Era necessario

In chiesa?

Voleva attendere Narciso Rossi.

Il tempo passava, lentamente, molto lentamente, ma pur passava.

Passano anche le ore delle maggiori angoscie, che sembrano

interminabili, e quanto più interminabìle sembrò uno spazio di tempo

prima d'incominciarlo o mentre ci si era dentro, perchè tempo di

sofferenze, di dolori, d'ignominia, tanto più breve esso sembra di

poi, quando è terminato, osservato alla serena luce di giorni lontani.

Vennero le otto e un quarto, la mezza, i tre quarti. Incominciò a

diventare impaziente. Avevano pur deciso di lanciare la bomba quella

mattina!

Quanto più attende, tanto più si concretizza in lui un pensiero, e

questo, si è: Attendere. Attendiamo, che la calma ritorni nel mio

spirito.

Non era detto, che si dovevano lanciare le bombe proprio quella

mattina. Non era neppur detto che dovevano venir lanciate. La

direzione del partito, forte a parole e vile a fatti, aveva anzi

deciso che non dovevano venir lanciate, che il loro getto avrebbe

danneggiato la causa piuttosto di favorirla. Voleva dire a Narciso

Rossi:

--Ti tengo legato alla tua promessa, ma oggi non è ancora venuto il

giorno opportuno. È meglio attendere alquanto e fare i preparativi con

maggior calma. Le lancieremo più tardi, in un giorno di maggior

concorso, di gran folla, dopo di aver combinato le cose in modo da

poter fuggire.

L'amico avrebbe accettato con voluttà la proposta, ed intanto egli

avrebbe potuto riflettere; sciogliere le potenti obiezioni, causate

dai terribili sogni; cercare prove per dimostrare, che la Chiesa è il

maggior nemico dell'umanità.

Avrebbe continuato a vivere, per qualche giorno ancora. La vita non è

spiacevole neppur per un anarchico. L'attuale società è la peggiore

che immaginar si possa eppure non la si abbandona volentieri.

Ma un evento venne a turbare i suoi calcoli.

Erano le nove, quando bussarono.

--Chi può essere?--esclamò. La visita gli veniva importuna. Non poteva

essere Marcello. Questi sapeva che c'era il campanello elettrico; non

la domestica la quale aveva le chiavi dell'abitazione, per poter

venire quando le sarebbe parso bene. Una visita la mattina di Natale;

in quella mattina così brutta, così piena di vento, di neve, alle

nove?

Andò all'uscio e lo aperse. Gli si presentò la faccia rossa di un

fattorino, dal grosso naso a peperone, che brillava di una luce

rossastra, intensa, e dall'alito, che puzzava di alcool. Il fattorino

aveva fatto già il sacrifizio mattutino a Dio Bacco. Tra le dita,

coperte da un paio di guanti di lana, una volta grigi, ed ora coperti

di sudiciume, egli teneva una lettera.

--È lei il signor Giunti?--domandò.

--Chi manda?

--È lei o non è lei?--insistè il fattorino

--Date qui.

--È lei o non è lei?--ripetè il fattorino, il quale aveva fatto delle

libazioni durante tutta la notte e non sembrava disposto a cedere la

lettera senza aver prima risposta a quella domanda.

--Sì--rispose l'anarchico, che si era accorto dello stato anormale del

fattorino.

--Prenda--rispose questi soddisfatto, dandogli la lettera.

--Chi manda?--insistè Giunti da canto suo.

Il fattorino rise.

--Un uomo in calzoni.--rispose.--Matta idea la sua. Mi diede la

lettera qua, sulla strada. Buona idea la mia di appostarmi il giorno

di Natale. Cioè. Non mi era appostato. Ero stato a Messa Diamine. Ci

vado a Natale ed a Pasqua. Non sono mica un cane io. Eppoi ero andato

a bere un bicchierino. Tempo cane, signori. Loro signori non sentono

l'inverno. Hanno una bella abitazione, mangiano bene, bevono meglio,

sono ben vestiti. Ma verrà il giorno, sa! Non sono anarchico io! il

ciel mi guardi! Ma verrà il giorno; deve venire il giorno..!--esclamò

il fattorino, e i suoi piccoli occhi lustri, brillavano di una luce

strana, tra il minaccioso e l'allegro. Egli assaporava già ora le

gioie di quel dì, vicino o lontano, ma che doveva certo venire, nel

quale sarebbero state livellate le condizioni sociali ed egli avrebbe

potuto passarsela come i signori, liberi questi di fare i fattorini se

credevano, e magari di mendicare.

