CAPITOLO LXVIII.

_Gli emigrati fiorentini persuadono il duca di Milano a

rinnovare la guerra contro Firenze: questa repubblica scontenta

di Venezia soscrive una tregua separata; assedio di Brescia;

pericolo dei Veneziani._

1436 = 1438.

Due sole repubbliche, Venezia e Firenze, sostenevano con costanza in

Italia la causa della libertà, mostrandosi sempre apparecchiate a fare

argine ai progetti degli usurpatori, ed a mantenere fra i diversi stati

quell'equilibrio che a ciascheduno conservasse la rispettiva importanza

e ricchezza. Pure queste due città non avevano una costituzione che

fosse propria ad assicurare a loro medesime i vantaggi di quella libertà

di cui si mostravano tanto gelose. La forma del governo era tale, che

assicurava bensì l'impiego delle forze individuali a favore della causa

pubblica, ma non guarentiva colla forza pubblica la libertà, la

proprietà e la vita di ogni individuo. Vedevasi in queste repubbliche lo

sviluppamento di sommi talenti, di molto zelo, di molte virtù pel

servigio della patria; ma non vi si trovava quel felice equilibrio dei

poteri, che deve impedire ai magistrati di opprimere il popolo, e ad una

fazione di soverchiare l'altra. A Venezia un'autorità forte e segreta

faceva tacere tutte le personali passioni, fino dalle loro prime mosse

fermava tutte le fazioni, preveniva tutte le rivoluzioni, e non

permetteva che alcun uomo, alcun carattere, alcun individuo si staccasse

dalla massa comune. Lo spirito non aveva che l'astratta nozione di

repubblica; vedevansi sulla scena la signoria, il gran consiglio, il

consiglio dei dieci, vedevansi animati da una ambizione profonda,

orgogliosa, ostinata, che mai non veniva meno; pure non attaccavasi

verun nome alle loro decisioni. Il carattere o le virtù del doge, la

prudenza d'un consigliere, i talenti d'un oratore non trasparivano

giammai dal velo che copriva tutte le deliberazioni della signoria. Gli

stranieri, gli storici, i medesimi sudditi dello stato vedevano sempre

la repubblica come un ente ideale, che mai non mutava sistema, che non

aveva che eterne passioni, e che pure impiegare sapeva per giugnere a'

suoi fini tutti i talenti e tutte le virtù che l'amore di patria può

risvegliare in ogni cittadino, quand'egli sente che questa patria

osserva le sue azioni, e che ancor egli è qualche cosa nello stato.

Affatto diversa era la repubblica fiorentina; la di lei costituzione era

meno forte d'assai che lo spirito pubblico, onde era animata: la

signoria, i consiglj, le magistrature, avevano un credito meno stabile,

un carattere meno marcato dei cittadini che li dirigevano. I corpi

costituiti rientravano nell'oscurità per lasciar figurare gl'individui;

ed il potere dello stato, invece d'essere concentrato nelle mani de'

pubblici magistrati, trovavasi quasi tutto fuori delle magistrature.

Veniva questo esercitato da alcuni uomini la di cui prudenza, la

ricchezza, l'eloquenza e le parentele costituivano il credito. A misura

che questi uomini, trionfavano gli uni degli altri, che riuscivano a

soppiantarsi, a mandarsi reciprocamente in esilio, vedevasi la

repubblica passare dalle mani di una famiglia in quelle di un'altra.

Allora i diritti de' cittadini venivano violati dalla fazione

trionfante, come a Venezia lo erano frequentemente dalla permanente

autorità dei magistrati; ma la forma del governo conservavasi press'a

poco la medesima, ed il suo spirito esterno era ancora più costante.

Vedevasi con maraviglia la politica de' Fiorentini, riguardo a tutto il

rimanente dell'Italia, conservarsi così ferma, così irremovibile, come

se un antico immutabile senato avesse dettate tutte le sue disposizioni.

La fazione degli Albizzi, che aveva dominato per lo spazio di

cinquantatre anni, dal 1381 al 1434, erasi resa benemerita della

repubblica fiorentina. In così lungo tempo aveva dato prove di tanta

saviezza, costanza, e moderazione nella direzione degli affari, che non

era stata pareggiata da quelle che l'aveva preceduta, nè imitata

dall'altra, che la seguì. Furono gli Albizzi, che sventarono più volte

gli ambiziosi progetti di Giovan Galeazzo, primo duca di Milano, di

Ladislao, re di Napoli, e di Filippo Maria Visconti. Nello stesso tempo

che avevano in tal maniera mantenuta la libertà dell'Italia, essi

avevano rispettata quella del proprio paese. Maso degli Albizzi, Niccolò

d'Uzzano e Rinaldo degli Albizzi, che si erano succeduti nella direzione

del governo, non avevano mai lasciato di essere semplici cittadini, mai

non si erano arrogati nè sullo stato, nè sul proprio loro partito,

un'arbitraria autorità, nè avevano impiegato verun mezzo nascosto per

accrescere o la propria influenza o le proprie ricchezze. Invece di

ricorrere alla forza o alla corruzione per consolidare il loro credito,

non avevano altro appoggio che il proprio merito, i talenti ed i

parentadi. La rivoluzione che li rovesciò nel 1434, innalzando in vece

loro Cosimo de' Medici, cominciò da quell'istante ad alterare in Firenze

i principj del governo repubblicano. Il partito dei Medici era distinto

dal nome di partito popolare, e il di lui trionfo venne risguardato come

una vittoria della democrazia sopra l'aristocrazia; ma appunto per ciò

riuscì più funesto ai sentimenti di eguaglianza. Quanto più i partigiani

di Cosimo dei Medici erano di un ordine subalterno, tanto più le immense

ricchezze, e l'infinita considerazione di questo capo erano

sproporzionate alla loro oscurità. Egli diventò l'uomo del suo partito

assai più esclusivamente che non lo era stato del proprio Rinaldo degli

Albizzi; e da quest'epoca in poi la famiglia dei Medici cominciò a

camminare a passi da gigante verso la sovranità della Toscana, di cui si

rese padrona dopo un secolo.

Il trionfo del partito dei Medici fu accompagnato da molti atti

tirannici. La balìa, che aveva data nuova ferma al governo, percosse con

sentenze rivoluzionarie la maggior parte dei capi della vinta fazione.

