IN CASA DELL’AMICO

Dal salotto da pranzo, guardando per di sopra alla terrazza, fu prima

la signora a vedere il fattorino del telegrafo, che saliva ansando per

il viale ancora tutto invaso dal sole e sonava al cancello del villino.

Il telegramma, portato subito dal giardiniere, diceva così:

«_Abbisognami sua pronta risposta, circa arazzi. È arrivato negoziante

milanese. Riparte domani sera._»

— Ah! ecco che Shylok mi vuole stringere i panni addosso, — disse il

marito incrociando la posata sul piatto. La signora, lasciata andare

indietro la sua testa bruna e guardando il soffitto con aria indolente,

mise una pausa in mezzo e replicò:

— E tu attacca la tua voglia ad un arpione. Faremo senza degli

arazzi....

E mostrava sorridendo i denti bianchissimi.

L’avvocato rimase un poco a guardare il telegramma spiegato sulla

tavola e scosse il capo com’uomo a cui quel consiglio non andava. Poi

con accento risoluto:

— No. È già la seconda volta che quell’imbroglione di milanese mi passa

davanti. Questa notte prenderò la corsa delle tre e andrò a Ferrara.

— Bel gusto a fare una mala nottata! Telegrafa piuttosto le tue ultime

condizioni; e vedrai che gli arazzi saranno per noi.

A queste parole il marito posò sulla donna uno sguardo in cui trapelava

l’intimo compiacimento suo. Ebbe un momento di esitazione, ma si

raffermò subito nel primo proposito.

— Chi vuole vada, mia cara. Quando tu sarai a letto, io scenderò in

città. Passo al _club_ un paio d’ore; ceno magari, se mi vien voglia, e

m’arriverà l’ora di prendere il treno senza ch’io me n’avveda. Farò una

buona dormita domani: anzi conto, con questo caldo, che avrò finalmente

una notte di refrigerio.

Il caldo, di fatti, in quegli ultimi giorni di luglio, era grandissimo;

e sebbene la sera fosse assai vicina, nella villa non si sentiva ancora

spirare dalla collina un fiato di vento. La signora non rifiniva di

mettere dei pezzi di ghiaccio nel suo bicchiere e nel bicchiere del

marito.

*

* *

Poco prima della mezzanotte, nel piccolissimo gruppo dei frequentatori

estivi del _club_, si levò una esclamazione lieta di sorpresa quando

l’avvocato fu visto entrare. Egli salutò tutti allegramente: anche il

giovane conte Salerni, ch’egli non vedeva da qualche tempo. Dopo una

partita all’_écarté_, ordinò da cena e mangiando espose agli amici la

causa di quel suo trovarsi in città e al _club_ ad ora così insolita.

Sonarono le due. La comitiva dei cinque o sei in breve si sciolse e

rimasero l’avvocato e il Salerni, soli, seduti a un tavolino, l’uno in

faccia all’altro. L’avvocato sorbiva lentamente il caffè e il conte gli

offerse una sigaretta. Poi, il discorso essendo tornato sulla gita a

Ferrara, il conte non esitò a dichiarare ch’egli la giudicava un passo

falso.

— Come, un passo falso?

— Sicuro: anzi, una sciocchezza bella e buona. Ma dov’è la tua solita

furberia? Io non me la spiego altrimenti che pensando a questo gran

caldo che fa. Che diavolo? E non vedi che è tutto un gioco combinato

tra il negoziante ferrarese e quello di Milano, che gli fa da compare?

Se tu ora ti precipiti a Ferrara, caro mio, fai conoscere d’avere degli

arazzi una voglia matta; ed essi, sta’ certo, ti leveranno la sete con

l’acqua salata. Oh, molto salata!...

L’avvocato con un gomito sul tavolino e l’indice della mano sulla

fronte spaziosa stette alquanto in silenzio:

— E d’altra parte, anche a non andare io corro un rischio. Un gioco

combinato, tu dici?... Può essere benissimo. Ma se non fosse? Se, come

mi è accaduto altra volta, il milanese dice davvero e compra? Io non

voglio che gli arazzi mi scappino. Dopo averci tanto pensato su, sento

che mi nascerebbe un albero nello stomaco, come si suol dire. Che

vuoi farci? Ognuno ha le sue debolezze: e anche mia moglie, quantunque

non lo dimostri, sono sicuro che sarebbe afflittissima se mi vedesse

tornare a mani vuote... Pensiamo al modo....

