_Stato dell'Italia nell'epoca del viaggio e dell'ingresso
dell'imperatore Sigismondo in Roma; Eugenio IV in guerra coi
Colonna, cogli Ussiti, col concilio di Basilea, e coi suoi
sudditi. — Rivoluzioni di Firenze; esilio e richiamo di Cosimo
de' Medici._
1431 = 1434.
L'aspetto dell'Italia erasi totalmente cambiato dopo la rivoluzione che
aveva avuto principio ai tempi degli Ottoni di Sassonia; si erano vedute
allora le città acquistare il diritto e la forza per governarsi da sè
medesime; avevano scosso il giogo de' monarchi stranieri, che niuna cura
omai di loro si prendevano; avevano compresso l'orgoglio de' superbi
feudatarj, e forzati i nobili ad ubbidire alle leggi. Ma quattro secoli
in Lombardia, e tre secoli in Toscana, bastarono ai popoli per iscorrere
l'intero cerchio delle istituzioni, che possono convenire a stati
ridotti a civiltà, e per soggiacere a tutte le rivoluzioni che possono
condurre d'uno in altro sistema politico. Gl'Italiani, da prima
ignoranti, poveri, grossolani, erano giunti ad ottenere tutti i vantaggi
del commercio, della ricchezza e del gusto nelle lettere e nelle arti;
si erano mostrati fieri, indocili, impazienti di giogo ed insofferenti
di ogni autorità; e non pertanto avevano provati gli estremi della
tirannide e della libertà. Sebbene non privi di coraggio nè di energia
personale, avevano lungo tempo trascurate le armi, si erano poi
consacrati all'arte della guerra, l'avevano abbandonata dopo alcun
tempo, e di nuovo imparata. Lo spirito d'indipendenza, dopo avere
dissoggettate tutte le città da straniero potere, aveva dato luogo ad
uno spirito d'usurpazione e di conquista: da prima ogni città
risguardava come vergognosa cosa l'ubbidire ad un'altra città, e non
pertanto poche potenti città avevano assoggettate alle loro leggi tutte
le vicine. Nulla più rimaneva delle antiche istituzioni, nè le moderne
sembravano fatte per durare lungo tempo. Di questa rapida successione di
creazioni e di distruzioni, che poteva osservarsi in tutti i governi de'
secoli di mezzo, ma che è più sensibile nelle repubbliche, ne fu dato
specialmente carico alle repubbliche, come se le loro leggi non
potessero per molte generazioni guarentire agli uomini una costante
prosperità.
Basta la più leggera osservazione per rispondere a questo rimprovero.
Niente dura sulla terra, e la storia dell'universo altro non ci presenta
che una rabbiosa guerra del tempo contro le opere degli uomini. Un
individuo sopravvive a molti sistemi di leggi, una famiglia può vedere
la caduta di molti governi; ma la vita di quest'individuo, la
conservazione di questa famiglia non provano la durata delle
istituzioni, cui furono associate. Le cronache non conservano che i nomi
dei re, e si cancellano le rivoluzioni dei loro governi; la creazione o
la caduta d'un ministro, il rapido innalzamento di uomini nuovi al
favore del monarca, o la caduta di grandi personaggi, risguardansi a
stento come avvenimenti storici negli annali d'una dinastia reale;
eppure il cangiamento del ministero in una monarchia esattamente
corrisponde alla rivoluzione di una repubblica. In tutte le forme di
governo vedonsi variare i depositarj del potere, lo spirito che le
anima, le leggi che le reggono, come si vedono perire e rinnovarsi tutte
le opere degli uomini. Tutt'al più i soli nomi si conservano talvolta,
mentre le cose indicate da questi nomi non sono più le medesime. Parve
che l'impero romano si sostenesse mille cinquecento anni, da Augusto
fino all'ultimo dei Costantini; ma la costituzione di quest'impero, lo
stato delle nazioni, le massime del governo, variarono in ogni regno, in
ogni generazione. Tra il secolo di Tiberio, quello di Onorio e quello di
Foca, altra rassomiglianza non si ravvisa, che nella miseria, nelle
pene, nell'avvilimento. Non doveva ragionevolmente sperarsi che la
libertà e le virtù che prosperarono in Milano nel dodicesimo secolo
avessero più lunga vita dell'eleganza e del gusto del secolo d'Augusto,
della filosofia di quello di Marc'Aurelio, della religione di quello di
Diocleziano. Le moderne monarchie, per antica che ne sia la fondazione,
non rassomigliano perciò meglio a sè medesime. La costituzione della
Francia non si mutò meno frequentemente di quella di Firenze. Ora i
Franchi erano vincitori accampati in mezzo ai popoli debellati, ora
cittadini liberamente adunati nel campo di Marte sotto la presidenza
d'un re: la Francia feudale era una repubblica di sovrani, che appena si
degnavano di riconoscere un capo: la Francia rappresentata dagli stati,
la Francia rappresentata dai parlamenti, la Francia governata dai
grandi, dai ministri, dalle amanti, presentava molte volte in ogni regno
un diverso aspetto. Tutte le umane istituzioni sono egualmente caduche;
non v'ha che il despotismo, che nelle sue continue rivoluzioni resti
sempre lo stesso; non è che dove nulla esiste per proteggere i popoli,
che nulla può essere rovesciato, come non può essere atterrata una
colonna, che giace di già sul suolo.
Però la maggior parte delle rivoluzioni e de' cangiamenti accaduti ne'
governi, lasciano poche orme nella storia; ora perchè superficiali
scrittori, trovando negli antichi fasti de' nomi ancora usati,
suppongono che i costumi ed i vicendevoli diritti, da loro indicati,
fossero altravolta ciò che sono ai tempi loro; ora perchè molte
rivoluzioni non mutano l'ordine, o piuttosto il disordine sociale, come
in Turchia e negli stati dispotici, perchè nulla aggiungono e nulla
tolgono all'anarchia; ora infine perchè il paese, in cui accadono, non
avendo acquistata rinomanza nè dalle lettere nè dalle arti, non richiama
in verun modo l'attenzione, ed è privo d'ogni lustro. L'Italia trovasi
in una situazione affatto diversa; i tre o quattro secoli, di cui
abbiamo corsa la storia, fondarono la gloria e la potenza dello spirito
umano nell'Europa intera. Le repubbliche italiane scomparvero, ma i
risultamenti de' loro lavori, i loro generosi sforzi non hanno potuto
scomparire insieme. Per mezzo loro la libertà rese per la terza volta
all'Europa ciò che la libertà aveva prima dato ai Greci, poscia ai
Romani. In seno a queste repubbliche si videro rinascere le lettere, le
arti, la filosofia, frutti condotti a maturità da quell'effervescenza
degli animi. Tante lotte, tante pugne, lo sviluppo di tanti grandi
caratteri e di generose passioni, apparecchiavano un risultamento, non
preveduto nemmeno da coloro che dovevano produrlo; essi conducevano quel
sedicesimo secolo, che brillò d'immortale gloria; quel secolo in cui i
più maravigliosi monumenti vennero innalzati dallo spirito umano allora
che la nazione italiana terminava il suo corso, e che, mentre
acquistava il suo maggior lustro, perdeva tutte le sue virtù, la sua
energia, e tutte le speranze dell'avvenire.
Abbiamo nel precedente volume condotta la storia d'Italia fino alla
morte di Francesco Carmagnola, decapitato in Venezia il 5 maggio del
1432. Nell'istante in cui un grand'uomo viene svelto al teatro del
mondo, può essere conveniente di considerare lo stato della contrada in
cui aveva fin allora esercitata la sua attività, le rispettive forze, e
gl'interessi delle potenze, i di cui destini erano stati più d'una volta
variati dai suoi militari talenti.
L'Italia era nel 1430 divisa in quattro regioni; la Lombardia, la
Toscana, lo stato della Chiesa, e quello di Napoli. Ognuna aveva diverso
carattere e governi diversi, fondati sopra differenti principj. La
Lombardia a settentrione era sottomessa al despotismo militare; i
Visconti, duchi di Milano, ne occupavano la maggior parte; pure i
Veneziani avevano loro tolte alcune province, che trattavano come paese
di conquista, e non riguardavano come parti integranti della repubblica.
