e con tali mezzi in fatti si costrinsero finalmente a

dare il loro assenso. Essendo scoppiata in Ferrara la peste, erasi

traslocato il concilio a Firenze, nella di cui cattedrale fu proclamata,

il 6 luglio del 1439 nella 25.ª sessione, l'unione dei Greci e dei

Latini[188]. Sebbene la maggior parte della Chiesa greca l'abbia in

appresso rigettata, questa riconciliazione è riconosciuta ancora

nell'età presente dalla piccola congregazione che porta il nome di Greci

uniti.

[185] _Rayn. Ann. Eccles. 1438, § 5, p. 187._

[186] Il concilio di Calcedonia, per evitare certe insolubili

questioni che facevano nascere nuove eresie, aveva proibito di nulla

aggiungere al Simbolo Niceno; ma i Latini vi avevano fatta

l'aggiunta del _filioque_, che dichiarando la duplice processione

dello Spirito Santo, aveva fatto nascere lo scisma. I Greci parevano

adunque fondati sopra una decisione della Chiesa universale,

riconosciuta ancora a Roma; ma veniva loro risposto, che il

concilio, vietando di nulla aggiugnere al Simbolo, aveva

sott'inteso, _niente di contrario al senso o alla fede della

Chiesa_. Ora poichè la doppia processione dello Spirito Santo faceva

parte della fede cattolica, ciò che era in quistione, erasene potuto

aggiugnere la dichiarazione al Simbolo. _Ann. Eccles. Rayn. 1438, §

18, p. 196_. Può giudicarsi da quest'esempio della dialettica

adoperata in questa assemblea.

[187] _Acta Con. Flor. Labbe Concil. Gen., sess. XXV, t. XIII, p.

494 e 1131._

[188] _Ann. Eccles. Raynald. 1439, § 1, p. 201. — Concil. Gener., t.

XIII, p. 510._ Tutta la storia di quest'unione viene

circostanziatamente descritta dietro l'autorità degli storici greci

in _Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, c. 66, p.

330-346._

In conseguenza di tale unione il papa promise ai Greci in nome dei

Latini, una flotta, un'armata e dei sussidj per difendere

Costantinopoli, quando i Turchi si avanzassero ad attaccarla[189]. A

conto di questo futuro sussidio, Eugenio IV fece pagare dai Medici,

banchieri della santa sede, dodici mila fiorini alla guardia

dell'imperatore. Il viaggio di Paleologo e de' suoi prelati era stato in

gran parte pagato coi regali delle città e dei principi che loro avevano

accordata l'ospitalità. Pure la condiscendenza dei Greci, e la lunga

loro lontananza dalla patria, non ebbero per loro, generalmente

parlando, che i più meschini risultati; il solo Eugenio IV ne tirò tutto

il vantaggio. Dopo quell'epoca egli godette d'una considerazione assai

maggiore che prima non aveva, e venne considerato come continuamente

intento alla pacificazione della Chiesa, mentre che il concilio di

Basilea non tendeva che a dividerla. Nulla trascurò il papa di quanto

potesse contribuire ad accrescere questa nuova gloria. Dopo che i Greci,

non meno che la maggior parte de' prelati latini ebbero abbandonata

l'assemblea di Firenze, Eugenio ne trasportò i deboli avanzi a Roma, ed

in quest'ombra di un concilio ecumenico, ammise le supposte deputazioni

degli Etiopi, dei Sirj, de' Caldei, de' Maroniti; conchiuse con questi

disertori di diverse sette nuovi trattati d'unione, di cui le loro

chiese mai non ebbero notizia, ed in tal modo compì apparentemente la

pacificazione dell'Oriente[190].

[189] _Ann. Eccles. Rayn. 1439, § 10, p. 205._

[190] _Annal. Eccles. 1442, § 1, p 264. — Labbe Concil., t. XIII.

