CAPITOLO LXIX.

_I Fiorentini abbracciano con vigore la difesa di Venezia;

battaglia di Tenna, d'Anghiari e di Soncino. — Liberazione di

Brescia. — Pace di Martinengo, in forza della quale il Visconti

dà sua figlia a Francesco Sforza, generale de' suoi nemici._

1439 = 1441.

L'alleanza che univa le due repubbliche di Firenze e di Venezia era

l'opera della nobile ed illuminata politica degli Albizzi. Questi grandi

politici avevano sentito che non avvi sicurezza per una nazione, che

nelle alleanze che si associano a tutte le opinioni popolari; in quelle

che sono approvate da ogni cittadino, assecondate dalla sua inclinazione

e mantenute dall'intimo sentimento del suo cuore. Le profonde sensazioni

della libertà della religione, o ancora le memorie di una lunga

protezione, e di una lunga riconoscenza, possono servire di base a

somigliante alleanza, perchè ancora tra gli uomini corrotti i sublimi

sentimenti conservano un'influenza universale; ma le leghe formate per

progetti di conquiste e d'usurpazioni, le leghe fondate soltanto sopra

stretti calcoli di politica, sulle affezioni, o sui privati vantaggi de'

capi dello stato, non hanno base nel cuore degli uomini, e sono

abbandonate nell'istante medesimo in cui rimane sospeso l'interesse che

le dettò: altrettanto infedeli nelle avversità quanto esse parvero

indissolubili nella prosperità, essi ingannano nell'una e nell'altra

fortuna, accrescono ne' prosperi avvenimenti una pericolosa ambizione,

ispirano nella sventura un'ancora più pericolosa sicurezza, e sono quasi

sempre cagione della ruina di coloro che ripongono la confidenza loro in

questi appoggi regali, che poi si trovano tanto caduchi.

Due uomini ambiziosi trovavansi di quest'epoca alla testa delle due

repubbliche, ed avevano ottenuta nella loro patria un'autorità non

riconosciuta dalla costituzione dello stato. Cosimo de' Medici di

null'altro occupavasi in Firenze che dell'aggrandimento della sua

famiglia; a Venezia il doge Foscari voleva procurare alla sua

magistratura lo splendore d'una grande gloria militare: l'uno e l'altro

consultando i privati suoi interessi, o le proprie individuali passioni,

eransi allontanati dalla strada loro indicata dall'amore dei due popoli;

avevano dimenticato che la sola loro politica doveva essere quella di

mantenere la libertà dell'Italia, ed avevano acconsentito che fossero

separati in una guerra cominciata di comune accordo. Francesco Foscari

aveva creduto di poter riposare per la difesa della repubblica sopra

alleanze regali; aveva creduto che i trattati conchiusi dalla signoria

coi piccoli principi della Romagna, il signore di Ravenna, ed i marchesi

di Ferrara e di Mantova sarebbe per lei una sufficiente guarenzia, e non

aveva preveduto che una sola battaglia perduta la priverebbe di tutto

ciò che i principi le avevano promesso sopra la mal sicura loro fede, ma

che non era stato sanzionato dal sentimento dei popoli. Per lo contrario

il Foscari non faceva verun fondamento sopra i Fiorentini, i quali lo

accusavano di aver loro fatto perdere Lucca, il di cui acquisto era

quasi sicuro, e che di già avevano firmata una tregua col nemico; ma

sebbene il trattato d'alleanza fosse disciolto, e qualunque si fosse la

politica de' capi di parte, il sentimento popolare era permanente; i

Fiorentini non si chiedevano già quale patto gli unisse alla repubblica

di Venezia, ma si chiedevano se questo stato non conservava tuttavia il

nome di repubblica, e se non era oppresso da un tiranno. Sempre

apparecchiati ad esporsi pel bene comune ed a sacrificare i presenti

vantaggi della pace a quelli dell'avvenire, avevano di già scordato

l'antico rancore, più ad altro non pensavano che a mantenere

l'equilibrio e la libertà dell'Italia, ed avevano cercato in prevenzione

d'assicurarsi l'appoggio del conte Francesco Sforza.

La sorte della guerra poteva guardarsi come dipendente dalla decisione

che prenderebbe questo generale: pareva ch'egli solo potesse far piegare

la bilancia, dichiarandosi per le repubbliche o pel duca di Milano.

Questi l'aveva sentito, e cercava da lungo tempo ad allacciare lo Sforza

co' suoi intrighi. Per guadagnarselo l'andava continuamente

intrattenendo intorno al vicino matrimonio della promessagli figlia.

Tutti gli apparecchi sembravano di già fatti per la festa; anche le

vesti della sposa erano terminate, e si aveva avuta la destrezza di

farle vedere agli amici dello Sforza. Il giorno delle nozze era stato

determinato replicatamente; i giuochi, i divertimenti coi quali dovevano

celebrarsi erano stati preventivamente ordinati, e non pertanto il

Visconti trovava sempre qualche pretesto per dare addietro, e ritirare

una promessa che non aveva intenzione di mandare ad effetto. Finalmente

i Fiorentini fecero comprendere allo Sforza ch'egli era il trastullo del

duca di Milano, che questi lo teneva ozioso per aver tempo di scacciare

i Veneziani da tutto il continente, che i Fiorentini non erano

abbastanza ricchi per mantenere essi soli l'armata del conte, il quale

troverebbesi ad un tempo senza soldati e senza alleati, e che il duca

non avendo più motivo di temere, non tarderebbe a rompere tutti

gl'impegni con lui contratti. Lo Sforza, offeso da così lunga

dissimulazione, accettò il trattato propostogli da Giovanni Pisani, che

fu sottoscritto il 18 febbrajo del 1439. I Fiorentini davano ogni mese

al conte 8400 fiorini pel mantenimento della sua armata, ed i Veneziani

si obbligavano a dargliene 9000. Inoltre le due repubbliche promettevano

di prendere al loro soldo il signore di Faenza, il marchese di Ferrara,

Pandolfo Malatesti, e Pietro, figliuolo di Giovan Pagolo Orsini. I

Veneziani dovevano portare il peso dei due terzi di questo armamento, il

terzo i Fiorentini[113].

[113] _Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1183. — Jo.

Simonetae Hist., l. V, p. 275. — Poggio Bracciolini Hist., l. VII,

p. 400. — Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI, p. 808. Rer.

Ital._

Neri, figlio di Gino Capponi, che ci lasciò alcune memorie intorno alla

storia de' suoi tempi, fu mandato dalla repubblica fiorentina presso

Francesco Sforza per persuaderlo a passare il Po, ed a fare la guerra al

duca di Milano senza restrizioni e senza riguardi. Di là passò a Venezia

per terminare il trattato. Il Capponi, introdotto avanti alla signoria,

rimproverò i Veneziani di non aver avuta maggior fiducia ne' loro

antichi alleati. «Voi avete esitato a ricorrere a noi, disse a loro, e

non pertanto voi conoscevate per lunga esperienza gli sforzi che noi

siamo apparecchiati a fare per la difesa della libertà; voi sapete che

da lungo tempo questa causa è tra di noi comune. Voi non dovevate

conservare la memoria de' cattivi ufficj che ci rendeste, per tenerci

gli uni lontani dagli altri, ma ricordarvi soltanto de' servigj che

avete da noi ricevuti, i quali sono l'arra di quelli che riceverete in

appresso[114].» Il discorso del Capponi fu dalla signoria ascoltato

coll'attenzione che si darebbe ad un oracolo. I consiglieri non ebbero

la pazienza di aspettare che il doge vi rispondesse secondo il costume

della repubblica; ma fattisi tutti in piedi colle mani alzate e cogli

occhi bagnati di lagrime, ringraziarono i Fiorentini d'avere loro

renduto un così segnalato servigio; ringraziarono il Capponi d'averlo

eseguito con tanta diligenza e zelo, e promisero che giammai nè essi, nè

i loro discendenti dimenticherebbero di dovere la salvezza loro ai

Fiorentini[115].

[114] _Nicc. Machiavelli Ist., l. V, p. 134 — Comm. di Neri di Gino

Capponi, t. XVIII. Rer. It., p. 1188. — Platina Fica Nerii,

Capponii, t. XX, p. 497._

[115] _Nicc. Machiavelli, l. V, p. 137. — Comment. del Capponi, p.

1189._ — Gli storici veneziani dissimulano questa riconoscenza, ed

insistono per lo contrario intorno alla diffidenza del senato.

_Navagero Stor. Veneziana, t. XXIII, p. 1104._

All'aprirsi della bella stagione, Francesco Sforza con otto mila uomini

di cavalleria pesante partì dalla Marca di Ancona, dove aveva i suoi

quartieri di inverno, attraversò rapidamente la Romagna, i territorj di

Forlì e di Ravenna, passò il Po presso Ferrara, e recossi per Chiozza a

Venezia[116]. Non solo Bergamo e Brescia, ma Verona e Vicenza trovavansi

circondate dai nemici: il Gattamelata erasi trincerato dietro i canali

di Padova col rimanente dell'armata veneziana, e tutto quanto trovavasi

al di là di questi canali, ad eccezione delle quattro città assediate,

era perduto. Il Piccinino, quando si vide a fronte lo Sforza e la sua

nuova armata, non volle compromettere con una battaglia le conquiste

ch'egli risguardava come sicure; si coprì con un profondo canale in

mezzo alle paludi dell'Adige, a cinque miglia da Soave nei veronese; e

siccome l'arte di gettare i ponti sui fiumi era ancora affatto

sconosciuta, egli rese vane tutte le minacce de' nemici, ai quali non fu

possibile di obbligarlo a combattere[117].

