Accadde ben presto ciò che il vecchio Petronio aveva preveduto e
temuto; e, caldo ancora del rabbuffo che aveva toccato dalla signora
contessa, entrò nella stanza del giovinotto.
— Mio caro, non sono io stato indovino? Il vostro strumento mi tira
addosso de’ guai. Scendo adesso dal quartiere della signora che m’ha
parlato chiaro, o smettere di sonare o uscir subito da questa casa.
Il giovine prima terminò la sua frase melodica, posò l’arco attraverso
il leggìo, il violino sulle sue ginocchia, poi guardò il vecchio
portiere col viso costernato, come chi è tolto bruscamente da pensieri
piacevoli.
— Uscire da questa casa, voi dite? O dove volete ch’io vada?
Aspetterete almeno, m’immagino, che arrivi la fine del mese. E intanto
pretendereste voi altri ch’io non sonassi più? È impossibile!
E tolto l’arco e il violino, ricominciò la frase di prima, socchiudendo
gli occhi per gustarla meglio. Il portiere allora si mise a girare per
la stanza, a battere i piedi, a sbuffare, a bestemmiare. Il giovine si
scosse:
— C’è bisogno di bestemmiare! Certo io non patirò che, per causa mia,
voi andiate incontro a de’ guai; ma, d’altra parte, io ho bisogno di
studiare e non posso mica andare a sonar il violino nella Montagnola...
Vediamo di rimediare alla meglio.
E alzatosi, trasse dal cassetto del tavolo un gingillo d’ebano che
adattò alle corde dello strumento, inforcandolo e premendolo molto
sul _ponticello_: poi diede un’arcata lunga e vigorosa che, alla
prima, fece al vecchio stendere in avanti tutte due le mani come per
impedire che quel suono, così maledettamente vibrato, si diffondesse
e scappasse fuori dalla finestra e salisse in alto a suscitare nuovi
sdegni. Invece, con sua meraviglia, il portiere non intese più uscire
dallo strumento che un suono, o, meglio, un gemitio velato, ottuso,
tenuissimo che moriva, dopo avere appena vissuto, nel breve spazio
della cameretta.
— Va bene così? — chiese sorridendo il giovine, dopo aver durato un
poco a segare con l’archetto sulla corda. Il portiere, col viso tutto
contento, senza dir parola ma facendo di gran segni d’assenso col capo,
uscì dalla stanza e chiuse l’uscio.
*
* *
Però il giovine fu preso da una grande melanconia: e rimase un pezzo
fermo, la testa appoggiata sul leggìo, tenendo l’archetto e il violino
con le braccia penzoloni. La sua mente usciva da quelle quattro pareti
silenziose e saliva in alto. Ma adesso era sola e non l’accompagnava
più un’onda di suoni che entravano per le grandi finestre e andavano a
volteggiare lassù in quel quartiere signorile e misterioso ch’egli non
aveva mai visto ma del quale tante volte aveva fantasticato...
Perchè bisogna sapere che in quel palazzone antico, taciturno e chiuso,
in cui non si vedeva entrare che qualche vecchio e qualche prete; in
quel palazzone, in cui fin le cameriere parlavano poco e a bassa voce
e i servitori pareva che camminassero in punta di piedi, la contessa
bigotta e settuagenaria viveva con una nipote che aveva appena toccati
i sedici anni. Il padre e la madre di questa erano morti quand’era
ancora bambina, e anch’essa, a vederla così pallida ed esile, così
scema d’ogni vivacità e d’ogni calore di giovinezza, dava ben poca
speranza che potesse vivere lungamente. Che malattia aveva? Ogni
settimana veniva in casa un medico celebre per la cura delle malattie
nervose, ma parlava poco e vagamente del male; non scriveva quasi
mai alcuna ricetta, e si fermava ad alcune prescrizioni igieniche, a
qualche consiglio intorno al modo di vita, che si riferiva piuttosto al
morale che al fisico della ragazza.
Il giovine s’era innamorato di lei: ma a spiegare il come, egli per
primo sarebbe stato molto imbrogliato. Appena l’aveva vista qualche
volta un momento, essendosi trovato, per caso, nell’androne del palazzo
mentre la carrozza usciva. Aveva visti i suoi occhi grandi e fissi,
raggianti nel pallore del visino bianco e delicatamente profilato; e
sopra quegli occhi e quel visino una massa di capelli biondi più che il
grano maturo, diffusi intorno al capo come un’aureola vaporosa. Altro:
e glie n’era rimasto nell’animo come una impronta di visione bella
e triste, che gli dava, ripensandola, una dolcezza ed un accoramento
indicibili.