Acta Concil. Flor. p. III, p. 1197 e seg. — Hist. du Concile de

Bâle, l. XXI, p. 160._

D'altra parte il concilio di Basilea, abbandonato da una parte de' suoi

partigiani, ma sempre frequentato dai vescovi di tutte le contrade della

Cristianità, e sempre riconosciuto dalla Germania, dalla Francia, dalla

Spagna e dall'alta Italia, elesse finalmente per papa il 5 novembre del

1439 Amedeo VIII di Savoja, che in allora più non era che il decano dei

cavalieri di san Maurizio di Ripaglia, e che prese il nome di Felice

V[191]. Questo sovrano, che fino a tale epoca aveva goduto opinione di

uomo prudente, e che, stanco delle cure del governo, aveva nel 1434

rinunciata l'amministrazione de' suoi stati a suo figlio maggiore,

Luigi, principe di Piemonte, accettò la nomina del concilio, che lo

chiamava negli estremi suoi giorni a più cocenti cure, che non erano

state quelle del trono che aveva abdicato. Fissò alternativamente il suo

soggiorno a Basilea, a Losanna ed a Ginevra con una immagine della corte

di Roma, che compose in quattro promozioni di ventiquattro

cardinali[192]. Mentre che i due concilj ed i due papi continuavano per

alcuni anni a caricarsi di scomuniche, le due metà della Chiesa

sforzavansi di diffamarsi a vicenda colle più oltraggiose e calunniose

imputazioni, e questi scandali furono trasmessi ai futuri secoli, non

per mezzo di libelli, ma nelle dichiarazioni infallibili de' concilj e

de' papi[193]. Eugenio IV non doveva soltanto difendere la sua potenza

spirituale colle negoziazioni coi Greci, e con aperta guerra contro il

concilio, ma ancora i suoi temporali dominj, i quali erano egualmente

minacciati dalle guerre ond'era agitata l'Italia; guerra cui la sua

naturale inquietudine non gli permetteva di essere straniero. Abbiamo

osservato che nella guerra della Lombardia egli era diventato l'alleato

attivo delle repubbliche di Venezia e di Firenze: egli prese parte

ancora nella guerra di Napoli, ma meno vivamente; aveva abbracciato il

partito d'Angiò, e si trovò compromesso dai rovesci di questo partito,

ch'egli aveva male secondato.

[191] _Rayn. Ann. Eccles. 1439, § 33, p. 224. — 1440, § 1, p. 331._

[192] _Labbe Concil. Gener., t. XII, p. 636, 638. Acta Concil.

Basil., sess. 39, 40. — Guichenon Hist. Génér. de la maison de

Savoie, t. II, p. 65._

[193] Nella _Collezione generale de' Concilj del Labbe_ il tomo XII

è consacrato al concilio di Basilea, ed il XIII a quello di Ferrara.

Quasi tutti i documenti di questa scandalosa lite vi si trovano per

disteso. Può leggersi in _Monstrelet, vol. II des Chroniques, p.

157_, una bolla d'Eugenio IV diretta al re di Francia ed agli altri

sovrani della cristianità il 10 aprile del 1439, nella quale accusa

Amedeo ed i padri del concilio di Basilea di essere _diavoli, sotto

figure e specie di uomini travestiti_.

Alfonso di Arragona, che disputava la corona a Renato d'Angiò, non aveva

dovuto combattere per lungo tempo che la moglie del suo rivale, Isabella

di Lorena era venuta a Napoli nel 1485, con Luigi suo secondo figliuolo;

la sua saviezza e le sue virtù la rendettero cara agli antichi

partigiani della casa d'Angiò, e di concerto con loro ella sostenne tre

anni una lotta disuguale, finchè venne a raggiugnerla il di lei sposo.

Renato sbarcò nel porto di Napoli il 19 maggio del 1438[194]. Ma la sua

libertà eragli costata un'enorme taglia, i suoi tesori erano esausti,

egli non recava nè sussidj, nè armata in un regno ruinato, le di cui

entrate venivano divise tra i faziosi. I suoi partigiani, non meno

adescati dalla dolcezza e dalla bontà del suo carattere che dal suo

coraggio, avevano da principio mostrato il più vivo zelo; ma quando si

accorsero che soli dovevano fare tutto per lui, il loro zelo scemò ed i

suoi affari andarono sempre più declinando. Nella Calabria gli era stata

tolta Cosenza per tradimento, e tutta la provincia seguì la sorte della

capitale e si sottomise ad Alfonso. Nella Puglia Giovanni Antonio

Orsini, principe di Taranto, chiamò alla ubbidienza dell'Arragonese

quasi tutte le città, tranne Manfredonia ed alcuni castelli in cui

teneva guarnigione Francesco Sforza: negli Abruzzi la sola città

dell'Aquila mantenevasi fedele a Renato colle piazze di confine della

Marca d'Ancona, possedute pure dallo Sforza.