[116] _Jo. Simonetae, l. V, p. 276. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p.

662._

[117] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 170. — Jo. Simonetae, l.

V, p. 277._

L'armata alleata comandata da Francesco Sforza ammontava a quattordici

mila cavalli e ad otto mila fanti; ma mentre quest'armata non poteva

avvicinarsi al nemico, i corpi staccati che i Veneziani avevano lasciati

presso di Brescia e di Verona venivano successivamente battuti e fatti

prigionieri dai Milanesi. Brescia inoltre provava gli orrori della fame,

e tutta la magnanimità, tutto l'attaccamento di Francesco Barbaro, che

divideva ancor esso coi cittadini tutte le privazioni di una terra

assediata, appenna bastavano a sostenerne il coraggio[118]. Lo Sforza,

impaziente di liberare il territorio della repubblica dalla presenza de'

nemici, vedendo di non poter forzare il passaggio de' canali e de'

trinceramenti del Piccinino, si diresse verso i monti Euganei, e

malgrado l'opposizione de' corpi destinati a difenderli, gli attraversò

e scese nel piano veronese. Il Piccinino vedendosi circondato da ogni

banda si affrettò d'evacuare Soave, e di ripiegare dietro l'Adige. Non

fu però così facile il far levare il blocco di Brescia separata dal

territorio veneziano dagli stati di Mantova. Erasi fin allora sperato di

poter soccorrere questa città attraversando il lago di Garda. Durante

l'inverno i Veneziani avevano trasportato fino a questo lago, per mezzo

alle montagne che lo circondano, due galere grandi e tre mezzane, e

venticinque barche armate[119]. Questa piccola flotta, entrando nelle

acque del lago, si trovò padrona della sua navigazione, ed aprì qualche

comunicazione con Brescia. Ma il duca di Milano fece armare a Peschiera

una flotta assai più considerabile; pose guarnigione in tutti i castelli

situati sulle due rive, ed il provveditore Pietro Zeno, che comandava i

Veneziani, fu forzato di ritirarsi colla sua flotta a Torboli, presso

alla foce della Sarca, all'estremità settentrionale del lago, ove

circondò le sue galere con forti palafitte, per difenderle contro que'

nemici coi quali non poteva più misurarsi[120].

[118] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 169, verso. — Cristof.

da Soldo Ist. di Brescia, p. 809._

[119] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 399. — Platina

Hist, Mantuana, t. XX, l. V, p. 822. — M. A. Sabellico, Dec. III, l.

III, p. 165. — Cristof. da Soldo Ist. di Brescia, p. 808._

[120] _Cristof. da Soldo Ist. Bresciana, p. 812._

Sperava lo Sforza di soccorrere Brescia liberando questa piccola flotta,

e mettendola in comunicazione col piano di Verona. A quest'oggetto venne

ad assediare Bardolino, castello posto sulla riva occidentale del lago

tra Peschiera e Garda, il quale era difeso da una guarnigione mantovana.

Ma i segnali con cui dava avviso alla flotta di avvicinarsi, o non

furono visti, o non furono intesi. Per lo contrario il Piccinino aveva

fatta uscire la sua flotta da Peschiera, ed aveva rinforzata la

guarnigione di Bardolino; onde lo Sforza, dopo avere perduta molta gente

per le malattie, cagionate dall'eccessivo calore in luoghi insalubri, fu

costretto a levare l'assedio[121]. Un'altra perdita tenne subito dietro

a questa: i Veneziani avevano mandati mille cavalli e trecento fanti

nelle montagne poste al settentrione del lago, per condurre alla loro

flotta un convoglio di vittovaglie, e darle modo d'aprirsi un passaggio

fino alla riva occidentale, di dove avrebbe potuto comunicare con

Brescia. Ma il Gonzaga ed il Piccinino, avuto avviso di questo

movimento, il 23 di settembre sorpresero e svaligiarono i soldati che si

recavano alla flotta; il 26 attaccarono la flotta medesima nel suo

trinceramento, presero tutti i vascelli ad eccezione di due che

fuggirono a Peneda, e fecero prigionieri quattro provveditori veneziani,

che si trovavano colla flotta o coll'armata[122].

[121] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 279._

[122] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 171. — Jo. Simonetae, l.

V, p. 280. — Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, p. 813._

Francesco Sforza indispettito di non corrispondere che con rovesci

all'alta aspettazione che di lui avevano le due repubbliche, e pressato

dal senato di Venezia a soccorrere gl'infelici Bresciani, risolse

all'ultimo d'aprire alla sua grande armata medesima il cammino di

Brescia, facendo a traverso alle montagne il giro del lago di Garda.

Rimandò adunque i suoi equipaggi a Verona, si avanzò in mezzo

all'alpestre catena di monti che divide il lago dall'Adige praticando

strade nelle quali la cavalleria pesante era sempre in pericolo, e

giunse, superando infinite difficoltà, fino all'angusta pianura di

Peneda alla foce della Sarca. Dall'altro lato il Piccinino, avvisato

delle strade tenute dal conte Sforza, lasciò il marchese di Mantova a

Peschiera, e fece pel lago trasportare la sua armata al castello di

Tenna, che chiudeva la piccola valle ov'era entrato lo Sforza. Ebbero

luogo tra le due armate diverse scaramucce, ma il Piccinino, che aveva

chiuso il suo rivale come in un laccio, evitò lungo tempo un'azione

generale. Si lasciò all'ultimo trasportare dall'abituale suo impeto, ed

il 9 di novembre accettò la battaglia. Mentre che le due armate erano

alle mani, gli abitanti di Brescia, avanzandosi ad incontrare i loro

liberatori, comparvero sull'alto delle montagne dietro i corazzieri del

Piccinino, e cominciarono a far rotolare sopra di loro grossi macigni.

Spesse volte un solo istante decide della sorte delle battaglie;

l'armata milanese venne scoraggiata da una comparsa che non era

accompagnata da un pericolo ben reale; i corazzieri cercarono di

salvarsi, alcuni verso i vascelli, altri verso le fortezze, altri

finalmente verso le montagne. Nella insensata loro fuga, caddero per la

maggior parte tra le mani de' nemici e furono fatti prigionieri.

Contaronsi tra i più illustri Carlo Gonzaga, figlio del marchese di

Mantova, Cesare Martinengo e Sacromoro Visconti[123].

[123] _Jo. Simonetae, l. V, p. 281. — Cristof. da Soldo Ist.

Bresciana, t. XXI, p. 814. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 141.

— Poggio Bracciolini, l. VII, p. 403. — Platina Hist. Mant. l. V, p.

829._

Niccolò Piccinino, strascinato nella fuga de' suoi soldati, erasi chiuso

nei castello di Tenna; ma ben vedeva che questo castello non poteva

lungamente resistere, altronde premevagli di trovarsi in aperta

campagna, onde raccogliere le reliquie della sua armata. Prese dunque

l'audace risoluzione di attraversare tutto il campo di battaglia, e gli

stessi quartieri dei vincitori. Un servitore tedesco, che aveva cura de'

suoi cavalli, uomo robusto ed a lui perdutamente attaccato, lo pose in

un sacco, se lo caricò sulle spalle e scese nel campo la notte medesima

in cui era seguita la battaglia. Raccolse ancora alcune spoglie di

morti, che gittò sopra il suo fardello, e mostrando di non avere altro

pensiere che quello di raccogliere questo bottino, attraversò tutto il

piano in mezzo a' soldati nemici, occupati ancor essi a spogliare gli

estinti. Passò ancora senza difficoltà innanzi ai corpi di guardia

veneziani, e venne finalmente a deporre il suo padrone a Riva, presso al

lago, ove un battello lo condusse a Peschiera[124].

[124] _Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI. R. I., p. 815. —

Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. V, p. 281. — M. Ant.

Sabellico Ist. Ven., Dec. III, l. IV, f. 171._

Appena sapevasi nell'armata dello Sforza che il generale nemico più

chiuso non era nel castello di Tenna, quando s'intese con sorpresa, che

dopo di avere raggiunto il Gonzaga a Peschiera, erano partiti assieme

per dare la scalata a Verona. Si dice che un soldato tedesco avesse loro

indicati i mezzi d'eseguirla con sicurezza. Nella notte del 16 di

novembre si appoggiarono le scale contro il muro del piccolo ricinto

detto borgo di santo Zeno: le truppe milanesi, di cui le prime squadre

erano condotte da Luigi del Verme, genero del Carmagnola, erano di già

padrone della città, prima che la guarnigione pensasse a difendersi. I

governatori veneziani ritiraronsi colla guarnigione nella fortezza di

san Felice ed in quella della porta di Braida; la città s'arrese senza

fare resistenza, ed il marchese Gonzaga, cui era stata promessa in piena

sovranità, la preservò dal saccheggio. I soli equipaggi dell'armata

dello Sforza vennero divisi tra i vincitori[125].