Il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a ponente, i marchesi
d'Este e di Gonzaga a levante si dividevano tra di loro gli altri paesi.
Il duca di Milano, più ricco e più potente di tutti, teneva sempre in
piedi numerose armate, che servivano a spaventare i suoi nemici, e
tentare contro di loro nuove conquiste, a mantenere i suoi popoli nel
timore e nell'ubbidienza, ed a far loro pagare enormi contribuzioni. I
piccoli principi che lo circondavano, e che lottavano con lui, erano
costretti di adottare la sua politica, e la fertile Lombardia era il
solo paese abbastanza ricco per sopportare così oneroso governo.
Nel centro dell'Italia la Toscana era sempre animata dall'antico suo
spirito di libertà; prosperava la sua agricoltura; immense erano le sue
ricchezze, ed ancora più grandi dell'opulenza erano i progressi dello
spirito umano. In verun paese dell'Europa la mente aveva ricevuto
maggiore sviluppamento; la politica era stata un'utile scuola per tutta
la nazione; uno spirito profondo ad un tempo e libero erasi
successivamente applicato a tutti gli studj umani. I soli Toscani
vedevano e giudicavano la storia de' loro tempi: gli altri Italiani
erano vittime delle rivoluzioni e delle calamità nazionali, i Toscani ne
erano spettatori; e la calma del loro spirito come la forza del loro
carattere, dava loro spesse volte i mezzi di modificarle, o di
allontanarle. Firenze, superiore d'assai in talenti, siccome in potenza,
a Siena ed a Lucca, a Genova ed a Bologna, innalzavasi in mezzo a loro
come la moderatrice dell'Italia. I Fiorentini mantenevano l'equilibrio
di questa contrada, conservavano ad ogni popolo i suoi diritti, ad ogni
stato i suoi mezzi di resistenza.
Al levante ed al mezzogiorno della Toscana lo stato della chiesa
trovavasi in preda all'anarchia: le passioni generose, che formavano la
grandezza de' Toscani, trovavansi in lotta con un'ambizione ed una
ferocia eguali a quelle che avevano resa schiava la Lombardia. Gli stati
erano meno ricchi, meno popolati, meno potenti; ma gli odj non erano
meno accaniti, o meno violenti le rivoluzioni. I Manfredi, i Malatesti,
i Montefeltro, i Varani, erano in miniatura ritratti dei Visconti, dei
Gonzaghi, dei Marchesi d'Este e di Monferrato. Le fazioni di Perugia, di
Viterbo e d'Orvieto eguagliavano in accanimento quelle di Firenze e di
Genova; ma dal loro urto ne scintillava minor luce, e più breve essendo
il trionfo di ognuno di loro, ai cittadini mancava il tempo di rimontare
dall'amore del loro partito a quello della loro patria.
Per ultimo il regno di Napoli aveva uno spirito affatto diverso: era una
monarchia ereditaria da lungo tempo costituita; i diritti del popolo vi
erano stati interamente subordinati a quelli di una famiglia; ma questa
stirpe reale, abbandonata alla mollezza, al vizio, all'avarizia, non
poteva ispirare nè rispetto, nè amore. E la nazione non era meno
effeminata de' suoi padroni, onde tutto il paese cadeva in quello stato
di dissoluzione sociale, che fa egualmente scomparire le virtù pubbliche
e le virtù private, le grandi speranze, ed ogni pensiero dell'avvenire.
Tale era la situazione dell'Italia quando l'imperatore Sigismondo
risolse di visitarla. Più non era quel tempo in cui gl'imperatori,
seguiti da possente esercito, valicavano le Alpi per dettare leggi nella
campagna di Roncaglia, richiamare all'ubbidienza loro i feudatarj,
riformare la costituzione delle città imperiali, e ridurre sotto il
diretto dominio dell'impero que' feudi che se n'erano emancipati.
L'Italia, sempre risguardata dai pubblicisti tedeschi quale dominio dei
loro imperatori, omai non faceva che di nome parte dell'impero romano. I
diversi membri, che in altri tempi formavano quest'impero, erano
declinati in istati affatto indipendenti, e facevano in proprio nome, ed
a seconda de' particolari loro interessi, la pace e la guerra. Al nord
di questo impero l'incivilimento era stato ritardato dal genio bellicoso
de' popoli germanici, mentre i progressi delle ricchezze e della
popolazione erano stati al mezzodì così rapidi, che molte città d'Italia
non erano nè meno forti, ne meno ragguardevoli de' più vasti ducati
della Germania. Frattanto il viaggio dell'imperatore, diretto al solo
fine di rendere la pace alla Chiesa, parve agl'Italiani un preludio di
grandi avvenimenti politici. Era fresca la memoria delle due spedizioni
di Carlo IV verso la metà del 14.º secolo, di una di Roberto, e di
un'altra dello stesso Sigismondo. Malgrado l'abbassamento della dignità
imperiale, cadauno di questi viaggi aveva prodotte durevoli rivoluzioni;
e perciò la nuova spedizione di Sigismondo chiamò a sè lo sguardo di
tutti i popoli, risvegliò l'attenzione di tutti i sovrani, e fu
preparata, accompagnata e seguita da maneggi e da negoziazioni affatto
sproporzionate all'avvenimento. Sigismondo, occupato trovandosi in una
disastrosa guerra cogli Ussiti boemi, stancheggiato dalla lunga contesa
tra il concilio di Basilea ed il papa Eugenio IV di cui erasi da
principio lusingato d'essere l'arbitro, offeso dalla lentezza delle
diete germaniche, che o non si adunavano dietro i suoi inviti, o si
scioglievano quand'egli giungeva a Ratisbona o a Norimberga per farne
l'apertura, dopo avere nel 1429 minacciato di abdicare l'impero[1],
parve che volesse scaricarsi affatto del peso degli affari facendo un
viaggio in Italia. «Sigismondo (scrive Leonardo Aretino, che l'aveva
conosciuto in Lombardia ed a Costanza) era un uomo veramente distinto.
Aveva gentile aspetto, era grande della persona, nobile e vigoroso,
magnanimo in pace ed in guerra, e tanto grande la sua liberalità, che
gli si ascriveva come suo solo difetto, poichè la sua generosità, che
prodigalità lo privavano sempre dei mezzi di continuare le sue
negoziazioni o le guerre[2].» Infatti tale smisurata liberalità era in
questo monarca un difetto capitale, perchè non solo impediva
l'esecuzione de' suoi progetti e delle sue imprese, ma lo forzava spesse
volte a vendere suo malgrado la propria alleanza, riducendolo ad una
vergognosa versatilità, che gli faceva perdere ogni politica
considerazione.
[1] _Schmidt Hist. des Allemands, l. III, c. 14. — Eberhardi
Windeckii Hist. Sigismun., cap. 140, ap. Menckenium. Script. Rer.
germ. t. I, 3 p. 1186._
[2] _Leon. Aretini Comm., t. XIX, R. I., p. 936._
Sigismondo, che frequentemente era stato offeso dallo spirito
d'indipendenza degli elettori e de' principi tedeschi, sentivasi invece
solleticato dalla deferenza e dalla sommissione di Filippo Maria
Visconti. Questo duca di Milano, invitando l'imperatore in Italia, aveva
promesso d'impiegare i suoi tesori e le sue armate per far riconoscere
la di lui autorità in tutta la penisola[3]. Pareva a Sigismondo, che,
dopo essere stato capo d'una burrascosa repubblica, fosse chiamato a
risalire sul primo trono della Cristianità. Giunse il 22 novembre a
Milano, e vi fu magnificamente accolto[4]. Ma il sospettoso Visconti non
seppe in tale occasione subordinare il proprio carattere alla politica.