Giunti non dimenticò di essere anarchico. Volle fare un po' di

propaganda alle sue persuasioni, e disse perciò:

--Il giorno è vicino!

Stupore del vecchio.

--Lo dice anche lei?--domandò.

--Sì.

--Allora si farà tutto a parte?

--Tutto sarà di tutti.

--Ella, un signore, lo dice?

--Ne sono convinto ed anelo, ed anelo il momento.

Il fattorino rise. Il suo riso era ironico. Il popolo ha un'ironia

sublime.

--Se il signore vuole può affrettare quel momento. Si decida. Io sono

disposto di accettare tutto. Mettiamo in comune la sua abitazione.

Sono pronto di entrare subito--disse.

Una leggera nube velò il volto di Giunti. È questa la solita obiezione

che i non anarchici fanno a chi professa queste dottrine.--Voi siete

anche comunardi. Ebbene: Procedete coll'esempio.

--Lo farò, quando lo faranno tutti. Per guarire la società è

necessario che il capitale sparisca, che spariscano i superiori, le

autorità, le leggi, e che tutto diventi proprietà di tutti--osservò.

Il fattorino rise.

--Così lo dicono tutti. E mentre l'uno attende che incomincino gli

altri, noi si muore di fame e di freddo--osservò.

Giunti sentì nausea di quell'uomo.

--Se spendeste un po' meglio il vostro danaro; se invece di ricorrere

al bicchierino ed ai liquori vi compraste pane, non avreste da

lamentarvi--disse.

Il fattorino rise.

--Non ho bisogno di lezioni--osservò.

Giunti prese la lettera e diede al fattorino una lira di mancia.

Questi neppure ringraziò. La lira gli sembrava troppo poca cosa per un

uomo, il quale si vantava comunardo e predicava venuto il tempo della

divisione, nel quale tutto doveva diventare proprietà di tutti.

Giunti rientrò nella sua stanza calda, ben illuminata.

--Manda Marcello. Cosa scrive?--disse, osservando la soprascritta.

Gli venne un sospetto.

--Che sia davvero vile?--domandò a se stesso. Stracciò la busta e

lesse le poche righe.

--Vile!--esclamò.--Davvero vile!

Il biglietto, scritto colla mano tremante, diceva:

--Non posso! Tanti innocenti..?

--Tanti, tanti innocenti!--motteggiò.

Innocenti? No, non erano innocenti. Erano correi; correi magari senza

volerlo, senza saperlo; correi per l'istruzione sbagliata, ricevuta

dai genitori, dagli avi; correi, perchè non avevano saputo sollevarsi

in alto, a più spirabil aere; eppoi tutta la società era folle, era

fiacca; aveva bisogno di una lezione.

Innocenti? Non lo erano; perchè frequentavano la chiesa, i passeggi,

perchè facevano sfoggio del loro lusso, perchè erano borghesi, perchè

volevano che sopravvivesse una società avariata, perchè volevano

conservare le disuguaglianze sociali? Ma anche se fossero stati

innocenti, il mondo è fatto così. La natura non bada nè agli innocenti

nè ai rei; sacrifica quanti occorrono venir sacrificati, per il

raggiungimento dei propri fini; il falcone e l'aquila fanno allo

stesso modo scempio della pacifica gallina e del superbo tacchino, il

falcone divora egualmente il passero, così dannoso, e il rosignolo

canoro, e gli uragani schiantano l'inutile pioppo e la quercia, il

melo, il pero, il susino ed altri alberi, così utili alla vita.

Innocenti? La sua era opera necessaria e purificatrice; si trattava di

ricostruire una società nuova sulle rovine dell'antica; e questa non

volendo crollare da sè andava atterrata. Non era per colpa sua se nel

suo crollo essa avrebbe schiacciato e seppellito sotto le macerie

anche qualche innocente. Egli non voleva che il bene altrui; non era

per colpa sua, se, per ottenere il bene, doveva schiantare coloro che

vi si opponevano.

Narciso Rossi si rifiutava. Vile! Vile! Già; il Natale; la pazza

poesia della sacra notte. Egli l'aveva passata coi congiunti, alla

luce di qualche albero, scioccamente ornato di fiori e di lumi; aveva

udito il canto di inni e canzoni natalizie, e si era commosso. Vile,

vile!

Non pensò, che qualche minuto prima aveva deciso di non gettare la

bomba; di rinunziare, per il momento, a quell'atto di vendetta

sociale; di dire a Narciso, che avrebbe atteso tempi migliori. Non

sentì che rabbia e sdegno per l'antico amico ed un'avversione grande

contro di lui...