La signoria che sedeva nei mesi di novembre e dicembre del 1434, e che

assolutamente era addetta ai Medici, fu ancora più rigorosa. Prolungò il

termine dell'esilio di alcuni proscritti, aggravò per altri la pena

della relegazione, obbligandoli a soggiornare in luoghi insalubri, o

lontani da tutti i loro interessi, stese le sue condanne sopra molte

nuove vittime, ed era ne' suoi giudizj meno diretta dalla condotta

tenuta da coloro ch'ella condannava, che dall'importanza che dar loro

potevano le ricchezze, i parenti ed il numero degli amici[80]. Ella mai

non si astenne dallo spargere il sangue. Antonio, figlio di Bernardo

Guadagni, venne decapitato con altri quattro cittadini; e furono visti

con non minore maraviglia che spavento tra coloro che subirono l'estremo

supplicio Cosimo Barbadori e Zanobio Belfratelli, i quali, avendo

abbandonato il luogo della loro relegazione per andare a Venezia, eranvi

stati arrestati per ordine della signoria e mandati a Cosimo de' Medici,

con aperto disprezzo del diritto delle genti, e di quell'ospitalità

universale che i Veneziani medesimi riguardavano come una franchigia

della loro città[81].

[80] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 92. — Ricordi di Gio.

Morelli. Deliz. degli Eruditi, t. XIX, p. 124. — Ist. di Gio. Cambi.

Ivi, t. XX, p. 198._

[81] _Scipione Ammirato, l. XXI, t. III, p. 7._

Tanti esilj e condanne dovevano all'ultimo indebolire la repubblica;

onde il partito vincitore per compensare Firenze delle perdite che le

aveva cagionate, distribuì molte grazie ai suoi aderenti. La famiglia

degli Alberti, che un mezzo secolo prima era stata dichiarata ribelle,

venne riammessa a tutti gli onori che aveva perduti; quasi tutte le

antiche condanne furono abolite, e quasi tutti i grandi ristabiliti

nell'esercizio dei diritti di cittadinanza. Si esaminarono tutte le

borse da cui cavavansi a sorte i magistrati, e ne furono levati tutti i

nomi sospetti di parzialità per gli Albizzi, sostituendovi quelli de'

più zelanti partigiani del nuovo governo. E con più attenta cura si

procedette inoltre nello scegliere i giudici criminali. Gli esiliati,

anche spirato il termine del loro esilio, non furono ammessi a rientrare

in patria che dopo avere ottenuti da trentasette votanti trentaquattro

voti favorevoli in una deliberazione della signoria unita al collegio.

Ogni corrispondenza coi proscritti, ogni azione, ogni parola sospetta,

furono severamente punite; e coloro, tra i partigiani del precedente

regime, che non furono nominativamente condannati, vennero assoggettati

a straordinarie contribuzioni, colle quali si cercò di ruinarli[82].

[82] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 93. — Scip. Ammirato Istor.

Fiorent., l. XXI, t. III, p. 2._

Rinaldo degli Albizzi, che aveva avuto ordine di allontanarsi più di

cento miglia da Firenze, non tardò a violare i confini assegnatigli, ed

a incorrere per tale motivo in una condanna a morte come ribelle. Ma

poco atterrito da questa impotente sentenza, ad altro più non pensava

che a riaccendere la guerra tra Firenze ed il duca di Milano, onde

tornare in patria coll'ajuto delle armi straniere. Pareva che i

Fiorentini ed i Veneziani avessero violata la pace recentemente segnata,

ricevendo i Genovesi come loro alleati. Col trattato di pace avevano

riconosciuto il Visconti come signore di Genova, onde non potevano

promettere soccorsi ai Genovesi ribelli. Tosto che Rinaldo degli Albizzi

ebbe contezza di questa violazione dell'ultimo trattato si recò presso

il duca di Milano. Ne' suoi discorsi non cercò di palliare la lunga sua

nimicizia colla casa Visconti, nè la vigilanza con cui aveva resi vani i

suoi progetti in tutto il tempo ch'egli era stato alla testa della

repubblica; allora, egli diceva, aveva fatto il debito suo verso la

patria, e non credeva adesso di soddisfare meno utilmente al dovere di

fedele cittadino, armando contro di lei un possente vicino; giacchè non

mirava a farla schiava, ma bensì a renderle la perduta libertà. «La

calamità d'un malvagio governo, gli diceva egli, è ben più durevole e

più perniciosa assai che una guerra; ed il male passaggiero che noi

facciamo oggi alla nostra patria, è il solo mezzo che ci rimane per

preservarla da un perpetuo male.» Fece in appresso osservare, che

Firenze, accettando l'alleanza Genovese, aveva dato al duca un giusto

motivo di riprendere le armi; che questa repubblica, impoverita, divisa,

e che sospirava un liberatore, prometteva al suo nemico quegli

avvenimenti, che mai avuti non aveva nelle precedenti guerre[83].

[83] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 101. — Scip. Ammirato Stor.

Fior. l. XXI, t. III, p. 6._

Filippo Maria lasciossi persuadere dai discorsi di Rinaldo e degli altri

fuorusciti fiorentini; suppose che potesse scoppiare in questa

repubblica una rivoluzione, e che convenisse porsi in situazione di

approfittarne. Ma i nemici di uno stato, quando fondano le speranze loro

sull'interno malcontento, sono d'ordinario tanto più facilmente

ingannati, quanto sono meglio serviti dalle loro spie. I bucinamenti,

l'impazienza, i desiderj di vendetta, ne' quali confidano, esistono

effettivamente, ma non producono verun effetto, nè mai corrispondono

all'aspettazione. Il pubblico potere, lungi dall'essere inceppato dagli

umori di alcuni malcontenti, trova frequentemente ne' medesimi un

pretesto per ispiegare maggiore energia, e l'orgoglio nazionale rare

volte permette ai popoli, che soffrono maggiormente, di aspettare dagli

stranieri il loro sollievo.

Del rimanente il Visconti era spinto a far la guerra a Firenze, più che

dalle istanze degli emigrati, dalla sua personale animosità. Aveva

ordinato a Niccolò Piccinino d'attaccare immediatamente Genova, e di

soccorrere i soldati milanesi che difendevano il Castelletto; ma tutti

gli sforzi di così valente generale per liberare questa fortezza erano

riusciti vani. Mentre egli sforzava i passaggi della Polsevera, che

riuniva san Pier d'Arena e parte della Riviera di Ponente, il

Castelletto aveva capitolato, sto per dire, sotto i suoi occhi, e dai

Genovesi era stato demolito[84]. Allora il duca ordinò al suo generale

di recarsi nella Riviera di Levante per minacciare nello stesso tempo

Genova e la Toscana, e per approfittare dell'occasione di sorprendere i

Fiorentini prima di dichiarar loro la guerra.

