CAPITOLO LXVII.

_Nuova guerra tra il duca di Milano ed i Fiorentini. —

Rivoluzioni del regno di Napoli; morte di Giovanna II. — Alfonso

V, che vuole raccoglierne l'eredità, viene fatto prigioniero dai

Genovesi nella battaglia di Ponza, e posto in libertà dal duca

di Milano. — Genova ricupera la libertà._

1432 = 1435.

Durante lo stesso anno in cui il governo di Firenze era passato da una

all'altra fazione, ed i Medici erano subentrati nello stesso credito

degli Albizzi, questa repubblica era stata costretta a ricominciare la

guerra col duca di Milano, in onta al trattato di Ferrara del 26 aprile

1433; perchè tanta era l'inquieta ambizione del duca, che immediatamente

dopo un trattato di pace riprendeva le armi, se aveva speranza di

ottenere alcun vantaggio su coloro con cui erasi di fresco riconciliato;

e tale altronde era la leggerezza e l'instabilità del suo carattere, che

appena ricominciate le ostilità, entrava in nuove negoziazioni, e

formava una seconda pace, che lo rimetteva precisamente nello stato

medesimo da cui era uscito. Mentre queste rotture senza motivo e senza

conseguenze impediscono di tener dietro con interessamento alla politica

della corte di Milano, anche il modo con cui trattavasi la guerra non

permette di seguire attentamente le operazioni delle armate. In verun

luogo non vedevansi combattere cittadini, in verun luogo il cuore de'

guerrieri prendeva parte alla causa che difendevano. Lo stesso onore

erasi col patriottismo dileguato dalle armate, perchè i soldati, pei

quali la guerra altro più non era che un mestiere mercenario, passavano

senza scrupolo dall'uno all'altro campo, allettati da pagamento

migliore. Senza curarsi del passato o dell'avvenire, non associavano il

proprio onore a quello dei loro corpo, seco non portando nè la memoria

delle precedenti vittorie, nè una riputazione da conservarsi colla

futura loro condotta. La piccolezza de' risultamenti diminuisce ancora

l'interesse delle battaglie; in queste vergognose guerre non ispargevasi

pure tanto sangue, che bastasse a risvegliare nel cuor degli uomini un

sentimento di compassione per l'umanità. Si leggerebbe più volentieri la

storia de' combattimenti del circo di Roma, che quella delle battaglie

dei generali in Filippo Maria. I combattenti sono egualmente sconosciuti

e quasi tutti anonimi, le uccisioni sono egualmente gratuite e senza

risultamenti, il numero delle vittime press'a poco il medesimo da ambe

le parti, e se è possibile di trovare ancora qualche dignità in mezzo a

tanto avvilimento, se ne troverebbe forse di più nel gladiatore, il

quale anche tra le convulsioni della morte, non si scordava della

pubblica opinione, piuttosto che nel soldato d'un _condottiere_ sempre

disposto ad armarsi prezzolatamente contro la sua religione, la sua

patria, la sua libertà, la sua propria compagnia, e contro tutte le

opinioni che gli erano state care.

La guerra che si accese nel 1434 ebbe cominciamento da una sedizione

sorta in Imola. Questa città avea scacciate le truppe del papa, ed

introdotta il 21 gennajo una guarnigione milanese, contro l'espresso

tenore dei trattati, che vietavano al duca di Milano d'immischiarsi

negli affari della Romagna[51]. Gattamelata, generale dei Veneziani, e

Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, vennero subito incaricati

di difendere questa provincia contro il Visconti. Le vessazioni del

primo accrebbero il numero de' suoi nemici; perchè i Bolognesi, volendo

sottrarsi alla sua temuta assistenza, abbandonarono il partito della

Chiesa, e ricevettero nella loro città guarnigione milanese[52]. Niccolò

Piccinino, richiamato dalle vicinanze di Roma, fu dal duca di Milano

incaricato di proseguire questa guerra. Il 28 agosto diede battaglia

presso ad un ponte, tra Imola e Castelbolognese, ai generali delle due

repubbliche; si dice che l'armata di questi, composta di sei mila

corazzieri e di tre mila pedoni sofferse una così terribile rotta, che a

pena salvaronsi colla fuga mille cavalli, rimanendo tutti gli altri

prigionieri con Tolentino, Giovan Paolo Orsino, ed Astorre Manfredi,

signore di Faenza; pure non trovarono sul campo di battaglia che quattro

uomini morti, e trenta leggermente feriti[53].

[51] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 648. — Scipione Ammirato, l.

XX, p. 1097._

[52] _Cron. di Bologna, p. 650. — Leonardi Aretini Comment., t. XIX,

p. 937. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1181._

[53] _Scip. Ammirato, l. XX, p. 1099. — Cron. di Bologna, p. 651. —

Joannis Simonetae Hist. l. III, p. 233. — Poggio Bracciolini, l.

VII, p. 584. — Ann. Bonincontrii, p. 142._

Le conseguenze di questa vittoria furono proporzionate non al prodigioso

numero de' prigionieri, ma al poco sangue che aveva costato. Dopo alcune

scaramucce nello stato di Bologna, dopo una lunga inazione delle due

armate, durante la quale si negoziava con molta attività dal marchese di

Ferrara, la pace venne nuovamente soscritta il 10 agosto del 1435, e

raffermate tutte le condizioni del precedente trattato[54].