Che aveva da fare? Rimanere fedele alla decisione presa poc'anzi e

procrastinare il getto delle bombe?

Ma che ne avrebbe detto Narciso Rossi?

Lo avrebbe giudicato egualmente vile; oppure avrebbe pensato che non

si poteva fare senza di lui; che egli, Narciso, era indispensabile?

Avrebbe potuto rimproverargli la sua colpa?

No.

L'altro gli avrebbe potuto dire: Perchè rimproveri a me quanto

dovresti rimproverare prima a te stesso? sei forse un bambino, che non

osi agire da solo; che dipendi da me nel tuo operato? se io sono un

vile, che mi sono rifiutato di gettare la bomba, lo sei tu pure. Era

proprio necessario che due scoppiassero allo stesso tempo? Non bastava

una sola, la tua?

Potenza dell'orgoglio umano, di un falso amor proprio, della tema di

venir giudicato male! Egli mutò rapidamente pensiero. Aveva deciso di

soprassedere a quel getto; di attendere un istante più opportuno. La

sua prudenza gli aveva suggerito questo. Aveva preso questa decisione

dopo un esame maturo e prudente, ed ora bastò quello scritto, bastò la

tema di venir creduto vile, per fargli mutare pensiero.

--Non avrà il gusto di rimproverarmi la sua viltà!--disse, e prese la

rapida decisione di attuare il suo progetto e di diventare, quella

mattina ancora, assassino e omicida.

La ragione gli diceva: Attendi, attendi! Ma egli ne faceva tacere con

violenza la voce.

La coscienza gli diceva: Bada che fai contro la luce; ed i suoi sogni

si ergevano maestosi, terribili, avanti a lui e gridavano: Tu agisci

male; tu inganni la tua coscienza; la Chiesa non ha mai avversato la

vera libertà, non è nemica d'Italia.

Il suo falso amor proprio fece tacere anche questa voce. Non gli

riuscì di ridurla al silenzio; pure la soffocò dicendo a se stesso:

Non essere vile!

Prese posto al tavolo e scrisse a Narciso Rossi. Gli scrisse parole

molto amare, di grande rimprovero per la sua viltà senza nome.

Vile, che non sai mantenere una promessa!

Vile, che non sai sacrificarti per un ideale!

Vile, che paventi le conseguenze di un'azione, che riconosci doverosa

e giusta!

Vile, vile! Ora e sempre vile!

Sii maledetto, da chi va a morire per il suo ideale; va a morire solo,

perchè ti rifiuti; va a morire colla certezza, che il suo sacrifizio

non porterà lo isperato frutto, perchè tu gli neghi la tua

cooperazione!

Vile! Disonore del partito; sii maledetto!

Chiuse la lettera in una busta, vergò la soprascritta e l'abbandonò

sul tavolo.

Dopo la sua morte l'avrebbero trovata e pubblicata.

Ne era lieto. Avrebbe procurato così a Narciso Rossi la maggior onta.

I veri anarchici avrebbero disprezzato il traditore, e gli altri, i

partiti dell'ordine, i borghesi, avrebbero lodato il giovane onesto,

che si era rifiutato di commettere un delitto di lanciare una bomba,

di macchiarsi di tanta colpa; e le lodi, l'approvazione delle autorità

e dei circoli borghesi, già avrebbero recato un'onta ancora maggiore

del biasimo dei suoi antichi consenzienti.

Narciso Rossi era spacciato. Non gli rimaneva che il suicidio.

Sogghignò a questo pensiero. Consultò l'orologio. Erano le nove e

mezzo. Doveva spicciarsi se voleva arrivare nella cattedrale a tempo.

Aprì l'armadio, levò la bomba sua, l'accarezzò, la baciò e la celò sul

petto, sopra il cuore. Indossò il mantello di uscita, tirò alto il

collare, cacciò la beretta fin sugli occhi e uscì di stanza.

Chiuse l'uscio della propria abitazione.

L'abbandonava per sempre.

Chi ci sarebbe andato ad abitare? Che se ne curava? Di chi sarebbero

stati i suoi mobili? Che gl'importava? Aveva lasciato erede universale

Gianni Carpi, il solo onesto fra gli anarchici; il solo veramente

povero ed audace tra di loro, coll'incarico di usare dell'asse

ereditario soltanto per scopi di partito, per diffondere l'anarchia.

Gianni Carpi avrebbe fatto un buon uso di quel danaro e del ricavato

dei mobili; non avrebbe tenuto nulla per sè. Egli non dubitava della

di lui onestà...