[84] _Uberti Folietæ Hist. Genuens., l. X, p. 589. — Jacobi Bracelli

Hisp. Belli, l. IV, t. 4._

Le negoziazioni, non altrimente che i movimenti militari, procedevano

con estrema lentezza, onde passò tutt'intero il 1436 senza che si

dichiarasse la guerra. Il Piccinino dava voce di agire in proprio nome

come condottiere, non già come generale del duca di Milano; annunciava

di voler passare nel regno di Napoli ai servigi d'Alfonso; minacciava di

farsi strada colle armi alla mano, e sotto questo pretesto attaccò

Pietra Santa, poi Vico Pisano, indi Barga, che i Fiorentini difesero

contro di lui[85]. Questi gli opposero il conte Francesco Sforza,

condottiere, che contratta aveva con Cosimo de' Medici la più intima

confidenza ed amicizia, e che innalzandosi al di sopra della falsa e

ristretta politica de' mercanti di soldati, manifestava di già i

sentimenti d'un cavaliere e d'un principe.

[85] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 106. — Scip. Ammirato, l.

XXI, t. III, p. 7. — Poggii Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p.

385._

Francesco Sforza era stato dichiarato da Eugenio IV sovrano della Marca

d'Ancona e gonfaloniere della chiesa, ed in contraccambio aveva

ristabilita l'autorità del papa in quasi tutti gli stati che si erano

contro di lui ribellati. Anche in sul cominciare di questo stesso anno

1436 gli aveva sottomesso Forlì, cacciandone Antonio degli

Ordelaffi[86]. Ma Eugenio IV non ebbe appena ricuperato il patrimonio

de' suoi predecessori che si era pentito d'averlo ricuperato

coll'alienazione della Marca d'Ancona. Per riacquistare questa provincia

aveva convenuto con Baldassar di Offida, suo luogotenente a Bologna,

ov'egli medesimo in allora risiedeva, di far assassinare il suo

generale. Ma lo Sforza ebbe avviso di questa trama da un cardinale, suo

amico, la vigilia stessa della sua esecuzione; ed avendo intercettata

una corrispondenza che disvelava apertamente il progetto d'Eugenio e del

suo malvagio agente, s'accontentò di rapire il 16 settembre Baldassar

d'Offida di mezzo all'armata pontificia, e di mandarlo nella torre del

castello di Fermo, ove questo sventurato morì tra le catene; lo Sforza

non mostrò verun risentimento contro Eugenio IV, che tutto tremante gli

faceva le più umili scuse, e dava colpa di tutta l'iniquità che aveva

voluto commettere al suo solo consigliere[87].

[86] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 250._

[87] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 255. — Cron. di

Bologna, t. XVIII, p. 657._

Era unicamente pel mantenimento dell'equilibrio d'Italia, che il conte

Francesco Sforza mostrava tanta moderazione. La di lui ambizione non

rimaneva soddisfatta, come quella degli altri condottieri, dalle

semplici vicende della guerra; di già nudriva la speranza di raccogliere

un giorno parte dell'eredità del duca di Milano, facendo valere

gl'incerti diritti di Bianca, figliuola naturale di questo duca, di cui

gli era stata da gran tempo promessa la mano. Più non rimaneva alcuna

prole legittima de' Visconti per riclamare la loro eredità, e le pretese

d'una bastarda potevano acquistare qualche valore dall'appoggio d'un

soldato di fortuna. Ma lo Sforza conosceva le astuzie, la falsità e

l'inconseguenza del futuro suo suocero; sapeva che il solo timore aveva

potuto ispirargli l'idea di formare questo parentado; non voleva

comprometterne l'importanza, o cessare un solo istante di comparire

formidabile agli occhi del duca di Milano, di cui domandava sempre la

figlia. Voleva in pari tempo conservare la sua sovranità della Marca, la

riputazione di primo generale d'Italia, ed il comando della più bella

armata. S'egli la metteva al soldo del Visconti, arrischiava di vederla

dispersa o distrutta dagli artificj e dalla gelosia di colui che si

sarebbe dato per padrone. Egli non era ricco abbastanza per mantenere i

suoi soldati a proprie spese; onde richiedeva il suo vantaggio ch'egli

s'unisse alle due repubbliche, che sole bilanciavano la potenza del

duca; che fosse sempre apparecchiato a combatterlo, e che non lasciasse

in pari tempo d'accarezzarlo; finalmente che mantenesse, non meno colle

armi che coi trattati, l'equilibrio dell'Italia, il quale era oggetto

della politica degli stati, cui egli serviva[88].