[54] _Ricordi di Gio. Moretti, t. XIX, Deliz. degli Erud., p. 138. —

Scip. Ammirato, l. XXI, t. III, p. 3._

Più importanti rivoluzioni minacciavano in pari tempo il regno di

Napoli; sebbene in questo paese, più che in verun altro, fossero le

guerre ridotte a ridicole millanterie ed a vilissime scaramucce. La

regina Giovanna II aveva da sè allontanato suo figlio adottivo, Luigi

III d'Angiò, tenendolo come in esilio nel suo governo di Calabria, onde

potere abbandonare, senza verun ritegno sè e tutto lo stato in balìa di

Giovanni Caraccioli, suo grande siniscalco. Giovanna, nata nel 1371,

aveva passati i sessant'anni, ma colla sregolata sua vita si era

procacciati innanzi tempo tutti i mali della decrepita vecchiaja. Anche

il Caraccioli aveva sessant'anni[55], e l'amore, cui andava debitore del

suo innalzamento, più non conservava verun impero nè sopra di lui, nè

sopra la regina. Ma una lunga abitudine era subentrata a questa

passione, e l'ambizioso Caraccioli comandava ancora alla sovrana, che la

passione aveva di già resa sua schiava. Egli non era ancora pago di

ricchezze, di onori, di potenza, ed ogni giorno chiedeva a Giovanna

nuove concessioni. Era duca di Venosa, conte d'Avellino, signore, ma non

principe di Capoa, perchè non osava assumersi un titolo devoluto agli

eredi del trono; chiedeva ancora il ducato d'Amalfi ed il principato di

Salerno, che quando morì Martino V Giovanna aveva tolti ad Antonio

Colonna, nipote del papa. Queste smoderate inchieste eccitavano la

gelosia di que' cortigiani che desideravano di partecipare alle grazie

della regina; questa per sollevarsi dalla rabbia che in lei risvegliava

l'imperioso carattere del Caraccioli, aveva ammessa nell'intima sua

confidenza Cobella Ruffa, duchessa di Suessa. Costei, nè meno

orgogliosa, nè meno vana del grande siniscalco, cercava la via di

perdere quest'insolente ministro, che risguardava come una creatura

della fortuna, ed approfittava di tutte le occasioni per inasprire il

risentimento della sua padrona.

[55] _Tristani Caraccioli Opuscula Historica, t. XXII, Rer. It., p.

35._

Un giorno la duchessa di Suessa, stando in anticamera, udì il Caraccioli

rinnovare le proprie istanze per ottenere i due feudi d'Amalfi e di

Salerno; questi, piccato dal rifiuto della regina colla quale credevasi

solo, le rimproverò in così amara ed ingiuriosa maniera questa mancanza

di compiacenza, unì alle sue lagnanze tanta arroganza e tanti insulti

che Giovanna proruppe in un dirotto pianto. Tosto che il siniscalco

partì, la duchessa cercò di far subentrare la collera ai singhiozzi, e

di rendere sospetti a Giovanna i progetti del Caraccioli. Questi faceva

sposare a suo figlio la figlia di Giacomo Caldora, il solo generale del

regno: pretendeva la duchessa di trovare in questo matrimonio le prove

d'una cospirazione; il siniscalco, ella diceva, cercava di assicurarsi

di tutte le forze dello stato, aspirava alla suprema autorità, e non

dovevasi più mettere tempo in mezzo per rompere i suoi progetti. Con

licenza della regina la duchessa adunò tutti i nemici del Caraccioli, li

prevenne che gli si voleva togliere tutta l'usurpata autorità, di cui

bruttamente abusava, e si assicurò della loro assistenza[56].

[56] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXV, c. 5, t.

III, p. 448. — Giorn. Napol., t. XXI, p. 1094. — Jo. Marianae de

Reb. Hisp., l. XXI, c. 5, t. II, Hisp. Illustr., p. 10._

Le nozze del figlio di Caraccioli e della figlia di Caldora si

celebrarono il 17 agosto del 1432 con una straordinaria magnificenza. Le

feste dovevano continuarsi per otto giorni nel palazzo medesimo della

regina; ma nella notte che precedeva l'ultimo degli otto giorni,

consacrato ai giuochi ed ai tornei, dopo terminate le cene, il ballo, e

quando tutta la corte erasi ritirata, e che lo stesso Caraccioli invece

di andare a casa sua cogli sposi, era entrato per dormire

nell'appartamento che aveva in palazzo[57], un paggio della regina

picchiò alla sua porta, e gli disse che Giovanna, sorpresa da un attacco

apopletico, chiedeva premurosamente di parlargli, prima di morire.

Caraccioli, mentre si vestiva, fece aprire la porta della sua camera, ed

i congiurati, che l'avevano ingannato col falso messo, gli furono subito

a dosso e lo uccisero nel suo letto a colpi di aste e di ascie. La

vegnente mattina, quando si sparse in città la notizia dell'accaduto, la

nobiltà ed il popolo, che avevano tremato innanzi al gran siniscalco, e

per lo spazio di diciotto anni l'avevano veduto regnare con

un'illimitata autorità, cui nè il marito della regina, nè i due suoi

figli adottivi avevano potuto far argine, entrarono in folla nella sua

camera per contemplarlo morto. Era sdrajato per terra vestito per metà,

con una sola gamba calzata, niuno de' suoi servi essendosi presa la cura

di vestirlo o di riporlo sul letto. La regina, che aveva acconsentito a

firmare un ordine d'arresto, non aveva pensato che si volesse ucciderlo,

e mostrò il più vivo dolore, quando le fu detto che la resistenza di

Caraccioli agli ordini che gli si erano recati aveva renduta necessaria

la forza, cui aveva soggiaciuto. Pure accordò lettere d'assoluzione ai

congiurati che lo avevano ucciso, ordinò la confisca di tutti i suoi

beni per titolo di ribellione, fece imprigionare suo figlio e tutti i

suoi parenti, e permise che il popolaccio saccheggiasse tutte le loro

case[58].