E nella sua camera chiusa non si sentiva più solo. Quella fanciulla
era vicina a lui nel piano superiore, sopra il suo capo: la sentiva
vivere con lui, le pareva di respirare con essa. Andava agitando nel
cervello dei sogni magnifici, strani, pietosi, inverosimili. Gli pareva
d’essere predestinato ad una pia impresa di liberazione, come gli eroi
delle leggende wagneriane; e quando la sua mente correva al premio, non
sapeva immaginarlo altrimenti che vedendo sè inginocchiato dinanzi a
quella sottile figura di bambina bionda, che si chinava sopra di lui e
gli posava, leggero leggero, un bacio sulla fronte...
Quando prendeva il violino e stava delle lunghe ore dinanzi al leggìo,
il suo sonare da prima era come un balbettìo musicale incerto e timido,
poi era una prova meno imperfetta, a periodi più lunghi e con qualche
ripresa nei passi più importanti, a fine d’impadronirsene per bene;
da ultimo, sicuro del fatto suo, il giovine violinista riattaccava ed
eseguiva di seguito il suo pezzo intiero con tutta quanta la forza
e la maestria di cui aveva saputo rendersi capace. E allora, mentre
gli occhi parevano intenti alle pagine, l’anima sua saliva coi suoni,
andava su al piano nobile, in cerca di lei, la trovava e si compiaceva
ad avvolgerla devotamente come in una nube di suoni... Dopo quelle
peregrinazioni fantastiche il giovine si raccoglieva in se stesso
stanco e soddisfatto e con una vaga persuasione che quel suo messaggio
musicale non era andato sperso nel vuoto, ma era arrivato a lei ed era
stato bene accetto.
Donde traeva egli quella persuasione?
Qualche volta si metteva alla finestra che dava nel grande cortile
interno del palazzo. Era un bellissimo cortile, fabbricato parecchio
tempo dopo la facciata del vecchio edifizio, nei primi anni del secolo
decimosesto. Al di sopra del vasto portico marmoreo si lanciava una
galleria ariosa e allegra delle sue svelte colonne d’ordine corinzio,
e sopra la galleria girava un fregio di lavoro così fine ed elegante,
che la tradizione volle attribuirlo a Francesco Francia, l’orefice. Il
giovine guardava lungamente d’intorno e in alto. Pareva un curioso che
aspettasse, e il cuore gli batteva forte. Qualche volta perfino se lo
sentiva come salire palpitando verso la gola. Ma il cortile era sempre
solenne e silenzioso, la galleria sempre allegra e vuota, e il bel
fregio del Francia pioveva dall’alto un sentimento di bellezza pura,
fredda e inaccessibile. Del resto non un volto o una voce o altro segno
qualunque. Il giovine si ritraeva dalla finestra col viso triste; ma
nell’intimo suo non rimaneva a lungo senza conforto, perchè pensava che
i suoni del suo strumento erano saliti in alto, e un animo gli diceva
che essa li aveva ascoltati.
E prendeva coraggio e sonava ancora.
*
* *
Ma d’ora innanzi non più. Quei pesanti sordini rendevano il suo
violino quasi muto; ed egli lo guardava con aria scorata, come se fosse
diventato un arnese inutile fra le sue mani. Quando svogliatamente si
rimise a sonare, da prima gli pareva d’essere come in uno di questi
sogni, allorchè noi con la volontà e con le membra ci sforziamo a fare
una cosa e l’effetto non corrisponde. Ma, continuando attentissimi nel
lavoro, a poco a poco i sensi del violinista si acconciarono ad una
curiosa metamorfosi. Quelle note esili e lamentose che in principio
pareva che uscissero a stento, un momento appena, fuor delle corde
soffocate dal peso dei sordini, ecco che ora non solo si ripetevano
nel suo cervello, ma vi si compievano riguadagnando a grado a grado
la sonorità, il timbro, l’espansione di prima! Il giovine si riebbe
dal suo avvilimento e si sentiva invadere da una letizia profonda.
Ecco che egli riaveva ad una ad una le sue note, le sue belle note
che aveva piante quasi per morte! Ora esse echeggiavano novellamente
nella sensibilità del suo apparecchio acustico, e poteva vibrarle a suo
piacimento ingrossandole, assottigliandole, stemperandole per tutte le
sfumature del colorito musicale, atteggiandole a tutte le intenzioni,
le carezze e i capricci del suo gusto d’esecutore!