[88] _Jo. Simonetae, l. IV, p. 258._

Voleva questa politica che non si alterasse l'unione delle due

repubbliche col papa, poichè la loro lega appena uguagliava la forza di

quella del duca di Milano con Alfonso; e l'equilibrio di queste due

leghe era la sola guarenzia dell'esistenza di tutti i piccioli stati

dell'Italia. Altronde ciascheduno trovavasi avere ai suoi servigj

un'associazione militare, il più delle volte indicata col nome di

_scuola_; e la rivalità di queste due scuole formava la sicurezza

dell'uno e dell'altro partito. Eransi esse formate in sul declinare del

quattordicesimo secolo; l'una da Braccio da Montone, e l'altra da Sforza

Attendolo, padre del conte Francesco. L'inimicizia di questi due grandi

capitani, ch'erasi mantenuta viva fino alla loro morte, passò in tutti

gli allievi ch'essi avevano ammaestrati nel mestiere delle armi, e che,

dispersi in servigio di tutti gli stati d'Italia, erano pur sempre uniti

da questa gelosia di corpo. La milizia, ossia scuola di Braccio, aveva

allora per suo capo Niccolò Piccinino, che si mantenne costantemente

attaccato al duca di Milano; fu questa una sufficiente ragione agli

occhi degli allievi dello Sforza, e del conte Francesco, loro capo, per

non abbandonare il partito delle repubbliche. Niccolò Piccinino e

Francesco Sforza trovaronsi in faccia l'uno all'altro ai confini dei

territorj lucchese e pisano, in ottobre del 1436; ma sì l'uno che

l'altro veniva ritenuto dal timore di dar principio ad una nuova guerra,

cui i sovrani che servivano non erano ancora pienamente determinati. Le

loro scaramucce erano risguardate come effetto della rivalità esistente

tra le due scuole, e non interrompevano i trattati di papa Eugenio

diretti al mantenimento della pace d'Italia. Frattanto il Piccinino

aveva nel cuore dell'inverno assediata Barga, in allora piazza di grande

importanza, e la di cui perdita poteva trarsi addietro quella di tutta

la Liguria fiorentina, onde i consiglj di Firenze si decisero per la

guerra. Ordinarono allo Sforza di soccorrere Barga ad ogni costo, senza

risparmiare più oltre i sudditi del duca di Milano o della repubblica di

Lucca, la quale aveva acconsentito che s'incominciassero le ostilità nel

suo territorio. Lo Sforza fece attraversare le montagne a tre de' suoi

capitani con due mila cinquecento uomini, i quali improvvisamente

piombando sopra gli assedianti, il giorno 8 di febbrajo del 1437, li

ruppero, loro facendo molti prigionieri, e forzandoli a levare

l'assedio[89].

[89] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 258. — Scip.

Ammirato Istor. Fior. l. XXI, t. III, p. 8. — Niccolò Machiavelli

Ist., l. V, p. 108. — Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 146._

Alla notizia delle prime ostilità, che ebbero luogo in Toscana, i

Veneziani ordinarono al loro generale, Giovan Francesco Gonzaga,

marchese di Mantova, di occupare la Ghiara d'Adda; questa diversione

costrinse il Piccinino a ripassare in Lombardia per opporsi ai

Veneziani[90]. Ma abbandonando la Toscana lasciava, per così dire, la

repubblica di Lucca esposta alle vendette di Francesco Sforza. Questo

piccolo stato, che conosceva la propria debolezza, e che temeva per la

sua indipendenza, aveva quasi sempre creduto di dover far causa comune

coi nemici de' Fiorentini. I Lucchesi eransi posti in così pericolosa

situazione piuttosto per diffidenza che per ambizione. Dopo avere

provocati i loro potenti vicini per compiacere il duca di Milano,

trovaronsi soli a fronte loro. Altronde il costante oggetto

dell'ambizione della repubblica fiorentina era quello di stendere il suo

dominio su tutta la Toscana, ed a più riprese aveva tentato

d'impadronirsi di Lucca; nella quale impresa non era riuscita il più

delle volte per la gelosia de' proprj alleati piuttosto che per la

potenza dei nemici. In primavera del 1437 Francesco Sforza guastò tutto

il territorio di Lucca senza incontrare ostacolo. Prese poi Camajore,

Monte Carlo ed Uzzano, ragguardevoli castelli che furono mal difesi. Ma

i Lucchesi, abbandonando le loro campagne in balìa de' nemici, eransi

chiusi entro le loro mura, risoluti di difendersi fino all'ultima

estremità. «Che si ruinino i nostri campi (loro aveva detto un

magistrato), che s'inceneriscano le nostre ville, che si occupino le

nostre terre; se noi salviamo la patria, verrà un tempo in cui riaveremo

ogni cosa: ma se perdiamo la patria, invano avremmo salvata ogni altra

cosa. Se conserviamo la libertà il nemico non potrà tener sempre i

nostri poderi; se noi la perdiamo, non sarà forse in allora ancora

padrone de' nostri beni[91]?»

[90] _M. Ant. Sabellico Hist. Venet., dec. III, l. II, 3 f. 155. —

Jo. Simonetae Hist., l. IV, p. 261. — Poggii Bracciolini Hist., l.

VII, p. 387._

[91] _Nicc. Machiavelli Ist., l. V, p. 115. — Poggio Bracciolini

Histor. Flor., t. XX, l. VII, p. 386._

Ma i Veneziani, invece di fare una vantaggiosa diversione, attaccando il

duca di Milano, avevano posto il proprio stato in pericolo. Gattamelata,

uno de' loro generali, era stato battuto nel passaggio dell'Adda[92], ed

il Gonzaga, malcontento di non vedersi onorato di un'intera confidenza,

si era dimesso dal comando della loro armata. I Veneziani chiesero

caldamente, ed in ultimo ottennero dai Fiorentini il conte Sforza per

opporlo al Piccinino; onde lo Sforza, abbandonato l'assedio di Lucca,

avanzossi fino a Reggio per richiamare a sè l'armata lombarda che

minacciava gli stati di Venezia; ma essendosi per sistema prescritto

varj riguardi verso il duca di Milano, voleva soltanto combattere contro

le sue armate, ma non invadere i suoi stati. Gli aveva promesso di non

passare il Po per attaccarlo, e per quante istanze gli fossero fatte dai

Veneziani e dai Fiorentini, mai non volle mancar di parola al duca. I

Veneziani sdegnati ricusarono di pagargli il soldo pattuito, e Cosimo

De' Medici andò invano a Venezia per mettere d'accordo questa repubblica

col suo generale; lo Sforza tornò in Toscana senza avere combattuto in

Lombardia. Frattanto una così aperta deferenza pel Visconti gli aveva

dato un nuovo credito alla corte di Milano, onde ricominciò le sue

negoziazioni per ottenere in matrimonio Bianca, figliuola del duca,

tosto che uscirebbe dalla fanciullezza. In pari tempo propose una tregua

tra il duca, i Lucchesi ed i Fiorentini, ed infatti ottenne che fosse

per dieci anni soscritta, il 28 aprile del 1438. I Fiorentini

conservarono le conquiste che avevano fatte sui Lucchesi, i quali furono

ridotti a non avere intorno alla città che un territorio di sei miglia

di raggio. Per altro in breve tutto il paese tolto ai Lucchesi, durante

la guerra, venne loro restituito per accondiscendenza del vincitore, ad

eccezione di Monte Carlo, d'Uzzano e del porto di Motrone[93].

[92] _Marc'Ant. Sabellico Hist. Veneta, Dec. III, l. II, f. 156._

[93] _Nicc. Machiavelli Hist., l. V, p. 120. — Scip. Ammirato Stor.

Fior., l. XXI, t. III, p. 13. — Marc'Ant. Sabellico Hist. Ven., Dec.

III, l. II, fol. 158. — Jo. Simonetae Histor. Franc. Sfortiae, l.

IV, p. 265. — Leon. Aretini Comment. t. XIX, p. 939. — Poggio

Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 390. — Platinae Hist. Mant., t.