[57] _Tristani Caraccioli Opus. Histor., t. XXII, p. 35._

[58] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXV, c. V, t.

III, p. 450. — Tristani Caraccioli Opus. Histor., t. XXII, p. 35. —

Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1095._

Quando Luigi d'Angiò, che stava a Cosenza, ebbe avviso della morte del

gran siniscalco, lusingossi di potere finalmente essere ammesso a godere

le prerogative annesse all'erede presuntivo della corona. Ma la duchessa

di Suessa, che voleva regnare sola sullo spirito della regina, non

acconsentì al ritorno del di lei figlio adottivo. Giovanna, incapace di

avere ella medesima una volontà, era ornai tanto sottomessa alla sua

confidente, quanto lo era stata al suo amante. Luigi cedette senza far

resistenza agl'intrighi della corte, accontentandosi di vivere in

Calabria, e si ammogliò colla principessa Margarita di Savoja, che venne

a raggiugnerlo. Sempre ubbidiente ai capricci d'una regina, che cedeva

essa medesima a tutti gl'intrighi de' suoi favoriti, di suo ordine

intraprese nel 1434 una guerra, ch'egli credeva ingiusta, contro Giovan

Antonio Orsini, il più potente de' feudatarj napoletani, che i favoriti

volevano spogliare per dividersi fra di loro le sue ricchezze. L'Orsini,

assediato nella città di Taranto da Luigi d'Angiò e da Giacomo Caldora,

trovavasi in pericolo di perdere tutti i suoi stati, quando una febbre

sopraggiunta al duca di Calabria in novembre del 1434, trasse in pochi

giorni questo principe nel sepolcro[59].

[59] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1096. — Ann. Bonin. Miniat.,

t. XXI, p. 143. — Barth. Facii Rerum Gestarum Alphonsi Regis, l. IV,

p. 46. In Thesauro Antiquit. Ital., t. IX, p. III. — Jo. Marianae de

reb. Hisp., l. XXI, c. VII, p. 13._

Il pieghevole carattere di Luigi d'Angiò, e l'estrema sua dolcezza gli

avevano guadagnato l'amore di tutti coloro che lo avvicinavano. Si era

fatto amare dai Calabresi, tra i quali visse lungo tempo, ed a lui

devesi quel loro attaccamento alla casa d'Angiò che non si smentì nelle

successive guerre civili. Ma l'eccessiva sua condiscendenza e la sua

debolezza diedero la regina in balìa ai suoi malvagi consiglieri, non

potendosi attribuire che alla di lui pusillanimità il suo lungo esilio

dalla corte. In tal modo egli perdette per sè medesimo e per la sua

famiglia que' diritti che coll'adozione aveva acquistati, e fu la rimota

cagione delle lunghe guerre, che devastarono il regno dopo la di lui

morte[60].

[60] _Giannone Ist. Civ., l. XXV, c. 6, p. 453._

Quando il re d'Arragona ebbe avviso della morte del gran siniscalco,

pensò subito a rientrare nel favore di Giovanna II, onde farle

confermare la precedente adozione. Risedeva da qualche tempo in Sicilia,

di dove era venuto ad Ischia per tener dietro con maggiore facilità alle

negoziazioni della favorita, che mostrava d'avere abbracciati i suoi

interessi. Ma troppo sollecito essendo di accrescere il numero de' suoi

partigiani, guadagnò ancora il duca di Suessa, che in allora era in

discordia colla moglie, e con ciò risvegliò la diffidenza dell'uno e

dell'altro. I due sposi resero a vicenda infruttuose le loro pratiche,

ed Alfonso, dopo avere rinnovata per dieci anni la tregua tra i regni di

Sicilia e di Napoli, abbandonò le coste di questo[61]. Ma doveva esservi

bentosto richiamato dalla morte di Giovanna II, già da molto tempo

preveduta. Questa principessa, giunta all'età di soli sessanta cinque

anni, era così indebolita di spirito e di corpo, come se giunta fosse

all'estrema vecchiezza. Morì il 2 febbrajo del 1435[62]. Poco prima

aveva fatto un testamento col quale chiamava alla successione del regno

di Napoli Renato, duca d'Angiò e conte di Provenza, fratello di Luigi di

Calabria, da lei precedentemente adottato[63].

[61] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1096. — Ann. Bonincontrii, t.

XXI, p. 141._

[62] _Giornali Napoletani, p. 1098. — Ann. Bonincontrii, p. 144._

[63] Viene riportato dal Giannone, _l. XXV, c. 6, p. 454_.

Renato era il più prossimo erede della seconda casa d'Angiò, e di già

regnava in Provenza, antico patrimonio dei re francesi di Napoli. Il

diritto di successione di questa casa non era fondato che sopra

l'adozione dell'antica Giovanna, che per punire l'ingratitudine di suo

cugino Carlo III, aveva diseredata la linea dei Durazzo. Ma siccome

questa linea era del tutto estinta, e più non rimaneva in verun altra

linea alcun discendente del vecchio Carlo d'Angiò, conquistatore del

regno, era ben naturale che altri titoli, ancora meno validi di quelli

di Renato, acquistassero qualche importanza. Alfonso V d'Arragona, che

apparecchiavasi a combatterli, fondava le sue pretese sull'adozione di

Giovanna II, adozione veramente da questa principessa rivocata, ma

ch'egli cercava di far valere come un trattato reciproco, che un solo

de' contraenti non poteva annullare senza l'assenso dell'altro.