Sempre diffidente di se medesimo e degli altri, non seppe risolversi a
comparire innanzi all'imperatore. Si chiuse nel suo castello d'Abbiate
Grasso con tutte le apparenze d'un ingiurioso timore; e non solo non
venne a ricevere il suo ospite nella capitale, ma non volle pure
accoglierlo nei suo castello, nè fu presente alla cerimonia eseguitasi
nella basilica di sant'Ambrogio, il 25 novembre del 1431, quando
Sigismondo ricevette dalle mani dell'arcivescovo di Milano la corona di
ferro. Lasciò adunque partire l'imperatore senza averlo veduto, e con
questa vile bassezza, prodotta dalla sua vanità o dalla sua debolezza,
fece suo implacabile nemico un monarca, suo naturale alleato, ch'egli
stesso aveva invitato ne' suoi stati[5].
[3] _Joh. Simonetae Vita Fran. Sfoniae, l. II, p. 221. Scrip. R. I.,
t. XXI._
[4] _And. Billii Hist. Med., p. 156, t. XIX, Scrip, R. I._
[5] _Joh. Simonetae, l. II, p. 222._
Sigismondo aveva seco condotti circa due mila cavalli ungari, boemi o
tedeschi[6], piuttosto come un corteggio di gentiluomini addetti alla di
lui persona, che volevano partecipare agli onori che gli si rendevano in
Italia, che come un'armata. Egli non temette di avanzarsi nel cuore
dell'Italia con tanto deboli forze, sebbene non ignorasse quanto doveva
diffidarsi del duca di Milano, che dicevasi suo alleato, e quanto tale
pretesa, alleanza spiacesse a coloro che trovavansi in guerra contro il
Visconti. Da Milano Sigismondo recossi a Parma, ove fu ritenuto cinque
mesi dalle negoziazioni tra Eugenio IV ed il concilio. Pochi giorni dopo
il supplicio del Carmagnola, abbandonò Parma, ed entrò in Lucca l'ultimo
di maggio del 1432[7]. In settembre del 1430 aveva questa città scosso
il giogo di Paolo Guinigi e ricuperata la libertà, ed era in allora
attaccata dalle armi fiorentine e difesa dal duca di Milano. L'arrivo
dell'imperatore aveva in sulle prime alquanto costernati i Guelfi
toscani; ma Michelotto Attendolo, che comandava l'armata fiorentina, la
ricondusse sotto Lucca, per darle un'evidente prova della debolezza del
corteggio dell'imperatore. In una scaramuccia rispinse pure i soldati
tedeschi che si erano uniti ai Lucchesi[8], ed avrebbe facilmente potuto
assediare Sigismondo in Lucca, ed impedirgli d'uscirne, se alcuni
magistrati fiorentini non avessero amato meglio che il monarca
continuasse il suo viaggio, portando negli stati del papa l'inquietudine
che lo accompagnava[9]. Mentre l'armata fiorentina aveva piegato verso
Arezzo, Sigismondo abbandonò precipitosamente Lucca, e recossi a Siena
il 10 luglio del 1432[10].
[6] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VII, p. 579, Scrip. R. I.,
t. XX._
[7] _Comm. di Neri Gino Capponi, t. XVIII, R. I., p. 1175. — Ricordi
di Gio. Morelli. Deliz. degli Erud. Tosc., t. XIX, p. 103._
[8] _Poggio Bracciolini, l. VII, p. 379._
[9] _Scip. Ammirato Ist. Fior., t. II, l. XX., p. 1082._
[10] _Histor. Senens. Petri Russii, t. XX, R.I., p. 40._
La guerra, che di que' tempi desolava l'Italia, impediva che
l'imperatore raccogliesse i vantaggi che aveva sperati dalla sua
spedizione, ed incagliava tutte le sue negoziazioni. L'antico odio tra
il duca di Milano, e le due repubbliche di Firenze e di Venezia, aveva
più volte rinnovate le ostilità, in onta de' solenni trattati, che non
avevano sospesa che per pochi mesi l'effusione del sangue. Non pertanto
le contrarie parti, indebolite dalle grandi battaglie che si erano date
nel 1431, si facevano una debolissima guerra. I Veneziani avevano posto
alla testa delle loro armate Giovan Francesco Gonzaga, cui Sigismondo
aveva venduto per dodici mila fiorini il titolo di marchese di
Mantova[11]. Nella state del 1432 questo capitano si ristrinse a
soggiogare i castelli di Bardolano, Romanergo, Soncino e la Valcamonica;
mentre Giorgio Cornare, che si era innoltrato nella Valtellina con un
corpo dell'armata veneziana, vi fu attaccato da Jacopo Piccinino, e
totalmente disfatto[12].
[11] _Gio. Batt. Pigna Stor. de' Prin. d'Este, l. VI, p. 578._
[12] _Platina Hist. Mantuana, l. V, p. 811. — Poggio Bracciolini, l.
VII, p. 382._
Tale spossamento degli stati guerreggianti faceva a Sigismondo sperare
di poterli ridurre a trattare di pace; ma per mancanza di truppe e di
danaro veniva ritenuto in Siena come prigioniero, togliendogli tutto il
credito che per il suo solo titolo di capo della Cristianità aveva
sperato di avere; e senti con indignazione, che nell'impero medesimo era
trattato come straniero. Incolpava il duca di Milano del presente
infelice suo stato, e lo storico Bonincontri di Samminiato lo udì
replicare più volte: «verrà un giorno in cui potrò vendicarmi di questo
perfido tiranno, che mi ha chiuso in Siena come una belva in
gabbia[13].»
[13] _Bonincontrii Miniat. Ann., t, XXI, Rer. Ital., p. 140._
Frattanto passarono otto mesi senza che Sigismondo potesse proseguire il
suo viaggio e condurre a termine un solo de' suoi trattati. Le potenze
italiane, malgrado l'estrema sua debolezza, diffidavano di lui, e non
sapevano risolversi a prenderlo per loro arbitro, riportandosi invece
alla mediazione del marchese Niccolò d'Este e di suo suocero il marchese
Luigi di Saluzzo. Una ferita di Niccolò Piccinino, giudicata mortale,
moderò le pretese del duca di Milano, che credevasi privato per sempre
della assistenza del suo valoroso generale; onde gli arbitri persuasero
finalmente le contrarie parti a soscrivere in Ferrara, il 16 aprile del
1433, un trattato di pace. Tutto quanto erasi acquistato dalle due parti
sia dai Veneziani e dai Fiorentini, come dal duca di Milano, dai Sienesi
e dai Lucchesi, venne restituito; ed il Visconti rinunciò alle contratte
alleanze in Romagna ed in Toscana, per non aver più occasione in
avvenire d'immischiarsi nella politica di quelle due province[14].
[14] _Jacobi Bracelli Genuen. de bello Hispano. Haganoae, 1530, in
4.º, l. III, Fr. IV. — Marin Sanuto Vite dei duchi di Ven., t. XXII,
p. 1032. — Ann. Gen. Joh. Stellae, t. XVII, Rer. It., p. 1310. —
Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 646. — Comment. di Neri di Gino
Capponi, p. 1179. — Petri Russii Hist. Senens., t. XX, Rer. It., p.
45, 46. — Malavolti Ist. di Siena, p. III, l. II, p. 23-27. — Poggio
Bracciolini, l. VII, p. 383._
Erasi appena pubblicata tale pace, che Sigismondo, credendosi pure
d'accordo con Eugenio IV, si pose in cammino alla volta di Roma, ove
fece il suo ingresso il 21 maggio del 1433, ed il giorno 30 dello stesso
mese ricevette la corona imperiale nella basilica del Vaticano[15]. Ma
la pace della Chiesa era assai più difficile a farsi che non quella de'
principi secolari. Tutto era in essa lite e disordine; e Sigismondo, nel
suo lungo soggiorno a Lucca ed a Siena, non aveva potuto conciliare
tante opposte pretese. La Chiesa Cattolica tutta intera trovavasi in
guerra cogli Ussiti boemi, la sede di Roma col concilio di Basilea, il
nuovo papa Eugenio IV con tutti i parenti del suo predecessore della
casa Colonna, ed il governo pontificio era poi in guerra con tutti i
sudditi della Chiesa.