— Senti — disse allora il Salerni con l’accento più naturale di questo

mondo — se non è domani, sarà doman l’altro che io andrò a Ferrara e di

là al _Trombone_ a vedere un cavallo. Facciamo dunque così: prendo ora

il treno di Ferrara e mi presento domani dal mercante a contrattare gli

arazzi per conto mio. Tu non ti muovere e dimmi solo l’ultima cifra a

cui vuoi arrivare col prezzo: vedrai che domani sera torno con la roba

e t’avrò probabilmente anche risparmiato un paio di mille lire.

— È una buona idea e ti ringrazio! — esclamò l’avvocato alzandosi in

piedi.

Mancava mezz’ora alla partenza, e i due amici usciti dal _club_

s’incamminarono fumando verso la stazione.

*

* *

I due amici passeggiavano sotto la tettoia dinanzi al treno pronto; e

già la macchina mandava i primi fischi della partenza. A un tratto,

l’avvocato si tastò in fretta con le mani le tasche dell’abito

esclamando:

— A proposito! O come faccio io ad andare a casa a quest’ora, che non

ho la chiave?

Il conte trasse subito fuori una chiavettina inglese, porgendola

all’amico:

— In dieci minuti sei a casa mia. Tu conosci il mio mezzanino. Dormirai

tranquillissimo, perchè sono tutti in campagna. Domattina alle nove

verrà la portinaia a svegliarti col caffè. Buona dormita!

L’avvocato, per risposta, diede in una risata ed ebbe appena tempo

di stringere la mano all’amico montato sul treno, che già si moveva

lentamente.

Quando uscì dalla stazione rideva ancora fra sè, tenendo fra le dita la

chiave del mezzanino del conte Salerni. Era di buon umore. Gli piaceva

d’aver accettato il parere dell’amico circa la gita a Ferrara, gli

piaceva d’andar a dormire una notte in città, fuori di casa: incidente

bizzarro che gli ricordava la sua vita di scapolo, che lo faceva

rivivere nella sua lontana vita di studente.

Però, a cercar bene in fondo all’animo dell’avvocato, si sarebbe visto

che altra era la causa di tutto quel suo buon umore. Egli era geloso

della moglie. La sua gelosia non era di quelle che dànno ogni giorno

in manifestazioni minute, opprimenti, volgari; ma era una idea fissa,

una preoccupazione acuta e costante, celata quasi sempre nell’animo con

dignitoso riserbo, e per questo assai più dolorosa. Fra le cure di una

vita molto affaccendata, in mezzo agli alto e basso de’ suoi affari,

quell’uomo, in apparenza positivo e freddo, traeva le ragioni di tutto

il suo benessere e di tutto il suo malessere da un fatto solo: la

certezza che egli aveva o no dell’amore e della fedeltà di sua moglie.

Il rimanente veniva sempre in seconda linea.

Aveva avute, a intervalli, parecchie inquietudini vive. Da ultimo i

suoi sospetti erano stati eccitati dal conte Salerni, che s’era messo

a corteggiare molto assiduamente la signora ed essa, pur troppo, non

gli aveva opposto quel contegno che disanima e stanca un uomo. Questa

volta le male apparenze si erano prolungate e aggravate in modo che il

marito, non potendone più, aveva espressi a lei con una certa violenza

i suoi dubbi e il suo mal contento.

Era la prima volta che le faceva una scena di questo genere.

La moglie accolse le parole del marito con un misto di meraviglia,

d’offesa e di sottomissione. Si tenne con lui molto seria per una

settimana; ma anche gli dimostrò col fatto che le stavano a cuore il

proprio buon nome e la quiete di lui. Il Salerni tornò in visita e fu

accolto con amichevole ma fredda cortesia: una cavalcata che di lì a

pochi giorni sarebbe fatta e in cui il Salerni doveva intervenire, fu

con bel garbo disdetta dalla signora; la quale, perchè proprio voleva

che ogni nube fosse dissipata, da venti giorni non era scesa in città

che una volta sola e accompagnata da suo marito.

Già da una settimana i pensieri dell’avvocato si voltavano alla

tranquillità; ma in quel giorno, in quella serata, in quella notte

egli sentiva che una serenità piena e intera era venuta ad occupare

rapidamente il suo animo. E ripensava le parole con cui sua moglie

s’era provata a dissuaderlo dalla sua andata a Ferrara; e correva con

la mente dietro al giovane amico, che, con sì spontanea cortesia, s’era

offerto di allontanarsi esso, in vece sua, per un giorno dalla città.