Pretendeva in pari tempo d'avere un diritto di successione anteriore a

quello della casa d'Angiò, per Costanza, figliuola di Manfredi. Infatti

Alfonso di già regnava in Sicilia come il più prossimo erede de'

Normanni, che avevano fondato quel regno, e della casa di Hohenstauffen

loro eredi per ragione di donne. Ma questo diritto di successione

sembrava invalido per l'illegittimità di Manfredi che l'aveva trasmesso,

pel grande numero delle donne che lo avevano fatto passare di casa in

casa, e per una prescrizione di cento settantacinque anni. Con altri

diritti, per lo meno non minori di quelli dei due competitori, Eugenio

IV riclamava per la diretta signoria della santa sede quel regno ch'era

stato infeudato alle tre case di Hauteville, di Hohenstauffen e di

Angiò, sotto l'espressa condizione che ritornerebbe alla Chiesa

all'estinzione della linea legittima, linea egualmente estinta nelle tre

case. Ma Eugenio IV, che avanzò tutte queste pretese alla morte della

regina, non era in istato di tentare una tanto importante conquista.

Scacciato da tutto il territorio della Chiesa, egli soggiornava a

Firenze quale fuoruscito; e mentre colla sua bolla del 21 febbrajo

proibiva ai due emuli di far valere i loro diritti coll'esperimento

delle armi, ed ai popoli di prestar loro ubbidienza, egli sceglieva per

governare il regno in suo nome quello stesso Vitelleschi, vescovo di

Recanati e patriarca d'Alessandria, la di cui perfidia e crudeltà gli

aveva fatto perdere la Marca d'Ancona, e la di cui sola riputazione

bastava a persuadere i suoi nuovi sudditi a non porsi sotto le sue

leggi[64].

[64] La bolla d'Eugenio IV, datata il dì 9 delle Calende di marzo a

Firenze, viene riportata negli _Ann. Eccles., 1435, § 12, t. XVIII,

p. 144. — Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, t. III, t. XXI, p.

243._

I Napolitani, affezionati alla memoria di Luigi di Calabria, ubbidirono

agli ordini della regina anche dopo la di lei morte, e dichiararonsi

concordemente per Renato, duca d'Angiò. Riconobbero un consiglio di

reggenza composto di sedici signori che Giovanna aveva nominati, gli

associarono venti deputati presi dalla nobiltà e dal popolo, ed

aspettarono l'arrivo del nuovo re[65]. D'altra parte Alfonso, che

trovavasi in Sicilia, e che di là stava attento agli avvenimenti con

imponenti forze, risolse di prevenire l'arrivo dei Francesi. Aveva

attaccato ai suoi interessi Giovan Antonio di Marzano, duca di Suessa,

Cristoforo Cajetano, conte di Fondi, e Giovan Antonio Orsini, principe

di Taranto. Mentre che questi per ordine del re stavano adunando i loro

soldati, venne egli medesimo con una ragguardevole flotta ad assediare

Gaeta[66]: intanto il duca di Suessa sorprese Capoa, e vi spiegò lo

stendardo d'Arragona, ed il conte di Fondi col principe di Taranto

fecero prendere le armi agli abitanti degli Abruzzi.

[65] _Giornali Napoletani, p. 1098._

[66] _Giannone Istor. civ., l. XXV, c. 7, p. 456. — Barthol. Facii

Rer. Gest. Alphonsi Regis, l. IV, p. 48._

Se Alfonso riusciva ad impadronirsi di Gaeta, avrebbe aperta una sicura

comunicazione tra Capoa e la Sicilia, e chiusa ai Francesi la strada di

Napoli. E già per sorpresa erasi impadronito di una delle due montagne

che signoreggiano questa città, la quale è posta nella valle che le

divide, sopra un promontorio che si avanza tre miglia fra mare. Le

muraglie sono fondate sopra rupi tagliate quasi perpendicolarmente, ed

una lingua di terra larga trenta sole braccia unisce le due montagne al

continente. Il suo porto, uno de' più belli e de' più sicuri del

Mediterraneo, era in allora frequentato dai Genovesi, che vi avevano

molte case di commercio. Dopo il cominciamento delle turbolenze vi

avevano riunite le loro più preziose merci e le loro immense ricchezze,

onde sottrarle ai pericoli della guerra. Gli abitanti di Gaeta erano

affezionatissimi a questi ricchi ospiti, ed alla morte di Giovanna

avevano invitati i Genovesi a prendere in deposito la loro città, ed a

tenervi guarnigione fino al momento, in cui un legittimo successore al

trono venisse universalmente riconosciuto. Francesco Spinola era stato

dalla città di Genova nominato comandante di Gaeta, ed Ottolino Zoppo,

segretario del Visconti, in allora signore di Genova, gli era stato dato

per aggiunto dal duca di Milano. Difendevano Gaeta tre cento soldati

genovesi con alcune truppe milanesi. Malgrado il terrore, loro da

principio cagionato dall'introduzione degli Arragonesi in alcune torri

della montagna, sostennero gli attacchi d'Alfonso fino all'istante in

cui potè mandar loro de' soccorsi[67].

[67] _Jacobi Bracelli Genuens. de Bello Hispano, l. III, p. IV_

verso. Nell'antica edizione di questo distinto storico (Haganoae,

1350, in 4.º) le pagine non sono numerate, ed io le indico per la

lettera di stampa che segna i fogli. — _Petri Bizari Senatus

Populique Genuens. Histor., l. XI, p. 245. — Uberti Folietae

Genuens. Hist., l. X, p. 569. — Giornali Napoletani, t. XXI, p.

