Al signore della rocca erano giunte notizie gravi ed ordini precisi. —
A Bologna, per volontà di Sisto V, avevano già strangolato in carcere,
con un bel cordone di velluto rosso, il conte Giovanni Pepoli; parecchi
de’ suoi seguaci e complici erano stati anch’essi strangolati, senza
nemmeno l’onore del cordone di velluto; altri erravano fuggiaschi per
le montagne dell’Appennino, ma li inseguiva l’ira del terribile papa e
poca speranza di scampo avevano. A lui, il conte, salva la vita e gli
averi; ma doveva andare subito a Roma a chieder perdono e fare atto di
umile sudditanza, prostrato a’ piedi santissimi del pontefice.
Non era il caso d’esitare e bisognava partir subito.
La contessa sarebbe dunque rimasta sola nel castello. A esporre la
sua delicata giovinezza ai disagi e ai pericoli del lungo viaggio in
quella cruda invernata, nemmeno si poteva pensare. — Il conte andava
corrugando le sopracciglia nere e si metteva spesso una mano nei
capelli grigi perchè un brutto pensiero gli passava per la mente. Ma il
giorno innanzi la partenza tenne un lungo e segreto colloquio con una
sua zia, fiera vecchia di ottant’anni; poi fece schierare nella gran
sala, al cospetto d’entrambi, tutta la gente del castello. Alla gente
egli rivolse discorso breve, ma con quell’accento di comando insieme
e di minaccia, al quale non si era mai osato resistere neppure con
un moto dell’animo: ogni potere durante la sua assenza, passava nella
vecchia contessa; legge assoluta per _tutti_, dal più alto al più umile
abitatore della rocca, la sua sovrana volontà; e guai all’autore della
più piccola trasgressione!
L’indomani il conte partì. Gli addii della giovane sposa furono
tenerissimi, ma senza lagrime.
*
* *
Era venuto l’amore: l’amore negato a lei giovinetta nel freddo
isolamento della vita claustrale; l’amore desiderio vago e timida
speranza appena intravvista e subito distrutta, quando la famiglia
toltala dal convento, la mise tra le braccia del conte, che poteva
essere suo padre.
Invece il giovane conte degli Alidosi aveva quattro anni meno di lei e
non era che suo lontano parente da parte del marito. Quando pei rovesci
di quella potente casata, il padre fu costretto a mandarlo al castello
dell’amico perchè vi crescesse sicuro e vi fosse educato da cavaliere,
Oliverotto degli Alidosi era poco più che un ragazzo mal fermo in
salute, timido e come spaurito della vita che s’era aperta a lui in
mezzo a dolori e terrori di tragedie domestiche. — Parlava di rado e
male; solo qualche volta dai suoi occhi nerissimi pareva lampeggiasse
intensa la vitalità della fiera schiatta da cui era nato.
La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le
cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato
concesso d’espandere. E vide fiorire la sua salute e le sue membra
fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire rapidamente la
giovinezza ingegnosa, forte e leggiadra. — Una volta tornando insieme
al conte da una caccia sull’Appennino pistoiese che li aveva tenuti
fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista la bella contessa che li
aspettava nell’angusto cortile del castello, gittò l’arme a un servo,
corse a lei e la baciò; poi rimase lì interdetto e turbato vedendo
che la bella dama arrossiva, e sentendosi anch’egli salire al volto un
gran calore come di vampata improvvisa.... Cominciarono d’allora per
il conte i corrugamenti delle ciglia e quel gesto di portare la mano
ai capelli, mentre la sua mente, più sovente che non avesse voluto,
pensava insieme alla contessa e al giovane ospite.
Ma l’amore non istette per questo. Penetrò fiamma occulta, sottile e
inavvertita, dentro quei due giovani petti, invadendoli rapidamente.
Doventò casto sogno e ardente passione, prima che i due avessero avuto
modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi s’amavano già d’amore e non
lo sapevano; e quando lo seppero s’amarono con più violento abbandono,
obliando, calpestando, sfidando ogni cosa.
Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini che
fecero partire il conte per Roma!
*
* *
Cominciò allora per i due innamorati un supplizio indicibile. — In
tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà
strana e terribile la vecchia zia del conte; la quale, sia che agisse
per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio
disegno, circondò e afflisse i due giovani di vigilanze così minute,
severe e continue che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe
rimasta superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni.