[125] Avvi qualche incertezza intorno al preciso giorno della presa

di Verona. Gli Annali di Piacenza dicono il 16, _t. XX, R. I., p.

876_; la Cronaca di Bologna il 18 alle quattro ore della notte, _t.

XVIII, p. 663. — Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 282. — Platina Hist.

Mant., l. VI, p. 881. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 144. — M.

A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 173. — Cristof. da Soldo Ist.

Bresc., p. 815._

La sera medesima della presa di Verona ne fu data notizia allo Sforza,

che stringeva l'assedio di Tenna, e che di già aveva approfittato della

vittoria per mandare a Brescia vittovaglie ed alcuni soldati. Alla

rapidità del suo nemico risolse d'opporre un'eguale prontezza; partì

all'istante, sperando tuttavia che il Piccinino, sebbene padrone di

Verona, non avrebbe potuto in così breve tempo prendere tutte le

necessarie misure per difenderla. In fatti attraversò senza difficoltà

le _chiuse_ dell'Adige. La fedeltà di Giacomo Marancio aveva conservato

a' Veneziani il comando di quest'importante passo, aperto tra due

montagne a picco, pel quale due uomini a cavallo non possono passare di

fronte. Il marchese di Mantova, allorchè prese Verona, vi aveva trovata

la moglie ed i figli di Marancio, comandante delle _chiuse_; gli aveva

fatto sapere, che questi ostaggi risponderebbero della sua ubbidienza;

che s'egli voleva salvarli, doveva chiudere il passaggio allo Sforza ed

impedire il suo ritorno. Questo generoso cittadino non bilanciò punto

tra il suo dovere e gl'interessi del proprio cuore. Egli fece prendere

le armi a tutti gli abitanti della valle: «La sorte di quanto io tengo

di più caro al mondo, disse loro, potrebbe accecarmi intorno a ciò che

la patria e l'onore domandano da me; nelle vostre mani adunque io

depongo il deposito a me confidato, poichè voi non potete scordarvi la

fedeltà dovuta alla signoria di Venezia; custodite questo passo pel suo

onore, e pel vantaggio di Francesco Sforza suo generale[126].» Il

Piccinino non aveva potuto, ne' tre giorni che comandò a Verona,

impadronirsi delle fortezze occupate dai Veneziani, e non aveva creduto

che fosse ancora tempo di separarle dalla città con un nuovo ricinto.

Quand'ebbe avviso dell'impensato arrivo dello Sforza nel piano di

Verona, spedì ordine a Taliano Furlano, uno de' suoi luogotenenti, di

rientrare in città con il corpo di truppe da lui comandate. Taliano

ricusò d'ubbidire, appoggiandosi ad un contrario ordine del duca di

Milano. In fatti il Visconti, ch'erasi obbligato a cedere Verona al

Gonzaga, geloso dell'ingrandimento del suo alleato, aveva prese segrete

misure per far ricadere la sua conquista in mano al nemico[127]. Il

Piccinino, contrariato ne' suoi progetti, non potè vietare allo Sforza

di rientrare in città, la notte del 19 al 20 di novembre, pel castello

di san Felice; ebbe subito luogo una zuffa nelle strade; la cavalleria

milanese rimase perdente e venne cacciata fuori delle mura, e Piccinino

riperdette Verona colla medesima rapidità con cui l'aveva

acquistata[128].

[126] _M. A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 173._

[127] _Platinæ Hist. Mant., l. VI, p. 883. — Poggio Bracciolini, l.

VII, p. 404._

[128] _Jo. Simonetae, l. V, p. 284. — M. A. Sabellico, dec. III, l.

IV, f. 174. — Machiavelli, l. V, p. 147._

Ma sebbene non avesse potuto conservare tale conquista, non aveva per

ciò meno operata una possente diversione, e tolto allo Sforza tutto il

frutto della vittoria di Tenna. Egli gli aveva inoltre impedito di

arrecare soccorso agli abitanti di Brescia, sempre più oppressi dalla

fame, dalle malattie e dalle incursioni dei loro nemici. La signoria

eccitava lo Sforza a tornare in soccorso di questi sventurati; e lo

Sforza, malgrado il rigore dell'inverno, uno de' più aspri che si

fossero da lungo tempo provati, condusse di nuovo la sua armata tra le

montagne dalle quali riceve le acque il lago di Garda, e ricominciò

l'assedio di Tenna. Questo piccolo castello, cui il Piccinino non osò di

affidarsi, resisteva sempre, e chiudeva ai Veneziani la strada di

Brescia. Bentosto i ghiacci e le alte nevi, che i soldati italiani non

erano accostumati a disprezzare, stancarono le truppe, e per la seconda

volta fu levato l'assedio di Tenna. L'armata, mancante di viveri e di

foraggi, fu ricondotta ai quartieri d'inverno a Verona[129]; e soltanto

Serpellione e Troilo, due dei luogotenenti dello Sforza, riuscirono ad

attraversare le montagne per isconosciuti sentieri, e ad introdurre in

Brescia un piccolo convoglio di munizioni con trecento fanti.

[129] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 280. — M. A. Sabellico Hist.

Venetae, dec. III, l. IV, f. 175._

Durante tutta la campagna del 1439 le ostilità non eransi stese fuori

della Lombardia; pure Filippo Maria era impaziente di castigare i

Fiorentini della loro interposizione, e di costringerli col conte Sforza

a difendere i proprj stati. Il Piccinino in particolar modo era geloso

dello Sforza; non poteva darsi pace che questo generale avesse preso

posto tra i sovrani coll'acquisto della Marca, mentre egli medesimo, che

l'Italia per talenti e per valore pareggiava allo Sforza, egli medesimo,

che, quale erede ed allievo di Braccio, avrebbe potuto aspirare alla

sovranità che questo generale si era formata, non aveva che una precaria

esistenza dipendente dal principe che lo assoldava. Egli supplicava il

duca di Milano a non farlo combattere in Lombardia per città che poco o

nulla curavasi d'avere o di perdere, ma di mandarlo piuttosto nella

Marca, che sperava di togliere in poco tempo al suo rivale. Sufficienti

truppe, egli diceva, rimarrebbero ancora dopo la di lui partenza per

continuare l'assedio di Brescia; Fiorentini, temendo per la Toscana,

richiamerebbero lo Sforza, il quale vorrà piuttosto accorrere in difesa

de' proprj stati, e prevenuto in ogni luogo, non soccorrerà Brescia, non

coprirà la Toscana, nè salverà il suo principato.

Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi aggiugneva le sue istanze a quelle

del Piccinino, e sempre persuaso che i Fiorentini non potessero

accostumarsi al suo esilio, e che accoglierebbero con vivo piacere

quell'armata che lo riconducesse in patria, altro non domandava per

essere sicuro del successo che di essere rimandato in Toscana. Frattanto

una trama ordita con Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, fu

ancora un più potente motivo per togliere Filippo ad ogni incertezza.

Questo prelato guerriero, favorito ministro di Eugenio IV, rendeva da

lungo tempo odioso il suo signore colla sua arroganza e colla sua

crudeltà. Erasi veduto nella guerra di Napoli promovere il guasto delle

campagne nemiche con esecrabili promesse di grazie spirituali a pro di

coloro che farebbero abuso delle armi temporali; aveva accordato ai suoi

soldati cento giorni d'indulgenza in purgatorio per ogni pianta d'ulivo

che taglierebbero[130]. Sebbene il suo padrone avesse presa parte nella

lega delle due repubbliche, egli conservava un violento rancore contro

Francesco Sforza che lo aveva battuto nella Marca d'Ancona. Lo avevano

pure offeso i Veneziani ed i Fiorentini: aveva da loro ricevuti venti

mila fiorini per allestire l'armata con cui doveva agire contro Filippo

al di là degli Appennini; ma dopo aver toccato il danaro aveva mancato

alle sue promesse, ed impiegati i soldati nell'assedio di Foligno. I

Fiorentini ed i Veneziani se ne querelarono presso Eugenio IV, il quale

ebbe la debolezza di comunicare le loro confidenziali lagnanze al suo

favorito, che giurò di vendicarsene. Il Vitelleschi propose segretamente

al Piccinino di unire le loro truppe per opprimere i Fiorentini; si

soggiunge che volesse in appresso far morire Eugenio IV per innalzarsi

in sua vece sul soglio pontificio[131]. Aspettava con impazienza

l'arrivo dell'armata milanese per dichiararsi; ed il Visconti, sicuro di

così potente alleato, non tardò ad annuire alle inchieste del Piccinino.