1100. — Joan. Simonetae Histor., l. III, t. XXI, p. 243._

L'assedio di Gaeta era stato cominciato da Alfonso in maggio, epoca in

cui i granai sono vuoti, la città riceveva dalla campagna il giornaliero

sostentamento, e perchè all'avvicinarsi degli Arragonesi vi si erano

riparati molti contadini, cominciò bentosto a soffrire tutti gli orrori

della fame. Volendo lo Spinola difendersi fino all'estremo, mandò fuori

tutte le bocche inutili. Giunsero al campo d'Alfonso truppe di donne, di

fanciulli, di vecchi, oppressi dalla miseria, estenuati dalla fame, e

fuggendo lontano da quelle mura, ove i figli, i fratelli, gli sposi,

eransi fermati per combattere. I consiglieri d'Alfonso gli

rappresentavano, che il crudele diritto della guerra lo autorizzava a

far rientrare in città tutti coloro che tentavano d'uscire, ed a negare

ai nemici quella compassione che non avevano trovata nei loro prossimi.

Ma Alfonso, il _magnanimo_, in questo giorno meritò in particolar modo

il soprannome che lo distingue nella storia. «Io preferisco, rispose, di

non prendere la città, piuttosto che venir meno ai doveri dell'umanità.»

Fece distribuire cibi ai fuggiaschi, permettendo loro di ritirarsi ove

meglio credevano. In tal modo perdette probabilmente l'occasione di

prendere Gaeta, e si espose inoltre alla sciagura che provò poco dopo,

ma divulgò tra i popoli e tra i suoi nemici medesimi la fama della sua

generosità, guadagnò il cuore de' Napolitani, e si aprì colle sue virtù

la strada del trono, sul quale salì bentosto[68].

[68] _Uberti Folietae Genuens., l. X, p. 571. — Barth. Facii, l. IV,

p. 53._

Lo Spinola aveva chiesti soccorsi a Genova, ma l'armamento della flotta

destinata a far levare l'assedio di Gaeta fu ritardato dalle pratiche

dell'opposto partito e dallo scoraggiamento degli antichi repubblicani,

che più non combattevano col consueto zelo per la grandezza della loro

patria, vedendola sottoposta ad uno straniero padrone. Biagio

d'Assereto, illustre uomo di mare dell'ordine popolare, spiegò

finalmente le vele negli ultimi giorni di luglio, e si diresse verso il

regno di Napoli. La sua flotta era composta di tredici vascelli e di tre

galere, ed aveva a bordo due mila quattrocento soldati[69]. Quando

Alfonso fu avvisato dell'avvicinamento della flotta nemica, staccò

cinque grandi vascelli per continuare il blocco di Gaeta; scelse poi in

tutta l'armata sei mila soldati, che mise a bordo de' quattordici

vascelli e delle undici galere, colle quali si avanzò ad attaccare il

nemico. Trovavasi in faccia all'isola di Ponza il 5 agosto del 1435,

quando le due flotte si scontrarono. Alfonso credeva d'avere la vittoria

in pugno, e raccontasi pure che il duca di Milano l'aveva segretamente

istruito delle forze e dei disegni dell'ammiraglio ch'egli stava per

attaccare. Questo principe, che diffidava sempre dello spirito inquieto

de' Genovesi, desiderava di vederli avviliti da una disfatta[70]. Il

vantaggio del numero assicurava l'Arragonese del buon successo; pure

Biagio d'Assereto non temette di rendere ancor più grande la sua

inferiorità, dando ordine a tre de' suoi bastimenti di porsi al largo

per prender vento, mentre col rimanente della flotta attaccava i

Catalani. Il suo vascello ammiraglio s'attaccò a quello montato dal re,

un altro, nominato la Lomellina, battevasi contro i due fratelli

d'Alfonso, uno de' quali era re di Navarra, l'altro gran maestro di san

Giacomo di Calatrava. Ogni vascello genovese doveva nello stesso tempo

combattere contro due vascelli catalani; le tre galere non avevano

ancora presa parte alla battaglia, ma bentosto l'ammiraglio genovese

fece passare tutti i loro equipaggi sui vascelli combattenti, per

riparare le perdite che aveva già fatte. Mentre che, in onta

all'inferiorità del numero, sosteneva gagliardamente la pugna, le tre

navi che aveva staccate per prender vento ed attaccare alle spalle la

flotta nemica, vennero a piene vele ad urtare con grandissimo impeto

contro i vascelli catalani. Quello del re fu gettato con tanto impeto

sul fianco, che non fu più possibile di raddrizzarlo, perchè la zavorra

mal disposta erasi agitata nella cala, e lo faceva orzare. Il re e tutta

la guarnigione furono costretti di scendere tra i ponti, mentre

facevansi inutili pratiche per rimettere il vascello in equilibrio.

Malgrado lo svantaggio di tale situazione, l'equipaggio continuò ancora

qualche tempo a difendersi, ma trovandosi feriti molti di coloro che

avvicinavano Alfonso, i di lui cortigiani lo persuasero finalmente ad

arrendersi. Egli s'informò del nome e dell'origine dei diversi capitani

genovesi, ed udendo che tra questi eravi un Jacopo Giustiniani, la di

cui famiglia aveva la sovranità di Chio, a questi solo acconsentì di

dare la sua spada[71].

[69] _Jo. Stellae Ann. Genuens., t. XVII, Rer. Ital., p. 1316. —

Jacobi Bracelli de Bello Hispano, l. III, G. 3 verso. — Petri

Bizari. S. P. Q. Genuens. Hist., l. XI, p. 246. — Barth. Facii Rer.