[194] _Barthol. Facii de Reb. Gest. Alphon. Regis, l. VI, p. 76._

Giacomo Caldora o Caudola, duca di Bari, era morto il 18 novembre del

1439, dopo essere stato il più fermo appoggio del partito d'Angiò[195].

Suo figlio Antonio, che gli successe nel comando delle armate e del

ducato di Bari, era meno del padre affezionato agli Angioini, o meno

disposto ad ubbidire ad un re che non poteva pagarlo, e svegliò la

diffidenza di Renato. Questo principe volle togliergli l'armata, e la

perdette col suo generale, che nell'estate del 1440 passò al servigio

dell'Arragonese. Più non restava nella Campania al principe francese che

la città di Napoli, e questa pure assediata, e mancante di vittovaglie.

Tanto nell'interno del regno, che in altri stati non vedevasi un'armata

o un principe che potessero arrecargli soccorso[196].

[195] _Barthol. Facii Rer. Gest. Alphon. Regis, l. VI, p. 89._

[196] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. VI, p. 311. — Uberti

Folietae Genuen. Hist., l. X, p. 595. — Barthol. Facii Rer. Gest.

Alphonsi Regis, l. IV, p. 92._

Alfonso credette il momento favorevole per chiudere per sempre

l'ingresso del regno al solo alleato che avesse Renato; e cercò di

togliere per sorpresa a Francesco Sforza tutto ciò che questo

condottiere possedeva nella monarchia siciliana. Lo Sforza, occupato in

allora nella guerra di Lombardia, aveva lasciate poche truppe ne' varj

feudi che aveva ereditati da suo padre. Era affezionato al re Renato, e

nemico d'Alfonso, contro il quale egli suo padre avevano lungamente

combattuto; ma egli aveva con questo principe fatta una tregua di dieci

anni, in forza della quale le piazze forti da lui occupate erano state

dichiarate neutrali, ed i loro mercati egualmente aperti alle due

fazioni. I Napolitani, di già bloccati da Alfonso, approfittavano di

tale neutralità per tirare vittovaglie da Benevento, e questo fu il

fatale pretesto di cui si valse il re d'Arragona per rompere il suo

trattato, e sorprendere questa piazza in sul finire del 1440.

Approfittando de' primi successi occupò in pochi giorni per accordo o

per forza tutti i castelli del vicinato, e tutto quanto possedeva nella

Campania Francesco Sforza. In principio del susseguente anno fece

attaccare dai suoi luogotenenti i feudi che lo Sforza aveva negli

Abruzzi, mentre andò egli stesso ad assediare Troja.

Francesco Sforza, in allora al servizio de' Veneziani, era abbastanza

occupato dal Piccinino. Non pertanto mandò per il mare Adriatico due de'

suoi luogotenenti, Cesare Martinengo e Vittore Rangone per difendere la

sua eredità. Il corpo di cavalleria che questi conducevano sbarcò a

Manfredonia, ove si affrettarono di raggiugnerlo i partigiani pugliesi

di Renato: s'avanzarono verso Troja per obbligare Alfonso a levarne

l'assedio; ma questi attaccò i due capitani, li ruppe, e disperse

interamente la loro piccola armata. Alessandro Sforza, fratello del

conte Francesco, e suo luogotenente nella Marca d'Ancona, fu più

fortunato contro Raimondo di Caldora, che comandava gli Arragonesi negli

Abruzzi; lo sconfisse e fece prigioniere con circa cinquecento cavalli;

scacciò dalla provincia il rimanente della di lui truppa, ma non cercò

d'inseguirla, e di approfittare della sua vittoria[197].

[197] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. VI, p. 312. —

Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1122. — Barthol. Facii Rer. Gest.