Non era più nè impedita nell’andare, nè miope, nè sorda; si trovava
sempre in ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse;
e dormiva con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse là
in quel suo lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio
della stanza da letto della contessa. Con questa poi adoperava ogni
gentilezza più compita e col giovane anche; ma nelle ventiquattro ore
del giorno mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi
soli a cambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto....
Tormento siracusano: e tanto più atroce perchè i due innamorati, in
udire della prossima partenza del conte s’erano naturalmente lasciati
andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa
contrarietà pareva a loro una durezza ingiusta del destino a cui si
rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane
lagrime e vane imprecazioni. La vecchia era sempre al suo posto, e
tutti nella rocca con una esattezza implacabile secondavano il suo
volere.
Sulle prime Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere
qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di
spionaggi che d’ogni parte li involgeva; ma ogni suo tentativo, per
audace o astuto che fosse, riuscì inutile. — Una notte, guardando
dalla finestra, credè d’accorgersi che non gli facevano la solita
guardia. Scese nel fossato della rocca, esplorò bene intorno: nessuno.
Alzò gli occhi alla finestra della stanza ove dormiva la contessa e
vide splendervi il lume. Allora si sentì tutto invadere dalla brama
di salire in qualunque modo fino a quella finestra, chiamare la sua
donna, parlarle delle sue pene e cogliere attraverso la inferriata un
suo bacio; sì uno, cento baci per calmare un poco la sete d’amore che
dentro lo tormentava! — Credette il giovane che la forza del volere
e il desiderio ardentissimo gli avrebbero conferita la snellezza
rampicante d’uno scoiattolo; ma invece il salire, non fu senza grandi
ostacoli e dolori. Saliva adagio adagio adoprando ogni sasso sporgente
ed ogni crepaccio del vecchio muraglione; talvolta era costretto a
fermarsi a lungo, talvolta a ridiscendere e studiare altra combinazione
di cavità e di sporgenze. Più d’una lucertola, sentendo le dita che il
giovane ficcava fra le pietre, usciva spaventata strisciandogli tra la
faccia e il muro; una nottola, turbata anch’essa nel suo nascondiglio,
gli volava d’intorno silenziosa. Man mano che s’approssimava al termine
desiderato, crescevano gli ostacoli, l’incertezza, la smania disperata.
Aveva le mani e i piedi sanguinanti e grondava di sudore freddo....
Finalmente potè abbrancare una sbarra dell’inferriata e, fatto un
ultimo sforzo, arrivò a tirarsi su di mezza persona contro la finestra;
gittò innanzi lo sguardo e stava per sussurrare il nome della donna
amata, quando s’accorse d’avere dinnanzi a sè, ritta, appoggiata al
davanzale della finestra la vecchia contessa, che lo guardava immobile,
con occhi severi...
Poco mancò che Oliverotto non cascasse all’indietro nel fossato della
rocca.
*
* *
Unico conforto non conteso ai due innamorati era dunque vedersi e
parlarsi in presenza d’altri; e in quello essi condensavano tutte le
sollecitudini e cercavano d’acquetare o contenere alla meglio, tutti i
desiderii. — Passavano le giornate lente, uniformi, uggiose. Oliverotto
e la contessa ogni dì stavano lunghe ore seduti uno in faccia
all’altra, essa istoriando coll’ago i pietosi fatti di Bradamante, egli
fingendo di leggere qualche trattato dell’arte della guerra o qualche
libro di cavalleria. La vecchia contessa o alcun altro della casa non
mancavano mai.
I due si parlavano di rado; invece si guardavano lungamente,
intensamente deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio
muto e infaticabile. — E gli occhi neri d’Oliverotto parea che,
supplicando, chiedessero: fino a quando? E gli occhi azzurri della
contessa non sapeano che rispondere chiedendo anch’essi: fino a quando?