Gestar. Alphonsi Regis, l. IV, p. 58._

[70] _Giornali Napoletani, p. 1100._

[71] _Ubertus Folieta, l. X, p. 581. — Joan. Stellae Ann. Genuens.,

p. 139. — P. Bizari, l. XI, p. 247. — Jacobi Bracelli Hispani Belli,

l. III, H. 2. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1100. — Joh.

Simonetae Hist. Franc. Sfor., l. II, p. 144. — Barthol. Facii Rer.

Gestar. Alph. I, l. IV, p. 61. — Vol. II des Chroniques d'Enguerrand

de Monstrelet, p. 108. — Jo. Marianae de rebus Hisp., l. XXI, c. IX,

p. 15._

Il rimanente della flotta sostenne, ancora dopo la resa d'Alfonso, la

battaglia per qualche tempo, ma i Catalani scoraggiati più non facevano

che una debole resistenza; i loro vascelli andavano uno dopo l'altro

abbassando la bandiera, e dopo dieci ore di combattimento, tranne una

sola nave, tutte le altre erano cadute in potere de' Genovesi.

Contavansi tra li prigionieri Alfonso il magnanimo ed i suoi due

fratelli, il re di Navarra ed il gran maestro di san Giacomo di

Calatrava, il duca di Suessa, il principe di Taranto, conte di Fondi, il

gran maestro di san Giovanni d'Alcantara, e cento principi o signori

arragonesi e siciliani. Cinque mila prigionieri, tra i quali varj

gentiluomini, non creduti abbastanza ricchi per pagare la taglia, furono

posti in libertà lo stesso giorno; ma le moltissime ricchezze ritrovate

sui vascelli furono preda del vincitore. Gli abitanti di Gaeta, volendo

pure aver parte a tanta gloria, fecero una rigorosa sortita, e forzando

le linee del campo nemico, se ne impadronirono.

La notizia di questa vittoria, la più importante, la più gloriosa di

quante in tutto il secolo si fossero ottenute sul Mediterraneo, eccitò

in Genova que' trasporti di gioja che quel popolo più non aveva provati

dopo la perdita della libertà. L'antica ricordanza della gloria

nazionale veniva ravvivata da così strepitosi vantaggi ottenuti sopra un

popolo, che i Genovesi avevano in ogni tempo considerato come loro

nemico. Il senato ordinò che per tre giorni si rendessero a Dio solenni

azioni di grazie in tutte le chiese, e l'anniversario delle none

d'agosto, giorno di san Domenico, venne consacrato con una perpetua

festa[72].

[72] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 583. — Jacobi Bracelli

Genuens., l. III, H. 3. verso._

Ma i Genovesi non tardarono ad accorgersi che Filippo Maria Visconti, il

sovrano che si erano dato essi medesimi, invece di partecipare al loro

giubilo, risguardava la gloria loro coll'occhio dell'invidia. Aveva dato

ordine a Biagio Assereto di condurre immediatamente i prigionieri a

Savona, di dove li farebbe passare a Milano, senza permettere che i

Genovesi godessero del loro trionfo, ed aveva vietato al senato di dar

parte della sua vittoria ai sovrani d'Europa: seppesi bentosto a Genova

con grandissima sorpresa l'accoglimento che Filippo aveva apparecchiato

ad Alfonso, ai suoi fratelli, ed agli altri prigionieri a lui mandati a

Milano[73].

[73] _Jo. Stellae Annales Genuens., t. XVII, p. 1318_. — Qui finisce

la narrazione di questo storico contemporaneo, figlio e continuatore

di Giorgio Stella: in sull'esempio del padre, senza arte ed in

sull'andare delle antiche cronache, racconta gli avvenimenti della

sua patria; ma egli ci conserva sempre le impressioni ed i

sentimenti de' suoi concittadini. Nelle ultime sue linee sentesi che

s'andava preparando la rivoluzione di Genova. — _Uberti Folietae, l.

X, p. 585. — Petri Bizarri, l. XI, p. 249. — Jacobi Bracelli, l. IV,

H. 4._

Filippo d'ordinario poco generoso lo era oltre ogni credere verso i

prigionieri che la sorte delle armi dava in suo potere. Accolse Alfonso

nello stesso modo con cui molti anni prima aveva ricevuto Carlo

Malatesti, e gli diede tante prove d'amore e di rispetto, che quasi

giunse a fargli scordare la sua disgrazia. Con tale condotta incoraggiò

il re d'Arragona a disvelargli il suo sistema politico, a discutere con

lui i suoi veri interessi, ed a proporgli un intero cambiamento del

complesso delle sue alleanze. Alfonso rappresentò al duca di Milano, che

fin allora il regno di Napoli era stato cagione di perpetua lite tra due

case rivali, e che le loro guerre civili avevano permesso al rimanente

dell'Italia di consolidare la propria indipendenza. Per tutto il tempo

che durarono tali guerre, gli diceva egli, i Visconti avevano potuto,

senza offendere la politica, e senza rovesciare l'equilibrio

dell'Italia, attaccarsi ora alla casa di Durazzo, ora a quella d'Angiò.