— Quale più favorevole occasione invece per i due, se... No! no! Egli

era stato ingiusto a sospettare. Nè si fermava a questo unico fatto;

ma diffondendo in largo giro le tinte rosee della sua vena confidente,

adesso esaminava tutta la sua gelosia passata, la trovava assurda, la

sconfessava e malediva con tutta la forza del suo volere. E intanto gli

si ricomponeva nella mente la fisonomia di sua moglie, bella, schietta,

amorosa degna di un affetto immenso e di una fede senza confine.

Insomma, si sentiva contento. E camminava lentamente sotto i portici

respirando l’aria fresca dell’alba, mentre spegnevano gli ultimi

fanali. Si sentiva libero e sciolto, come se un cattivo spirito

tormentatore fosse uscito per sempre dal suo corpo, in virtù di un

felice scongiuro.

*

* *

Quando entrò, con in mano un cerino acceso, nella stanza da letto del

conte, fiutò gradevolmente un odore delicato di legno di sandalo che

impregnava l’aria. — Sibarita! — pensò sorridendo e inoltrandosi di

qualche passo nella stanza.

Poi accese la lampada e si guardò intorno. La camera da letto era

vasta, ricca, bellissima e, mediante una alcova in fondo, aveva anche

l’aspetto di un salotto da ricevere. I buongustai, visitandola insieme

a tutto il mezzanino, concordavano nel giudicare che il Salerni

vi s’era mostrato artista, a un tempo, e gran signore. Il conte si

scagionava d’ogni merito e confessava che, avendo lungamente vissuto a

Vienna con un artista celebre e fortunato, egli non aveva fatto altro

che imparare da lui, anzi copiare in piccolo dal suo appartamento. A

ogni modo il copista aveva mostrato molto buon gusto nella scelta e

nella esecuzione.

L’avvocato, respirando l’odore di sandalo, girava gli occhi ammirati

sui mobili e sulle pareti, li posava sul pavimento di marmo bianco

riquadrato a liste nere, li spingeva nell’ombra discreta dell’alcova,

in cui vedeva il letto basso e semplice con il lenzuolo bianco

rimboccato sulla coperta azzurra, sotto i festoni azzurri delle cortine

ricchissime.

— Sibarita! — ripetè l’avvocato, ma senza sorridere. E subito pensò

che certo delle donne erano state là dentro; e pensò che certo dovevano

aver serbato una molto grata memoria di quel luogo.

Il suo buon umore era già disceso, e seguitava a discendere rapidamente

come la colonna di mercurio di un termometro quando è portato da

un luogo caldo a un luogo freddo. Chi sapeva dirgli in che modo le

ragioni tanto eloquenti del suo benessere di mezz’ora fa si erano così

raffreddate, scolorate, spente? Adesso, ecco che altre impressioni e

altre idee lo signoreggiavano! La figura del giovane conte, nel fisico

come nel morale, lì in quella sua bella camera da letto, assumeva nel

cervello dell’avvocato un improvviso fascino di seduzione ch’egli,

suo malgrado, percepiva con una vivezza nuova, strana, esagerata,

terrificante. Poi non potè fare a meno di tramutare quella percezione

da se stesso in sua moglie; poi a un tratto si immaginò, sua moglie, se

la vide dentro quella stanza..... e fu costretto a chiudere gli occhi,

sentendosi correre un freddo per tutto il corpo...

Capì che bisognava distrarsi e si provò ad osservare con curiosità

i quadri, le armi, le maioliche. Maggiore attrattiva ebbero per lui

alcuni _album_ di fotografie e disegni posti sovra una tavola grande.

Passavano sotto i suoi occhi rabeschi fantastici, schizzi e caricature

bizzarre, ricordi di luoghi veri; passavano fisonomie di persone note e

sconosciute: ed egli seguitava a voltare le pagine piuttosto in fretta,

come chi va in cerca di una data cosa. Prese da ultimo fra le mani un

piccolo _album_ elegantemente rilegato in velluto con grandi fermagli e

borchie d’oro; e si pose ad esaminarlo meno in fretta che gli altri. Si

capiva che quello era il volume privilegiato, l’_album_ riservato alle

più belle signore conosciute dal conte in paese e fuori.... L’avvocato

aveva il presentimento che qui avrebbe trovato il ritratto di sua

moglie. Invece arrivò all’ultima pagina senza trovar nulla. Ma dov’era

dunque il bel ritratto che essa un mese fa, aveva regalato al Salerni,

in sua presenza? Dove lo teneva egli? La mente del marito trovò in

quella assenza del ritratto una nuova e forte ragione d’inquietudine;