Alphon. Regis, l. VII, p. 95._

Il cardinale di Trento, mandato da Eugenio IV, entrò pure con un'armata

di dieci mila uomini nel contado d'Albi dell'Abruzzo ulteriore per

sostenere il partito di Renato; ma dopo una breve campagna, che non

venne illustrata da verun'impresa importante, fece una tregua con

Alfonso e rientrò nel territorio della Chiesa. Vedendo il re d'Arragona

che gli sforzi de' suoi nemici erano impotenti, ricondusse i suoi

soldati sotto Napoli, e la strinse in modo, che le vittovaglie salirono

ben tosto ad un eccessivo prezzo. Il re Renato faceva distribuire sei

once di pane ai soldati ed agli abitanti il giorno che facevano la

guardia, e tutti gli altri erano ridotti ad alimentarsi di erbaggi o di

animali immondi e schifosi[198]. Nondimeno Renato si era in modo

affezionati i Napolitani, era così apertamente partecipe delle loro

privazioni e dei loro pericoli, che il popolo non si lagnava, e

sottomettevasi per amor suo ai più grandi patimenti. Ma tutta la

speranza degli assediati fondavasi sul conte Sforza; sapevano essi che

dopo la pace di Lombardia questo generale era rimasto alla testa di una

fiorente armata, che si era arricchito coi tesori di suo suocero, e che

niente omai lo riteneva in Lombardia. Renato lo affrettava a salvare un

amico dall'ultima sua ruina, ed a vendicarsi di un nemico che lo aveva

assalito senza essere stato provocato. Infatti lo Sforza animato da

giusto sdegno per la ricevuta ingiuria, si pose in cammino in principio

di gennajo del 1442 per assicurare la propria autorità nel principato

della Marca, e per difendere o riconquistare i suoi feudi ereditarj del

regno di Napoli[199].

[198] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1122. — Barth. Facii Rer.

Gest. Alphonsi, l. VII, p. 99._

[199] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 313. — Sabellico Hist. Venet. dec.

III, l. VI, f. 185._

Un così formidabile avversario poteva un'altra volta cambiare la sorte

della guerra. Alfonso, avvisato del suo imminente arrivo, supplicò il

duca di Milano a soccorrerlo prima che perdesse una conquista, che omai

credeva sicura. Era il Visconti, egli diceva, che gli aveva posta la

corona in capo; per terminare quest'opera altro più non restava a farsi

che ritenere lo Sforza fuori del regno, finchè Napoli avesse capitolato;

ed in allora la riconoscenza d'Alfonso per così grande beneficio non

sarebbe più impotente[200].

[200] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior. l. VI, p. 187._

È verosimile che nell'istante in cui Filippo Maria si era rappattumato

collo Sforza, e che gli aveva data la figlia, avrebbe avuto tanta

influenza sul di lui animo da persuaderlo a rimanersi inattivo,

particolarmente qualora gli avesse guarentiti o fatti restituire i feudi

che gli si erano tolti. Ma il duca di Milano non voleva mai conseguire i

suoi fini che per mezzo dell'intrigo; egli aveva una decisa passione

disinteressata per gl'inganni, e preferì di ruinare suo genero e sua

figlia, piuttosto che cercare di persuadere il primo a seguire le sue

viste. Forse la morte di Niccolò, marchese d'Este, accaduta il 26

dicembre del 1441, contribuì ad intiepidire il Visconti intorno ad un

parentado trattato da questo principe. Niccolò, uno de' più accorti

sovrani che abbia prodotti l'illustre famiglia d'Este, aveva così ben

guadagnata la confidenza del Visconti, che questi lo aveva indotto a

fissare il 5 aprile del 1441 la sua dimora in Milano, e ve lo aveva

trattenuto come confidente, amico e suo solo consigliere; onde

spargevasi voce che sarebbe stato nominato successore del duca. La morte

di Niccolò, che aprì la successione di Ferrara e di Modena a suo figlio

naturale Lionello, uno de' grandi protettori delle lettere e delle

arti[201], venne attribuita a veleno che si suppose essergli stato dato

da' suoi rivali nella corte di Milano. Filippo, perdendo il suo

consigliere, si ravvicinò a coloro che godevano per lo innanzi il suo

favore, ed in particolare a Niccolò Piccinino; ordinò a questo generale

di assoldare la maggior parte de' corazzieri che i Veneziani avevano

licenziati dopo la pace, e di prendere il cammino di Bologna. Nello

stesso tempo scrisse ad Eugenio IV, che l'istante era finalmente giunto

di ricuperargli la Marca d'Ancona, che pentivasi d'aver data in feudo

allo Sforza, e gli offriva per riconquistarla le truppe del Piccinino

pagate per tutto il tempo che durerebbe la guerra[202].