[15] _Eberhardi Windeckii Hist. Imp. Sigismundi, c. 189-190. Ap.
Menckenium, t. I, p. 1245._
Era morto papa Martino V la notte del 19 al 20 febbrajo del 1431.
Durante il suo regno aveva ridotte sotto l'autorità della santa sede
tutte le città, ad eccezione di Bologna, e tutte le province che prima
dello scisma erano subordinate ai suoi predecessori. Irremovibile ne'
suoi progetti, e non pertanto pacifico, aveva governati i suoi stati da
buon sovrano. Era stato rimproverato solamente d'essere avaro, e ciò con
grandissima ragione, perchè i tesori da lui raccolti, non erano stati
disposti a beneficio dei popoli che avevano pagate le imposte, nè del
governo che le aveva ricevute[16]. Alla di lui morte i suoi tesori
rimasero sotto la custodia di tre suoi nipoti della casa Colonna, lo che
fu cagione delle prime guerre, che turbarono per tre anni sotto il nuovo
regno lo stato ecclesiastico.
[16] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. VIII, p. 141, l. XIX, Rer.
It._
Il conclave, adunato per nominare il successore di Martino V, scelse il
3 marzo dei 1431 Gabriele Condolmieri, cardinale vescovo di Siena.
Questo prelato, che non godeva di molta riputazione, riunì appunto a suo
favore tutti i suffragi, perchè niuno lo credeva degno di così grande
dignità. I cardinali non essendo ancora d'accordo con coloro che avevano
maggiore influenza nel conclave cercavano di perdere i loro voti negli
scrutinj che dovevano tenere ogni giorno, vale a dire a dividerli sopra
soggetti insignificanti. Condolmieri, il più insignificante di tutti, si
trovò designato per questa stessa ragione contro l'altrui aspettazione e
la propria, da due terzi dei suffragi. Era Veneziano e nipote di quel
Gregorio XII, che dal concilio di Costanza era stato obbligato ad
abdicare. Aveva passata gran parte della sua vita nella povertà
religiosa, e si era mostrato attaccato a tutto il rigore della
disciplina claustrale. Pieno di confidenza nel proprio ingegno,
l'inaspettato suo innalzamento accrebbe la di lui presunzione. Non
degnavasi di udire gli altrui consiglj, e perchè niuno potesse
dargliene, ogni cosa faceva con inconsiderata prestezza. Dopo aver presa
a chiusi occhi una dannosa risoluzione, credeva dar prove di fermezza di
carattere col non lasciarsi smuovere: e per tal modo offendeva l'amor
proprio ed i diritti de' suoi cortigiani e di coloro che trattavano con
lui; intanto risguardava ogni opposizione come un delitto, che veniva
punito con estremo rigore. Il suo innalzamento non fu cagione di gioja
ai Romani, ed in breve il suo contegno giustificò il pubblico timore.
Egli si fece chiamare Eugenio IV[17].
[17] _Andr. Billii Hist. Mediol., l. IX, p. 143._
Appena il nuovo papa si vide in possesso di castel sant'Angelo che
domandò i tesori accumulati da Martino V, ed accusò i Colonna suoi
nipoti; cioè il cardinale Prospero, Antonio, principe di Salerno, ed
Edovardo, conte di Celano, di averli sottratti alla camera apostolica.
Mentre con tale domanda s'inimicava tutta la famiglia dell'ultimo papa,
la ribellione di tutte le città del Patrimonio di san Pietro lo
avviluppava in un'altra guerra. Perugia aveva scacciato il legato che la
governava, riclamando gli antichi privilegi, e dichiarando di non volere
d'ora innanzi pagare a san Pietro che il leggiere tributo stabilito ne'
tempi in cui questa città era libera. A Viterbo il partito
dell'aristocrazia, diretto da Giovanni de' Gatti, era rimasto vittorioso
della contraria fazione, ed aveva scacciati i vinti dalla patria. I
tesori di Martino V sembravano necessarj al di lui successore per
assoldare truppe, onde ridurre all'ubbidienza i ribelli; poichè Città di
Castello, Spoleti, Narni, Todi, avevano prese le armi, e tutto lo stato
della Chiesa trovavasi in aperta rivoluzione[18]. Ma il principe di
Salerno, che non voleva privarsi delle ricchezze dello zio, non vedeva
nell'inchiesta del papa di restituirle, che una chiara riprova della di
lui parzialità per gli Orsini suoi nemici; onde piuttosto che porsi in
loro balia, pensò di erogare i suoi tesori nella propria difesa; e levò
soldati, e guastò i feudi degli Orsini, protestandosi sempre rispettoso
ed ubbidiente verso il papa. Eugenio IV, accecato dalla collera,
sagrificò alla propria vendetta tutti gli amici dei Colonna rimasti in
Roma; fece porre alla tortura Ottone, tesoriere dei suo predecessore, e
tormentare questo infelice vecchio fino all'agonìa. Più di duecento
cittadini romani perirono sul patibolo per supposti delitti; la casa di
Martino V venne distrutta, atterrati in tutti i luoghi pubblici gli
stemmi della famiglia, i monumenti del suo pontificato, e nello stesso
tempo spinta con accanimento la guerra contro il principe di Salerno.
Eugenio, assecondato dalle repubbliche di Venezia e di Firenze, lo
ridusse finalmente ad accettare il 22 settembre del 1431 le condizioni
di pace che gli piacque di stabilire. Vennero restituiti ad Eugenio
settantacinque mila fiorini d'oro, ultimo avanzo del tesoro di Martino
V, ed i Colonna ritirarono le guarnigioni dalle città del patrimonio
ch'essi avevano occupate[19].
[18] _Andreae Billii, l. IX, p. 144. — Bulla Eugenii IV adversus
Prosperum de Columna, t. III, Rer. It., p. II, p. 872._
[19] _Vita Eugenii Papae IV, Scrip. Rer. It., t. III, p. 869._
Questi prosperi avvenimenti persuasero vie meglio il papa de' proprj
talenti, e più ostinato lo resero nel continuare le altre liti che aveva
prese a sostenere. Ma gli Ussiti di Boemia, ed i padri di Basilea erano
assai più formidabili dei Colonna, e più pericoloso il cimentarsi contro
di loro. La guerra di Boemia era una conseguenza della morte di Giovanni
Us e di Girolamo da Praga. I Boemi, esacerbati dalla slealtà che aveva
fatti perire i loro riformatori con dispregio de' salvacondotti loro
accordati, avidamente aspiravano a vendicarli. Non avevano voluto
riconoscere Sigismondo come successore di suo fratello Wencislao morto
in Praga il 16 agosto del 1419[20], ed avevano respinte le sue armate
unite a quelle dei duchi d'Austria, di Baviera, di Sassonia e del
marchese di Brandeburgo[21]. Alcune legioni di contadini e di borghesi
crociati contro di loro eransi più volte avanzate fino ai confini della
Boemia, ed altrettante volte erano state costrette a vergognosa fuga, o
distrutte con ispaventevole carnificina da Ziska, dai due Procopj e
dagli altri generali degli Ussiti[22]. Questi formidabili guerrieri
avevano a vicenda invase le province che gli avevano provocati, e
vendicati i ricevuti oltraggi e la persecuzione che loro si era fatta,
mettendo que' paesi a fuoco e sangue. La riforma vestiva presso gli
Ussiti un carattere feroce; si credevano chiamati a distruggere l'impero
del demonio, ed a correggere col ferro e col fuoco le iniquità della
terra. Tutte le umane debolezze, la galanteria, l'ubbriachezza, e
perfino l'eleganza delle vesti sembravano peccati degni di morte ai
Taboriti, i più severi fra questi settarj; la condanna loro stendevasi
fino a quelli che tolleravano i peccati mortali degli altri[23]. Erano
persuasi gli Ussiti, ed in breve persuasero anche i loro nemici,
d'essere i vendicatori del cielo, i flagelli della mano di Dio. Un
panico terrore precedeva le loro squadre, che dissipavano colla sola
presenza le più formidabili armate. I popoli, soverchiati dal valore de'
settarj, si affrettavano di chiedere la pace, ed i Boemi che non
aspiravano ad avere dominio altrove, ma soltanto ad essere liberi nel
proprio paese, accordavano la pace senza difficoltà; ma tostocchè si
aveva in Roma notizia di questi trattati, il papa affrettavasi di
annullarli, dichiarando sacrilega ogni convenzione cogli eretici; e la
sola penitenza che potesse cancellare agli occhi suoi la macchia di
questi empi trattati, era quella di riprendere subito le armi, di
sorprendere gli Ussiti, e di purgarne la terra. «Noi abbiamo udito con
profondo dolore (scrive Eugenio IV in una bolla del primo di giugno del
1431) che fu conchiusa cogli Ussiti una tregua per un determinato tempo,
che non è ancora spirato; tregua sanzionata con vicendevoli giuramenti e
con minaccia di pene contro coloro che la violeranno.... Noi, che con
tutta la nostra podestà cerchiamo di reprimere gli sforzi degli eretici
e di confutarne gli errori, noi, che pazientemente tollerare non
possiamo tale ingiuria, tale bestemmia, ricordandoci che è la fede che
ci ha salvati, e che senza di questa niuno può salvarsi, in vigore
dell'apostolica nostra autorità, di certa nostra scienza e senz'esserne
ricercati, sciogliamo e dichiariamo nullo e come non accaduto ogni
contratto, ogni patto, ogni clausola; sciogliamo dai loro giuramenti i
principi, i prelati, i cavalieri, i soldati, i magistrati delle
città.... Noi gli avvisiamo, li chiamiamo, gli esortiamo in nome del
sangue di Gesù Cristo, pel quale siamo stati redenti, ed in nome dei
loro più cari affetti, e finalmente loro ingiungiamo come penitenza dei
commessi peccati.... di levarsi in massa con tutte le forze loro
nell'istante che verrà loro indicato, di attaccare gli eretici, di
prenderli, di perderli, di sterminarli sulla terra, di modo che non ne
rimanga memoria ne' secoli che verranno»[24].