[130] _Giornali Napoletani, t. XXI, Rer. It., p. 1107._

[131] _Poggio Bracciolini, l, VII, p. 406._

Questi lasciò in febbrajo del 1440 i suoi quartieri d'inverno, seco

conducendo sei mila cavalli. Il giorno 7 passò il Po per unirsi a

Manfredi nel territorio di Faenza[132]; mentre Neri Capponi e Davanzati,

ambasciatori fiorentini, giugnevano nello stesso tempo a Ferrara, per

recarsi a Venezia onde concertare il piano della vegnente campagna[133].

Questi due generosi cittadini, lungi dal lasciarsi intimidire dal

pericolo che si avvicinava alla loro patria, si unirono ai Veneziani per

persuadere lo Sforza a tentare di nuovo la liberazione di Brescia;

dichiararono che Firenze ben saprebbe mettere in piedi un'altra armata

per opporla al Piccinino, quando per lo contrario lo stato di terra

ferma de' Veneziani sarebbe immancabilmente perduto, se lo Sforza lo

abbandonava. In fatti il Gattamelata, quel generale che aveva prima il

comando delle truppe veneziane, era stato tocco da una paralisia nelle

montagne di Tenna, e fino alla sua morte, accaduta il 16 gennajo del

1443, non fece che languire[134]. Verun altro generale non vedevasi da

tanto di poter supplire in assenza dello Sforza, e privi di questo

generale i Veneziani non isperavano di poter salvare le province

occupate dal nemico.

[132] _Jo. Simonetae, l. V, p. 286. — Machiavelli Ist. Fior., l. V,

p. 148._

[133] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1191._

[134] _Jo. Simonetae, l. V, p. 286. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di

Venezia, t. XXII, p. 1106._

Ma il conte Sforza non era come i Fiorentini disposto a sagrificare il

proprio interesse alla causa comune. Conosceva le ostili disposizioni

del patriarca d'Alessandria, che comandava più di tre mila uomini ai

confini della Toscana e della Marca, e vedeva che il Piccinino, unendosi

a questo prelato poteva sconvolgere l'una o l'altra di queste due

province. Mentre che il suo emulo marciava verso il mezzogiorno riputava

inutile la sua dimora in Lombardia, poichè ad ogni modo sarebbe

costretto d'aspettare che cessasse il rigore della stagione, e che si

sciogliessero le nevi prima di poter intraprendere per la via delle

montagne la liberazione di Brescia; e non aveva egli veruna speranza di

buon successo, qualora avesse presa la strada della pianura[135].

[135] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 155. — Comment. di

Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1192._

Mentre ciò discutevasi in Venezia, ov'erasi recato il conte, e che i

Fiorentini assoldavano molti condottieri per formare un'altra armata,

seppesi che i Malatesti, signori di Rimini, cui era stato pagato il

soldo d'un migliajo di corazzieri, che dovevano somministrare alle due

repubbliche, erano passati nel campo di Niccolò Piccinino. Questa

diserzione faceva temere di maggiori danni ed eccitava la più viva

inquietudine intorno alla sorte di Giovan Pagolo Orsini, generale de'

Fiorentini, che si era mandato a difendere lo stato di Rimini[136]. Le

istanze di Francesco Sforza per ottenere il suo congedo si resero a tal

nuova più vive: fortunatamente fu bentosto seguita questa notizia da

un'altra non meno inaspettata, ma di affatto diversa natura.

[136] _Scip. Ammirato Ist., l. XXI, t. III, p. 22. — Nicc.

Machiavelli, l. V, p. 155. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p.

1192._

I Fiorentini avevano sorpresa a Montepulciano la corrispondenza del

patriarca d'Alessandria col Piccinino, la quale, sebbene scritta in

cifre, bastò per risvegliare finalmente nel papa, cui si fece conoscere,

i più violenti sospetti contro il suo favorito. Eugenio aveva così

ciecamente affidate al Vitelleschi le sue armate, i tesori, le fortezze,

e tutto il suo potere, che non poteva omai, senza estremo pericolo,

spogliarne un uomo da lui fatto tanto potente. Pure diede segretamente

ad Antonio Redo, comandante di Castel sant'Angelo un ordine eventuale

d'imprigionarlo e di processarlo quando ne avesse l'opportunità. Tale

ordine non era di facile esecuzione, e Redo aspettava in silenzio

qualche favorevole circostanza, allorchè il patriarca, disposto a

partire verso la Toscana alla testa della sua armata, ordinò al

comandante di recarsi la mattina del 18 marzo sul ponte della fortezza

per ricevere le commissioni che gli darebbe partendo. Vide Antonio Redo

che l'occasione sarebbe favorevole; apparecchiò la sua gente, ed aspettò

di buon mattino sul ponte il patriarca, che giugneva alla testa di tutta

la sua armata. Il Redo gli si avvicinò rispettosamente, prese il suo

cavallo per la briglia, e, sotto colore di non volere essere udito da

coloro che lo circondavano, lo condusse a piccoli passi al di là del

ponte levatojo, parlandogli continuamente di cose importantissime, per

occupare tutta la di lui attenzione; ma quand'ebbe appena passato il

ponte fece cenno alle guardie di levarlo, ed intimò al patriarca di

rendersi prigioniero. Il Vitelleschi cercò invano di difendersi, venne

ferito nel capo e rovesciato da cavallo da coloro che lo circondavano.

Allora Redo e Girolamo Orsini cercarono di consolarlo, persuadendolo a

sperar bene; ma il Vitelleschi rispose, che, sebbene ferito, non

morirebbe in conseguenza delle sue ferite. «Non si arrestano, soggiunse,

gli uomini potenti per rilasciarli; e se mi credettero abbastanza

pericoloso per farmi prigioniere, quanto non sarei riputato più

pericoloso se riavessi la libertà[137].» Infatti il patriarca aveva

intimamente conosciuto il suo padrone; egli morì di veleno dopo pochi

giorni. La sua armata, che stava al di là del ponte, mostrava da

principio di voler vendicarlo, ed assediare il castello, ma si sottomise

tostocchè le furono comunicati gli ordini del papa. Ne fu in appresso

affidato il comando al patriarca d'Aquilea, con ordine di difendere la

Toscana con quattro mila cavalli e due mila pedoni. Tutte le fortezze in

cui il Vitelleschi teneva guarnigione rientrarono bentosto sotto

l'ubbidienza del papa[138].

[137] _Nic. Machiavelli Ist., l. V, p. 152. — An. Bonincontrii

Miniat., p. 149._

[138] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 664. — Scipione Ammirato

Stor. Fior., l. XXI, p. 23. — Mesticanza di Paulo Petrone, t. XXIV,

Rer. Ital, p. 1123._

La rivoluzione, che rovesciava il Vitelleschi, poneva in sicuro la

Toscana e la Marca; onde persuase lo Sforza a continuare la guerra in

Lombardia; soltanto egli staccò dalla sua armata mille cavalieri, che

Neri Capponi condusse a Firenze, ove giunsero avanti la fine di aprile,

nello stesso tempo che arrivavano Pagolo Orsini, ed alcuni altri

condottieri[139]. Di già il Piccinino aveva cercato di entrare in

Toscana a traverso alle Alpi di san Benedetto, ed era stato

vigorosamente respinto da Niccolò Gambacorti di Pisa, conosciuto sotto

il nome di Niccolò Pisano. Cambiando allora direzione cercò di aprirsi

un passaggio per Marradi. Questo castello, posto in sull'ingresso della

Val di Lamone, alle falde delle montagne che dividono la Toscana dalla

Romagna, era secondo l'antico sistema di guerreggiare, riputato

fortissimo, perchè il fiume forma dei precipizj intorno al rialto su cui

è posto, e Marradi avrebbe potuto fermare alcuni mesi una grande armata.

Ma Bartolomeo Orlandini, che lo comandava per conto della repubblica di

Firenze, l'abbandonò vilmente, ed il Piccinino entrandovi il 10 aprile

fu sorpreso d'aver fatto, senza tirare un colpo, un acquisto che avrebbe

potuto costargli molto sangue[140]. Marradi gli apriva le porte della

Toscana; i suoi cavalieri corsero tutto il Muggello senza trovare

resistenza; s'innoltrarono fino alle montagne di Fiesole, guastarono il

paese fino alla distanza di tre sole miglia da Firenze, ed alcuni ebbero

ancora il coraggio di passar l'Arno, oltre il quale occuparono Remolo.

In tali frangenti appunto giunse a Firenze Neri Capponi con un

distaccamento dell'armata di Francesco Sforza, cui aggiunse dei fanti

levati tra il popolo; con questi sloggiò i nemici da Remolo, e fermò i

loro guasti[141].

[139] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1193. — Scip. Ammirato,

l. XXI, p. 24._

[140] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 160. — Poggio

Bracciolini Hist., l. VII, p. 406. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 23._

[141] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1103. — Machiavelli Ist.

l. V, p. 161._

L'ingresso in Toscana di Rinaldo degli Albizzi in coda all'armata

milanese non aveva ancora prodotto in Firenze verun movimento

d'insurrezione, alcuna dimostrazione di favore per gli emigrati, quando

Francesco di Battifolle, conte di Poppi, venne co' suoi vassalli ad

unirsi al Piccinino. Nel precedente anno questo feudatario della

repubblica era stato da lei protetto contro papa Eugenio IV[142]; ma

pensò di non poter meglio mostrare il suo attaccamento ai Fiorentini,

che secondando il partito ch'egli credeva più proprio a governarli, e

l'antica sua amicizia cogli Albizzi gli tolse di vedere ciò che doveva

alla riconoscenza.