[201] _Diario Ferrarese, t. XXIV, Rer. Ital., p. 192._

[202] _Jo. Simonetae Hist. Francisci Sfortiae, l. VI, p. 314._

Pochi mesi prima lo Sforza comandava le truppe della lega, di cui era

parte anche il papa; era ancora minor tempo che lo Sforza era stato

riconosciuto da questo papa per arbitro nell'ultimo trattato di pace;

finalmente in questa stessa epoca egli accorreva in soccorso di un

alleato della corte di Roma, di già ridotto alle ultime angustie: ma nè

la riconoscenza, nè i giuramenti potevano tenere a freno l'ambizione

d'Eugenio. Egli accettò la proposizione che gli faceva il duca di

Milano, sagrificò senza scrupolo Renato, alla di cui difesa poco prima

credeva attaccata l'indipendenza della santa sede, nominò il Piccinino

gonfaloniere della Chiesa, e senza dichiarazione di guerra, in mezzo

alle più pacifiche proteste, lo autorizzò a sorprendere Todi, e ad

assediare Assisi[203].

[203] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 315._

Lo Sforza, trattenuto nella Marca da così inaspettato attacco, abbandonò

il progetto di soccorrere la casa d'Angiò, per opporsi al Piccinino.

Intanto l'accidente favorì Alfonso. Un muratore, cacciato dalla fame

fuori di Napoli, indicò al re d'Arragona il giro e l'uscita di un

acquidotto abbandonato, pel quale Belisario era entrato in questa città.

Credevasi bastantemente chiuso colle palafitte, ed erasi trascurato di

porre una guardia in que' luoghi umidi ed oscuri. Il muratore condusse

il 2 giugno del 1442 dugento soldati arragonesi a traverso a

quest'acquidotto fino ad una torre cui faceva capo. Nello stesso tempo

Alfonso fece dare l'assalto alle mura per distrarre gli assediati; e

malgrado la valorosa resistenza di Renato, gli Arragonesi penetrarono in

città per due diversi luoghi. È peraltro probabile che sarebbero stati

respinti, se uno di loro non presentavasi nelle strade di Napoli montato

sul cavallo d'un corazziere napoletano da lui ucciso. A tale vista fu

universalmente creduto che una porta della città fosse stata occupata

dal nemico, poichè v'era entrata la stessa cavalleria, ed in allora più

non fu possibile di trattenere i fuggitivi. Renato, strascinato da loro,

si chiuse in Castelnuovo; la città venne saccheggiata per alcune ore; ma

Alfonso, essendovi entrato, ristabilì l'ordine, ed accolse umanamente

tutti gli abitanti. Le fortezze di Capuano e di Capo di monte si

arresero dopo pochi giorni, quelle di Castelnuovo e di sant'Elmo

rimasero più lungamente in potere di Renato. Questo principe non vi si

rinchiuse per difenderle; egli s'imbarcò per passare prima a Firenze,

poi a Marsiglia, ed in sul finire di questo stesso anno, quando perdette

la speranza di ricuperare il regno di Napoli, fece rendere ad Alfonso le

fortezze che venivano ancora custodite per suo conto, onde non

prolungare inutilmente i mali di un popolo, che gli aveva mostrato tanto

amore e tanta fedeltà[204].