Ma se la brillante vittoria dei Genovesi e la sua propria prigionia

collocavano finalmente su quel trono la casa d'Angiò, siccome questa non

avrebbe omai verun nemico da temere, riacquisterebbe in breve quel grado

di possanza, ch'ebbe la prima casa d'Angiò sotto il regno del vecchio

Carlo. In tale caso, come non prevedere che i Francesi, che avevano in

ogni tempo aspirato alla conquista dell'Italia, e che verrebbero ad

occuparne le due estremità, non la soggiogherebbero tutta intera? «I

Francesi, gli diceva Alfonso, di tutti i vicini dell'Italia sono i soli

pericolosi alla sua indipendenza. Le loro armate possono penetrare in

pochi giorni nel centro della Lombardia; la rapidità loro e la loro

maniera di trattare la guerra, tanto diversa da quella dei Tedeschi e

degl'Italiani, sorprendono e spaventano i popoli; e l'arroganza loro

dopo la conquista rende doppiamente sensibile la perdita della libertà.

Il sovrano della Lombardia deve ricordarsi continuamente che la

principale sua politica consiste nel chiudere il passaggio delle

montagne. È inevitabile la sua ruina, s'egli medesimo li rende padroni

delle province meridionali, e se gli obbliga a stabilire una giornaliera

comunicazione tra i loro proprj confini ed il regno, ch'egli vuole far

loro acquistare. L'Italia tutta altro in breve non sarebbe, che la

strada di Napoli; sempre attraversata dalle armate francesi, sarebbe da

queste tenuta in perpetua dipendenza e timore. Gli Arragonesi per lo

contrario, che non possono avere alcuna comunicazione continentale col

regno di Napoli, se giungono ad esserne padroni, faranno necessariamente

causa comune con tutti gl'Italiani, onde custodire il solo confine pel

quale può essere attaccata l'Italia. Il paese che i miei antenati mi

lasciarono da governare (soggiunse Alfonso) è piccolo e povero, onde non

avverrà giammai che colle sole mie forze io possa rovesciare

l'equilibrio dell'Europa. Altronde la difficoltà di trasportare numerose

armate sopra una flotta, mi toglierebbe di approfittare di un potere

assai più considerabile, quand'anche io potessi disporne. Oggi che tutti

gli stati tendono ad aggrandirsi, che Sigismondo manifesta l'intenzione

di trasmettere l'Ungheria e la Boemia alla casa d'Austria; che Carlo

VII, di già riconciliato col duca di Borgogna, non tarderà a fare la

pace cogl'Inglesi, e che in allora potrà disporre di tutte le risorse di

una monarchia ancora più vasta, conviene preventivamente pensare alla

resistenza che noi potremo opporre a così formidabili avversarj. Quando

le guerre civili, onde sono ancora travagliati, saranno terminate, si

sforzeranno di rovesciare sopra di noi le armate che hanno avvezzate

alla guerra, per non averle a proprio carico. Gl'Italiani e gli

Spagnuoli sono fatti per unirsi e resistere insieme: rassomiglianza di

governo, di costumi, di lingua, possono rendere più intima la loro

unione, ma non mai gli uomini del mezzogiorno si accostumeranno alle

usanze o all'impero degli uomini del nord; giammai non sopporteranno

l'insolente petulanza de' Francesi, o il sussieguo, e la rigidezza de'

Tedeschi»[74].

[74] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. X, p. 585. — Niccolò

Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 96. — Josephi Ripamontii Hist.

Urb. Mediol., l. IV, p. 604. — Joan. Simonetae, l. III, p 245. —

Jacobi Bracelli Hisp. Belli, l. IV, fl. 4. verso. — P. Bizarro Hist.

Gen., l. XI, p. 249._

A così potenti motivi politici aggiunse Alfonso, per persuadere Filippo,

il prodigioso potere che il suo spirito e l'eleganza delle sue gentili

maniere gli davano sul cuore degli uomini. Questo principe, d'origine

castigliana, aveva un non so che di più fiero, di più aperto, di più

cavalleresco, che non avevano gli Arragonesi suoi sudditi, o gl'Italiani

tra i quali combatteva. La sua vita era divisa tra l'amore, le lettere e

le armi. Conservava nel suo cuore un profondo dolore per la morte di

Margarita d'Hijar, sua amica, che dopo avergli dato un figlio,

Ferdinando, che fu poi re di Napoli, era stata strozzata per ordine di

sua moglie, Margarita di Castiglia. Egli non aveva voluto vendicarla, nè

rivedere la sua carnefice, e si era allontanato dal suo regno, per

alleggerire il suo dolore, occupandosi in pericolose spedizioni. In

mezzo alle continue guerre in cui l'aveva impegnato la sua ambizione,

non erasi in lui punto scemato quell'amore delle lettere che ispirato

gli aveva Antonio Beccadelli di Palermo, primo suo precettore, poi

consigliere, e talvolta suo ambasciatore nelle più importanti occasioni.

La sua corte era composta di letterati, egli riandava sempre col

pensiere l'antichità, viveva con Cesare e con Alessandro non meno che

con i suoi contemporanei, ed in un secolo in cui coltivavansi con

entusiasmo le lettere classiche, in cui la gloria sembrava riservata

all'erudizione, in cui l'eleganza del dire curavasi ancora più che il

pensiere, pareva che Alfonso possedesse tutta la gloria umana. Tutti i

dispensieri della fama erano da lui stipendiati, tutti i letterati

magnificavano le sue imprese, e pareva che il di lui suffragio desse la

misura del merito e del sapere. Egli riuniva nel suo aspetto, nella sua

espressione, nelle sue maniere, tutte le qualità che seducono il cuore,

e che abbagliano gli occhi: vivace era il suo ingegno, persuasivo e

pieno di grazie. Giunse perciò in breve a dominare, ed a cattivarsi in

modo Filippo Maria, il di cui carattere non erasi fin allora aperto

all'amicizia, che il vincitore non ebbe altro consigliere, altro

confidente, fuorchè il suo prigioniero[75]. Si strinse fra di loro

un'intima alleanza, ed il duca di Milano, determinato di far acquistare

al suo ospite il regno di Napoli, ordinò ai Genovesi di apparecchiare

sei grandi navi di linea, per ricondurre Alfonso con tutta la di lui

corte ne' luoghi medesimi in cui l'avevano vinto, e per combattere d'or

innanzi in suo favore[76].