[142] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 148._

Due strade presentavansi al Piccinino, quella di Val di Marina, per la

quale sarebbe disceso tra Firenze e Prato fino alle rive dell'Arno ed

avrebbe tolta la comunicazione con Pisa, di dove i Fiorentini tiravano

le vettovaglie[143], e quella del Casentino che poteva condurlo a

rompere la comunicazione tra Arezzo e Perugia, di dove veniva l'armata

pontificia; il Piccinino preferì l'ultima. I feudi del conte di Poppi

erano posti nel Casentino; questo signore faceva sperare d'avere

intelligenze ne' castelli de' suoi vicini, ed in fatti col favore di

queste vennero in pochi giorni occupati Romena e Bibbiena; ma in seguito

avendo il Piccinino assediato castello san Niccolò, questa piccola

fortezza diede ai Fiorentini, coll'ostinata sua resistenza, abbastanza

di tempo per adunare la loro armata, essendosi difesa trentasei giorni,

dopo i quali non si arrese che dietro speciale autorizzazione dei

generali della repubblica, che vedevano l'impossibilità di soccorrerla.

Quando il Piccinino vi entrò non vi rinvenne una sola freccia nè una

carica di polvere[144]. Frattanto il suo piano d'attacco non era

riuscito; i vassalli della repubblica avevano ripreso coraggio, i

soldati occupavano tutti i posti più importanti, ed era svanita la

speranza di vedere scoppiare qualche rivoluzione in favore degli

Albizzi. Il Piccinino fece una visita a Perugia, sua patria, sperando

che la memoria di Braccio, e la gloria di cui erasi egli medesimo

coperto, consiglierebbero i suoi concittadini ad accordargli quella

signoria che Braccio aveva esercitata con tanta gloria, ma non ebbe da

loro che un regalo di otto mila fiorini. Cercò di occupare Città di

Castello colle armi, e Cortona col favore d'una congiura, ma tutto gli

riuscì male: per ultimo, dopo avere perduta parte dell'estate nelle

montagne della Toscana, ebbe avviso de' progressi dello Sforza, ed

ordine dal suo padrone di ricondurre l'armata in Lombardia[145].

[143] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 941._

[144] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 162. — Scip. Ammirato, l.

XXI, p. 25. — Poggio Bracc. l. VIII, p. 411. — Bonincontrii

Miniatensis. An. p. 149._

[145] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 164. — Scip. Ammirato, l.

XXI, p. 26. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1194._

Le truppe pontificie erano finalmente giunte a Firenze sotto il comando

di Luigi, medico del papa, ch'egli aveva nominato patriarca d'Aquilea, e

generale d'armata. Era composta di tre mila corazzieri e di cinquecento

pedoni. L'armata fiorentina, portata a tale epoca ad otto in nove mila

cavalli, era ben tale da tenere testa a quella del Piccinino; ma la

signoria non voleva niente avventurare, tanto più ch'era informata dei

vantaggi ottenuti dallo Sforza in Lombardia. Aveva perciò scritto al suo

generale Giovan Pagolo Orsini di non venire a battaglia, aspettando che

il Piccinino si ritirasse spontaneamente. Le stesse ragioni

consigliavano il Piccinino a cercare l'occasione di dare una battaglia,

perchè, costretto ad abbandonare la Toscana, sperava almeno con una

vittoria di salvare il conte di Poppi e gli altri che avevano spiegate

le sue insegne. Sapeva che l'armata fiorentina trovavasi ad Anghiari,

grossa terra lontana quattro miglia da Borgo san Sepolcro, alle falde

delle montagne che separano la valle del Tevere da val di Chiana, ed in

un piano ove poteva spiegare la cavalleria. Partì da Borgo per

attaccarla, seco strascinando due mila abitanti di questa città, che

speravano di approfittare del saccheggio che terrebbe dietro alla

vittoria. Tanta era la negligenza della militare disciplina, che i

Fiorentini non avevano avanti alle loro armate nè scolte nè posti

avanzati; e pure di que' tempi richiedevasi assai maggior tempo che non

al presente, per far vestire ai cavalieri le pesanti loro armature, per

sellare i cavalli e disporli alla pugna. Era il giorno 29 giugno del

1440, e gli uomini d'armi oppressi dal caldo eransi qua e là dispersi a

qualche distanza per cercare luoghi ombrosi e freschi. Michele

Attendolo, parente del conte Sforza, ed uno de' migliori condottieri che

avessero i Fiorentini, osservò il primo a due miglia di distanza la

polvere sollevata dalla cavalleria nemica; onde chiamando alle armi i

suoi commilitoni, ebbe appena agio d'occupare colle sue truppe il ponte

che trovasi avanti ad Anghiari, e dar tempo in tal modo al rimanente

dell'armata di adunarsi e di prendere le armi. Quando gli altri corpi

l'ebbero raggiunto, Micheletto rimase nel centro, il legato della Chiesa

alla diritta, e Giovan Pagolo Orsini coi commissarj fiorentini

dall'altro lato. L'Orsini aveva in prevenzione avuto cura di far empire

tutti i fossi tra il ponte d'Anghiari sul Tevere e la Borgata, di

atterrare tutti gli ostacoli, e di formare una spianata che permetteva

ai diversi corpi dell'armata di muoversi senza stento. Al di là del

ponte la strada per la quale s'avvicinava il Piccinino era fiancheggiata

da profonde fosse, ed ogni campo aveva un riparo difficile a superarsi.

I corazzieri milanesi non potevano avvicinare il nemico che per il

ponte, e l'infanteria fiorentina custodiva sola le rive del fiume per

vietare agli assalitori di guadarlo. I primi squadroni milanesi che

passarono il ponte vennero vigorosamente respinti da Micheletto

Attendolo; ma questi essendo stati rimpiazzati da Astorre Manfredi e da

Francesco Piccinino col fiore della armata, Micheletto venne scacciato

dal ponte, e respinto fino alla salita d'Anghiari. Frattanto i Milanesi,

che avevano passato il ponte, trovavansi scoperti da ambo i lati, ed i

Fiorentini, in piena facoltà di agire sopra di loro, gli opprimevano con

truppe fresche e più numerose. Manfredi e Francesco Piccinino vennero

dunque bentosto respinti verso il ponte sul quale si tennero fermi. Per

lo spazio di due ore il ponte fu tra le due armate vivissimamente

contrastato. I Milanesi lo attraversarono più volte, ma sempre erano

respinti tostocchè giugnevano sul piano posto dall'altra banda.

Finalmente i Fiorentini lo attraversarono ancor essi, e trovandosi in

allora coperti dai due fossi che avevano ai fianchi, rovesciarono coloro

che loro fuggivano innanzi, divisero le due ali che non poterono nè

riunirsi, nè agire contro di loro, e che pel loro retrogrado movimento

si posero in confusione. Bentosto l'intera armata fu rotta, ed un

immenso bottino di prigionieri, di armi, di cavalli, cadde in potere del

vincitore. Di ventisei capi squadra, che contava la nemica armata,

ventidue furono fatti prigionieri con circa quattrocento ufficiali,

mille cinquecento quaranta uomini in istato di pagare la taglia, e tre

mila cavalli. Ma in queste armate mercenarie, nelle quali i soldati dei

due campi, risguardandosi come commilitoni, non volevano nuocersi, i

vincitori cercavano a tutto loro potere di far fuggire i vinti. Neri

Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, volle far tradurre

i prigionieri al borgo d'Anghiari, ma invece di ventidue, più non trovò

che sei capi squadra. La seguente mattina volle inseguire il Piccinino,

che con mille cinquecento cavalli mal in ordine erasi chiuso in Borgo

san Sepolcro, ove non aveva alcun mezzo di difendersi; ma di tutti i

condottieri e capitani il solo Giovan Pagolo Orsini era pronto a

seguirlo. Tutti gli altri, occupati trovandosi nella divisione della

preda che avevano fatta, pretestavano le sostenute fatiche, o le ferite

dei cavalli. Essi consumarono tutta la mattina in contese col

commissario, ed a mezzogiorno si allontanarono quasi tutti per porre in

sicuro la fatta preda in Arezzo, di dove non tornarono che la sera al

campo[146].

[146] Leonardo Aretino, ch'era a quest'epoca uno de' decemviri della

guerra in Firenze, termina il suo commentario della storia de' suoi

tempi colla battaglia d'Anghiari, _t. XIX, p. 942_. Morì quattro

anni dopo, il 9 marzo del 1444, in età di 75 anni. La sua storia

fiorentina è più celebre che il commentario; ma questo accoppia alla

stessa eleganza di linguaggio il merito di una ingenuità di

sentimenti, raro assai presso gli storici latini del mezzo tempo.