— Le quattro ardenti pupille stanche e mai sazie di quella amorosa
tensione, di tanto in tanto tremavano, si inumidivano, pareva che si
stemperassero in bagliori languidi e tristi.... Nelle serate lunghe
dirimpetto al focolare gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i
vecchi faggi di Monte Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento
della notte, Oliverotto leggeva alla contessa qualche scena del _Pastor
fido_:
Ben è soave cosa
Quel bacio che si prende
Da una vermiglia e delicata rosa
Di bella guancia; e pur ch’il vero intende
Come intendete voi,
Avventurosi amanti che il provate,
Dirà che quello è morto bacio a cui
La baciata beltà bacio non rende;
Ma i colpi di due labbra innamorate
Quando a ferir si va bocca con bocca.....
La morbosa tenerezza di questo e somiglianti passi era come olio
bollente sulla fiamma, al cuore dei due poveri giovani, gli occhi ora
vivi e scintillanti, ora annuvolati, smarriti e depressi riprendevano
quel loro ufficio di esprimere insieme e di esasperare il desiderio
infelice.... E talvolta l’interno struggimento cresceva a tal segno che
la contessa era costretta, avanti l’ora, di ritirarsi nelle sue stanze.
— Oliverotto allora correva ansando sugli spalti a respirare l’aria
gelata della notte, ad imprecare alle stelle, a tempestare indarno
contro il suo avverso destino!
In meno d’un mese i due amanti erano ridotti ad uno stato davvero
compassionevole; e guardandoli nei visi consunti si sarebbe detto che
sulla loro giovinezza stava passando un soffio di vecchiaia precoce. Ma
tutto ciò era nulla rimpetto ad uno stranissimo fenomeno che nei loro
occhi si veniva manifestando.
*
* *
Non era, no, un inganno visivo della gente, ma un fatto che saltava
agli occhi ogni giorno più.
Le grandi pupille della contessa, che erano di un bellissimo azzurro
oltremarino, sembrò da prima che un poco si annebbiassero smontando
in una tinta meno dolce e meno pura. Poi quell’annebbiamento si rese
sempre più opaco e crebbe e crebbe finchè fu necessario riconoscere
ch’essa mutava in nero il colore degli occhi. Era forse effetto
delle lagrime dirotte che l’infelice versava di continuo, invece di
pigliar sonno? — Ma d’altra parte anche negli occhi di Oliverotto
accadeva mutamento: le pupille nerissime e fiere cominciarono a
temprarsi d’una luce più dolce e mansueta che adagio adagio le veniva
come clarificando; poi apparvero striate qua e là di piccole vene
azzurreggianti, le quali dilatandosi ogni giorno accennavano ad
invadere presto tutto il campo dell’iride.....
Che era avvenuto nell’intimo di quei due esseri? Con che forza di
corrente misteriosa le due anime, incontrandosi solo e sempre per
gli occhi, agli occhi avevano potuto imporre quella trasformazione,
quello scambio portentoso? — La vecchia sorvegliatrice non fece motto e
nemmeno diede segno d’essersi accorta di cosa alcuna; ma la gente della
rocca guardava, tra stupita e atterrita, a quello che essa chiamava un
nuovo miracolo d’amore. Non andò molto tempo e già per largo tratto di
paese s’era sparsa la voce del fatto incredibile; e molti trassero al
castello studiando qualche pretesto d’accertarsene cogli occhi proprii.
— I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà
contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi; si
sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un
segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto
sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un
giorno o l’altro sarebbe tornato il conte....
La contessa nelle veglie interminabili meditava di sottrarsi colla
morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione,
quando il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori;
Oliverotto dal canto suo, inspirandolo la passione e la disperazione,
lavorava a un piano di fuga in cui era risoluto ad affrontare, con lei,
ogni estremo cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue pensavano con
angoscia indicibile che in quel giorno stesso forse sarebbe giunto alla
rocca l’annunzio di un prossimo ritorno!
Invece una improvvisa serenità sopravvenne in quell’orizzonte così
minaccioso. Un giorno sull’imbrunire bisognò calare il ponte e ricevere
nella rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato bolognese.
Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: Sisto V, sia che avesse
chiamato a sè il conte per averlo più sicuro nelle mani, sia che in
quel frattempo nuovi e più forti capi d’accuse si fossero scoperti
contro di lui, appena giunto il conte a Roma, lo aveva fatto legare e
chiudere in Castel Sant’Angelo e dopo breve processo strangolare. — La
giustizia del sommo pontefice non andava oltre nel punire, mantenendo
alla famiglia del ribelle beni, titoli e privilegi.
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