[20] _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. VI, p. 100. — Jo.
Adlzreitter Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, c. 42, p. 127._
Edizione di Francoforte in fol. del 1710, _cura Leibnitii_.
[21] L'anno 1420. _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. VIII, p.
127. — Jo. Adlzreitter Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, c. 53, p.
149._
[22] L'anno 1425. — _Hist. du Conc. de Bâle, l. XII, p. 231_; l'anno
1427, _l. XIII, p. 255_; e l'anno 1431, _l. XV, p. 300_. —
_Adlzreitter, Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, p. 156, 158._
[23] _Schmidt, Hist. des Allemands, l. VII, c. 14, p. 150._
[24] L'intera bolla è riportata da Raynaldo, lo storico ufficiale
della corte di Roma del 17.º secolo. _Ann. Eccles. t. XVIII, p. 88._
Ma questa bolla d'Eugenio IV ad altro non servì che a procurare alla
Chiesa nuovi infortunj: quaranta mila cavalieri, che il marchese di
Brandeburgo, i duchi di Baviera e di Sassonia, e la lega sveva avevano
adunati sotto il comando del cardinale Giuliano Cesarini, furono
dispersi dagli Ussiti. Si credette di riconoscere il dito di Dio nelle
successive disfatte de' crociati, ed i prelati cattolici,
particolarmente quelli della Francia e della Germania, cominciarono a
pubblicare che la Chiesa non trionferebbe degli eretici che dopo di
avere fatta in sè medesima quella riforma nel capo e nelle membra,
ch'era stata cominciata dal concilio di Costanza, e che doveva
terminarsi da quello di Basilea[25].
[25] _Ann. Eccl. Raynal. 1431 § 19, t. XVIII, p. 89._
Martino V per contenere il concilio ecumenico, ch'egli si era obbligato
di adunare, avrebbe desiderato di riunirlo in una città dell'Italia, ove
i numerosi pensionati della corte di Roma avrebbero avuta maggiore
influenza: perciò scelse prima Pavia, poi Siena; ma non potè riunirvi
che quattro o cinque prelati per ogni nazione; e questi ancora
protestarono contro l'illegale influenza che il papa voleva esercitare
sopra di loro. Il concilio di Siena non si fece conoscere che per una
disposizione, che accorda a tutti coloro che concorreranno a
perseguitare gli eretici, le medesime indulgenze che acquisterebbero
recandosi personalmente alla crociata[26]. Venne subito dopo disciolto,
e si convocò un nuovo concilio a Basilea con una bolla del 4 degl'idi di
marzo del 1424[27].
[26] _Acta Senensis Concilii, 1423 presso Labbe Concil. Gener., t.
XII, p. 369._
[27] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1424, § 5, p. 66._
Questa solenne assemblea dei deputati della Cristianità s'aprì il 23
luglio del 1431 sotto la presidenza del cardinale Giuliano Cesarini,
scelto prima da Martino V, e raffermato poi da Eugenio IV come legato al
concilio[28]. I più ragguardevoli prelati di tutte le nazioni d'Europa,
gli uomini più distinti per dottrina e per eloquenza trovaronsi assieme
uniti nell'istante medesimo in cui un generale fermento agitava tutti
gli spiriti, in cui da ogni banda si chiedeva ad alta voce la riforma di
scandalosi abusi. In questa imponente assemblea, l'eloquenza, la
dottrina, la stima personale, assegnarono il rango che tutti dovevano
occupare, di preferenza ai titoli ed alle dignità. Non tardò a
manifestarsi uno spirito repubblicano, e la riforma cominciò nel più
formidabile modo per l'autorità della santa sede. I prelati
manifestavano l'intenzione di rendere ad ogni diocesi la propria
indipendenza, di rialzare l'autorità dei vescovi, d'abbassare quella di
Roma, finalmente di sostituire una libera costituzione repubblicana alla
spirituale monarchia fondata dai papi. Innumerabili abusi
d'amministrazione, una corruttela, una venalità, che nemmeno cercavasi
di palliare, fresche usurpazioni, che però non avevano per anco fatti
dimenticare gli antichi diritti, giustificavano le pretese del concilio
agli occhi di tutta la Cristianità. Frattanto veniva scosso l'intero
edificio della romana gerarchia; le entrate non meno che la potenza dei
papi correvano pericolo di essere distrutte; ed Eugenio IV, che non
riconosceva nella Chiesa altra podestà che la sua, era fieramente
sdegnato contro questo spirito di ribellione[29].
[28] _Acta Concil. Basiliensis. Labbe Concil. Gener., t. XII, p.
459._
[29] _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. XVI. p. 331. — Ann.
Eccl. Rayn., t. XVIII, p. 89. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p.
641._
Il concilio nella sua seconda sessione erasi dichiarato superiore al
papa, e lo aveva pure minacciato di assoggettarlo a pene ecclesiastiche,
se tentava di sciogliere l'assemblea, o di traslocarla senza il di lei
assenso in altra città[30]. Il concilio di Costanza aveva ordinato alla
santa sede di convocare ogni sette anni de' concilj ecumenici; ma perchè
non ne aveva determinata la durata, quest'obbligo veniva deluso con un
pronto scioglimento. Quindi il concilio di Siena non aveva esistito che
un solo istante, ed Eugenio IV voleva egualmente distruggere nel primo
anno quello di Basilea[31]. Perciò i prelati adunati determinarono di
sottrarre interamente il loro sinodo all'autorità del papa, togliendogli
nello stesso tempo la facoltà di creare nuovi cardinali[32]. Lo citarono
a recarsi personalmente a Basilea nel termine di tre mesi, dichiarandolo
contumace in caso di mancanza[33], e finalmente si riservarono il
diritto di nominare un successore nell'eventualità di vacanza della
santa sede[34].
[30] _Acta Conc. Bas. Ses. II, § 3, 4, 5. Labbe Concil. Gener., t.