e pensò a quei dolci nascondigli ove l’immagine della donna che si ama

è messa in salvo da ogni profano contatto, da ogni convivenza indegna,

da ogni occhio indiscreto e geloso.... Si mise a cercare per tutto

nella stanza, ma fu ancora inutile. Presso al letto, però, stette

ad osservare una bella fotografia della _Glaneuse_ di Berton; e nei

contorni di quello schietto viso di campagnuola, negli occhi e perfino

nella linea forte e slanciata dei fianchi, credè di cogliere una tal

quale somiglianza con le brune bellezze di sua moglie.

Dentro intanto gli cresceva la smania; e se avesse avuto lì presso

il conte Salerni, sentiva che forse non avrebbe resistito al bisogno

di mettergli le mani addosso e di frugarlo, come una guardia daziaria

fruga una persona sospetta di contrabbando.

Intanto erano passate delle ore. Fuori la giornata estiva era

cominciata da un pezzo, ma nel mezzanino chiuso del conte durava ancora

piena la quiete della notte. L’avvocato ascoltò in quel silenzio,

ove non era altro suono che il _tic tic_ continuo di un tarlo che

lavorava entro un mobile vicino a lui: ascoltò e si mise una mano alla

fronte, perchè gli pareva che quel tarlo lavorasse proprio entro il

suo cervello.... E quello fu il cominciamento di un bisbiglio strano

e interminato, che si mise a girargli intorno agli orecchi, a empirgli

il capo e scuoterlo e assordarlo tutto con un turbamento e un fastidio

indescrivibili. Gli pareva che quel bisbiglio venisse dai quattro

angoli della stanza, uscisse di dietro ai quadri delle pareti, dai

mobili, dagli _album_, dal letto: e vi sentiva dentro un vago rumorìo

di suoni che non arrivava a distinguer bene, ma pure ci coglieva

dentro, così in confuso, come una nenia di lamenti mista a voci di

scherni..... Finalmente lo pigliò alla gola un fortissimo bisogno

d’aria e corse a spalancar la finestra.

Entrarono il sole oramai alto, l’aria viva e il cinguettìo mattutino

dei passeri.

L’avvocato, così com’era in maniche di camicia, stirò le braccia fuori

della finestra e si mise a provare gli occhi abbagliati sul vasto

giardino che si stendeva dietro il palazzo, poi gli alzò alle colline

sorgenti in faccia a lui. Che tranquilla allegria da per tutto! Vedeva

a mezza costa, vicinissimo, il suo bel villino, col tetto spiovente

con le persiane ancora chiuse e i muri rosseggianti in fra gli alberi

verdi.

Certo, pensò, a quell’ora sua moglie dormiva sempre. Questa idea

penetrò in mezzo al triste scompiglio della sua testa e, se non vi mise

nè ordine nè calma, riuscì almeno a produrre una risoluzione: «Presto

bisognava correre al villino, andare da lei, entrare inaspettato nella

sua stanza, svegliarla con un bacio, dirle un mondo di cose, sentirsi

ancora ripetere da lei alcune di quelle parole che tante volte avevano

rianimata in lui la fede e messo un refrigerio nelle sue viscere

tormentate dagli aculei del sospetto! Presto bisognava subito uscire

da quella stanza maledetta ove la gorgone orrenda della gelosia lo

aveva guardato per lunghe ore con gli occhi immobili; ove l’aria pareva

impregnata di recente adulterio, ove tutte le cose gli bisbigliavano

intorno una infame canzone di lamenti e di scherni! Presto! Presto!»

E andò a bagnarsi il viso nell’acqua fredda e a ricomporsi in fretta i

capelli arruffati.

Stava infilando una manica dell’abito, quando gli giunse dalla stanza

vicino un lieve rumore di passi che si fermarono all’uscio. Dopo alcuni

secondi sentì anche picchiare... Allora corse ad aprire e si trovò in

faccia a sua moglie, che diede indietro senza far motto, diventando

smorta. Un momento prima, ella aveva nella bocca il sorriso trepido

della donna innamorata che, entrando in quella stanza, s’immaginava

d’apportarvi una sorpresa molto gradita.....

Racconti incredibili e credibili · 第 7 / 15 题