E la sua mente riprese subito con gioia l’usato costume di tradurre la
musica in un linguaggio d’amore rivolto alla bionda creatura del piano
nobile. Il suo linguaggio divenne anzi, in quella seconda prova, più
fantastico, più intenso, più ardente. Le note e le frasi vaporavano
come una colonna d’incenso dall’anima sua: o meglio era la sua stessa
anima che pareva dissolversi in esse e salire. Talvolta il giovine a
un tratto interrompeva il suono e rimaneva alcun tempo con la testa
voltata in su verso il soffitto ascoltando, aspettando...
Un giorno, verso l’imbrunire, stava ripassando una riduzione per
violino della settima sinfonia di Beethoven. Terminato l’_andante_ e
lo _scherzo_ egli incominciava l’_adagio_, che è un pezzo così bello
di strana e potente bellezza, nel quale par d’indovinare l’invocazione
d’un mondo invisibile fatta da un’anima che tutte le cose di questa
vita hanno amareggiata e disillusa. Arrivato circa a due terzi
dell’_adagio_, il giovine staccava lentamente i quarti di una battuta
d’aspetto, quando, d’improvviso, balzò in piedi e recò una mano
alla fronte, rimanendo con tutta la persona in un atteggiamento di
ascoltazione attentissima. Infatti, nel silenzio, si sentiva la voce
di un pianoforte, sommessa per la lontananza, che ripeteva l’_adagio_
della settima sinfonia. Il giovane corse a spalancare la finestra
e sentì che la voce del pianoforte continuava più sensibile. Veniva
dal piano superiore e si spandeva pel cortile deserto. Arrivata alla
battuta d’aspetto, la voce si tacque; allora il violinista si rimise al
leggìo ed eseguì, con mano tremante, tutto l’_adagio_ fino in fondo; e
il pianoforte non tardò a seguirlo, terminando qualche battuta dopo di
lui.
Il giovine era indicibilmente commosso, ma non aveva l’aria d’essere
sorpreso.
*
* *
La misteriosa corrispondenza dei suoni continuò. Per la gente che
abitava il palazzo, e che non udiva altro suono che quello del
pianoforte, il fatto fu accolto come un lieto segnale della migliorata
salute della fanciulla. Per il giovine pareva l’ultimo termine de’
suoi desiderii e non cercava altro. Si chiudeva nella sua stanza e
vi rimaneva tutto il tempo che avea disponibile, sonando Beethoven e
aspettando la risposta. Questa gli veniva quasi sempre verso sera, e
consisteva in uno dei pezzi eseguiti dal violinista lungo la giornata;
il pezzo che a lui era parso più appassionato degli altri e in cui egli
aveva messo più sentimento di adorazione e più forza di desiderio.
E la relazione dei due giovani rimase là; in tutto il rimanente la
stessa separazione inalterabile; non un biglietto, nè un cenno, nè un
saluto; mai nulla.
D’altra parte il violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la
sua professione. Andava per le case a dar qualche lezione, mal pagata,
e sonava nelle chiese.
Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale.
Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia,
in second’ordine: sempre col visino pallido e l’aria sofferente e
malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone
che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due le
volte i suoi occhi, un momento, si volsero all’orchestra e fissarono
il giovine violinista che tremava nella sua sedia sotto quello
sguardo pieno di luce; poi li ritraeva lentamente, dolcemente, con una
espressione di rinuncia rassegnata e triste. Al domani, il linguaggio
del pianoforte parve al giovine più lungo e più appassionato.
Verso la metà di carnevale egli accettò di essere direttore d’una
piccola orchestra per due balli che la marchesa X** avrebbe dati,
invitando specialmente le amiche di sua figlia uscita di poco dal
collegio. Abbisognava un vestito nero col _frak_, ma egli, poveretto,
non lo aveva. Allora mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la
sera del primo ballo, gli portò in camera un vestito completo «da
società», comprato con poche lire. Il _frak_ era molto lungo per la
statura del giovane, ma il vestito, nel suo insieme, poteva passare.
Egli si annodò con cura la cravatta bianca, prese sotto il braccio il
suo violino chiuso nella busta, e andò.
Gli avevano preparato uno sgabello su cui sovrastava alquanto alla
piccola orchestra e dominava la sala, rimanendo assai bene in vista.
L’appartamento era pieno di luce e fragrante di fiori. Nella sala
grande, verso le dieci ore, erano già adunate molte signorine delle
famiglie più ricche e aristocratiche della città. Alcune potevano dirsi
ancora delle bimbe.