XII, p. 477._
[31] _Acta Conc. Bas. Ses. III, p. 480. Ib._
[32] _Sessio VI, § 6, p. 488._
[33] _Sessio IV, p. 494._
[34] _Ivi, VII, p. 496._
Sigismondo, che trovavasi per proprio interesse impegnato nella guerra
di Boemia, aveva, per sostenerla, bisogno de' sussidj della chiesa di
Germania, e d'altronde vedeva con rincrescimento la corte di Roma tirare
da' suoi stati ragguardevoli entrate; onde si mostrava zelante
protettore della libertà della Chiesa. Credette che recandosi a Roma per
prendere la corona imperiale, potrebbe avere maggiore influenza sopra il
papa, e muoverlo più facilmente ad acconsentire a tutto quanto da lui
chiedeva la Cristianità. Ma Sigismondo non aveva un'armata; fino da
quando aveva cercato di pacificare l'Italia, erasi avveduto che il
credito di un imperatore dipende dai mezzi che ha per farsi temere, e
più vivamente sentì questa verità, quando volle rendere la pace alla
Chiesa; poichè i suoi sforzi furono sempre resi senza effetto
dall'impeto e dall'inconseguenza d'Eugenio, o dall'imprudente zelo de'
prelati. Il primo, che aveva di già tentato di disciogliere il concilio,
o di traslocarlo a Bologna, acconsentì finalmente, dietro le calde
istanze di Sigismondo, a riconoscerlo; ma a condizione che si annullasse
tutto quanto si era fatto fino a quell'epoca, e sottomettendo
l'assemblea alla presidenza di nuovi legati della santa sede[35]. I
prelati, lungi dall'essere contenti di questa bolla, che avrebbe
assoggettata la loro autorità a quella del papa, lo citarono di nuovo a
recarsi nel loro seno, colla minaccia di dichiararlo decaduto, se non
ubbidiva entro sessanta giorni. Sigismondo, dopo essere stato coronato a
Roma da Eugenio IV in tempo di una brevissima tregua, ripigliò la strada
di Basilea, ove l'otto degl'idi di novembre presiedette alla
quattordicesima sessione del concilio; ma non incontrò minori difficoltà
nel conservarsi moderatore di questa turbolenta e democratica assemblea,
che nel far piegare l'orgoglio e l'ostinazione di un pontefice poco
capace di governare[36].
[35] _Raynaldi Ann. Eccl., 1432, § 8-11; 1433, § 6, 18, 19, t.
XVIII, p. 99-116. — Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. XV, p.
352. — Schmidt, Hist. des Allem., l. VII, c. 16, p. 190._
[36] _Acta Concil. Basil. Ses. XIV, p. 523._
Durante questa pericolosa lite Eugenio IV si trovò attaccato da nuovi
nemici: egli aveva nominato governatore della Marca d'Ancona Giovanni
Vitelleschi, vescovo di Recanati, suo favorito, il di cui crudele e
perfido carattere fu ben tosto cagione di una universale ribellione. Il
duca di Milano, Filippo Maria Visconti, che aveva di fresco fatta la
pace coi Fiorentini, e licenziati i suoi generali e la maggior parte de'
soldati, ma che non pertanto desiderava che le sue armate rimanessero
unite, anche rinunciando al suo soldo, pensò che la ribellione contro il
Vitelleschi potrebbe essere utile ai suoi disegni. Eccitò segretamente
coloro che congedava, a guastare lo stato della Chiesa, ed a fondarvi,
se lo potevano, principati per sè medesimi. In tal modo ricompensava
senza dispendio i generali che lo avevano fedelmente servito, manteneva
sul piede di guerra delle armate che più non erano da lui pagate,
vendicavasi di Eugenio IV di cui era scontento, ed obbligava i
Fiorentini a grandi spese, tenendo viva la loro inquietudine. Francesco
Sforza e Niccolò Fortebraccio di Perugia entrarono ad un tempo, il primo
nella Marca d'Ancona, l'altro nel patrimonio di san Pietro[37].
Pretendevano l'uno e l'altro di essere stati autorizzati dal concilio di
Basilea a togliere queste province al papa, e furono ambidue
favorevolmente accolti dai Colonna ancora sdegnati per la recente loro
disfatta. Francesco Sforza sorprese Jesi, prese d'assalto Montermo,
accettò le capitolazioni d'Osimo e di Recanati, e trovati in
quest'ultima città gli ostaggi di Fermo, di Ascoli e di altre fortezze
governate dal Vitelleschi, le costrinse tutte ad arrendersi una dopo
l'altra[38]; la sommissione dell'intera provincia fu l'opera di quindici
giorni. L'Ombria e la Toscana inferiore cominciavano ancora esse a
vacillare, e nello stesso tempo Niccolò Fortebraccio, avendo occupato
Tivoli e le altre piccole città più vicine a Roma, minacciava ancora
questa capitale. Eugenio non aveva altri soccorsi per difendersi che la
scelta tra i suoi nemici; all'ultimo determinò di ricorrere a Francesco
Sforza, che si lasciò facilmente persuadere ad opporsi agli avanzamenti
di Fortebraccio, per la memoria delle militari rivalità tra il vecchio
Sforza e Braccio di Montone; oltre di che il papa gli offriva in
ricompensa la Marca d'Ancona col titolo di marchese, promettendo di
lasciarlo per un determinato tempo padrone degli altri paesi da lui
acquistati, e creandolo vicario e gonfaloniere della Chiesa romana[39].
[37] _Petri Russii Hist. Senens., t. XX, Rer. It., p. 46._
[38] _Joannis Simonetae Vita Franc. Sfortiae, l. III, t. XXI, Rer.
Ital., p. 226._
[39] _Joan. Simonetae, l. III, p. 227. — Franc. Adami Fragmentor. de
rebus gestis in civitate Firmana, l. II, c. 64, 65, p. 52. In
Thesauro Burmanni, t. VII, p. II._
Ma l'assistenza dello Sforza non bastò a ristabilire gli affari del
papa, sia perchè Niccolò Piccinino si avanzò ancor esso per sostenere il
suo parente Fortebraccio e per dividere con lui le spoglie della Chiesa,
o sia più ancora perchè i Romani, stanchi di un governo che gli
opprimeva colle contribuzioni e non sapeva difenderli, presero le armi
contro Eugenio, proclamarono il ristabilimento della repubblica, ed
assediarono il papa nella chiesa di san Giovanni Grisogono, ov'erasi
rifugiato. Questi a stento ottenne di fuggire travestito sopra una
piccola barca che lo trasportò ad Ostia frammezzo ad una grandine di
saette. Di là una galera lo condusse a Pisa; indi venuto a Firenze,
chiese un asilo alla repubblica, mentre i suoi stati trovavansi divisi
tra lo Sforza e Fortebraccio, più non conservando egli alcuna autorità
in tutto il territorio della Chiesa[40].
[40] _Joan. Simonetae Vita Franc. Sfortiae, l. III, p. 234. — Joan.
Stellae Ann. Genuens., t. XVII, Rer. Ital., p. 1313. — Comment. di
Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1181. — Cronica di Bologna, t.
XVIII, p. 649._
La repubblica di Firenze, dove Eugenio IV era venuto a cercare asilo,
trovavasi in allora agitata da tali fazioni, che più delle precedenti
dovevano porre in grande pericolo la sua libertà. Dopo la morte di
Giovanni de' Medici, Cosimo, suo figliuolo, erasi fatto capo del partito
anticamente formato dagli Alberti per mettere argine all'autorità
dell'oligarchia, e rialzare quella del popolo. Cosimo aveva un carattere
più fermo che suo padre, operava con maggior vigore, più liberamente
parlava cogli amici, e non pertanto risguardavasi come il più prudente
cittadino di Firenze. Aveva maniere gravi ad un tempo e gentili, e le
infinite sue ricchezze gli permettevano di mostrarsi ogni giorno umano e
liberale. Egli non attaccava il governo, non ordiva trame contro di lui;
ma nemmeno curavasi di palliare le proprie opinioni, che manifestava con
nobile franchezza; ed i moltissimi amici e clienti, che gli avevano
procurati le sue generosità, gli davano l'importanza d'un uomo
pubblico[41]. Coll'ajuto loro egli si credeva sicuro di conservare la
sua libertà ed il suo rango, finchè si manterrebbe la pace interna,
oppure di difenderla colle armi, quando fosse attaccato dai suoi nemici.