[75] _Anton. Panhormita de dictis et factis Alphonsi. — Barthol.

Facii de vita rebusque gestis Alphonsi passim._

[76] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 586. — Giannone

Istor. civ. del Regno di Napoli, l. XXV, c. 7, p, 457._

Frattanto Filippo Maria non tardò ad avere avvisi dell'indignazione che

i suoi ordini avevano eccitata in Genova, ove il fermento era così

grande, che tutto di già annunciava una ribellione. Credette il duca di

prevenirla col chiamare a Milano una deputazione de' più ragguardevoli

uomini dello stato, sotto colore di trattar con loro intorno alla taglia

del re d'Arragona. Disse loro che Alfonso aveva convenuto di cedere la

Sardegna ai Genovesi quale prezzo della sua libertà, e li rinviò colmi

di gioja per la speranza di un acquisto di tanta importanza. In pari

tempo mandò a Genova due mila uomini, destinati, siccome egli diceva, a

montare a bordo delle galere che prenderebbero possesso della Sardegna.

Ma i Genovesi conobbero bentosto d'essere stati dal duca ingannati, e

che la promessa di render loro la Sardegna non era che un'esca destinata

a far aprire le loro porte alla guarnigione, ch'egli voleva stabilire

nella loro città.

Una nuova offesa rese più vivo il loro risentimento; alcuni deputati di

Gaeta erano venuti a rallegrarsi coi Genovesi della loro vittoria, a

ringraziarli de' soccorsi loro prestati, ed a pregarli di custodire la

città di Gaeta fino alla fine delle guerre del regno di Napoli. Il duca,

informato dell'arrivo di questi deputati, adoperò ogni maniera di

seduzioni per persuaderli ad abbandonare il partito d'Angiò, ad aprire

le porte al re Alfonso, e li rinviò senza permettere che i Genovesi

accettassero l'offerta che gli avevano fatta[77].

[77] _Jacobi Bracelli Hispani Belli, l. IV, I, 2. — P. Bizarro S. P.

Q. Genuensis Historia, l. XI, p. 250._

Mentre ciò accadeva, un nuovo governatore, Erasmo Trivulzio, fu dal duca

mandato a prendere il comando di Genova, invece di Pacino Alciati

ch'egli aveva richiamato. Risolvettero i Genovesi di approfittare delle

cerimonie del suo _installamento_ per ricuperare la loro libertà. Il

vecchio governatore era uscito per incontrare il nuovo: nell'istante in

cui rientravano l'uno e l'altro, ed avevano appena passata la porta di

san Tomaso, questa venne chiusa dietro loro, e furono separati i due

governatori da tutti i loro soldati. Quando se ne avvidero, vollero

fuggire, ed il Trivulzio giunse infatti alla rocca del Castelletto, ove

si chiuse. Ma Pacino Alciati, raggiunto presso al _Fossatello_, fu

ucciso, ed il suo cadavere lasciato qualche tempo esposto agli occhi del

popolo avanti alla chiesa di san Siro, mentre risuonavano per tutta la

città grida che invitavano alle armi ed alla libertà. Francesco Spinola,

quello stesso che aveva così valorosamente difesa Gaeta, si fece capo

degl'insorgenti; attaccò i soldati milanesi, scoraggiati dalla perdita

dei due loro capi, e li costrinse ad arrendersi quasi senza combattere.

La città di Savona, avuto avviso della rivoluzione di Genova, si

affrettò d'imitarne l'esempio; sorprese egualmente e scacciò la

guarnigione milanese: i varj castelli che il duca possedeva nei contorni

della capitale e nelle due riviere furono collo stesso impeto ripresi

dal popolo, ad eccezione del Castelletto, che capitolò soltanto ne'

primi mesi del susseguente anno. Fu il 27 dicembre del 1435[78], che i

Genovesi si rialzarono al rango dei popoli liberi. Incaricarono sei de'

più illustri loro cittadini di rivedere le leggi patrie, e di dare alla

costituzione nuovo vigore; nello stesso tempo mandarono ambasciatori a

Venezia ed a Firenze per chiedere l'alleanza delle due repubbliche, e

guadagnare la loro protezione contro il duca di Milano, loro comune

nemico[79].

[78] _Jacobi Bracelli, l. IV, I. 3. — P. Bizarro, l. XI, p. 253,

dicono, VI Kal. Januarius_ (il 27 dicembre). Il Foglieta dice la

vigilia del Natale (24 dicembre). Io ignoro dove il Muratori

prendesse la data del 12 dicembre ch'egli ha scelta. — _Barth.

Facii, p. 65._

[79] _Jac. Bracelli, l. IV, I. 3._ Fu egli medesimo spedito in tale

occasione presso il governo di Firenze e presso papa Eugenio IV, per

chiedere soccorsi di grani, onde mettere Genova in istato di

sostenere, in caso di bisogno, un lungo assedio. I Fiorentini ne

mandarono subito in abbondanza, ed il papa si limitò a non vietarne

l'estrazione a loro favore. _Ubertus Folieta Genuensis Hist., l. I,

p. 588. — Pietro Bizarro, l. XI, p. 251. — Niccolò Machiavelli, l.

V, p. 99._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16) · 第 3 / 14 题