XX, l. V, p. 814. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 147._

I Veneziani, che si piccavano di non abbisognare di esterni soccorsi per

mantenere la loro indipendenza, erano stati eccitati invano o a

continuare a pagare la parte loro de' sussidj pel mantenimento

dell'armata, o ad accettare di concerto coi Fiorentini la pace che lo

Sforza offriva di negoziare. Essi rimasero soli impegnati nella guerra,

e non si lagnarono dell'abbandono de' loro alleati. Del resto

quest'abbandono non durò lungamente, perchè il Visconti doveva

nuovamente rendere la guerra generale. La sua inquieta politica, la sua

versatilità sembravano accrescersi coll'età. Difficilissimo riesce il

potergli tener dietro nel continuo cambiamento de' suoi progetti, non

seguendo egli alcun piano vastamente concepito, ma soltanto

l'instabilità del proprio carattere. La sua improvvisa alleanza con

Alfonso eragli costata la perdita di Genova; per ricuperare Genova aveva

posta Lucca in pericolo, ed intrapresa la guerra coi Fiorentini, facendo

la pace coi quali sagrificava parte dello stato di Lucca, abbandonava

Genova e comprometteva gli interessi d'Alfonso, di cui aveva a così caro

prezzo comperata l'alleanza.

Alfonso, carico dei regali del Visconti e libero da ogni taglia, era

ripartito alla volta del regno di Napoli, in principio del 1436. Il 2

febbrajo era venuto a sbarcare a Gaeta con tutti i signori che uscivano

dalle prigioni di Milano. Gaeta, che aveva sostenuto un lungo assedio

per la casa d'Angiò, assedio terminato in un modo così clamoroso per la

disfatta di Alfonso, era stata più facilmente vinta dalla sua

magnanimità che dalle sue armi. Sei mesi dopo la battaglia di Ponza

aveva aperte le porte a don Pedro, fratello del re d'Arragona[94].

Durante questo tempo, Elisabetta di Lorena, moglie del re Renato, erasi

recata a Napoli, per prendere il comando dei partigiani della casa

Angioina. Suo marito non aveva potuto porsi alla loro testa, perchè per

una strana combinazione i due pretendenti al trono di Napoli si

trovavano prigionieri nello stesso tempo. La successione di Carlo I,

duca di Lorena e di Bari, aveva accesa la guerra, che costò a Renato la

libertà. Egli aveva sposata Elisabetta, figlia primogenita di Carlo, che

non aveva maschi, e pretendeva di ereditare la Lorena, che gli veniva

contesa dal conte Antonio di Vaudemont, fratello dell'ultimo duca. I

Lorenesi si erano dichiarati per Renato, il duca di Borgogna si dichiarò

per il conte Antonio, e nella battaglia di Bullegneville, accaduta il 2

luglio del 1431[95], Renato fu fatto prigioniero dal duca di Borgogna.

Egli era stato da prima rilasciato sulla parola; ma il suo nemico, meno

generoso del Visconti, lo costrinse a ritornare alle sue catene quando

venne chiamato al trono di Napoli; e non ottenne la libertà che a

durissime condizioni, e dopo lunghi negoziati; dovette rinunciare ai

suoi diritti sulla Lorena, pagare dugento mila scudi di taglia, e

maritare sua figlia primogenita, Jolanda, al principe Ferrì, figlio del

conte di Vaudemont. Per cagione di questa, Renato II, duca di Lorena e

figliuolo di Ferrì, pretese poi d'avere il regno di Napoli[96].

[94] _Giorn. Napolet., p, 1103. — Giannone, l. XXV, c. 7, p. 458. —

Bart. Facii Rer. Gestar. Alphonsis Regis, l. V, p. 68._

[95] _Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet. t. IV, l. XII, p. 252._

[96] _Hist. de France par Velly e Villaret, t. VIII. Edit. in 4.º,

p. 43. — Giannone Stor. Civile, l. XXV, c. 7, p. 457. — Giornali

Napoletani, t. XXI, p. 1102._

Mentre Renato era prigioniere, Elisabetta sbarcava a Napoli senza danaro

e senza soldati. Ella faceva capitale soltanto dell'appoggio de'

partigiani della sua famiglia, costretta di abbandonarsi in loro balia.

Alfonso, poco d'accordo co' suoi stati d'Arragona, non era di lei più

ricco, e tutti due trovavansi ridotti, per fare la guerra, pressocchè

alle sole forze del regno di Napoli. E per tal modo dipendevano dalle

fazioni a vicenda trionfanti o vinte, e più ancora dagl'intrighi, dalla

venalità e dalla gelosia dei varj loro _condottieri_, e de' principi

feudatarj, che loro vendevano a caro prezzo i proprj soccorsi. Giovan

Antonio Orsini, principe di Taranto, era il principale appoggio della

fazione d'Alfonso, mentre che Giacomo Caldora[97], condottiere, che fu

creato duca di Bari, poi contestabile del regno, sosteneva la causa di

Renato. Tutti due non davano che piccole battaglie pei loro principi; ma

le inaudite vessazioni ch'esercitavano nelle province, dove si trovavano

accantonati, spingevano i popoli alla ribellione, e staccavano ora dal

partito d'Angiò, ora da quello d'Arragona i gentiluomini o le città

ch'eransi mostrate le più attaccate alla causa dell'uno o dell'altro re.

[97] La potente famiglia dei Caldora è pure chiamata dagli storici

di Napoli _Caudola_ e _Candola_: in Francia, dove si è conservata,

porta l'ultimo nome. Ne' dialetti napoletani le trasposizioni delle

consonanti di una sillaba all'altra, sfiguravano i nomi come i

vocaboli.

Papa Eugenio aveva rinunciato alla conquista del regno per sè medesimo,

ed aveva abbracciata la parte di Renato. Commise a Giovanni Vitelleschi,

patriarca d'Alessandria, che aveva nominato cardinale nel 1437,

d'entrare nel regno per sostenere gli Angioini, e questo guerriero

prelato, che non distinguevasi dagli altri condottieri che per essere

più perfido e crudele, venne ad accrescere le sventure delle province

napoletane, senza rendere molto più forte il partito che difendeva[98].

[98] _Giornali Napolet., t. XXI, p. 1104. — Annales Boninc. Miniat.,

t. XXI, p. 146. — Giannone Stor. Civ., l. XXV, c. 7, p. 259. — Bart.

Facii, l. V, p. 70._

Non può osservarsi senza maraviglia che Filippo Maria Visconti prese

parte in questa guerra per sostenere nello stesso tempo le due fazioni.