Due confidenti erano presso di lui in maggior credito, Averardo de'
Medici e Puccio Pucci, il primo de' quali coll'audacia, l'altro colla
saviezza e la prudenza lo aiutavano a tenere uniti i suoi partigiani.
Questi tre uomini di stato avevano potentemente contribuito a
determinare i Fiorentini alla guerra di Lucca, senza che per altro
fossero stati scelti a dirigerla. Onde, tanto per giustificare i
consiglj che avevano dati, quanto per imbarazzare i loro avversarj,
prendevansi cura di svelare le cagioni di tutti i rovesci dello stato.
[41] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 57. — Scip. Ammirato
Ist. Fiorent., l. XX p. 1087._
Rinaldo degli Albizzi, il di cui intollerante ed orgoglioso carattere
mal sapeva sopportare un oculato censore, avrebbe voluto sforzare il
Medici a dichiararsi aperto nemico, onde vincerlo in una battaglia, e
scacciarlo poi dalla città. Tutta la gioventù, che era con lui entrata a
parte del governo, divideva la sua impazienza, e Niccolò Barbadori cercò
di persuadere Niccolò d'Uzzano a far attaccare Cosimo de' Medici ed i
suoi amici, onde distruggere un partito che non poteva innalzarsi che
per la loro ruina. Ma questo vecchio capo della repubblica conosceva
meglio d'ogni altro ciò che aveva da lungo tempo resa forte la propria
fazione, e ciò che in allora la faceva debole. Aveva veduti i
Fiorentini, ancora spaventati dal sanguinario e spregevole governo dei
_Ciompi_, gettarsi tra le braccia del partito più opposto al popolaccio,
gli aveva veduti, per qualche tempo, desiderare più d'ogni altra cosa
nel loro governo dignità, considerazione e forza. In tali felici
circostanze egli e l'amico suo Maso degli Albizzi erano stati posti alla
testa degli affari dello stato, ed il loro ingegno ne aveva approfittato
per rendere la repubblica possente al di fuori, ferma ed irremovibile
nell'interno. Ma di mano in mano che la memoria dei Ciompi s'andava
indebolendo o cancellando, si diminuiva egualmente la riconoscenza per
un governo che aveva strappata Firenze dalle mani del popolaccio. La
nazione sentiva più fortemente una presente gelosia, che un passato
timore, e già cominciava a ridonare il suo affetto ai figliuoli di
quegli antichi demagoghi, al di cui giogo era stata sottratta; questi
figliuoli, che non avevano partecipato ai delitti dei loro genitori,
inspiravano, col solo loro nome, una considerazione spogliata da
qualunque timore, si erano accresciute le loro ricchezze, ed ingrandito
il numero de' loro partigiani coll'unione di tutti gli uomini nuovi, che
avevano acquistata qualche indipendenza, mentre l'oligarchia, come
comporta la sua natura, si era sempre più ristretta. Inoltre le
divisioni del partito dominante avevano date nuove reclute
all'opposizione; poichè ogni volta che qualche malcontento staccavasi
dalla sua famiglia o dal suo partito, si poneva sotto lo stendardo dei
Medici. L'antica nobiltà, sempre esclusa dell'amministrazione dall'una e
dall'altra fazione, preferiva quella che vedeva egualmente oppressa, di
modo che Cosimo contava tra i suoi fautori degli uomini per lo meno
uguali ai partigiani degli Albizzi, per nascita, per ricchezze, per
talenti, per zelo, ed in numero assai maggiore. Dietro queste
considerazioni Niccolò d'Uzzano raccomandò a Barbadori di evitare ogni
movimento popolare, ogni zuffa, in cui le forze dei due partiti
dovessero venire al confronto, poichè le loro erano affatto illusorie,
non conservandosi omai la loro autorità che per l'impero dell'abitudine,
e pel favore d'un'opinione che più non aveva fondamenti[42].
[42] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 60._
Ma Niccolò d'Uzzano morì poco dopo la pace di Lombardia, e Rinaldo degli
Albizzi, rimasto solo alla testa del suo partito prese caldamente a
voler mandare ad effetto il progetto di scacciare i suoi nemici. Per
farne la prova egli altro non aspettava, se non che la sorte dasse alla
repubblica una signoria composta de' suoi partigiani. Perciò
l'estrazione dei magistrati che facevasi ogni due mesi eccitava nella
città una spaventosa agitazione, conoscendo tutti che una vicina e quasi
immancabile rivoluzione dipendeva dal carattere de' gonfalonieri e de'
signori, che l'eventualità porterebbe alle cariche.
Finalmente la sorte diede per gonfaloniere dei mesi di settembre e di
ottobre del 1433 Bernardo Guadagni, e con lui otto signori tutti addetti
alla fazione degli Albizzi[43]. Era il Guadagni uomo povero, che non
avrebbe potuto sedere nella magistratura, se Rinaldo degli Albizzi non
avesse per lui pagate le contribuzioni, onde non fosse annoverato tra i
debitori dello stato. Costui, esacerbato da personali animosità,
incapace di timore, e non avendo nulla da perdere, era apparecchiato a
tutto intraprendere per servire il capo del suo partito[44].
[43] _Priorato ne' ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Eruditi, t.
XIX, p. 115._
[44] _Scip. Ammirato Ist. Fior., l. XX, p. 1088._
Erano appena passati sette giorni da che il Guadagni trovavasi nella
magistratura, quando il 7 di settembre fece intimare a Cosimo de' Medici
di presentarsi in palazzo. Gli amici di Cosimo lo pregavano di fuggire,
o di apparecchiarsi alla difesa, ma egli non volle avere altro appoggio
che la propria innocenza, come se nel tumulto delle rivoluzioni un capo
di partito potesse essere innocente agli occhi de' suoi avversarj, e si
presentò alla signoria. Venne subito arrestato e chiuso nella torre del
palazzo pubblico, ed un'accusa di mal versazione nella guerra di Lucca
servì di pretesto alla sua prigionìa[45]. Non si voleva per altro
assoggettare ai giudici ordinarj la causa di così potente cittadino; la
di lui sorte doveva essere decisa da un'autorità stragiudiziaria, e
Guadagni fece suonare la campana del parlamento per adunare il popolo
nella pubblica piazza, di cui Rinaldo degli Albizzi occupava tutti i
capi strada con genti armate.
[45] _Jo. Michael. Bruti Hist., Flor., l. I, apud Burmanum, Thesaur.
Antiqu. et Histor. Ital., t. VIII, p. 11._
Qualunque si fossero le disposizioni del popolo, i parlamenti di Firenze
eransi sempre veduti secondare il partito del più forte. Un cotale
parlamento si convocava per sanzionare una rivoluzione di già fatta, ed
i soli cittadini che l'approvavano erano quelli che venivano sulla
pubblica piazza, mentre i malcontenti n'erano tenuti lontani o dal
timore o dalla violenza. La signoria chiese al popolo adunato di creare
una balìa per salvare lo stato dalle trame di coloro che volevano
minarla; duecento cittadini, ch'erano stati indicati da Rinaldo degli
Albizzi, furono infatti rivestiti dell'illimitato potere che supponevasi
esistere sempre nella nazione adunata in parlamento, al quale si
sottomettevano pure le leggi e la costituzione; e la balìa si adunò
subito in palazzo per deliberare intorno alla sorte che destinava a
Cosimo de' Medici.