[204] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1125-1128. — Jacobi Bracelli

Gen. Hispani Belli, l. V, f. m. — Jo. Simonetae, l. VI, p. 316. —

Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 151. — Uberti Folietae

Genuens. Hist., l. X, p. 597. — Barth. Facii Gest. Alphonsi Regis,

l. VII, p. 102. — Jo. Mariana, l. XXI, c. 17, p. 27._

Frattanto continuavasi la guerra nella Marca d'Ancona, sebbene i

Fiorentini, che risguardavano la conservazione dello Sforza come

necessaria alla loro propria indipendenza, cercassero, d'accordo coi

Veneziani, di ristabilire la pace. Bernardo de' Medici erasi recato per

commissione loro alle due armate per essere mediatore, e due volte aveva

strappato al pontefice ed al Piccinino l'assenso per un equitativo

trattato. Ma tosto che lo Sforza, fidandosi ai loro giuramenti, prendeva

la strada del Tronto per entrare nel regno di Napoli, il papa o i suoi

legati scioglievano il Piccinino dall'osservanza della sua parola,

fondandosi sul principio, _che nessun trattato svantaggioso alla chiesa

è valido_; e questo generale ricominciava le ostilità[205]. La prima

volta approfittò della buona fede dello Sforza per sorprendere

Tolentino, la seconda per assediare Assisi. Il sovrano della Marca,

impedito in tutti i suoi progetti, perdeva le sue truppe alla

spicciolata; tutti i distaccamenti comandati dai suoi capitani o dai

suoi fratelli, Giovanni ed Alessandro, erano successivamente

battuti[206]. Assisi fu preso, ed il nemico vi entrò per un acquidotto,

come pochi mesi prima era entrato in Napoli. Tre degli ufficiali

generali dello Sforza, Manno Barile, Cesare Martinengo e Vittore

Rangone, credendo i suoi affari disperati, erano passati al soldo del re

Alfonso. Questi sottomise in poco tempo tutto ciò che negli Abruzzi ed

in seguito nella Puglia conservavasi tuttavia fedele a Renato ed allo

Sforza. L'Aquila gli aprì le porte, Manfredonia e Troja capitolarono,

quando lo videro vicino, e prima che terminasse l'anno Francesco Sforza

più non conservava un solo feudo, di quanti suo padre ne aveva

acquistati nel regno di Napoli con tante fatiche e tante vittorie[207].

[205] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 322. — Bulla Eugenii IV 3 augusti

1442. Florentiae. — Rayn. Ann. Eccles. 1442, § 12, p. 270._

[206] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 320._

[207] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 323. — Barth. Facii, l. VII, p.

107._

Poteva restare a Renato d'Angiò qualche speranza di risalire sul trono

di Napoli, finchè il valoroso condottiere, che aveva abbracciato il suo

partito, era padrone delle strade degli Abruzzi e della Puglia; ma la

ruina di Francesco Sforza consumava quella degli Angioini, e Renato

dovette infatti differire, fin dopo la morte del suo avversario, ogni

tentativo per rientrare nel regno, cui credeva di avere diritto. Egli si

era tenuto sicuro dell'alleanza del papa; i loro trattati erano stati

sanzionati da tutte le dimostrazioni d'amicizia che mai possono darsi i

Sovrani, e dalla guarenzia ancora più grande del vicendevole vantaggio;

e non pertanto Eugenio IV era il vero autore della ruina del principe

Angioino. Quand'egli aveva preso il Piccinino a suo soldo, e che aveva

assalito lo Sforza in onta alla giurata pace, aveva tolta a Renato la

sola speranza di salute che gli rimanesse, e fatta cadere la corona dal

suo capo. Il principe fuggitivo, prima d'abbandonare l'Italia, aveva

desiderato almeno di rimproverare questa mancanza di fede al suo

imprudente alleato. Venne per lagnarsene a Firenze, ove trovavasi in

allora la corte pontificia; non ebbe difficoltà a provare che la

diversione operata contro il suo difensore aveva accresciuta la miseria

de' suoi fedeli partigiani, che con lui sostenevano l'assedio di Napoli.

Ma Renato trovavasi allora senza stati e senza armate, e non osò alzare

troppo la voce per lagnarsene; si mostrò soddisfatto della buona volontà

che tuttavia gli mostrava la corte pontificia; accettò dal papa con

riconoscenza l'investitura degli stati che aveva perduti; perciocchè

Eugenio IV, quasi riparare volendo il commesso errore, pose in capo a

Renato con grande cerimonia, ed in nome della Chiesa, la corona d'un

regno, che questo principe aveva dovuto abbandonare[208].

[208] _Ann. Eccles. Raynaldi 1442, § 13, p. 271._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 6 / 14 题