Da una parte mandò negli Abruzzi Francesco, figlio di Niccolò Piccinino,

con un ragguardevole corpo di cavalleria, per soccorrere Alfonso:

dall'altro canto lo stesso anno persuase Francesco Sforza, ch'erasi con

lui riconciliato, a condurre la sua armata nel regno di Napoli, sotto

colore di assicurarsi dell'ubbidienza de' feudi che aveva ricevuti dal

padre, ma infatto per assistere il re Renato, cui erasi attaccato da

lungo tempo[99]. Una guerra che indeboliva i suoi vicini, che teneva i

suoi rivali nell'incertezza, che esercitava i suoi soldati ed impiegava

la loro attività, sembrava sempre al duca di Milano un notabile

vantaggio; e non credeva d'acquistarlo a troppo caro prezzo colla ruina

dei popoli, colla diffidenza de' suoi alleati, coll'esecrazione di

tutti. Ma tale detestabile politica fu cagione della ruina de' suoi

stati; lo espose in tutto il tempo del suo regno a continui timori e

pericoli; e per ultimo, alla sua morte, lasciollo nell'impotenza di far

rispettare le sue ultime volontà.

[99] _Jo. Simonetae Vita Fran. Sfortiae, l. IV, p. 266._

Il Visconti associava la licenza data allo Sforza di attaccare il regno

di Napoli ad intrighi a lui più vicini. Non sapeva risolversi a lasciare

tra le mani de' Veneziani le città di Bergamo e di Brescia, conquistate

in una precedente guerra; ma prima di attaccarle voleva separare la

repubblica di Venezia da tutti i suoi alleati. Cercava dunque di dare al

papa, ai Fiorentini, al conte Francesco Sforza tali occupazioni che non

permettessero loro di prendere parte negli affari di Lombardia[100]. Lo

Sforza, chiamato a difendere contro Alfonso i suoi ricchi feudi nel

regno di Napoli, più non gli era cagione d'inquietudine, finchè

trovavasi a fronte di così formidabile nemico. Rispetto agli altri due,

il Visconti era bensì obbligato a non prendere alcuna parte negli affari

della Romagna e della Toscana, ma l'astuzia tante volte praticata di far

agire i suoi condottieri in loro proprio nome, sempre gli dava il modo

d'eludere tutti i trattati.

[100] _Nicc. Machiavelli, l. V, p. 125._

Niccolò Piccinino, capo de' soldati formati prima da Braccio, era tra

gli altri generali d'Italia il più ligio al duca di Milano. Sarebbesi

ancora giudicato il migliore e posto forse al di sopra di Francesco

Sforza, se non avesse talvolta arrischiata per soverchio ardire la

propria riputazione. Piccinino, il confidente di tutti i segreti del

duca ed il suo più intimo confidente, si mostrò fieramente adirato,

quando seppe l'accordo di Francesco Sforza e del Visconti, il di cui

prezzo essere doveva la mano di Bianca. Si lagnò altamente che il duca

di Milano promettesse al suo più costante nemico ricompense assai più

brillanti di quelle che avesse mai fatte sperare al suo più fedele

servitore. Nello stesso tempo condusse le sue truppe a Camurata in

Romagna tra Forlì e Ravenna e vi si afforzò, come se volesse porsi al

sicuro dalla collera del suo antico signore. Quando la notizia di questa

contesa si trovò bastantemente accreditata, il Piccinino fece

segretamente offrire al papa di ricuperargli tutti gli stati che aveva

infeudati allo Sforza, e che tanto spiacevagli di avere alienati. Altro

non gli chiedeva il condottiere che un poco di danaro per pagare il

soldo alle truppe. Eugenio accolse subito questa proposizione, mandò

cinque mila fiorini al Piccinino, e promise di accordargli più

magnifiche ricompense, tosto che questi avrebbe fatto discendere

l'odiato rivale Sforza dall'alto rango in cui era salito, e che avrebbe

ristituiti i suoi stati alla Chiesa e privato il duca di un esperto

generale. Il Piccinino allettò lungamente il pontefice con questo

trattato, mentre andava fortificando il suo campo in Romagna, che

occupava tutte le strade di Bologna, e che suo figlio, attraversando lo

stato della chiesa giugneva fino nel centro dell'Umbria. Improvvisamente

quest'ultimo sorprese e saccheggiò Spoleti; ed il padre, cavandosi nello

stesso tempo la maschera, venne il 16 aprile del 1438 ad assediare

Ravenna. Ostasio da Polenta, alleato del papa e dei Veneziani, che

regnava in questa città, fu forzato per fare la pace a congedare la

guarnigione veneziana che aveva ricevuta tra le sue mura, ed a porsi

sotto la protezione del duca di Milano[101].

[101] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII. Rer. It., p. 1057. — M.

Ant. Sabellico, Dec. III, l. II, f. 158. — Jo. Simonetae, l. IV, p.

268. — Hier. Rubei Hist. Raven., l. VII, p. 626._

Ma lo stratagemma del Piccinino tendeva ad uno scopo assai più

importante e l'acquisto ch'egli ambiva di fare più non poteva fuggirgli

di mano; era questo Bologna, la seconda città dello stato della Chiesa.

Lo stesso papa vi aveva lungamente soggiornato, e credeva, quando tre

anni prima aveva preso possesso di Bologna, di essersene assicurata

l'ubbidienza con un tradimento, ch'egli risguardava come un colpo di

stato. Il suo legato, il vescovo di Concordia, eravi entrato il 6

dicembre del 1435; vi aveva subito pubblicato l'ordine d'Eugenio che

riconciliava tutti i partiti, ed accordava la pace agli emigrati.

Appoggiato a tale assicurazione Antonio Bentivoglio, che da quindici

anni viveva in esilio era rientrato il 4 di dicembre colla maggior parte

de' suoi amici in una patria che aveva governata come sovrano. Il 23

dello stesso mese era andato ad udire la messa, che celebrava lo stesso

legato: uscendo dalla cappella si vide circondato dalle guardie del

legato; gli fu tolto l'uso della lingua in bocca, e senza

interrogatorio, senza giudizio, il podestà, ch'era in allora Baldassar

di Offida, gli fece tagliare il capo nel cortile della sua casa. Il

podestà aveva nello stesso tempo fatto invitare Tommaso Zambeccari a

recarsi presso di lui; questi, andatovi senza diffidenza, venne

impiccato senza che potesse gridare innanzi all'altare della cappella

del palazzo. Il legato, per inspirare maggior terrore, volle che l'uno e

l'altro morissero senza confessione, credendo di perdere in tal modo non

meno le loro anime che i loro corpi. Li fece poi seppellire senza veruna

cerimonia ecclesiastica, ed intanto ebbe l'impudenza di non accusarli di

verun delitto, e non pretese di giustificare quest'orribile esecuzione

che col timore inspiratogli dal numero troppo grande de' loro

partigiani[102].