La voglia di ballare era in tutte grandissima. — Verso le undici il
ballo era molto bene incamminato, e già alle ragazzine cominciava a
mescolarsi qualche mamma elegante. Il direttore della piccola orchestra
eseguiva _valtzer_ e _polke_, le migliori del repertorio in voga.
Dirigeva e sonava, facendo spiccare briosamente, nel concerto la bella
voce del suo Guarnieri. La contessina R*** fece notare alle sue amiche
che avevano per direttore d’orchestra un bel giovane bruno: le ragazze
lo guardarono un poco con simpatia ma poi risero del suo abito troppo
lungo.
A un tratto, si propagò per la sala un moto di curiosità, e molti occhi
si volsero verso una delle porte d’ingresso.
— Hanno fatto il miracolo! — disse al vicino una vecchia signora: una
giovinettina, alzandosi in punta di piedi, aggiunse: — Ecco finalmente,
la principessa invisibile! — Il direttore d’orchestra impallidì.
Intanto al braccio del padrone di casa, appariva la signorina del
vecchio palazzo. Alta, sottile, nel suo abito bianco, col suo incedere
lento e gli sguardi raccolti, pareva che entrasse non a una festa di
ballo, ma in chiesa. Gli uomini, per la massima parte, la giudicarono
distintamente bella.
Dopo alcuni minuti le fu presentato un bel giovine, di maniere assai
eleganti, e si mise a ballare con lui, che, finiti i giri di _valtzer_,
le si sedette vicino, studiandosi a farla parlare. Non era facile, ma
di tanto in tanto riusciva; e riuscì anche a farla sorridere.
Aveva essa avvertita la presenza del violinista? Sì: egli n’era
convinto, lo sentiva.
Perchè dunque essa non gli volgeva gli occhi, mai?
Egli sentì uno spasimo nuovo, orrendo, e delle idee strane gli
salivano, come vampe, al cervello. Avrebbe voluto interrompere a
un tratto la suonata e sparire; gli veniva la voglia di sbattere il
violino contro il leggìo; di saltare, dal suo alto sgabello, in mezzo
alla sala... Ma intanto il ballo procedeva inesorabilmente e a lui
toccava di sonare. E sonava, sonava. La sua testa grondava di sudore
e dei momenti pareva che il braccio e le dita gli si irrigidissero,
mentre, agonizzando di desiderio, aspettava sempre una occhiata che non
arrivava mai.
Venne ancora la volta di sonare un _valtzer_. Era un _valtzer_ di
Giovanni Strauss, a fondo molto malinconico; uno di quelli che Giorgio
Sand disse nati da un lungo amplesso del dolore e della letizia. La
bianca giovinetta lo ballava col suo solito cavaliere e pareva che gli
s’abbandonasse fra le braccia. Intanto il violino del direttore cantava
con una voce così sorprendente che il resto della piccola orchestra era
come ridotto a mezza voce. Gli astanti dovettero per forza occuparsi
di questo straordinario esecutore di balli, e guardarono il giovane
che, ritto sullo sgabello e pallido come un morto, dava dentro al suo
violino con delle arcate superbe.
Guardavano tutti, ma la giovinetta non guardava. Se non che, verso
la fine del _valtzer_, mentre il ritmo incalzava, mentre la voce
nervosa del primo violino pareva che tentasse di lanciarsi a sonorità
impossibili, nel silenzio della sala, sul fruscìo strisciato e
cadenzato dei piedi, s’intese uno strappo secco; il cantino dello
strumento si era spezzato. La giovinetta, a quel punto, diede un
tremito per tutto il corpo, si fermò in tronco, e fissò i grandi occhi
sul violinista....
Il suo cavaliere la condusse alla sua sedia, ed ella disse di non
sentirsi bene. Di lì a un quarto d’ora aveva abbandonato la festa.
La quale, non ostante, continuò in piena allegria. Al tocco cominciò il
_cotillon_ e alle tre il ballo era finito. Il direttore d’orchestra, a
malgrado de’ complimenti e degli inviti, non volle rimanere a cena con
gli altri sonatori, pretestando il sonno e la fatica. Chiuso nel suo
pastrano e tremando pel freddo egli girò, a caso, per le strade deserte
e rientrò nel palazzo dopo le quattro. Giunto nella sua camera gittò il
violino sul letto e si mise alla finestra.