Questo capo di parte fu accusato di avere con perfidi avvisi, mandati a
Francesco Sforza, suo amico, rivelati i progetti dei suoi compatriotti
sopra Lucca. Le personali relazioni di questo potente cittadino collo
Sforza e con Venezia, il grande numero de' suoi partigiani, il futuro
trionfo che gli era riservato, giustificano forse bastantemente la
diffidenza di un governo ch'egli voleva soppiantare, e che si era
mantenuto più di mezzo secolo con tanta gloria e con tante virtù. Ma le
armi che Rinaldo degli Albizzi adoperò contro il Medici erano ingiuste
ed illegali; le persone ch'egli pose in opera erano determinate da
estranei vergognosi motivi; perciocchè il Guadagni era stato sedotto dal
danaro che aveva servito a pagare i suoi debiti; la balìa divise delle
lucrose cariche tra Guadagni ed i priori che lo avevano assecondato, ed
i magistrati della repubblica si fecero vilmente pagare per avere
proscritto uno de' suoi più grandi cittadini[46]. Per altro coloro che
in uno stato corrotto si valgono di armi venali, devono aspettarsi che
gli avversarj loro pongano all'incanto quegli uomini che si sono così
venduti, e trovino mezzo di rapirglieli. Dal fondo della sua prigione
Cosimo de' Medici riuscì a far donare a Bernardo Guadagni mille fiorini,
facendolo pregare di salvarlo; ed in fatti questi, invece di domandare
la testa del Medici, come voleva Rinaldo degli Albizzi, chiese soltanto
alla balìa di esiliarlo per dieci anni a Padova. Si assegnarono nello
stesso tempo altri diversi luoghi d'esilio ai suoi principali amici e
parenti, ed il 3 d'ottobre Cosimo de' Medici partì di notte da Firenze
per recarsi al luogo della sua relegazione; e la repubblica di Venezia
lo fece accogliere con ogni maniera di onorificenze, tostocchè entrò nel
suo territorio[47].
[46] _Ricordi di Cosimo de' Medici presso Roscoe. Life of Lorenzo.
Appendice, t. III, Edit. of Basel, p. 5-9. — Scip. Ammirato Stor.
Fioren. l. XX, p. 1090._
[47] _Ricordi di Cosimo de' Medici, p. 9, 10, 11. — Comment. di Neri
di Gino Capponi, p. 1180. — Machiavelli Hist. Fior., l. IV, p. 70. —
Scip. Ammirato, l. XX, p. 1090. — Istor. di Giov. Cambi Deliz. degli
Erud., t. XX, p. 183. — Nelli Comment., l. II, p. 38._
Rinaldo degli Albizzi invece d'insuperbirsi per aver eseguita questa
rivoluzione, cominciò allora a riguardare come certa la propria perdita;
vide apertamente che Cosimo, sorpreso ed esiliato con ingiusta violenza,
cercherebbe con maggior calore di vendicarsi; che gli omaggi che gli
tributavano gli stranieri accrescevano la di lui riputazione; che
potrebbe sempre disporre delle sue immense ricchezze, de' suoi
partigiani, renduti più numerosi e più zelanti, e che dissipandosi il
loro primo timore, darebbe luogo a più calde pratiche. Inoltre la balìa,
creata dall'ultimo parlamento, sebbene rinnovate avesse le liste di
tutti i magistrati, e riempiti di nomi scelti le borse dalle quali
estraevasi a sorte la signoria, non aveva potuto o non aveva voluto
escludere dallo scrutinio tutti coloro ch'erano sospetti al partito
degli Albizzi, temendo di spingere troppo in là il malcontento
universale, col lasciar vedere a quale strettissima oligarchia volevasi
ridurre un governo essenzialmente popolare. Vero è che Rinaldo chiedeva
caldamente ai suoi amici di afforzare il proprio partito ammettendovi i
grandi e l'antica nobiltà, da lungo tempo esclusi da tutte le cariche;
ma non potè vincere la gelosia de' suoi partigiani, nè trionfare della
ripugnanza del popolo, e fu costretto di aspettare nell'inazione le
conseguenze del pubblico irritamento, che vedeva manifestarsi sempre più
apertamente[48].
[48] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 72._
Era di già un anno passato da che Cosimo ed i suoi amici erano stati
esiliati, quando la sorte chiamò Niccolò di Cecco Donati alla carica di
gonfaloniere pei mesi di settembre e di ottobre del 1434, con otto
signori, che tutti, come lui, eransi dichiarati favorevoli ai Medici.
Dovevano passare tre giorni tra l'estrazione de' nuovi magistrati, e
l'essere posti in carica; Rinaldo degli Albizzi volle approfittare di
quest'intervallo per far prendere le armi ai suoi amici, creare una
nuova balìa, ed escludere dalla magistratura uomini per lui tanto
pericolosi; ma non trovò ne' suoi partigiani che freddezza e timidità.
Palla Strozzi, sul quale contava assai, gli rispose, che un buon
cittadino deve aspettare l'attacco de' suoi nemici piuttosto che
provocarlo, e senza persuadere Rinaldo, lo costrinse a nulla
intraprendere.
Il nuovo gonfaloniere, appena entrato in carica, intentò un processo
criminale al suo predecessore per malaversazione del pubblico danaro.
Subito dopo citò i tre capi del partito degli Albizzi a presentarsi in
palazzo, nella stessa maniera che Cosimo era stato citato dalla
contraria parte; ma invece d'ubbidire Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo
Peruzzi e Niccolò Barbadori, si recarono armati sulla piazza di san
Pulinari con quanta gente armata riuscì loro di adunare[49]. Palla
Strozzi e Giovanni Guicciardini, che pure dovevano raggiugnerli,
temettero di compromettersi, e non comparvero. Bentosto Ridolfo Peruzzi
diede orecchio a proposizioni d'accomodamento che gli furono fatte per
parte della signoria, e si presentò in palazzo; il coraggio di coloro
che avevano prese le armi si andò raffreddando, mentre per l'opposto i
partigiani della signoria e quelli di Cosimo, tra i quali contavasi un
fratello dello stesso Rinaldo degli Albizzi, rendevansi sempre più
arditi; per ultimo il papa, che allora soggiornava in Firenze con tutta
la sua corte, offrì la sua mediazione, e diede l'ultimo crollo al
partito degli Albizzi.
[49] _Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII. Rer. Ital., p. 1182.
— Ricordi di Cosimo de' Medici, t. III, p. 11._
Rinaldo non si attentò di ricusare la mediazione del papa, e fece
ritirare le sue genti, che occupavano armate la piazza sotto gli ordini
di Niccolò Barbadori; ma ad ogni modo l'avere impugnate le armi senza
essere rimasti vincitori, non poteva non risguardarsi come una
ribellione. Firenze ripigliò una apparenza di calma; ma la signoria
approfittò del tempo che i suoi avversarj perdevano in negoziati, per
far entrare in città i soldati dispersi pel territorio, i quali
distribuì nel palazzo ed in tutti i luoghi forti, indi chiamò il popolo
a parlamento, e gli fece creare una nuova balìa tutta favorevole ai
Medici. Il primo atto di questa nuova assemblea fu il richiamo di
Cosimo, e di tutti i suoi aderenti, e l'esilio di Rinaldo degli Albizzi,
di Ridolfo Peruzzi, di Niccolò Barbadori, di Palla Strozzi e di tutti i
cittadini ch'erano stati fin allora alla testa della repubblica[50]. In
tal maniera venne rovesciato quel governo, che aveva amministrata
Firenze con tanta gloria ne' tempi della più alta sua prosperità.
L'Albizzi ed i suoi amici partirono per l'esilio senza opporre veruna
resistenza, e si dispersero per le città che lungo tempo avevano temuto
il risentimento, o cercato il favore di questi esperti capi di una
potente città, mentre Cosimo de' Medici tornava trionfante a prendere
l'amministrazione d'una repubblica, dalla quale era stato di fresco
proscritto.
[50] _Comment. di Neri Capponi, p. 1182. — Leonardi Aretini Comment.
de suo tempore, p. 937. — Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 77. —
Scip. Ammirato, l. XX 3 p. 1101. — Ricordi di Giov. Morelli, t. XIX,
p. 121. — Nerli Comment., l. II, p. 42._