[102] _Cron. di Bologna, t. XVIII, R. I., p. 656. — Ann. Bononiens.

Hier. de Bursellis, t. XXIII, p. 876._

Eugenio IV essendosi in tal modo disfatto di questi capi che il popolo

erasi avvezzato a rispettare, non pensava che Bologna potesse mai più

scuotere il suo giogo; vi aveva fissata la sua residenza, ed eravi

rimasto finchè gli affari del concilio l'avevano chiamato a Ferrara. Ma

la pubblica esecrazione è l'immancabile conseguenza d'una pubblica

perfidia; come più l'arco è fortemente curvato, così con maggiore sforzo

tende a raddrizzarsi. Non fu appena Eugenio IV uscito di Bologna che i

cittadini, diretti dagli amici e dai capi che ancora rimanevano alla

casa Bentivoglio, presero le armi la notte del 21 maggio del 1438,

aprirono le porte a Niccolò Piccinino che pose guarnigione nella

fortezza, nominarono magistrati popolari, e sotto la protezione del duca

di Milano e del suo generale, ritornarono a Bologna l'antico suo governo

repubblicano[103]. Faenza, Imola e Forlì, si sottrassero nello stesso

tempo all'autorità della Chiesa per porsi sotto la protezione del

Visconti e del Piccinino. Astorre Manfredi, principe di Faenza e

d'Imola, abbandonò liberamente l'alleanza del papa per quella del duca;

per lo contrario Antonio degli Ordelaffi, che due anni prima era stato

dal legato scacciato dal suo principato di Forlì, vi rientrò per mezzo

d'una rivoluzione[104]. I Bolognesi e la maggior parte della Romagna

essendo stati tolti al papa da quello stesso che si era cattivata la sua

confidenza, il Piccinino scrisse ad Eugenio per rendergli un derisorio

conto della commissione ond'era da lui stato incaricato, dichiarando che

un pontefice che aveva cercato di porlo in discordia col suo padrone con

vergognosi artificj, aveva giustamente meritato di perdere egli medesimo

i proprj stati per un simile artificio[105].

[103] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 659._

[104] _Annales Forolivienses, t. XXII, p. 219. — Jo. Simonetae, l.

IV, p. 271._

[105] _Niccolò Machiavelli, l. V, p. 127._

Filippo Maria altro non aspettava che l'esito di questi varj intrighi

per attaccare i Veneziani. Di già parevagli d'averli bastantemente

staccati da tutti i loro alleati. Firenze, che in tutte le precedenti

guerre era loro stata così intimamente unita, non sapeva perdonar loro

d'averle nell'ultima fatta mancare l'impresa di Lucca. Altronde questa

città, spaventata dalle rivoluzioni di tutta la Romagna, non doveva

punto curarsi di prendere parte in una pericolosa guerra. Francesco

Sforza erasi innoltrato negli Abruzzi fino ad Atri, aveva fatti

dichiarare tutti i suoi vassalli per Renato d'Angiò, e di già cagionava

ad Alfonso grandissimo danno: ma il Visconti, non volendo compromettere

più oltre il suo vero alleato, fece, contro ogni aspettazione,

significare a questo generale, che dovesse metter fine alle ostilità nel

regno di Napoli, sotto comminatoria di vedersi sospeso il soldo che gli

pagavano i Fiorentini[106]. Lo Sforza, di già impegnato in una difficile

lotta, bisognoso di danaro, ed ignorando fino a qual punto potrebbe il

duca di Milano avverare la sua minaccia, non pareva in istato di portare

le sue armi in Lombardia; ed altronde era scontento de' Veneziani, ed il

Visconti non lasciava d'averlo piuttosto in conto di alleato che di

nemico. Finalmente Eugenio IV, che aveva perduto parte de' suoi stati,

era ancora più atterrito dagli attacchi del concilio di Basilea che da

quelli del Piccinino; imperciocchè il primo lo aveva deposto,

sostituendogli Amedeo VIII di Savoja, amico del Visconti, che prese il

nome di Felice V. Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, aveva

lasciata l'alleanza de' Veneziani ed il comando della loro armata, per

passare a quella del duca, e la posizione de' suoi stati tra il

Bresciano ed il Veronese rendeva la di lui alleanza doppiamente

importante[107].

[106] _Jo. Simonetae Hist. l. IV, p. 271._

[107] _Plat. Hist. Mant. l. V, p. 815, t. XX, Rer. Ital. — Marin

Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1060._

Niccolò Piccinino venne incaricato di approfittare di così favorevoli

circostanze, e lo fece con quel vigore, con quella rapidità, che

distinguevano gli allievi di Braccio. Attaccò prima Casal Maggiore

presso Cremona, e l'occupò; attraversò l'Oglio, che Gattamelata, il

generale de' Veneziani, volle inutilmente difendere, ed essendosi unito

a Giovan Francesco Gonzaga, attaccò Brescia alle spalle; sottomise tutti

i castelli e le fortezze de' Veneziani poste intorno a questa città, e

sul lago di Garda, e costrinse Gattamelata a chiudersi in Brescia.

Allora condusse le sue truppe nelle montagne per togliere ai Veneziani

ogni comunicazione con questa città; onde il Gattamelata temette di

vedersi affatto separato dagli altri stati della repubblica; risolse

perciò di girare intorno al lago di Garda, attraversando le medesime

montagne attaccate dal Piccinino, e ricondusse i suoi corazzieri a

Verona per così difficili strade, che perdette più di ottocento

cavalli[108].

[108] _Simonetae, l. V, p. 274. — Platinae Hist. Mantuana, l. V, p.

819. — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 394. — M. A. Sabellico Dec.

