Io non penso, mia cara, d’aver demeritata la vostra stima. E fosse
pur vero tutto quello che voi siete andata fantasticando dopo la mia
lettera di martedì, o credete voi proprio che anche in un desiderio a
prima vista disumano, grottesco, bislacco e teratologico, non possa
nascondersi un alto senso di poesia? E sopratutto un alto senso di
verità?
Voglio che m’ascoltiate attentamente e pacatamente. Io ora sento
di potervi parlare con calma e voi non avete più a temere da me nè
crudezza di linguaggio biblico, nè impeti di «lirismo forsennato.» Sono
calmo, v’ho detto, e sopratutto non ho mai cessato d’esser uomo: anzi
ho in me il convincimento profondo — dopo tutto quello che è passato
nell’animo mio nei giorni addietro — che un aspetto nuovo della umanità
mi si è svelato e s’è in qualche modo aggiunto all’esser mio d’uomo.
Vedete dunque che io non ho niente da rimproverarmi e voi niente da
sospettare sul conto mio.
*
* *
Ed ecco come andò.
Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo
pranzato solo e di buona ora all’Albergo _Milano_. Come passare meno
male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma in casi simili, io ho
sempre la risposta pronta: salgo in una _botte_ e mi faccio condurre
a San Pietro. Ho per quella grande piazza ellittica una specie di
passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di
rivederla: il getto superbo di quelle due fontane, illuminato dal sole,
pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi fa ballare il cuore di
gioia, mentre l’immane colonnato, curvilineo, serrandomi a destra e
a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sovra
l’attico e in atto d’osservarmi severe, par che mi avvisino ch’io
sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per la
basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e me la
sento dentro aumentare e ingigantire, man mano che in me si raffreddano
i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che
anche voi, mia cara, mi condannate per questo, ed io chino il capo
rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo
giustiziere il tempo, non è vero? Voi lo sapete per prova.
Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del
sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali:
delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra,
pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma vespertina, ma l’altra,
dardeggiata obliquamente dal sole occiduo, era tutta una letizia di
raggi e di zampilli e di nebbia luminosa, diffusa intorno per largo
tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo
ad ammirarla; e parevano contentissimi d’essere inaffiati da quella
rugiada.
Credevo come al solito di trovare la gran chiesa a quell’ora deserta,
ma m’ingannai.
La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri
delle provincie, romani _de_ Roma, _inglesi_, suore, trasteverini,
_minenti_, frati, preti, pifferari, la turba mista e bizzarra insomma
che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che vanamente
cerchereste altrove; le centinaia e le migliaia che si sparpagliano,
povero formicaio umano, sotto le navate enormi, e si perdono, come
ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il
fruscìo dei loro piedi...
Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una
modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla
prima non potei capire. Era un suono di timbro ed acutezza insolita,
esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che parea tutta
riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la
frase di un verso biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque
canto umano senza dubbio.
E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonde insieme la
dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana, una voce
che sale, sale leggera e spontanea come vola per l’aria un uccello
di paradiso, e quando vi pare che siasi posata sugli ultimissimi
vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli e
sale sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza
la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio
d’artifizio, di ricerca, di stento, una voce infine che vi dà l’idea
immediata del «sentimento fatto suono» e dell’ascensione d’un’anima
verso l’infinito sull’ali di quel sentimento Che vi dirò di più? Ho
sentito la Frezzolini in camera e la Patti in teatro; ho ammirato
Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva
sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva da
togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado
elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali. —
Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto: non la
minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non
penuria di astensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota,
ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che
mi stupiva e mi rapiva a un punto solo colla potenza di una gratissima
sensazione non provata innanzi mai!
Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati verso quella voce
e quel canto. — Nel giorno dell’Ascensione i cantori della Cappella
Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla celebrazione della
festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo in una piccola cantoria
eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo organo, che anch’oggi, come
al tempo di Berlioz, è mosso sovra delle rotelle pel pavimento.