Intorno alla battaglia d'Anghiari veggansi inoltre, _Commentarj di

Neri di Gino Capponi, p. 1195. — Niccolò Machiavelli, l. V, p. 170.

— Scip. Ammirato, l. XXI, p. 28. — J. Simonetae, l. V, p. 292. —

Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 413._

Questa grande battaglia, nella quale è così palese l'indisciplina e la

cupidigia delle armate di condottieri, i quali ruinavano gli stati per

cui guerreggiavano, non permettendo loro di approfittare dei loro

vantaggi, è diventala celebre per una circostanza, che se fosse meglio

avverata, darebbe ancora maggior peso alla singolarità di questo quadro.

Assicura il Machiavelli che in questa lunga mischia, che si prolungò le

ultime quattro ore del giorno, non vi fu che un solo uomo ucciso; e

questi ancora non in conseguenza di una nobile ferita, ma per essere

caduto da cavallo e calpestato dai combattenti. «Tale era, egli

soggiugne, la sicurezza colla quale allora si battevano: i soldati

durante la battaglia erano coperti d'impenetrabile armatura, e quando

s'arrendevano non erano mai uccisi; di modo che sotto la doppia

salvaguardia della loro armatura e del diritto della guerra, non

potevano perire nella zuffa, nè dopo[147].» Pare per altro che il

Machiavelli esagerasse alquanto questa sicurezza de' combattenti, per

fare maggiore impressione sui leggitori. Dietro il Biordo, segretario

apostolico, contaronsi nell'armata del Piccinino sessanta morti e

quattrocento feriti; e stando al Poggio, soltanto quaranta morti: in

quella de' Fiorentini, dicono essi, trovaronsi duecento feriti, dieci

de' quali morirono in conseguenza delle loro ferite[148]. Gli altri

storici contemporanei, parlando di questa battaglia, nulla dicono de'

morti o de' feriti[149].

[147] _Niccolò Machiavelli, l. V, p. 171._

[148] _Scip. Ammirato, l. XXI, p. 28. — Poggio Bracciolini, l. VIII,

p. 414._

[149] _Ist. di Giovanni Cambi, deliz. degli Erud., t. XX, p. 230. —

Cronica di Lion. Morelli, t. XIX, p. 171._

Il Piccinino, abbastanza fortunato di non essere inseguito a Borgo san

Sepolcro, ove non avrebbe potuto schivare d'essere fatto prigioniero, ne

sortì all'indomani della battaglia, ed i Fiorentini vi entrarono il

giorno dopo. Questi, invece d'accettare la sovranità di Borgo che voleva

porsi sotto la repubblica, restituirono la città alla Chiesa, facendosi

soltanto garanti de' privilegi accordatile nella sua capitolazione.

Frattanto le domande degli abitanti di Borgo risvegliarono qualche

diffidenza tra il generale della Chiesa e quello della repubblica; essi

si divisero; il patriarca con metà dell'armata corse lo stato

ecclesiastico per ristabilirvi l'autorità del papa, mentre Neri Capponi

coll'altra metà entrò nel Casentino, riprese i castelli ribellati, e

cacciò da' suoi feudi il conte di Poppi. Fu questi l'ultimo dei

discendenti del conte Guido, che avesse sovranità in Toscana. Gli fu

accordato di ritirarsi dal Casentino colla moglie, coi figli e con

trenta muli carichi; ma il piccolo suo principato, che comprendeva

diverse fertili valli e molte fortezze presso alle sorgenti dell'Arno, e

che aveva ubbidito cinquecento anni alla di lui famiglia fino dai tempi

del grande Ottone, passò a perpetuità sotto il dominio della repubblica

fiorentina[150]. Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi abbandonò per

sempre la Toscana, ed andò a soggiornare in Ancona, di dove fece un

pellegrinaggio in terra santa. Dopo il ritorno, mentre festeggiava le

nozze d'una sua figliuola, morì improvvisamente a tavola; felice, dice

il Machiavelli, di avere lasciata la vita nel meno infelice giorno del

suo esilio[151]!

[150] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1196. — Cacciata del

conte di Poppi dello stesso, p. 1217. — Poggio Bracciolini, l. VIII,

p. 414. — Ann. Bonincontrii, t. XXI, p. 150._

[151] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, 173._

Mentre ciò accadeva in Toscana, lo Sforza apparecchiava la sua armata

per soccorrere Brescia, tostocchè le strade della montagna sarebbero

praticabili senza per altro trascurare i mezzi d'aprirsi altresì la

strada della pianura o quella del lago. I Veneziani con lui d'accordo

avevano fatte trasportare nuove galere sul lago di Garda sotto il

comando del provveditore Contarini, e lo Sforza aveva mandato su questa

piccola flotta Pietro Brunoro, uno de' suoi migliori luogotenenti. Il

Contarini ruppe il 10 aprile la flotta milanese comandata da Taliano

Furlano, prese tre galere e molte barche, e costrinse il rimanente della

flotta nemica a chiudersi in Salò; assediò in appresso i castelli di

Riva e di Garda, che si resero il 29 di maggio, e ch'egli trattò con

grandissima crudeltà; ristabilì la comunicazione tra le due rive del

lago, fece ricapitare abbondanti approvvigionamenti a Brescia e forzò le

bande milanesi, disperse tra questa città e Salò, a ritirarsi[152].

Queste vittorie e l'assenza del Piccinino avendo scoraggiata l'armata,

che sotto gli ordini del Gonzaga difendeva il passaggio del Mincio, e

che poteva temere di essere presa alle spalle, lo Sforza tentò

d'aprirsi, per passare a Brescia, la strada diretta, che fin allora gli

era stata chiusa. Il 3 di giugno gettò un ponte di battelli sul Mincio,

e lo passò con tutto il suo esercito forte di circa venti mila uomini,

senza che gli si opponesse il Gonzaga, il quale si tenne chiuso in

Mantova. Taliano Furlano e Luigi del Verme, i due generali del Visconti,

andavano intanto evacuando il territorio di Brescia, ritirandosi innanzi

allo Sforza, finchè si stabilirono in riva all'Oglio, tra Soncino ed

Orci, per conservarsi padroni del ponte che serviva di comunicazione a

questi due castelli. Taliano lo copriva con una parte della sua

cavalleria, ma lo Sforza risolse di forzarlo per occupare Orci, la sola

fortezza che restasse ai Milanesi sulla sinistra dell'Oglio. Non entrò

dunque in Brescia, ove la sua assistenza più non era necessaria, ma,

giunto il 14 di giugno presso all'Oglio, ordinò a Sarpellione, uno de'

suoi luogotenenti, di attaccar Taliano Furlano, e di ritirarsi dopo i

primi colpi per allontanare il nemico dal fiume. In fatti i Milanesi lo

inseguirono, ed avanzatisi incautamente in mezzo a forze superiori

furono così vivamente caricati, che più difendere non poterono nè il

ponte, nè il castello d'Orci. Lo Sforza passò l'Oglio con tutta

l'armata, piombò addosso ai Milanesi presso a Soncino, li ruppe e loro

tolse tutti gli equipaggi con quasi mille cinquecento cavalli. Il figlio

naturale del marchese di Ferrara, Borso d'Este, quello zelante

protettore delle arti e delle lettere, che portò il primo il titolo di

duca di Ferrara, fece le prime prove in questa battaglia, nella quale

perdette quasi tutta la sua cavalleria. Mentre Niccolò d'Este, suo

padre, era attaccato al partito delle due repubbliche, Borso aveva

condotti mille cavalli all'armata del duca di Milano; o perchè avido di

gloria aspirasse ad avere un comando indipendente, o perchè la politica

di suo padre portasse di tenersi amiche le due parti per non essere

vittima di quella che restasse soccombente[153].

[152] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, p. 820, 821. — M. A.

Sabellico, dec. III, l. V, f. 177. — Jo. Simonetae, l. V, p. 289. —

Platina Hist. Mantuana, l. VI, p. 834._

[153] _Jo. Simonetae, l. V, p. 290. — M. A. Sabellico, dec. III, l.

V, f. 178. — Ann. Estens. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 459. —

Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 822._

La vittoria di Soncino, meno brillante di quella d'Anghiari, ebbe

migliori risultamenti pel vincitore: tutto il territorio di Bergamo

venne evacuato dall'armata milanese, come poco prima era stato

abbandonato quello di Brescia. Tutti i castelli, che vi aveva il

Visconti, furono presi colla forza, o capitolarono; ed i Veneziani, in

cambio d'avere la guerra in casa loro, la poterono portare nel

territorio de' loro nemici. Lo Sforza fece alcune scorrerie nel

Cremonese e nel Cremasco. Filippo Maria, ridotto a difendere i proprj

stati, richiamò il Piccinino, dando il comando di Crema a Luigi di san

Severino, e quello di Cremona a Borso d'Este[154].