III, l. III, f. 162. — Ist. Bresciana, p. 798._

Francesco Barbaro, che in allora aveva il comando di Brescia, era nato

nel 1398 da un'illustre famiglia; era senatore ed era stato incaricato

in altre occasioni di pubbliche missioni; ma sopra tutto andava debitore

della considerazione di cui godeva alla sua eloquenza latina, alle varie

sue opere ed alla stretta sua corrispondenza co' più celebri letterati

del secolo. Difficile assai era la sua presente situazione; Brescia

mancava di munizioni, ed era scoraggiata per la ritirata di Gattamelata

e di tutta la cavalleria; altronde le nemiche fazioni, che si erano più

volte azzuffate, parevano farsi più vive nell'avvicinamento del

pericolo. Il Barbaro pose ogni suo studio nel riconciliarli, e vi

riuscì, loro non lasciando altra emulazione che quella dei sagrificj che

farebbero per l'onore del nome veneziano[109].

[109] Le più minute particolarità di questo memorando assedio

vennero riferite da molti storici contemporanei ed amici di Barbaro.

Questi ne scrisse egli stesso una relazione sotto finto nome.

_Evangelistae Manelmi Vicent. Commentariolum de Obsidione Brixiae. —

Poggio Bracciolini Hist., l. VII, p. 392-395. — Platina Hist. Mant.,

l. V, p. 816. — M. A. Sabellico Dec. III, l. III, f. 163._

Il Gattamelata era uscito di Brescia il 24 di settembre, e dopo tale

epoca il Piccinino aveva dato ogni giorno battaglie a tutte le porte,

ora per isvolgere le acque che riempivano le fosse, ora per istabilire

le sue batterie; dalle quali quindici bombarde facevano contro la città

un continuo fuoco. I Bresciani avevano pure dal canto loro innalzate

delle batterie, e tutta la popolazione veniva chiamata alle armi o al

lavoro. I magistrati, i prelati, i monaci cavavano o trasportavano la

terra in compagnia delle donne e de' fanciulli; tutte le botteghe e le

officine erano continuamente chiuse, perchè ogni privata occupazione

veniva trascurata per non attendere che alla grandissima della difesa

della patria. Erasi in città manifestata la peste nel mese di agosto, e

molti cittadini erano fuggiti per sottrarsi a questo flagello; quando

cominciò l'assedio ritiraronsi ancora molte altre persone; e Barbaro

loro volentieri accordava passaporti per risparmiare le sue munizioni,

come il Piccinino le lasciava passare per rendere minore il numero dei

difensori. Non restavano omai in Brescia due mila persone atte alle

armi, e soltanto ottocento n'erano provvedute. Pure i Bresciani non si

scoraggiarono: un terzo della popolazione invigilava ogni notte sotto le

tende lungo le mura; e negli assalti generali, come fu quello

dell'ultimo di novembre, l'intera città sosteneva l'urto di tutta

l'armata. Ma i lavori degli assedianti si andavano avanzando; di già per

molte strade coperte essi potevano giugnere fino nelle fosse, senza

essere esposti alle artiglierie della piazza; essi avevano in più luoghi

rotte le mura; altrove i minatori avevano condotte le gallerie fin sotto

la città. Nell'assalto dato il 12 dicembre Brescia non andò debitrice

della sua salvezza che al felice accidente, che fece cadere il muro

esterno sopra gli assedianti, e non nella fossa, ov'erasi creduto che

dovesse cadere. Il sanguinoso attacco che aveva cominciato allo spuntare

dell'alba, e che durò fino a sera, si rinnovò all'indomani con eguale

accanimento; ma ne' due assalti prodigiosa fu la perdita degli

assalitori in paragone di quella degli assediati. Finalmente il 16

dicembre, il Piccinino, che di già aveva perduti due mila uomini sotto

le mura di Brescia, e che temeva per la sua armata le malattie

dell'inverno, bruciò tutti gli alloggiamenti, e ritirossi in ordine di

battaglia. Giunto a qualche distanza dalla città, pose sulle tre

principali strade i fondamenti di tre ridotti, tra i quali divise la sua

armata, continuando in tal modo in onta del rigore della stagione il

blocco della città, che più non isperava di prendere d'assalto[110].

[110] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI, p. 798-806_. —

Quest'autore non era letterato, e non apparteneva alla famiglia del

Barbaro; ma era in Brescia in tempo dell'assedio, combatteva cogli

altri, ed il suo stile, generalmente pesante e freddo, è animato in

questa circostanza dalla memoria delle più terribili scene che

possano accadere sotto gli occhi d'un uomo.

Il Gattamelata cercò di far entrare soccorsi in Brescia a traverso alle

montagne, ma tutti i convogli caddero in mano agli assedianti. D'altra

parte i Veneziani fecero allestire sul Po una flotta d'oltre sessanta

galere e di molti altri bastimenti, della quale ne affidarono il comando

a Pietro Loredano, sperando con queste imponenti forze di conservarsi

l'alleanza del marchese di Ferrara, e d'intimidire quello di Mantova; ma

avanti che la flotta fosse interamente equipaggiata, il Gonzaga ebbe

tempo di guarnire il Po di forti palafitte presso Sermide, Ostiglia e

Revere, e di disporre dell'artiglieria sulle rive; onde il Loredano non

potè avanzarsi[111].

[111] _Platina Hist. Mantuanae, l. V, p. 816-819._

I Veneziani, che omai più non avevano che un'armata debole e

scoraggiata, vedevansi in pericolo di essere scacciati dal continente. I

territorj di Verona e di Brescia erano occupati dai nemici, e le due

città chiuse così da vicino, che aspettavasi da un giorno all'altro la

notizia della loro resa. La repubblica trovavasi vivamente attaccata dal

marchese di Mantova, e non osava di far fondamento sull'alleanza di

quello di Ferrara: vero è che in appresso si acquistò l'amicizia di

questi ed i suoi buoni ufficj, ma mediante la restituzione del Polesine

di Rovigo, che da oltre trentun'anni teneva in pegno, e che non avrebbe

mai restituito, qualora non si fosse trovata in estremo pericolo.

Venezia, umiliata in una sola campagna, sentì allora tutto il prezzo

dell'alleanza di Firenze, di cui aveva fatto sì poco conto. Malgrado la

estensione de' suoi possedimenti di terra ferma, sentì che ancora non

era giunto l'istante di contrastare colle sole sue armi la suprema

autorità in Lombardia alla troppo potente casa Visconti; e la signoria

spedì Giovanni Pisani nella Marca d'Ancona presso Francesco Sforza e

Francesco Barbarigo presso la signoria di Firenze, per rinnovare

un'alleanza che la tregua di dieci anni, soscritta il 28 aprile del 1438

tra Firenze ed il duca di Milano, aveva in certo qual modo

annullata[112].

[112] _M. Ant. Sabellico Dec. III, l. III, f. 164._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 4 / 14 题