La folla si faceva man mano più densa, ma io m’adoprai in modo che dopo
circa dieci minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e guardavo
in faccia il mio _solista_. — Eseguivano un _mottetto_ dell’Allegri
quasi tutto affidato a lui; il coro entrava di tanto in tanto con brevi
_risposte_, e l’organo con pochi accordi di accompagnamento aiutava a
sostenere l’intonazione perfetta.
Finalmente ho intesa la voce vera del _soprano_. Vadano a riporsi
le signore cantatrici che usurpano questo nome! Con più appropriato
vocabolo le chiameremo, se vogliono, _soprane_; ma è da augurare per il
bene dell’arte del canto, declinante a gran passi, ch’esse smettano una
buona volta la sciagurata ambizione d’assurgere cogli sforzi della loro
laringe a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai
soprani veri ed a soprani sacri — ai soprani per diritto divino.
Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti
da Gioacchino Rossini!
Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso
e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro;
Abborro sulla scena
Un canoro elefante...
Sì, quella voce eccezionale e quasi sorvolante agli orizzonti della
vita è fatta per esprimere slanci di preghiere e rapimenti di estasi
religiosa, non è fatta per disposarsi alle torbide passioni del dramma
umano, nè per concorrere, profanandosi, al divertimento scenico. Nella
scena essa doveva perdere il suo prestigio mistico senza acquistare il
vigore, la pieghevolezza e la verità del dramma, e questo forse spiega
perchè il vero dramma musicale moderno comincia e coincide col bando
dei veri soprani dalle nostre scene melodrammatiche. E se comprendo
l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto grado, trovo
impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine per Zambinella
e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto magistralmente
narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo. Meglio comprendo
gli epigrammi scritti dal popolo napoletano sulla casa costrutta da
Cafariello....
*
* *
Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non
grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua
cotta bianchissima davanti al suo leggìo. Mentre la sua voce si elevava
come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi
in magnifiche declamazioni, io non riuscivo a notare in lui il più
piccolo segno di fatica e di sforzo. La testa era lievemente inchinata
sulla musica che teneva con le due mani immobili. Cantava a quel modo
e pareva che leggesse. Solo i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi
tratto tratto allorchè una frase musicale toccava il suo momento di
più viva espansione; solo le rughe della sua fronte si spianavano e si
contraevano assecondando le movenze del ritmo.
Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella
fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora
una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo
probabilmente gustata mai. — Egli era felice, ma più che di
tutta quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorìo
d’ammirazione contenuta che le sue mirabili note ogni tanto suscitavano
sotto la più augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della
bellezza del suo canto che si sentiva ripiovere sull’anima come una
rugiada celeste!
Io l’ho compreso e l’ho invidiato: nel calore del mio entusiasmo ho
pronunziato dentro di me il pazzo augurio che ho avuto la franchezza
di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro
orrore. Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri
uno strano cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo
mio si facesse una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo —
bizzarra visione — gli antichi Coribanti che menavano intorno, con
gesti e grida di gente estatica una danza vertiginosa, e in mezzo a
quella ridda vedevo alzarsi la figura grave e serena di Origene che
tendendo una mano e gli occhi verso le stelle esclamava: _beati!_...
Al tempo stesso mi venivano in mente certe parole con cui il duca di
Richelieu ringraziò la bontà divina quando s’accorse d’esser giunto al
termine della sua carriera — nè diplomatica, nè militare.
E pensavo: quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e
un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio
a cui ora la consacra, con che parola ringrazierà egli Dio della sua
carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando
su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tinnivano negli orecchi
e mi sentivo vibrare per tutto l’essere accordi e dissonanze piene di
voluttà ignota. Alzavo gli occhi e mi pareva che gli Evangelisti dai
grandi pennacchi mi accennassero colla testa che avevo ragione. Sarò
stato pazzo, se volete, ma ero superbo e felice.
Potete condannarmi, ma, francamente, a compiangermi avreste torto.