[154] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 291._

Il Piccinino aveva press'a poco raccolti in Romagna tutti i prigionieri

di Anghiari, che i loro vincitori avevano posti in libertà, dopo averli

spogliati; di modo che la sua disfatta non aveva cagionato al padrone

che una perdita di danaro. Di già egli si avanzava verso la Lombardia,

onde lo Sforza rinunciò al progetto di portare la guerra sulla destra

dell'Adda. Tornò quindi a dietro per attaccare il marchese di Mantova, e

punirlo dell'assistenza data al duca di Milano. Gli prese, dopo trenta

giorni d'assedio, la fortezza di Peschiera che altra volta apparteneva

ai Veneziani, e ch'era per loro importantissima, essendo la porta di

comunicazione tra Verona e Brescia. Mentre stava occupato nello stato di

Mantova, il marchese Niccolò d'Este venne al suo campo per parte del

duca di Milano, portando proposizioni di pace. Il marchese d'Este erasi

reso sospetto ai Veneziani dopo la _defezione_ del figliuolo; egli

conosceva il pericolo della sua posizione, ed ardentemente desiderava

una pacificazione, che in altre occasioni aveva maneggiata con felice

esito. Rappresentò al conte che doveva guardarsi pel proprio vantaggio

dal ruinare affatto il duca di Milano, poichè un condottiere non aveva

meno bisogno de' suoi nemici che degli amici per mantenere la propria

importanza. Gli fece sperare di condurre in breve a fine il suo

matrimonio con Bianca Visconti, e per persuaderlo che questa volta

almeno l'offerta veniva fatta di buona fede, gli disse che Bianca era di

già arrivata a Ferrara, e gli promise che sarebbe a lui consegnata

appena conchiuso il trattato[155].

[155] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 293._

Francesco Sforza si fece premura di dar parte di tutte queste

proposizioni a Pasquale Malipieri, provveditore veneziano, incaricato di

osservare la sua armata. Rispose in appresso lo Sforza, che i Veneziani

ed i Fiorentini domandavano essi medesimi la pace, e ch'erano disposti a

sottoscriverla ad onorate condizioni; ma che per conto suo, egli non

abbandonerebbe il comando dell'armata fino alla conchiusione della pace,

e che in allora soltanto prenderebbe consiglio dai suoi amici intorno al

parentado che gli veniva proposto. La pubblica voce spargeva nello

stesso tempo dei trattati di affatto diversa natura tra il duca ed il

marchese d'Este; dicevasi che Bianca Visconti era stata mandata a

Ferrara, per essere destinata sposa di Lionello, figlio ed erede del

marchese. Le proteste di questi non ispiravano veruna confidenza allo

Sforza, regnando la più insigne malvagia fede in tutte le negoziazioni,

tanto che i giuramenti, spogliati di ogni credenza, più non erano

nemmeno un mezzo d'ingannare. La sospettosa repubblica di Venezia

osservava tutti i passi del suo generale con una inquieta diffidenza:

l'esempio del Carmagnola faceva sentire ciò che dovevasi da lei temere,

e lo Sforza aveva ragione di temere di essere tradito, dal suo governo,

dal suo nemico, e dal mediatore che negoziava tra di loro. Egli volle

lasciare a questi negoziati il tempo di maturare, ed invece

d'intraprendere qualche importante spedizione, si limitò ad assediare

diversi castelli, che il signore di Mantova aveva presi nel Veronese;

dopo di averli sottomessi ai Veneziani ricondusse le sue truppe ne'

quartieri d'inverno[156].

[156] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 296. — M. A. Sabellico, dec.

III, l. V, p. 179._

I soldati di Francesco Sforza si riposavano in Verona dopo le sostenute

fatiche, quelli del duca di Milano a Cremona, quelli de' Fiorentini in

Toscana, e quelli del papa in Romagna. Il patriarca d'Aquilea aveva dopo

la battaglia d'Anghiari cercato di riprendere Forlì e Bologna, ma era

stato respinto da Francesco Piccinino, che comandava a nome di suo padre

in quelle due città. Si era in appresso proposto di richiamare

all'ubbidienza della Chiesa Ostasio III da Polenta, che tre anni prima

era stato costretto a ricevere guarnigione milanese nella sua capitale.

Ma la signoria di Venezia, sebbene alleata del papa, era al tutto

determinata di non lasciar tornare sotto il dominio della santa sede la

città di Ravenna, che per la sua posizione riusciva a Venezia troppo

vantaggiosa, e sulla quale aveva di già esercitati i diritti di

protezione. Invitò dunque Ostasio a venire a rinnovare l'antica sua

alleanza colla repubblica; questo principe andò a Venezia, e seco

condusse, malgrado i suggerimenti del marchese d'Este, la consorte ed i

figli. L'ambizioso e perfido consiglio dei dieci non resistette alla

tentazione di spogliare una famiglia che trovavasi tutta intiera nelle

sue mani. Eccitò in Ravenna alcuni sediziosi, che presero le armi il 14

di febbrajo del 1441, ed aprirono le porte ai Veneziani, chiedendo loro

giustizia contro la tirannide del loro principe. In fatti Ostasio III

aveva dato motivo al giusto risentimento de' suoi sudditi; il consiglio

si arrogò il diritto di giudicarne, e lo mandò a Candia colla sua

famiglia, ove lo ritenne in esilio fino alla morte. Così la casa da

Polenta, che dal 1275 aveva regnato a Ravenna per lo spazio di cento

sessanta sei anni, si vide spogliata della sua sovranità nel tempo

medesimo che si spense il suo ramo primogenito[157].

[157] _Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 191. — Machiavelli Istor.

Fior., l. V, p. 182. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1107. —

Hier. Rubei Hist. Ravennat., l. VII, p. 633. In Burmanni Thesauro,

t. VII, p. 1._

La repubblica mostrossi più generosa verso Francesco Sforza, e verso

Francesco Barbaro, provveditore di Brescia, ch'ella accolse in Venezia

con infiniti onori. Invitò l'ultimo, con cento de' gentiluomini che

avevano più degli altri contribuito alla difesa di quella città, a

venire a ricevere i pubblici ringraziamenti. Furono presentati alla

signoria; il doge gli abbracciò colle lagrime agli occhi, ed esortò i

sudditi dello stato ad imitarne la fedeltà, chiedendo ai Veneziani di

conservarne eterna memoria. Questi gentiluomini bresciani e la loro

posterità vennero dichiarati esenti da ogni tassa, e fu rilasciata a

favore del comune un'entrata di venti mila ducati, che il fisco ricavava

dai mulini, per ricompensarlo di tanti sagrificj[158].

[158] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 180._

Mentre che in Venezia non si pensava che a feste ed a godimenti in onore

dello Sforza e di Barbaro, seppesi con sorpresa che il Piccinino aveva

passata l'Adda e l'Oglio il 13 febbrajo del 1441 con otto mila cavalli e

tre mila fanti, e che a Chiari, nello stato di Brescia, aveva sorpreso

due mila cavalli dello Sforza[159]. Nello stesso tempo i suoi soldati

divulgavano la voce, che il senato di Venezia, avendo concepito contro

lo Sforza que' sospetti ch'erano stati cagione della perdita del

Carmagnola dieci anni prima, l'aveva in egual modo allettato a recarsi a

Venezia, e fattagli subire la medesima sorte. Tutta l'armata dello

Sforza era in sul punto di sbandarsi a cagione di questa notizia, e

questo generale dovette affrettarsi di farsi vedere ai suoi soldati ed

ai suoi amici per ismentire le voci sparse ad arte dai nemici[160]: ma

non arrivò a tempo per impedire l'allontanamento di Sarpellione, uno de'

suoi migliori ufficiali, ch'egli aveva sollevato dalla più abbietta

condizione, e il quale, sedotto dal Piccinino, passò ai servigi di

Filippo Maria con tre cento cavalli[161].

[159] _Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 416._

[160] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 180. — Poggio

Bracciolini, l. VIII, p. 416._

[161] _Jo. Simonetae Hist. Francisci Sfortiae, l. V, p. 249._

Il Piccinino ritirossi all'avvicinarsi dello Sforza, siccome colui che

non voleva intraprendere una campagna d'inverno, e rientrò dal canto suo

ne' proprj quartieri. Lo Sforza rese armi e cavalli ai corazzieri che

tutto avevano perduto a Chiari, richiamò i soldati che aveva lasciati in

Toscana, persuase la signoria a rimpiazzare Gattamelata, prendendo al

suo soldo Michele Attendolo suo parente; ma intanto i promessi sussidj

non venendogli esattamente pagati, non potè entrare in campagna che il

primo di giugno, dopo il Piccinino che aveva di già invaso lo stato di

Brescia.