La notte era fredda e serena, con la luna che volta al tramonto,
illuminava tuttavia un pezzo del cortile e della galleria, lasciando il
resto nell’ombra fitta. Il giovane, coi gomiti sul davanzale e la testa
fra le mani, guardava nel cortile e piangeva delle lagrime silenziose.
*
* *
Rimase a quel modo circa mezz’ora, quando fu scosso da un lieve rumore
di passi che partiva di su dalla galleria. Fosse un servo? No, era
ancora troppo presto... Il giovine guardava senza battere palpebra.
Il suono dei passi s’andava avvicinando. A un tratto, ai piedi
dello scalone che metteva nel porticato, vide una figura bianca che
lentamente avanzava. Dio, era lei!
La giovinetta usciva di sotto il portico e si incamminava pel cortile.
Attraversata la parte di ombra, ella apparve nella piena luce lunare,
vestita ancora del suo abito da ballo. Avanzava con passo sicuro,
mostrando che si dirigeva all’uscio del portiere.
Il giovane lasciò la finestra, attraversò in punta di piedi la sua
camera, un breve corridoio, la stanza d’ingresso, ed aprì. La luce
entrò nel buio ambiente, e dopo qualche secondo entrò la giovinetta.
Alla prima egli volle prenderle tutte due le mani, ma subito rimase
interdetto vedendo ch’essa aveva gli occhi chiusi. Aveva gli occhi
chiusi e sorrideva, col volto triste, pallidissima.
E con quella voce ch’egli non aveva mai intesa gli disse: — Sono venuta
a dirti addio e per sempre... Tu hai sofferto molto questa notte, non
è vero? Io lo sentivo bene, ma sentivo anche di non poter nulla altro
che soffrire con te... Il nostro amore è come un filo tenue gettato
attraverso un grande abisso. Che ci posso io? Che ci puoi tu? La natura
si compiace talvolta a combinare di queste cose assurde...
Accompagnò quest’ultima parola con un gesto di rassegnazione stanca; e
proseguì, sorridendo.
— Questa notte sei stato geloso!... Il tuo cuore, difatti, era un poco
indovino, perchè essi pensano a far di quel giovine il mio fidanzato...
Povera gente!... Lo so io quali nozze mi aspettano! Sento che fra pochi
mesi io sarò morta...
Il giovine ruppe in un gran singhiozzo, e cadde in ginocchio dinanzi
alla fanciulla, mormorando: — Adriana! — La bianca veste profumata
della fanciulla toccava quasi il suo volto.
— Sai tu dirmi — ella seguitò — quanti germi di vita uccida l’inverno
nel grembo oscuro della terra? E quanti fiori il vento di marzo faccia
cadere morti dagli alberi?... È la legge, mio caro, ed io mi sono già
rassegnata... Ora sono venuta per dirti addio e per esprimerti il mio
volere, certo che tu lo eseguirai.
— A costo della mia vita, io lo eseguirò. Te lo giuro...
— Ebbene parti da Bologna. Parti presto e vai lontano, più lontano
che potrai. A che rimarresti? Ad aumentare le mie e le tue sofferenze?
Parti; me lo hai giurato.
E intanto inoltrò le braccia nude e posò le mani sulle spalle del
giovine.
— Poc’anzi mi hai chiamata col mio nome. Io invece non conosco ancora
il tuo... Non dirmelo!... Quello che t’ho dato io nel mio cuore è tanto
bello! E non voglio saperne altro; e con quello io voglio pensare a
te fino alla morte... e anche dopo. Addio. Non ti raccomando la mia
memoria, perchè sono certa che tu penserai a me fino che vivrai su
questa terra; e anche dopo. Ci siamo amati perchè così volle il nostro
destino: e potemmo esprimere il nostro amore con un divino linguaggio,
noto solamente a noi due. Non ti rendere mai indegno di questi santi
ricordi. Addio! Parti.
E il giovine inginocchiato, attraverso le lagrime, vide contro la luna
la figura della giovinetta abbassarsi ancora un poco; e sentì sulla
fronte, leggero leggero, il bacio della sua bocca... Poi la figura
si raddrizzò con un gesto energico, si volse alla porta ed uscì. Egli
la vide attraversare il cortile, entrare sotto il portico e dileguare
nello scalone senza mai voltarsi. Fermo sull’uscio sperò di vederla,
di udirla forse ancora dalla galleria; ma non sentì che il rumore
lieve de’ suoi passi perdersi nel silenzio, mentre nell’aria fredda
apparivano i primi colori dell’alba...
Dopo una settimana il violinista era di partenza, avendo accettata
scrittura per il teatro di Corfù.