Giunse sulla via. Nevicava di nuovo, ed il vento impetuoso gli

sbatteva la neve sul volto accecandolo quasi. Doveva procedere con

grande cautela per non scivolare. Una caduta sarebbe stata

disastrosissima; avrebbe causato lo scoppio della bomba, ed era questo

che egli voleva impedire. Sacrificare la vita, sì, ma con costrutto.

Abbenchè il tempo fosse brutto c'era della gente sulla via. Vide delle

faccie allegre. La grande festa del Natale aveva riempito gli animi di

letizia. Gente andava a fare certi piccoli acquisti nelle pasticcerie,

i soli ambienti aperti nella sacra giornata; andavano a fare delle

visite, andavano in chiesa.

Quei volti allegri gli davano sui nervi. Sentiva di odiare gli uomini;

provava una grande nausea. Eterni malcontenti, protestavano

continuamente contro la Chiesa, contro l'autorità, contro ogni sorta

di tirannide; e bastava che la Chiesa, ricordando antiche favole,

offrisse loro un giorno un po' diverso dagli altri, per far loro

dimenticare il passato e renderli scioccamente, stupidamente felici.

Valeva la pena sacrificarsi per simile gente: valeva la pena morire

per loro?

Portò la mano al petto, alla bomba. Che avrebbe giovato il suo getto?

Avrebbe esso scosso le coscienze e destato le masse; quello sarebbe

stato il primo segno di una grande rivoluzione sociale, oppure?...

Già; il suo eroico attentato sarebbe passato forse inosservato. Le

masse non erano ancora mature.

Doveva attendere?

Oh, se non fosse stata quella infame lettera di Narciso Rossi. Ma ora

non poteva assolutamente desistere. Nessuno doveva neppur lontanamente

sospettare che egli fosse vile.

Giunse alla cattedrale. Le campane suonavano allegramente. Il Vescovo

faceva il suo ingresso nella chiesa illuminata a festa e piena, zeppa

di una folla festante.

Il vescovo! Uno degli oppressori delle masse. Quanto l'odiava! Non lo

aveva veduto ancora mai; ora lo vedeva per la prima volta: un povero

vecchio, dal volto di asceta, con un sorriso buono, paterno, sulle

labbra, che procedeva ricurvo, schiacciato dal peso degli anni e dalle

cure, dalle brighe, dalle fatiche del suo ministero; un vecchio buono,

tanto diverso dall'immagine che egli si era formata di lui.

Si cacciò tra la folla.

L'organo cominciò a suonare e la Messa ebbe principio.

Vide i volti atteggiati a grande letizia. Comprese che quella giornata

rappresentava per l'umanità un grande punto di riposo: era quello un

giorno, nel quale il povero dimenticava per un istante le proprie

miserie; l'operaio riposava dal lavoro snervante; il ricco scendeva al

povero e ne comprendeva, per un istante, le miserie; un giorno di

pace, di letizia per tutti.

Doveva egli turbare la serenità di quel giorno? Doveva portare la

desolazione, la morte, in quel luogo di pace?

Oh, i suoi sogni! La Chiesa ha fatto sempre quanto stava nelle sue

forze per il bene dell'umanità. Non era lei responsabile dei danni che

le classi povere ed umili risentivano, nè dell'abuso di libertà nelle

classi dirigenti, o dello squilibrio sociale.

Certo. La religione aveva fatto il suo tempo. Ma perchè non lasciarla

morire in pace; perchè voler punire nella Chiesa gli altrui delitti?

Cercò di allontanare il ricordo dei suoi sogni.

La Chiesa è stata sempre il puntello dei troni; essa ha benedetto la

guerra e sanzionato ogni sorta di ingiustizie sociali. Eppoi non

poteva tollerare la taccia di vile.

La Messa ha incominciato.

Il venerando veglio è salito all'altare e lo avvolge in profumi che

escono dal ricolmo incensiere.

Chi ha da colpire? Dove ha da lanciare la bomba? Nel presbitero? Ha da

colpire il vescovo, i canonici, oppure la ha da lanciare in mezzo alla

folla che ora?

Il vescovo è ritornato al suo trono.

_Gloria in excelsis Deo!_

Già! Dio! Dio! Non si pensa che al nume trascendentale e crudele, che

risiede in cielo e non si cura nè si è mai curato dei propri figli,

chiede da loro gloria e non dà loro in cambio nulla.

I sogni dell'Anarchico · 第 45 / 49 题