Le due armate si scontrarono il 25 di giugno presso Cignano: lo Sforza

attaccò il suo nemico senza riportarne vantaggio e si ritirò senz'essere

inseguito[162]. In appresso, ingannando il Piccinino, passò l'Oglio a

Pontoglio, ed andò ad assediare Martinengo che impediva la comunicazione

tra Brescia e Bergamo. Il suo nemico, che non aveva saputo vietargli il

passaggio del fiume, fu ben tosto soddisfatto d'averlo lasciato tanto

avanzare; perchè, mentre egli aveva fatto entrare nel castello Giacomo

Gaivano con mille corazze, che bastavano per rendere vani tutti gli

attacchi dello Sforza, venne a porsi egli medesimo alla distanza di un

miglio dal campo degli assedianti in una tale posizione, che rendeva

loro quasi impossibile la ritirata, intercettando le vittovaglie,

molestando i _foraggeri_, e non lasciando loro la libertà di tentare un

assalto sopra Martinengo, perchè in tempo dell'attacco avrebbe potuto

prenderli alle spalle[163]. La posizione dello Sforza rendevasi ogni

giorno più difficile, ed era omai più di un mese che la sua armata stava

sotto Martinengo. Aveva nel suo campo trenta mila persone; la sua

numerosa cavalleria aveva consumati tutti i foraggi del vicinato; egli

era costretto di mandare a cercarne a dieci miglia di distanza, e

sebbene desse sempre grosse scorte ai _foraggeri_, perdeva sempre la

metà de' convogli. I viveri andavano diminuendo, mentre mantenevansi

abbondantissimi ed a basso prezzo nel campo del Piccinino. I suoi

soldati non passavano un solo giorno, una sola notte, senz'essere

inquietati da falsi rumori, senz'essere risvegliati da improvviso

attacco. Tale era lo svantaggio grandissimo di quelle armate di pesante

cavalleria, cui era affidata la somma delle guerre, che mai non potevasi

forzare il nemico a venire a battaglia, perchè il più piccolo

trinceramento bastava a fermare i corazzieri. Lo Sforza, per uscire

dalle strette in cui era caduto avrebbe avuto bisogno d'attaccare il

Piccinino nel suo campo; ma così forte era la di lui posizione, avuto

riguardo ai mezzi d'attacco della cavalleria, che sarebbe stata cosa

insensata il tentarlo[164].

[162] _Jo. Simonetae, l. V, p. 302. — M. A. Sabellico, dec. III, l.

V, f. 181. — Scipione Ammirato, l. XXI, p. 33._

[163] _Jo. Simonetae, l. V, p. 304. — Comment. di Neri di Gino

Capponi, t. XVIII, p. 1198. — Platinae Hist, Mant., l. VI, p. 838._

[164] _Scipione Ammirato, l. XXI, p. 35. — Jo. Simonetae, l. V, p.

305. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 181._

D'assediante, ridotto ad essere assediato, lo Sforza abbandonavasi alle

più tristi riflessioni; perdendo la sua armata, che omai non sapeva più

in qual modo salvare, vedeva sfumare tutte le concepite speranze di

grandezza e di sovranità; quando circa la mezza notte venne introdotto

nella sua tenda Antonio Guidoboni di Tortona, uno de' più fedeli

servitori del duca di Milano, ed amico ancora del conte Sforza.

«Filippo, che a te mi manda, gli disse, conosce abbastanza la tua

prudenza e la tua esperienza militare per assicurarsi che tu non ignori

i pericoli della tua posizione e di quella de' Veneziani e de'

Fiorentini. La mancanza de viveri non può permetterti di tenere ancora

lungamente assediato Martinengo, e la vicinanza della sua armata non ti

lascia modo di ritirarti senza gravissima perdita. Egli si tiene dunque

in pugno una vittoria vicina ed immancabile; pure egli vi rinuncia:

imperciocchè egli, che sempre è stato padrone, non conosce maggiore

indegnità di quella d'essere sottomesso come un prigioniere alle domande

ed alle condizioni che vogliono imporgli i suoi servitori. Ora i suoi

affari sono ridotti a questo punto, che in mezzo alla guerra, quello

stesso Piccinino, ch'egli tanto innalzò, gli chiede la sovranità di

Piacenza, Luigi di Sanseverino quella di Novara, Luigi del Verme vuole

Tortona, Taliano Furlano Bosco e Figarolo nel territorio d'Alessandria,

e gli altri suoi condottieri altri stati o altri feudi. Com'essi lo

vedono senza prole e senza successore, osano, lui vivente, dividere in

tal modo la sua eredità. Ma piuttosto che sottomettervisi, il Visconti

ha risoluto di cercare il tuo avanzamento, il tuo onore e quello de'

Veneziani e de' Fiorentini, purchè tu sappia approfittarne. Per pegno

porrà in tua mano tutto ciò che fu preso dal Piccinino nello stato di

Bergamo, cominciando dallo stesso Martinengo che tu stringi d'assedio.

Ti darà in matrimonio la figlia Bianca e per dote Cremona col suo

territorio, ad eccezione di due castelli. Io devo dunque chiederti

soltanto un salvacondotto per Eusebio Caimo, suo segretario, il quale

verrà subito nel tuo campo a dare l'ultima mano al trattato»[165].

[165] _Jo. Simonetae, l. V, p. 306._

Lo Sforza, colmo di gioja, dichiarò che accettava le parti di mediatore,

e rilasciò i chiesti salvacondotti. La susseguente notte vennero firmati

i preliminari con Eusebio Caimo, senza che nel campo si avesse il più

leggiere sospetto dell'accaduto. Quando in sul fare del giorno il

procuratore di san Marco, Malipiero, venne presso lo Sforza al consiglio

di guerra coi principali ufficiali dell'armata, questi loro annunciò

sorridendo, che la pace era fatta, e vietò all'istante ogni atto ostile.

Comunicò in appresso al Malipiero le convenute condizioni, facendogli

sentire quanto sarebbe imprudente di aspettare, per conchiudere il

trattato, l'approvazione del senato veneto[166].

[166] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 182._

Caimo dal canto suo ordinò al Piccinino di sospendere le ostilità.

Questo vecchio generale, che già si teneva la vittoria in pugno, ricusò

alcun tempo di ubbidire ad un ordine che sembravagli tanto assurdo, e di

rinunciare ad infallibili successi. Il segretario di Filippo per ridurlo

all'ubbidienza, fu costretto di minacciarlo di fargli ribellare tutti i

soldati milanesi, che servivano nella sua armata, facendoli passare

nell'armata dello Sforza. Il Piccinino, deplorando la propria sventura,

fu costretto di cedere. Omai, diceva egli, sentivasi sorpreso dalla

vecchiaja, era diventato zoppo in guerra, aveva consumata per Filippo la

sua salute e la vita, e questi non lo credeva degno nemmeno d'essere

chiamato ai consiglj in cui trattavasi della pace. Il suo padrone,

piuttosto che accordargli una ricompensa per la quale aveva così lungo

tempo penosamente servito, davasi egli medesimo colla figliuola in mano

al suo nemico. Gli stessi dominj milanesi, che il Piccinino aveva tante

volte difesi e tante volte strappati a potenti armate venivano date al

suo più antico rivale, a quello stesso che aveva cercato di averli a

viva forza. L'ambizione legittima d'un vecchio generale risguardavasi

come un delitto, mentre Filippo appagava i più avidi voti di colui che

aveva scosso il suo trono, e di cui poteva adesso vendicarsi[167].

[167] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 182. — Platina Hist.

Mant., l. VI, p. 838. — Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 186._

Non pertanto i due generali, che si erano così lungamente battuti, si

scontrarono e s'abbracciarono con tutte le dimostrazioni di vicendevole

stima[168]. I due campi si confusero in un solo, non d'altro mostrandosi

occupati che di feste e di conviti. I popoli, ancora più felici,

credettero che questo trattato, sanzionato da una stretta parentela,

avrebbe avuto maggior durata che non i precedenti, e che lungo tempo

assicurerebbe il riposo dell'Italia. Le nozze di Francesco Sforza e di

Bianca Visconti, allora in età di sedici anni, e non meno illustre per

la sua bellezza e pel suo carattere che per la sua nascita, vennero

celebrate il 24 di ottobre, ed in pari tempo il suo sposo fu posto in

possesso di Cremona e di Pontremoli. Egli era stato riconosciuto arbitro

dalle potenze alleate come dal Visconti. Gli ambasciatori di quelle e di

questo si adunarono presso di lui a Capriana; e dopo alcune

negoziazioni, il 20 novembre del 1441, in virtù della sua autorità

arbitramentale, egli loro dettò le condizioni della pace. Con questo

trattato il duca di Milano, la repubblica di Venezia, quella di Firenze,

quella di Genova, il papa ed il marchese di Mantova, vennero rimessi ne'

loro antichi diritti e confini. L'ultimo soltanto fu costretto a

rinunciare ad ogni pretesa sopra Peschiera, Lonato, Asola e Valeggio,

ch'egli aveva conquistate nel territorio veronese, ed in appresso

perdute: dovette inoltre restituire Porto Legnago, Nogarola, e tutto

quanto possedeva ancora delle precedenti sue conquiste; perciò egli solo

lagnavasi di una pace, che pure era cagione dell'universale

allegrezza[169].

[168] _Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 418._

[169] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. V, p. 310. — M. A.

Sabellico Ist. Ven., dec. III, l. V, f. 183. — Scipione Ammirato, l.

XXI, p. 83. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1198. — Poggio

Bracciolini l. VIII, p. 419. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p.

1108._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 5 / 14 题